Pontormo (Jacopo Carrucci)

Pontorme [Empoli] 1494–Firenze 1556/1557

Presentazione

Il cosiddetto Diario (ma il titolo è di tradizione essendo il manoscritto anepigrafo), è l’unico testo sicuramente autografo del Pontormo (se si esclude il breve cartiglio in latino inserito in un suo celebre quadro, Ritratto di due amici, Venezia, Collezione Cini: Fedi 1996: passim; Fedi in Pontormo 1996: passim). L’autografo, il Magliabechiano VIII 1490 della BNCF, risulta essere un ternione e un quinione di complessive cc. 16, modernamente numerate da 63 a 78 per effetto della legatura con altri testi, con solo 23 facciate scritte, due delle quali solo parzialmente (Zamponi in Pontormo 1996: 95 sgg.). Nella sua parte cronologica è un libro di notazioni non giornaliere, un “calendario” messo insieme dal pittore, con molte intermittenze, dal 7 gennaio 1554 al 23 ottobre 1556 (Fedi 2011: 303-11): per essere, si suppone, continuamente presente a se stesso nello svolgersi di un lavoro memorabile, il grande affresco a lui commissionato nel coro della basilica di San Lorenzo a Firenze, a cui si stava dedicando forse dal 1546 (affresco distrutto fra il 1738 e il 1740: vd. Testaferrata in Pontormo 1996: 123 sgg.). All’inizio, alcune considerazioni di tipo generale sui tempi e sui modi per conservare la salute («Prescrizioni e ricordi», Pontormo 1996: 43-45). All’interno della parte diaristica, con richiami, 40 schizzi di particolari dell’affresco di San Lorenzo (Testaferrata in Pontormo 1996: 123-43, con ripr.). Il Diario quindi rappresenta una sorta di memento o vademecum, redatto con minuziosa cura per la propria memoria e per tenere conto dei mezzi più idonei (alimentari ed esistenziali) per condurre a termine – lui uomo anziano, e di salute a dir poco cagionevole – quello che era o avrebbe dovuto essere il lavoro forse più importante della sua vita, ormai declinante.

Il Diario, che alla metà del Seicento era stato letto e parzialmente copiato da Filippo Baldinucci in una trascrizione parziale ma attenta e interpretativa, di cui si giovò Giovanni Gaye (1840: 163-69), rimasto fra le carte del pittore alla sua morte, andò in eredità ad Andrea d’Antonio di Bartolomeo, detto il Chiazzella, e successivamente passò nella collezione di Carlo di Tommaso Strozzi (1587-1670). Qui rimase fino al 1786, quando la cospicua raccolta strozziana fu acquisita dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo per pubblica utilità, e suddivisa fra la Biblioteca Medicea Laurenziana, la Biblioteca Magliabechiana, l’Archivio della Segreteria vecchia e quello delle Riformagioni (Fava 1939: 63; Zamponi in Pontormo 1996: 97).

Si può datare alla prima metà del Seicento l’iscrizione iniziale alla c. 63r, «Diario di Jacopo da Pontormo / fatto nel tempo che dipingeva il / Coro di S. Lorenzo». Il che è indizio di sollecitudine per la conservazione e fruizione del testo, che poteva così essere facilmente rintracciato in una raccolta evidentemente ordinata; inoltre – elemento assai importante – attesta che l’assetto attuale del diario, diviso come abbiamo detto in un ternione e in un quinione, risale almeno ai primi decenni del secolo XVII; una organizzazione in due fascicoli, incongruente per la lettura perché alterava la successione naturale delle annotazioni diaristiche, era al contrario assai utile per la conservazione e per una mera finalità pratica e di tutela: infatti il diario inizia e finisce con alcune carte bianche (cc. 63r-65r, 77v-78v), in modo che le carte iniziali e finali assolvevano ed assolvono tuttora alla funzione di fogli di guardia, posti a protezione di un manufatto deperibile. Come infatti si può notare anche dopo il recente restauro, già dal Seicento l’umidità aveva intaccato in parte la sottile carta del codice, e in qualche caso aveva reso difficoltosa la lettura (Zamponi in Pontormo 1996: 113).

La scoperta moderna del codice si deve ad Arduino Colasanti (1902: 35-59), ma la cosa non destò all’epoca il minimo interesse. Solo nel 1916 Frederick Mortimer Clapp diede del testo una trascrizione semidiplomatica (Clapp 1916: 295-318), quasi inintelligibile, e tale da non suscitare nessun intervento posteriore. Circa un ventennio più tardi Emilio Cecchi se ne incuriosì e ne allestì un’edizione: ma il dattiloscritto già pronto e consegnato all’editore si perse nella confusione bellica. Lo stesso Cecchi aveva pubblicato un articolo sull’argomento, con un titolo che a lungo rimase come un sintagma critico acquisito, Il lunatico Pontormo (Cecchi 1943). Nel 1956 il testo venne edito dallo stesso Cecchi con la collaborazione, per la trascrizione, di Mario Rosa (Pontormo 1956): ma la trascrizione interpretativa era sciaguratamente compromessa dal fatto che i curatori non si erano accorti che la fascicolazione era stata alterata nella nuova collocazione magliabechiana del codice. Per questa ragione, i fatti registrati, semigiornalieri, erano disposti in ordine errato, con anche curiosi e semicomici equivoci (un defunto che tornava a cena dall’autore mesi dopo la morte, ad esempio).

Nel 1984-1985 Jean-Claude Lebensztejn (il quale aveva già curato l’ed. Pontormo 1979) approntò una nuova pubblicazione, con carte riprodotte fotograficamente, in cui la successione cronologica veniva ristabilita (Dossier Pontormo 1984: 4-97; Pontormo 1985: 173-268). Il Lebenszstejn dava, comunque, del testo un’interpretazione spesso discutibile e una trascrizione non di rado erronea (vd. Fedi in Pontormo 1996: 11). Sempre nel 1984 Salvatore S. Nigro pubblicava un’edizione commentata del testo, con la giusta successione cronologica e alcune riproduzioni (Pontormo 1984). Al contempo, il manoscritto era oggetto di due studi da parte di Dario Trento (1984 e 1988). Nel 1996, infine, è uscita l’edizione critica, con commentario e facsimile del testo (Pontormo 1996), e con appendice di due saggi relativi alla storia dell’arte (Testaferrata) e ai problemi codicologici del manoscritto (Zamponi).

Di un solo altro scritto del Pontormo si ha notizia, ma non se ne possiede l’autografo: si tratta della risposta dell’artista all’inchiesta del 1547 di Benedetto Varchi sul primato della pittura e della scultura, pubblicata nel 1549 (Varchi 1549: 132-35; Pontormo 1984: 39-43).



Bibliografia
Cecchi 1943 = Emilio C., Il lunatico Pontormo, in «Parallelo», [1], pp. 29-30 (poi in Id., Qualche cosa, Firenze, Sansoni, 1943, pp. 79-85).
Clapp 1916 = Frederick Mortimer C., Jacopo Carrucci da Pontormo. His Life and Works, New Haven-London-Oxford, Yale Univ. Press-Humphrey Milford-Oxford Univ. Press.
Colasanti 1902 = Arduino C., Il Diario di Jacopo Carrucci da Pontormo, in «Bullettino della società filologica romana», ii, pp. 35-59.
Dossier Pontormo 1984 = Dossier Pontormo, a cura di Jean-Claude Lebensztejn, Paris, Macula.
Fava 1939 = Domenico F., La biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e le sue insigni raccolte, Milano, Hoepli.
Fedi 1996 = Roberto F., La cultura del Pontormo, in Pontormo e Rosso. Atti del Convegno di Empoli e Volterra, [22 settembre 1994 e 23-24 settembre 1994], a cura di Roberto P. Ciardi e Antonio Natali, Venezia, Marsilio, pp. 26-46.
Fedi 2011 = Id., Iacopo da Pontormo. ‘Diario’, in L’incipit e la tradizione letteraria italiana. Dal Trecento al tardo Cinquecento, a cura di Pasquale Guaragnella e Stefania De Toma, Lecce, Pensa Multimedia, pp. 291-99.
Gaye 1840 = Giovanni G., Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV, XV, XV, Firenze, G. Molini, to. iii.
Pontormo 1956 = Jacopo da P., Diario, a cura di Emilio Cecchi, con la collaborazione di Mario Rosa, Firenze, Le Monnier.
Pontormo 1979 = Id., Diario, a cura di Jean-Claude Lebensztejn, in «Macula», n. 5-6, pp. 2-111.
Pontormo 1984 = Id., Il libro mio, pres. di Enrico Baj, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Genova, Costa & Nolan.
Pontormo 1985 = Id., Diario, testo e commento a cura di Jean-Claude Lebensztejn, intr. e trad. del commento di Alessandro Parronchi, in «Bullettino storico empolese», xxix, 5-6 pp. 173-268.
Pontormo 1996 = Id., Diario, codice Magliabechiano VIII 1490 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, con facsimile: Commentario al facsimile con ed. critica del testo a cura di Roberto Fedi, con una nota codicologica di Stefano Zamponi, e una nota sui disegni di Elena Testaferrata, Roma, Salerno Editrice, 2 voll.
Trento 1984 = Dario T., Pontormo. Il ‘Diario’ alla prova della filologia, Bologna, L’inchiostroblu (ripresa e trad. di Le ‘Journal’ de Pontormo: une remise à neuf, in «Critique», 404 1981, pp. 13-21).
Trento 1988 = Id., Due edizioni del ‘Diario’ del Pontormo e la pontormomania, in «Ricerche di storia dell’arte», 34, pp. 35-54.
Varchi 1549 = Due lezzioni di m. Benedetto Varchi nella prima delle quali si dichiara un sonetto di m. Michelangelo Buonarroti. Nella seconda si disputa quale sia piú nobile arte la scultura, o la pittura, con una lettera d’esso Michelangelo, e piú altri eccellentiss. pittori, et scultori sopra la quistione predetta, Firenze, Lorenzo Torrentino.

Nota paleografica

Naturalmente italica la scrittura documentata dall’unica prova con certezza autografa di P.: nel complesso ben allineata e ordinata, nonostante la mancanza di linee rettrici (il che la rendeva in potenza libera di vagare nella pagina: di qui una certa propensione delle righe a orientarsi verso l’alto a destra, com’è naturale per un destrorso che orienti liberamente i fogli su cui scrive), di modulo regolare, essa testimonia della capacità dello scrivente nella gestione dello spazio, circostanza che, riferita a un pittore, non può destare sorpresa. In un tessuto nella sostanza allineato agli usi grafici divulgati nel secondo quarto del Cinquecento (forse testimonianza di un apprendimento tardivo?), si rimane colpiti dalla franca e piena adesione al modello, soprattutto quando si ripensi alla vicenda del più anziano Buonarroti e a quel suo drastico rigetto della mercantesca, scrittura appropriata allo statuto di artifex, per il radicale e definitivo passaggio all’italica. Una generazione era stata dunque sufficiente, nella Firenze di inizio secolo, per colmare lo iato tra un’espressione artistica tutta visiva (la pittura) e l’espressione artistica per antonomasia (la scrittura), ormai mista, conseguenza e virtù della “tecnica” calligrafica, di forme e contenuti. Se il rispetto della forma italica è generale, anche nella variabilità (tratto di uscita della a innalzato sul rigo, doppia variante per r, legamento dal basso del digramma ch con il segno abbreviativo, elegante volta dei traversi ascendenti verso destra sporadicamente chiusa a occhiello) non mancano tuttavia forme singolari: fra tutte sorprende l’arcaico disegno a intreccio dell’occhiello inferiore della g, un aspetto che, inopinatamente, rimanda a esperienze grafiche anche toscane di due secoli prima. Che il disegno sia un artificio ricercato e voluto, si ha ampia testimonianza dalla sua variabilità e incostante esecuzione. Tratti ancora personali sono riscontrabili nelle pronunciate volte verso sinistra dei traversi discendenti (così p, q), nella i lunga in finale di parola, nel legamento dal basso tra o (più raramente tra a) e il segno abbreviativo.

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VIII 1490

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda