Sansovino, Francesco
Roma 1521–Venezia 1583
Presentazione
Per quanto si dicesse « nato per scrivere » (e affettasse poi « per male scrivere »; così nella lettera autografa a Marco Mantova del marzo 1566: → 12), Francesco Sansovino dovette risolvere del tutto quelle sue frenesie nell’attivismo editoriale. Della sua vasta produzione di autore e di curatore rimangono infatti sporadiche testimonianze manoscritte e pochissime autografe. Per questo aspetto si trovò a condividere in pieno un destino – quello dei “poligrafi” –, che voleva le opere di quegli autori pressoché tutte comprese nel giro breve che andava dallo scriptorium alla tipografia. A conferma del fatto che anche per lui quella tipografica era una tribuna d’elezione diventata presto esclusiva. Si trattava di un destino noto, che lasciava sopravvivere soprattutto le carte della corrispondenza, per statuto svincolate dal controllo diretto dell’autore e dunque escluse da quel circuito. Solo in quel caso infatti la pagina a stampa non avrebbe fagocitato quella manoscritta; questo è quanto risulta dalla proporzione tra le sole sette lettere che lo stesso Sansovino nel 1580 destinò al VII libro del suo Secretario (Venezia, Eredi di Vincenzo Valgrisi) e le sedici autografe superstiti a oggi note (e qui censite), più tre di cui si è persa traccia nel corso dell’ultimo secolo.
Direttamente connesse all’attività editoriale sono invece le fedi di stampa, le brevi dichiarazioni richieste a personalità di riconosciuta autorevolezza per verificare la correttezza politica e morale delle opere di cui si proponeva la pubblicazione. A tali testimonianze si può guardare come alla riprova del fatto che nella Venezia di metà Cinquecento il figlio dell’artista toscano godeva della fiducia piena oltre che degli autori e degli editori anche delle autorità cittadine, sempre interessate alla materia e notoriamente vigili. Il tutto a conferma ulteriore della sua funzione di mediatore tra le varie figure professionali e imprenditoriali che in laguna gravitavano intorno al libro.
La documentazione superstite consente inoltre di dar conto della competenza giuridica di Sansovino, un tratto che distingue nettamente la sua dalle figure degli altri poligrafi. Per quanto inizialmente subita e poi mal tollerata – almeno fino al 1553, quando la abbandonò del tutto per darsi esclusivamente alle lettere –, quella formazione lo portò non solo a intrattenere rapporti col mondo degli avvocati e dei notai, ma anche a farsi carico delle problematiche della disciplina. A quelle materie è connesso infatti l’autografo del Dialogo della pratica della ragione (→ 13), in un primo tempo destinato alla stampa (parrebbe nel 1542) e poi rimasto inedito; ma sarà stato anche in forza di quelle specifiche competenze che poco prima di morire poté condurre in porto felicemente, e in prima persona, una vertenza con i procuratori di San Marco promossa allo scopo di vedersi riconosciuti i diritti sui crediti vantati dal padre Iacopo nei confronti di quei committenti (→ 11).
Nella scheda dedicata a Sansovino da Emmanuele Antonio Cicogna e destinata alle Inscrizioni veneziane si ha notizia di tre lettere autografe di collocazione attualmente ignota. Una, già di proprietà di Apostolo Zeno, era indirizzata a Vincenzo Giusti (Cicogna 1834: 67a, 85a). Altre due erano dirette a Alvise Michiel, allora podestà di Treviso: la prima, del 2 aprile 1573, era tratta dall’originale compreso nella collezione di autografi di Carlo Isidoro de Roner Ehrenwerth (ivi, pp. 85-86, con trascrizione a p. 91); la seconda, del 6 maggio 1583, era pubblicata secondo l’autografo all’epoca a Oderzo, nella raccolta messa insieme da Giulio Bernardino Tomitano e custodita dal figlio Clementino ma poi dispersa dagli eredi (ivi, p. 84 e trascrizione a p. 90). Sempre da Cicogna, questa volta sulla base di una delle “correzioni e giunte” alle sue Inscrizioni, si ha notizia di un postillato, anch’esso attualmente irreperibile, consistente in una nota con cui l’autore integrò una sua operetta a stampa del 1570, la Lettera o vero discorso […] sopra le predittioni fatte in diuersi tempi da diuerse persone illustri le quali pronosticano la nostra futura felicità, per la guerra del turco con la serenissima republica di Venetia l’anno 1570. Con un pienissimo albero della casa Othomana, tratto dalle autentiche scritture greche & turchesche […]. Di nuouo ristampata, ampliata in piu luoghi, & corretta (s.n.t.; vd. Cicogna 1834: 644a).
Non risulta autografa la scritta (« Fran.o Sansouino ») apposta sul risguardo posteriore dell’esemplare della Vita di Maria aretiniana (Venezia, Marcolini, 1539) della Biblioteca Nazionale di Firenze (Rinasc. A 187; sul quale vd. Marini in Aretino 2012: 615).
Nessuna notizia riguarda la sorte delle carte e dei libri, e dato che nel testamento (→ 7) non si fa cenno alla materia, non è difficile ipotizzare un destino analogo a quello preconizzato da Sebastiano Erizzo per la libreria di Ruscelli: « sopravenendo […] la morte […], questi libri si dilegueranno talmente, che […] non se ne potrà haver più novella alcuna » (lettera a Pier Antonio Tollentini del 9 maggio 1566, in Tomasi 2012: 601). Che era esito in qualche modo naturale tanto per Sansovino e Ruscelli quanto per le altre figure associate al “mestiere del libro”, tutte risolte come erano nel “fare i libri” senza riservare particolare attenzione al loro accumulo o alla loro trasmissione o destinazione. È evidente che per questi letterati senso e finalità primari delle carte, proprie e altrui, andavano cercati nella possibilità o meno di una loro traduzione a stampa e finivano per risolversi del tutto nella concretezza del lavoro editoriale.
Bibliografia
Aretino 2012 = Pietro A., Opere religiose, to. ii. Vita di Maria Vergine. Vita di santa Caterina. Vita di San Tommaso, a cura di Paolo Marini, Roma, Salerno Editrice.
Cicogna 1834 = Emmanuele Antonio C., Delle inscrizioni veneziane, Venezia, Presso Giuseppe Picotti editore l’Autore, vol. iv.
Tomasi 2012 = Franco T., Distinguere i « dotti da gl’indotti »: Ruscelli e le antologie di rime, in Girolamo Ruscelli. Dall’accademia alla corte alla tipografia: itinerari e scenari per un letterato del Cinquecento. Atti del Convegno internazionale di Viterbo, 6-8 ottobre 2011, a cura di Paolo Marini e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, pp. 571-60.
Nota paleografica
La scrittura di F. S. è testimoniata, come spesso accade per quest’epoca, solo per un’età abbastanza avanzata (si va dal 1555 al 1582), lasciando del tutto scoperta l’epoca della prima istruzione e poi della formazione professionale. Per S., nato romano e presto trasferitosi a Venezia, la lacuna pesa particolarmente, vista la professione del padre Iacopo e visti anche gli studi notarili compiuti tra Bologna e Padova. L’arco di tempo coperto dalle testimonianze superstiti (non abbondanti quanto si potrebbe pensare vista l’occupazione editoriale, ma, come scrive Paolo Procaccioli, l’attività grafica della maggior parte dei poligrafi sembra risolversi e svanire nel breve tragitto dalla scrivania al torchio) è tuttavia da queste abbracciato in modo uniforme. Ne viene l’immagine omogenea di una scrittura costante nel tempo e, in linea di massima, indifferente ai diversi contesti della comunicazione cui è destinata: non si colgono, detto in altri termini, sostanziali differenze tra le carte private (come per es. il testamento olografo) e le missive dirette a personaggi potenti (come il duca d’Urbino, tavv. 2 e 3) e se qualche deviazione si volesse segnalare, allora si potrebbe solo notare un leggero ingrandimento nel modulo di scrittura, di solito piuttosto minuto, a mano a mano che S. si avvicina al termine della propria vita. L’italica utilizzata dal S., anzi la «lettera alla Romana» se ben capisco una definizione che egli stesso dà della scrittura del suo tempo quando destituita di preziosismi calligrafici,1 è una scrittura velocissima il cui aspetto saliente è precisamente costituito dalla tendenza, abbastanza in linea con i tempi, certo congrua con le abilità di un “grande scrivente” quale egli doveva pure essere, al legamento continuo. L’assenza di rotondità, l’accentuata inclinazione a destra, il modulo piccolo associato a una temperatura della penna sempre piuttosto marcata, le conferiscono un aspetto angoloso. La necessità di legare, spinta al parossismo di intere parole o gruppi di lettere (sei o anche sette e più) vergate senza mai sollevare la penna, impone di stravolgere, in più circostanze, il tratteggio dei caratteri con il conseguente slittamento del piano di lettura dalla certezza della “leggibilità” alla possibilità dell’ “intuizione”, quando non alla vera e propria decifrazione. Ne vengono soluzioni originali come, per es., il legamento tra la testa della t e la o (cfr. tav. 1 r. 9: principato e tav. 4a r. 7: tutto), nessi di lettera come quello tra p e r (cfr. tav. 1 r. 7: propria) che conferiscono alla mano di S. una cadenza specifica. Tra le esecuzioni personali spicca la b che, quando in legamento anteriore, sempre eseguito dal basso, presenta un occhiello molto stretto che rende la lettera del tutto simile all’h e l’abbreviazione de in cui il segno abbreviativo altro non è che la prosecuzione in alto dell’asta della lettera (tav. 2 rr. 1: del e 2: della). Tradizionale il repertorio delle abbreviazioni (che eseguito con legamento dal basso della c e segno abbreviativo spesso concluso a circolo); il segno abbreviativo sempre funzionale al legamento con la lettera che segue, ecc. Di un certo rilievo la riflessione teorica del S. intorno all’ortografia: il segretario «sia diligente nell’ortografia […] è brutta cosa ch’una bella scrittura si macchi con così notabile errore», e per la punteggiatura: «la puntatura nello scrivere, è di non minor giovamento, che si sia l’Ortografia, cioè il correttamente scrivere, percioche con la puntatura si distinguono i sensi, et i concetti, l’un dall’altro».2 L’esemplificazione che segue, che contempla la virgola (coma et mezo punto), il punto e virgola (coma doppia), i due punti, il punto fermo, il punto interrogativo e le parentesi, indica una distinzione forte nel solo punto, che appare comunque poco presente nelle pagine scritte di propria mano dal S.
1. « Nel carattere della scrittura […] sopra tutto [il secretario] habbia bellissima mano nella cancelleresca, la quale è cosí detta, perché s’usa, e si conviene a Cancellieri, cioè Secretarii, come quella, ch’è loro propria, et la quale ogni alterata alquanto si chiama lettera alla Romana » (Del secretario di m. Francesco Sansovino, libri vii, in Venetia, appresso Bartolomeo Carampello, 1596, c. 6r).
2. Ivi, p. 9v.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 6412
- Firenze, Archivio di Stato, Ducato di Urbino, I Div. G 218
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 350, Sansovino Francesco
- Montpellier, Bibliothèque de la Faculté de Médecine, H 272
- New York, Pierpont Morgan Library, MA 1346 243-244
- Roma, Biblioteca Nazionale Centrale «Vittorio Emanuele II», Autografi, A 118 24
- Venezia, Archivio di Stato, Correr 1349 (olim 1492, olim Biblioteca Soranzo 917)
- Venezia, Archivio di Stato, Notarile, Testamenti 194 num. 456 (notaio Marc’Antonio Cavanis)
- Venezia, Archivio di Stato, Procuratori di San Marco, Procuratori « de supra », Chiesa, Atti, 77, proc. 181
- Venezia, Archivio di Stato, Riformatori allo Studio di Padova 284, Fedi di stampa
- Venezia, Archivio di Stato, Scuola grande di S. Maria della Misericordia o della Valverde, Atti, b. 167
- Venezia, Archivio di Stato, Senato, Deliberazioni, Terra
- Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, It. II 32 (4865)
- Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XIV 243 (4070), int. III 5
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Han. Autographen 40/40-1
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda