Molza, Francesco Maria
Modena 1489–1544
Presentazione
In una lettera a Pietro Aretino, il 10 luglio 1534, Francesco Maria Molza confessa di essere «stato sempre di natura pigro e negligentissimo ne lo scrivere, come quello che conosce quanto li stia male il dar fastidio ad altri senza proposito. Quinci mi aviene che nessuna cosa fo peggio volentieri che ’l pigliar la penna in mano, e nessuna con miglior voglia che il porla giuso» (Lettere scritte a Pietro Aretino 2003-2004: I 199). La confessione obbedisce evidentemente a una retorica epistolare adottata con l’illustre e pericoloso corrispondente, perciò è da prendere con le dovute cautele, ma è rivelatrice della noncuranza geniale con cui Molza – uno dei poeti più colti e raffinati del secolo – guardava all’esercizio letterario e che lo portò a nutrire sostanziale indifferenza per la conservazione dei propri scritti e per la loro diffusione.
Le carte di Molza ci sono giunte in quantità ragguardevole, ma quasi del tutto sprovviste di ordinamento e di forme di conservazione disposte dal letterato. Alcuni settori, inoltre, restano sguarniti. Nulla è emerso dei libri che Molza doveva possedere, a giudicare dall’elevato livello di letterarietà dei suoi versi, e appena labili tracce rimangono degli interessi filologici e antiquari, che si saranno per forza concretizzati in forma di trascrizioni, appunti, note, postille (scrivendo a Piero Vettori a proposito di un locus catulliano, il 2 maggio 1539 Annibal Caro riferisce: «il primo [verso] è segnato nel libro del Molza, per del Pontano», Caro 1957-1961: 138; una nota anonima nel Vat. Lat. 4817, c. 214v riporta: « Tavola di aristotile ha molza»).
La Raccolta Molza Viti della Biblioteca Estense Universitaria di Modena, principale giacimento di carte molziane, raccoglie quanto il letterato lasciò in famiglia alla sua morte, non senza che si siano verificati dispersioni e depauperamenti nell’immediato e a distanza di tempo, nonché siano emersi indizi per pensare che siano intervenute irregolarità nella linea della trasmissione familiare. Alla morte del figlio del poeta, Camillo, la vedova Isabella Colombi, il 16 luglio 1558, si affrettò a consegnare al cardinale Alessandro Farnese i codici delle poesie latine e volgari che erano stati allestiti per l’edizione e che il marito non aveva fatto in tempo a dare alle stampe a Venezia: « Quanto alli libri del Molza, eccoli in mano di Vostra Ill.ma Sign.ria molto più suoi, che non furno dell’autore » (ASPr, Epistolario scelto 11 53 8, c. 1r). L’assetto attuale della raccolta si deve all’operato del marchese Giuseppe Molza e di suo figlio Gherardo, che nel XIX secolo ordinarono e arricchirono la collezione di famiglia, sicché in questo momento storico assunse l’aspetto di vasta ed eterogenea raccolta collezionistica che conserva oggi. Fu allora che alcune epistole, per dono o per scambio, finirono nelle mani di eruditi e collezionisti (la lettera dell’autografo num. 1 reca le autenticazioni di Floriano Caldani, Padova, 27 novembre 1818, e di Luigi Malagoli, archivista di Modena, 21 settembre 1821; la lettera dell’autografo num. 9 fu donata il 28 febbraio 1829 ad Antonio Gandini, maestro di cappella del duca di Modena e Reggio). Poiché nell’edizione delle opere di Molza curata da Pierantonio Serassi (Molza 1747-1754: iii 39-118), il carteggio Molza Viti presenta uno stato diverso da quello attuale, è probabile che si siano verificati altri episodi consimili. Non è escluso tuttavia che alcune lettere mancanti possano riemergere all’interno della stessa raccolta, ancora in attesa di riordino definitivo, dopo che, con l’ingresso in Estense, il 23 ottobre 1976, si è persa l’unità archivistica originaria (ma si veda la descrizione in Bianchi 1992: 76-77 n.).
Fatto salvo quanto si è appena detto, è probabile che gli autografi della Raccolta Molza Viti, concentrati nei fascicoli 27-29, 232 (→ 10-13), riflettano un ordinamento risalente a prima della sistemazione ottocentesca, e che siano stati costituiti ab origine riunendo, sulla base del contenuto e senza distinguere tra autografi, idiografi, allografi, le carte del letterato allo stato di fogli sciolti e fascicoli in massima parte non legati. Il Molza Viti 232 contiene 39 lettere familiari (soprattutto al figlio Camillo, poi al padre Ludovico, al precettore dei figli Giovanni Bertari, o Berettari, una alla moglie Masina Sartori, ecc.) e inoltre alcune minute che rendono modesta testimonianza del servizio di segretario prestato da Molza per i suoi padroni. Altrimenti, a parte due lettere disperse (3 e 7), la sopravvivenza di pochi originali inviati a personaggi di rango elevato è stata garantita dalla conservazione archivistica (→ 6, 8, 14).
Alcuni bifolii del Molza Viti 28 (→ 11, cc. 19-20, 29-30) e del Molza Viti 29 (→ 12, cc. 81-84, 131-132), insieme con altri del ms. 2311 della Biblioteca Universitaria di Bologna (→ 2, cc. 18-19, 20-21, 22-23), contenenti elegie latine, offrono una prova della negligenza con cui Molza conservava i propri componimenti poetici, senza riunirli in una compagine organizzata. Essi presentano piegature, sì da ottenere il formato di plico, con a volte il titolo o l’incipit della poesia leggibile all’esterno a mo’ di sovrascritta (la presenza talora di correzioni autografe nel testo esclude che si tratti di pieghi allegati a missive).
La produzione lirica, in latino e in lingua, ebbe diffusione spicciolata per iniziativa del poeta, che non esitò a diffondere i suoi componimenti presso i propri padroni, amici, corrispondenti, consegnandoli brevi manu o per via epistolare. Si veda ad esempio la lettera a Carlo Gualteruzzi, Bologna, 7 settembre 1536 (→ 3), c. 75r: « Vi mando dui sonetti li quali io tengo per molto plebei avenga che sieno creati nel paradiso terrestre ove non ho, né spero, né voglio consolation alcuna, trattatigli come meritano. Io ve li do et consigno ne le mani come facea già mio padre me quando mi consignava al mastro che me li dava con tutti i difetti come s’io fossi stato la peggior et la più trista rozza del mondo ». Certamente veicolata da un autentico scambio di missive fu la corrispondenza poetica con Vittoria Colonna e con Pietro Bembo, oltre a un sonetto indirizzato a Francesco Berni e a quelli scambiati con Veronica Gambara in occasione della morte di Ippolito de’ Medici (l’originale della lettera della Gambara con il sonetto Molza, se ben dal vago aere sereno è nel Molza Viti 231).
Una sistemazione non effimera si ebbe in anni tardi, quando il poeta, incalzato dalla malattia che lo condusse alla morte, si preoccupò di trascrivere di sua mano parte delle proprie poesie in volgare e in latino rispettivamente nel Casanatense 2667 (→ 15) e nel Vaticano Borg. Lat. 367 (→ 4). Sul testo del Borgiano Molza intervenne con correzioni e modifiche in misura diffusa e in più momenti (anche correzioni di mani diverse hanno caratteristiche di varianti d’autore), a differenza del Casanatense, nel quale gli interventi correttòri sono limitati e contestuali alla scrittura del testo. Perciò, più del codice volgare, quello latino ha l’aspetto di un esemplare in bella su cui l’autore proseguì il lavoro di elaborazione dei testi.
Palese è inoltre la diversità tra le due sillogi per ciò che concerne l’organizzazione. Il modello classico impone nel Borgiano la divisione in libri, nei quali trova spazio una diacronia, con il recupero di componimenti risalenti nel tempo, accanto alla produzione encomiastica e politica alla quale Molza si applicò dal 1538 con l’ingresso nell’orbita farnesiana. Nella raccolta volgare la scelta monometrica e l’esclusione delle rime più datate escludono la volontà di costruire un libro di poesie che rifletta la storia interiore del poeta e configurano piuttosto il Casanatense, per quanto è possibile concludere dall’indagine filologica ancora in corso, come il serbatoio della stagione più recente.
Diverso è anche il destino cui andarono incontro i due codici. Dopo la morte del poeta la storia del Borgiano diverge da quella del resto delle carte rimaste in famiglia a Modena. Trifone Benci, che era stato accanto a Molza negli ultimi mesi, assistendolo e coadiuvandolo nel lavoro di riordino dei suoi scritti, portò il manoscritto a Roma e nell’agosto 1544, per tramite di Giacomo Gallo, lo consegnò al cardinale Farnese, ricevendo un donativo di 10 scudi (Lettere d’uomini illustri 1853: 98-99; Dorez 1932: ii 307). Attraverso vicende che non è possibile ricostruire il codice approdò nella collezione del cardinale Stefano Borgia (1731-1804), dove rimase ignorato fino a quando il bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana Marco Vattasso, su incarico di Vittorio Cian, che aveva affidato al suo allievo Fedele Baiocchi una tesi sul Molza latino, nell’autunno 1901 (correggo lo stesso Vattasso 1910: 546, che dà l’anno 1902) lo rinvenne tra i libri di Borgia confluiti per legato nel Museo di Propaganda Fide (segnatura M VII 4), di cui Borgia era stato prima segretario (1770-1789) e poi prefetto (1802-1804). Nel maggio 1902 il codice fu acquisito insieme con gli altri alla Biblioteca Apostolica e andò a far parte del fondo Borgiano.
Il Casanatense 2667, invece, rimase a Modena e fu utilizzato dal pronipote del poeta, Camillo, per l’edizione dell’opera volgare del bisnonno (liriche, poemetti, novelle) da lui allestita, attuale ms. Palatino 269 della Biblioteca Nazionale di Firenze (con dedica al principe Alfonso d’Este in data 25 aprile 1614; le novelle, smembrate, costituiscono oggi il ms. Casanatense 3890). È verosimile che dopo la morte di Camillo, nel 1631 a Roma, dove si trovava in qualità di residente estense, il manoscritto non abbia fatto ritorno a Modena e sia finito disperso insieme con altri libri che egli aveva con sé, finendo nella Casanatense attraverso vicende che di nuovo non è possibile ricostruire.
Un ulteriore importante coacervo di autografi molziani, di apografi e di componimenti riguardanti il poeta, è il ms. Bologna, Biblioteca Universitaria, 2311 (→ 2), finora non adeguatamente studiato. Il codice fu costituito con il disegno evidente di riunire cimeli molziani provenienti dall’ambiente modenese del principio del XVII secolo, in parte in relazione con l’impresa editoriale del pronipote Camillo. A tale realtà riportano in maniera inequivoca due autografi di Camillo, poesie di Tarquinia Molza, una canzone adespota al duca Cesare d’Este, oltre a canzoni di Molza di mano del figlio del poeta, Camillo. Il buon livello dell’ambiente in cui il codice fu costituito è dimostrato dalla divisione razionale del contenuto nei fascicoli, ma gli autografi presentano uno stato di conservazione per lo più scadente (parecchie carte recano gore o bruniture). La scrittura in genere poco curata, l’aspetto frammentario dei testi e la quantità di correzioni, ripensamenti, lezioni alternative, provano che si tratta di quanto di più genuino e informale ci è giunto delle scritture molziane, più ancora di alcune carte del Molza Viti con caratteristiche affini.
È probabile che gli autografi, insieme con il resto del materiale riunito nel codice fattizio bolognese, siano stati intercettati da una trafila erudita, che li distrasse dal loro destino naturale, tra gli scritti rimasti in famiglia, e li dirottò su un altro circuito di conservazione, nel quale sono rimasti fino a oggi. Nel XVIII secolo il codice fu posseduto da Francesco Zanotti (1692-1777), il quale riconobbe l’autografia delle poesie latine del ii fascicolo e consegnò le sue osservazioni a una pregevole nota sulla camicia del i fascicolo, contenente il i libro delle Elegiae, non autografo, incompleto e mutilo. Zanotti donò il manoscritto al padre Giovanni Crisostomo Trombelli (1697-1784), che lo depositò nella biblioteca del convento dei canonici regolari del SS. Salvatore, da dove, dopo essere stato presso la Biblioteca dell’Istituto delle scienze, poi Biblioteca universitaria, dall’epoca napoleonica fino alla restaurazione, è pervenuto definitivamente alla Biblioteca universitaria in seguito alle soppressioni conventuali postunitarie (1866). Qui attirò l’attenzione di Giosuè Carducci, che annotò a matita nei margini le poesie del i e del ii fascicolo, in vista di un’edizione poi non realizzata del Molza latino (la descrizione del fascicolo ii, con la trascrizione degli inediti, è conservata a Bologna, Casa Carducci, cart. XLIII, 15 [2a]).
Va rilevato infine che sulle vicende della scrittura molziana ebbe una influenza importante la malattia che afflisse il letterato a partire dal 1538, alternando fasi acute e di quiescenza. Effetti invalidanti sulla scrittura sono attestati già a una data precoce. Da un’epistola di Caro al poeta del 24 dicembre 1539 sappiamo che egli era costretto a letto e impedito a servirsi della penna, se il mittente chiama in causa il fedele Benci per sovvenirlo in tale funzione: « Non mi curo, ch’ella mi scriva altramente di sua mano; ma di grazia commetta a messer Trifone che mi faccia talvolta un verso, secondo che andrà avanzando de la sanità » (Caro 1957-1961: i 167). Fu forse allo stesso Benci che il 1° settembre 1540 Molza dettò una lettera al figlio Camillo: « Dal mio non scriver di mia mano puoi far coniettura in che stato io mi ritrovi » (Molza 1747-1754: iii 90-91). Ancora a Camillo, in una missiva senza data, confessa: « il sdegno mi ha fatto con grandissima fatica scriver questo poco di mia mano » (Molza 1747-1754: ii 153).
È difficile tuttavia che questo elemento possa essere utilizzato ai fini della datazione, poiché autografi di buona qualità sono riscontrabili fino all’ultimo. Il che fa pensare che si alternassero anche nel breve periodo momenti di relativo benessere e confidenza con la penna ad altri in cui l’esercizio della scrittura doveva costare fatica. L’esame degli autografi posteriori all’insorgere del male rivela, accanto al persistere invariato di solide abitudini scrittorie, un’esecuzione meno sciolta e armoniosa, una più marcata disomogeneità nel modulo dovuta alle interruzioni frequenti delle sedute di scrittura, un allineamento non sempre sicuro (a esempio nel Borg. Lat. 367). Talvolta però il degrado è più accentuato, con il cedimento verso un tratteggio dei caratteri semplificato e disadorno. Di questa situazione danno una testimonianza eloquente una lettera al figlio Camillo senza data (Molza Viti 232 37, ? 13) e, nel Molza Viti 29, cc. 139r-140v (? 12), il testo dell’elegia Ad sodales, composta in una fase acuta del male nell’estate 1542 e verosimilmente trascritta nel medesimo periodo, come fa pensare la scrittura fortemente involuta, l’allineamento dissestato e il succedersi nell’arco della prima carta di tre distinte sedute di scrittura, prima di cedere il lavoro a un’altra mano che proseguì la trascrizione fino alla fine.
Bibliografia
Bianchi 1992 = Stefano B., Un manoscritto autografo di rime di Francesco Maria Molza ed una piccola raccolta a stampa del 1538, in «Filologia e Critica», xvii, pp. 73-87.
Caro 1957-1961 = Annibal C., Lettere familiari, a cura di Aulo Greco, Firenze, F. Le Monnier, 3 voll.
Dorez 1932 = Léon D., La cour de Paul III, Paris, Librairie E. Leroux, 2 voll.
Lettere d’uomini illustri 1853 = Lettere d’uomini illustri conservate in Parma nel R. Archivio dello Stato, a cura di Amadio Ronchini, Parma, Dalla Reale Tipografia.
Lettere scritte a Pietro Aretino 2003-2004 = Lettere scritte a Pietro Aretino, a cura di Paolo Procaccioli, Roma, Salerno Editrice, 2 voll.
Molza 1747-1754 = Delle poesie volgari e latine di Francesco Maria Molza, corrette, illustrate, ed accresciute colla vita dell’autore scritta da Pierantonio Serassi, Bergamo, P. Lancellotti, 3 voll.
Vattasso 1910 = Marco V., I codici molziani della Biblioteca Vaticana. Con un’appendice di carmini inediti o rari, in Miscellanea Ceriani. Raccolta di scritti originali per onorare la memoria di M.r Antonio Maria Ceriani prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Milano, Hoepli, pp. 531-55.
Nota paleografica
Veramente elevata la qualità della produzione grafica del poeta modenese, capace di approntare pagine di raffinata eleganza italica e non alieno a includere, nel corso del tempo, alcune innovazioni modernizzanti nel tessuto della sua scrittura. Già il più antico autografo a noi noto, la sottoscrizione del 1519 al diploma di ammissione all’Accademia senese (tav. 2), mostra chiaramente le attitudini dell’adepto trentenne. Certo, quella sua prova grafica mostra con evidenza, insieme ai segni dell’incertezza, un qualcosa di inesplicabilmente immaturo, soprattutto quando messa al paragone con la splendida e originale (e precocissima!) italica di Giovanni Polito Negletto, cancelliere di quell’accademia. E tuttavia la franca adesione al modello, il sicuro impiego di volte e piedi, la costante inclinazione risaltano qualora il confronto si sposti sulla schiera degli altri otto sottoscrittori, tutti più o meno stentati (bene però il Selvaggio e il Pregiato), ma certo volenterosi, scriventi in italica. Alcuni tratti, poi costanti, già sono presenti a quell’altezza cronologica. Tali la E con tratto mediano proiettato a sinistra (un carattere della prima “maniera moderna” preso in prestito dalla mercantesca) e, soprattutto, un modo di disegnare la a partendo dall’occhiello e creando col tratto di attacco (qui non ancora evidente nella lettera isolata) frequentissimi legamenti (Francesco) che sarà un marchio di fabbrica riconoscibilissimo in tutta la produzione molziana. Altri aspetti verranno modificati ben presto, come l’inelegante z corta rapidamente sostituita da una esecuzione alta (e quando raddoppiata associata a una bassa: tav. 5 r. 5) di sicuro effetto plastico. Il documento autografo successivo più antico è una lettera del 20 aprile 1530 a Giulio Cesare Gonzaga (non inclusa nelle riproduzioni a causa del suo non ottimo stato di conservazione), mostra la definitiva assunzione dei connotati distintivi della mano di M.: la a, sempre più orientata al legamento (cfr. per il disegno della lettera assoluta: tav. 5 r. 6: omnia; r. 15: aures; per gli innumerevoli esiti in legamento anche insolito ivi, rr. 4: iam, capes; 6: hæc, 7 silva, ecc.): una tendenza che si spiega bene con l’abitudine a connettere le lettere tra loro attraverso un moto destrogiro a partire anche dal rigo di scrittura (cfr. ivi, rr. 9: video, 10: tetigisse, 14: obstruxere, ecc.). Si è qui al cospetto di un connotato che realizza l’aspirazione intima dello scrivere modernamente: la tendenza al movimento continuo, perpetuo. Ne conseguono intere parole scritte senza soluzione di continuità, con esiti di eleganza formale di altissimo livello. Ancora tra i tratti distintivi della calligrafia di M. possono essere riconosciuti nella scrittura dissimilata della doppia s (la prima lunga, la seconda corta non in legamento o con originale connessione, cfr. tav. 4 r. 1: lassando e tav. 5 r. 12: sensissem), nella e con pronunciato tratto ascendente (non costante) e nella g il cui tratto di chiusura dell’occhiello inferiore taglia spesso l’occhiello superiore (cfr. tav. 5 ultima r.: ignara). Una pagina di particolare eleganza formale è la lettera a Ercole II d’Este del 3 luglio 1537 (tav. 7), nella quale acquista particolare rilievo l’ingrossamento in alto dei traversi, il rapporto equilibrato tra corpi e traversi, il distanziamento proporzionato delle parole e il generale senso di ordine e compostezza. A tali esecuzioni, come rileva Franco Pignatti, fanno da contraltare esecuzioni più fruste (come, per es., la lettera a Camillo Molza del 17 marzo 1537), forse condizionate dallo stato di salute del M. Nelle prove di più elevata calligraficità (tra esse i due manoscritti vaticani: vd. tavv. 1 e 5) si osservano ancora oscillazioni: per es. nel Vat. Lat. 5227 (tav. 1: esteticamente fallimentare) aumenta l’inclinazione e si moltiplica la presenza di s lunghe con volta (in questo caso anche doppie), che nel Borg. Lat. 367 sono invece fortemente ridotte. In quest’ultimo, un ms. al contrario di grande effetto, fanno bella mostra di sé alcuni elementi strutturali dell’italica, come la decisa espansione a tutti gli occhielli della testa e la presenza di un tratto di attacco per i traversi delle lettere maiuscole. Tanto efficace e ricca fu la scrittura del M. quanto povera nel complesso e stereotipa la punteggiatura delle sue pagine, limitata come appare alla virgola (nelle carte di tono superiore sempre sospesa sul rigo typographico more), raramente al punto (entrambi i segni con funzioni aspecifiche) a qualche segnale di intonazione.
Censimento
- Bassano del Grappa, Biblioteca del Museo Civico, Epistolario Gamba, XII A 1
- Bologna, Biblioteca Universitaria, 2311
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 5695
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. Lat. 367
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5227
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Accolti 7 11
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 1499
- Modena, Archivio di Stato, Archivio Segreto Estense, Particolari 911
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Molza Francesco Maria
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Molza Viti 3 27
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Molza Viti 28
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Molza Viti 29
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Molza Viti 232, 3-44
- Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, 11 54, 1 e 3
- Roma, Biblioteca Casanatense, 2667
- Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, Autografi Porri, 5 10
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda