Ruzante (Angelo Beolco)
Pernumia [Padova]? 1494?–Padova 1542
Presentazione
Né gli scavi di Emilio Lovarini (raccolti in Lovarini 1965), né la serie di edizioni e studi che si sono susseguiti in specie tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso (Ruzante 1967, 1978, 1981; Padoan 1978, Menegazzo 2001, Sambin 2002), né i controlli eseguiti da ultimo per compilare questa scheda hanno portato alla luce nuovi autografi ruzantiani oltre a quello individuato da Giuseppe Campori (1871: 72), che costituisce a tutt’oggi l’unico pezzo noto di mano del Beolco.1 Si tratta di una missiva indirizzata a Ercole II d’Este, la cui completa autografia è dimostrata dall’omogeneità grafica che si osserva tra il testo della lettera e la sottoscrizione, da ritenere certamente di mano del Beolco per ragioni di rispetto nei confronti dell’illustre destinatario. Un’«ombra di dubbio» è stata avanzata in proposito solo da Ludovico Zorzi: «la mano che tracciò questi caratteri potrebbe essere stata quella di uno scrivano, di un colto amico, di un compagno d’arte» (in Ruzante 1967: 1631); tuttavia – proprio per le ragioni appena richiamate – non c’è motivo di dubitare seriamente dell’autografia del pezzo, com’è stato ribadito anche da Tomasin 2000: 455. Nessuna sottoscrizione autografa si trova nei documenti notarili d’interesse ruzantiano individuati e trascritti in Piovan 1998, Menegazzo 2001 e Sambin 2002; autografa dovette essere certamente la supplica con la quale Ruzante chiese nel 1533 il privilegio di stampa per due commedie (Piovana e Vaccaria), ma di essa resta soltanto una copia (Venezia, ASVe, Senato Terra, Registro 27, c. 182r; vd. su questo la nota di Zorzi in Ruzante 1967: 1514-15).
Ormai chiuso è invece il dibattito sulla presunta autografia di alcune porzioni del codice Marciano It. XI 66 (6730), latore di parecchie opere ruzantiane: a proporre che potesse essere stato il Beolco stesso a stendere e ritoccare il testo della Betìa lì trasmesso furono Giorgio Padoan e Adriana Zampieri (Padoan-Zampieri 1979), ma le obiezioni mosse a questa ipotesi da Marisa Milani (1988) sono senz’altro da accogliere e non consentono di riconoscere nel Marciano la mano del Beolco (non foss’altro che per l’assoluta diversità rispetto alla mano che scrive la lettera a Ercole II, diversità confermata da Tomasin 2000: 455 con l’avallo di Armando Petrucci). Proposte analoghe non sono mai state avanzate – e con piena ragione – per nessun altro dei manoscritti contenenti scritti ruzantiani (un aggiornato regesto della tradizione manoscritta si trova presso Lippi 2000).
Val la pena di riferire qui, infine, che il madrigale di Ruzante registrato dal catalogo in linea della Biblioteca Ambrosiana a c. 33r del ms. A 16 inf. nulla c’entra con il Beolco: l’esame diretto del pezzo rivela infatti trattarsi della prova di tale Angelo Ceolo detto Ruzante – un poeta che aveva assunto probabilmente per ammirazione la lomenagia del maestro – il quale interviene con il madrigale Chi vuol vêre a que muo’ a un’iniziativa encomiastica del 1571.
Bibliografia
Campori 1871 = Giuseppe C., Notizie per la vita di Lodovico Ariosto tratte da documenti inediti, Modena, Vincenzi.
Lippi 2000 = Emilio L., Per Ruzante: la tradizione manoscritta, in Catalogo ruzzantiano, a cura di Ivano Paccagnella, Padova, Esedra, pp. 69-81, poi in Id., Contributi di filologia veneta, Treviso, Antilia, 2003, pp. 217-30.
Lovarini 1965 = Emilio L., Studi sul Ruzzante e la letteratura pavana, a cura di Gianfranco Folena, Padova, Antenore.
Menegazzo 2001 = Emilio M., Colonna, Folengo, Ruzante e Cornaro. Ricerche, testi e documenti, a cura di Andrea Canova, Roma-Padova, Antenore.
Milani 1988 = Marisa M., Rileggendo Ruzzante. Note, ipotesi e provocazioni, in Ruzzante, Padova, Editoriale Programma, pp. 15-58, poi in Ead., El pí bel favelare del mondo. Saggi ruzzantiani, a cura di Ivano Paccagnella, Padova, Esedra, 2000, pp. 131-69.
Padoan 1978 = Giorgio P., Momenti del Rinascimento veneto, Padova, Antenore.
Padoan-Zampieri 1979 = Id.-Adriana Z., Radiografia di un “corpus” ruzantesco, in «Lettere italiane», xxxi, pp. 473-501 (Id., i. Primi appunti sulla genesi della silloge ruzantesca del Marc. It. XI 66, pp. 473-82; Ead., ii. Varianti e correzioni nella redazione marciana della ‘Betía’: un autografo del Ruzante?, pp. 483-501).
Piovan 1998 = Francesco P., Tre schede ruzantiane, in Atti del Convegno internazionale di studi per il 5° centenario della nascita di Angelo Beolco il Ruzante, a cura di Piermario Vescovo num. mon. di «Quaderni veneti», 27-28, pp. 93-105.
Ruzante 1967 = Angelo Beolco il R., Teatro, a cura di Ludovico Zorzi, Torino, Einaudi.
Ruzante 1978 = Id., La Pastoral. La Prima Oratione · Una lettera giocosa, a cura di Giorgio Padoan, Padova, Antenore.
Ruzante 1981 = Id., I dialoghi. La Seconda Oratione · I prologhi alla ‘Moschetta’, a cura di Giorgio Padoan, Padova, Antenore.
Sambin 2002 = Paolo S., Per le biografie di Angelo Beolco, il Ruzante, e di Alvise Cornaro. Restauri d’archivio, rivisti e aggiornati da Francesco Piovan, Padova, Esedra.
Tomasin 2000 = Lorenzo T., Appunti sul testo della ‘Betía’, in «Nuova rivista di letteratura italiana», iii, pp. 451-60.
1. Campori aveva tuttavia individuato il pezzo almeno cinque anni prima della sua pubblicazione; sul verso della lettera si legge infatti, scritta sul lato lungo, la seguente annotazione: «23 Aprile 1866 | Copiata dal Sig. M(arche)se G. Campori».
Nota paleografica
Di modulo medio, regolare, ben allineata e giustificata, spaziosa e convenientemente inclinata, semplice nel compimento e dal tratteggio uniforme, l’italica scritta da R. appare destituita di aspetti del tutto personali se non, forse, per l’uso costante di una e in forma di epsilon per l’espressione della minuscola e non, com’era usuale al tempo, con funzione di maiuscola, per la quale aveva invece destinato una forma tondeggiante in due tratti e due tempi (la si vede impiegata nell’abbreviazione V. E.) e per la presenza di un tratto di stacco prolungato e tendenzialmente orizzontale per la a quando la lettera è in posizione libera. Interessante anche il tracciato disarticolato della parte superiore della s nella sua variante lunga (alla quale è associata la variante corta sul rigo), spesso staccato dal corpo della lettera, mentre, com’era ancora frequente, non si osserva destinazione d’uso specializzata tra u e v. Costantemente eseguite le volte nei tratti discendenti al di sotto del rigo di f, p, s. Sempre con asta inclinata la d e di esecuzione semplificata la r. Rilevante, per la coincidenza specifica che si riscontra con la sottoscrizione, è la z di r. 16 (innanzi): simile alla cifra 3, ma elevata sul rigo. Piuttosto contenuto l’apparato paragrafemico: virgola per la pausa breve (ma con una frequenza persino ridondante), due punti per quella media. Un tratto prolungato di penna, infine, copre un cospicuo spazio separativo presente alla r. 16: non trovandosi sul luogo traccia di rasura, si dovrà interpretare l’espediente come l’indicatore di una cesura forte, del resto riscontrabile anche dal dettato della lettera. Modalità esecutive, usi grafici e abbreviativi, impaginazione: tutto lascia intravedere l’attività di uno scrivente abile e avvezzo al mezzo comunicativo, ben inserito nel clima grafico della prima metà del XVI secolo.
Censimento
- Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie, Comici, Ruzante (cassaforte)
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 11 gennaio 2026 | Cita questa scheda