de' Pazzi (l'Etrusco), Alfonso

Firenze 1509–1555

Presentazione

L’attività poetica di Alfonso de’ Pazzi è testimoniata da un alto numero di manoscritti non autografi, databili fra il Cinque e il Settecento (più di 70, in Italia e in Europa), da una porzione ridotta dei quali furono tratte le 113 sue poesie assemblate in una celebre antologia burlesca (Terzo libro 1723); ma se si prendono in considerazione gli autografi, allora il gruppo dei componimenti pubblicati si riduce a una parte davvero insignificante dell’opera complessiva dell’Etrusco, vista la miriade di fogli scritti di suo pugno sopravvissuti che il figlio Luigi poté vedere nel loro insieme e dai quali progettò di trarre i materiali per un’ampia pubblicazione postuma, che però non fu mai realizzata.

Una pubblicazione in vita era stata prevista nel 1547, allorché Anton Francesco Doni, allora stampatore (non ufficiale) dell’Accademia Fiorentina, di cui il Pazzi era membro di primo piano, indicò in una lettera come imminenti le Rime dell’Etrusco in ghiri alla burchiellesca (Doni 1547: 61v); forse la raccolta corrispondeva a quella attestata dall’idiografo Magl. VII 361 (sulle cui complesse stratificazioni vd. Masi 2007), forse avrebbe dovuto recare come frontespizio quello leggibile in un’annotazione autografa del Pazzi: Rime et sonetti del Etrusco cioè Alfonso de’ Pazzi nobilisimo gentiluomo et academico fiorentino in vari sugietti e generi diversi con annotationi del Gianbulari (ivi: 330 n. 129). Di fatto, anche questo progetto sfumò; ciò che resta è una selezione manoscritta postuma, messa insieme nel 1557 da Girolamo Amelonghi, il Gobbo da Pisa, dedicata al duca Cosimo, e la scelta più ampia attuata nel 1572-1573 dal figlio Luigi (attestata nel codice della BNCF, Pal. serie Vincenzo Capponi, 134), entrambe – soprattutto la prima – alla base delle numerosissime ulteriori copie di cui si è detto all’inizio, e anche della scelta pubblicata nel Terzo libro dell’opere burlesche da Anton Maria Biscioni.

Un autore, l’Etrusco, la cui fisionomia è cominciata a riaffiorare compiutamente solo da pochi anni, connotandosi per una spiccata originalità (ai limiti dell’eccentricità) e un marcato gusto per la scrittura ermetica ammantata da uno stile piuttosto ruvido, “petroso”: di qui il richiamo al Burchiello nel titolo doniano, declinato però in quella personale versione « in ghiri » (ossia, si potrebbe parafrasare, particolarmente ricca di trovate argute e stravaganti), che consisteva in un’inedita commistione di stili, in cui l’enigmatico armamentario del barbiere di Calimala era piegato ad allusioni cifrate alla sfera morale o spirituale (perciò necessitanti di un commento, come le annotazioni di Pier Francesco Giambullari previste nella progettata stampa). Numerosi sono i sonetti di corrispondenza e satirici, oltre agli epitaffi-epigrammi composti in vita e indirizzati ad altri accademici e a figure di spicco della vita culturale e artistica non solo fiorentina (oltre al già citato Giambullari, Lionardo Tanci, il Gelli, Niccolò Martelli, Simone Porzio, Bartolomeo Ghettini detto il Selvaggio, Annibal Caro, Tullia d’Aragona, il Doni, Baccio Bandinelli, Vasari, Cellini, Battista del Tasso, il Tribolo, per citarne solo alcuni); ma – ulteriore singolarità – uno è il bersaglio supremo e ostinato del Pazzi, protagonista di centinaia e centinaia di sonetti (molti di più dei quasi trecento di Niccolò Franco contro l’Aretino): Benedetto Varchi, attaccato con costanza quasi maniacale soprattutto per le sue idee linguistiche (in quegli anni, di adesione al classicismo bembista) e filosofiche.

Gli autografi riflettono questa bizzarra impostazione poetica, sia per il loro contenuto, sia per l’aspetto dell’inconfondibile scrittura. Non risultando reperibili le lettere autografe del Pazzi segnalate nell’Iter italicum (Kristeller: I 175), né alcun documento di sua mano tra quelli conservati nei faldoni relativi alla magistratura fiorentina dei pupilli (preposta alla tutela degli orfani), di cui fece parte dal 1° dicembre 1551 all’11 marzo 1552 (come invece asserito in Castellani 2006: 101 n. 151), si tratta esclusivamente di carte che contengono componimenti poetici di vario metro, per lo più sonetti, talora con postille o vere e proprie prose di autocommento, e anche alcuni disegni (schizzi allegorici, forse prospettati a un artista, o legati a rappresentazioni pubbliche, mascherate o trionfi). Davvero notevole è la mole complessiva di queste carte (in totale si supera il migliaio di fogli); purtroppo la scrittura del Pazzi, anche laddove tende a regolarizzarsi calligraficamente, appare di lettura decisamente ostica, in quanto costituisce una sorta di personale stenografia, ricca di varianti per una stessa lettera (vd. le esemplificazioni addotte in Castellani 2006: 117-20): un vero e proprio cifrario, che è il perfetto corrispettivo esteriore di uno stile programmaticamente oscuro. Su quasi tutti i fogli, accanto alla mano del padre, si rinviene quella del figlio Luigi, che numerò molti di questi componimenti per includerli nella progettata raccolta postuma, talvolta intervenendo con varianti o integrando versi mancanti.

In generale, si possono distinguere due tipi di codici contenenti versi autografi dell’Etrusco: quelli interamente autografi e quelli che contengono, insieme a testi di altra mano, una o più carte vergate dal Pazzi. Si tratta, evidentemente, dei relitti di un nucleo originario che si frammentò in sezioni di diversa entità; le più piccole di tali sezioni talvolta rimasero isolate e disperse (come i tre sonetti alla Vaticana o i quattro nel fondo Acquisti e doni dell’Archivio di Stato di Firenze: → 1 e 2), oppure furono legate in codici miscellanei (come le 18 carte nel Magl. VII 535: → 7), o ancora finirono per costituire una sorta di “frontespizio d’autore” in una copia molto più tarda delle sue poesie (come il sonetto all’inizio del manoscritto settecentesco della Riccardiana: → 9). In un caso particolare (il già citato Magl. VII 361: → 5) si trattò invece di un inserto d’autore in una raccolta verosimilmente da lui sorvegliata (corrispondente a una parte dell’attuale manoscritto). I codici interamente autografi, a loro volta, presentano due tipologie ben distinte: alcuni di essi hanno il carattere di raccolte omogenee, altri invece rappresentano codici di abbozzi e zibaldoni di materiali eterogenei. Tra i primi va annoverato l’attuale Banco Rari 71 della Nazionale di Firenze (→ 4), almeno per la parte contenente una raccolta di canti carnascialeschi, che è l’unica altra porzione organica di poesie dell’Etrusco ad avere conosciuto, in tempi recenti, la stampa (in Castellani 2006); e va annoverato tra questi anche il tuttora inedito Palatino della serie Vincenzo Capponi 183 (→ 8), un canzoniere amoroso di 57 sonetti e 62 madrigali. Tra i secondi, invece, è il ben noto Magl. VII 534 (→ 6), uno zibaldone costituito da otto fascicoli legati assieme, con fogli di formato diverso, per un totale di 220 carte; e soprattutto la molto meno nota, ma straordinariamente ricca, filza 221 della Guardaroba Medicea nell’Archivio di Stato di Firenze (→ 3): un insieme di ben 838 carte slegate, divise in nove inserti, a testimoniare l’intensissimo lavorio poetico di questo autore (del quale peraltro non sono ancora stati reperiti volumi postillati, e della cui biblioteca non possediamo notizie). Si tratta di un vasto patrimonio che nella sua parte più cospicua attende ancora di essere esplorato e studiato in modo sistematico, e che sicuramente consentirà di scoprire interessanti dettagli sulla vita culturale e artistica fiorentina di metà Cinquecento.



Bibliografia
Castellani 2006 = Aldo C., Nuovi canti carnascialeschi di Firenze. Le “canzone” e mascherate di Alfonso de’ Pazzi, Firenze, Olschki.
Doni 1547 = Anton Francesco D., Lettere […] Libro secondo, Firenze, appresso il Doni.
Masi 2007 = Giorgio M., Politica, arte e religione nella poesia dell’Etrusco (Alfonso de’ Pazzi), in Autorità, modelli e antimodelli nella cultura artistica e letteraria tra Riforma e Controriforma. Atti del Seminario internazionale di Urbino-Sassocorvaro, 9-11 novembre 2006, a cura di Antonio Corsaro e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, pp. 301-58.
Terzo libro 1723 = Il terzo libro dell’opere burlesche. Di M. Francesco Berni e di M. Gio: Della Casa, dell’Aretino, de’ Bronzini, del Franzesi, di Lorenzo de’ Medici, del Galileo, del Ruspoli, del Bertini, del Firenzuola, del Lasca, del Pazzi, e di altri autori, Firenze [ma Napoli], s.e. [ma 1723].

Nota paleografica

Per comprendere la fisionomia della scrittura adottata da A.D.P. occorre guardare alla sua produzione “in chiaro”, cioè quella appartenente alle pagine in cui, evidentemente, l’intento dominate era volto alla leggibilità. Si riconoscerà allora, senza dubbio, la matrice pienamente italica che sovrintende il disegno della quasi totalità delle lettere (cfr. tav. n. 3). Certo, che qualcosa non quadri perfettamente nel panorama della scrittura “colta” del tempo sembra testimoniato, oltre che da una generale incertezza di esecuzione (tradotta nella rigidità del tratto), dalla presenza di lettere che, contestuali in altri scriventi coevi, nella scrittura del D.P. assumono valore assoluto: così è per la r in tre tratti (qui eseguita in modo posato e chiaro, spesso invece velocizzata e caratteristica nel tempo unico di esecuzione), o per la g in quattro tratti, disarticolata e priva dell’elemento di raccordo a destra. Ma ancora più significativi appaiono i legamenti ch (a r. 8 meschino, ancora realizzato al modo mercantesco e cioè dall’alto, ma altrove, già a r. 10 nochier, sempre alla maniera italica, cioè dal basso) e, soprattutto, gh (r. 11: seghue) in cui la g assume la tipica forma mercantesca. Col che parrebbe giustificato quanto scrive Castellani per cui «Paleograficamente, si tratta di un tipo di grafia a base mercantesca, ma fortemente personalizzata e soggetta a variazioni» (Castellani 2006: 115): un’affermazione condivisibile, purché si intenda l’espressione “a base” nel senso di una formazione primaria (di cui nulla però è concretamente noto) indirizzata nel senso mercantesco ed emergente, come sostrato, in alcuni caratteri peculiari. Niente di più vero, invece, quanto a personalizzazione e variabilità perché è certamente questo il connotato saliente della grafia del poeta fiorentino. L’arbitrarietà e la variazione, gli aspetti personali, la bizzarria nel tratteggio delle lettere sono gli elementi che distinguono, come osservano Aldo Castellani e Giorgio Masi, quell’originale e ostica mano. Si prenda, per es., la tav. 2: la poca costanza porta alla contemporanea espressione di almeno due forme di e (ivi, rr. 1 e 21: e [= è] mortale; elle cose); di due disegni per z, quella corta dominante (ivi, r. 5: razionale) e l’altra discendente sotto il rigo di scrittura (ivi, rr. 10 e 11: farnezia, abuzione; tav. 6 r. 3: Muzi). Se si estende lo sguardo all’insieme delle riproduzioni si trovano due forme per la g, tradizionale e mercantesca (quest’ultima, come s’è detto, spesso in legamento gh, gl, ma anche assoluta; cfr. tav. 2 r. 1: gentil; tav. 4 rr. 4-5: s’egli à; la ragion’ intenda); all’et scritto per esteso si alterna un nesso simile nella foggia a una d che in altri contesti si sarebbe detta cancelleresca (tav. 2 r. 2: et come vol). Quando a tali forme di libertà si aggiungano la velocità di esecuzione, con esiti di legamento davvero arditi (cfr. per es. tavv. 4 r. 14: paraghono; 5 r. 5: regola; 6 r. 2: naturale), la franca naturalezza con cui sono omessi i segni abbreviativi o ne vengono inseriti di superflui (per es. tav. 4 r. 8: ch ilume sacceda = che i-lume [con segno abbreviativo superfluo] s’acce‹n›da; tav. 5 r. 2 parti ve‹n›ghono a Fire‹n›ze), la presenza di orpelli esornativi (tav. 4 r. 1: alieni; tav. 2 r. 9: ne lutto da confrontare con la r. 8 non sia dove il medesimo tiro di penna copre la funzione del segno brachigrafico), l’uso di originali segnali abbreviativi (per es. tav. 5 rr. 1 e 9: Berghamo), la frequenza di un’inconsueta interpunzione posta nell’interlinea sopra l’ultima lettera della parola; se, ancora, a tutto ciò si sommano i temi e la «bizzarra impostazione poetica» rispecchiata, come scrive Masi, in un «vero e proprio cifrario [grafico], che è il perfetto corrispettivo esteriore di uno stile programmaticamente oscuro», si comprenderanno le difficoltà che ostacolano la corretta interpretazione delle pagine di quello che, anche per l’astrusità della propria scrittura, bene sembra aver meritato il soprannome di Etrusco e, insieme, l’aspro rimprovero rivoltogli dal Lasca: «tanto, che disonori, colle parole insieme e coll’inchiostro, te stesso, i tuoi parenti, e ’l secol nostro» (Rime, Firenze, Sansoni 1820, XII 18-20).



Bibliografia
Castellani 2006 = Aldo C., Nuovi canti carnascialeschi di Firenze. Le “canzone” e mascherate di Alfonso de’ Pazzi, Firenze, Olschki.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Ferrajoli, Raccolta I II
  2. Firenze, Archivio di Stato, Acquisti e doni 1 35
  3. Firenze, Archivio di Stato, Guardaroba Medicea 221
  4. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 71 (olim Pal. 447)
  5. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 361
  6. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 534
  7. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 535
  8. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. serie Vincenzo Capponi 183 (olim Pal. 420)
  9. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1505

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda