Tebaldeo, Antonio
Ferrara 1463–Roma 1537
Presentazione
Le carte autografe di Antonio Tebaldeo testimoniano di un’attività poetica che va dalla fine degli anni Settanta del Quattrocento (1477) agli anni Trenta del Cinquecento. Quasi tutti gli autografi pervenutici – salvo alcuni componimenti inviati ad amici e signori, talvolta inseriti in carte di corrispondenza – si presentano sotto forma di quadernetti destinati a copie di lavoro, in cui il poeta vergava i testi in corso di elaborazione, che poi riportava in esemplari di bella copia. Nonostante l’ampiezza del materiale che ammonta ad oltre 1500 componimenti, presenti talvolta in varie redazioni successive, non compare, se non nel codice Vat. Lat. 3389 (→ 2) ed in una ampia sezione del codice estense It. 838 (→ 22), sui quali torneremo, alcuna traccia di elaborazione di un vero e proprio canzoniere. Possiamo tutt’al più rilevare la presenza di alcune corone di componimenti legati da una tematica comune, come un epicedio in morte di una damigella d’onore, gli otto testi dedicati allo scultore Tommaso Malvico o la ventina di rime sulla monacazione di una fanciulla. Un riordinamento dei componimenti anteriori al 1498 è testimoniato dall’edizione delle Opere di quell’anno – pubblicata dal cugino presso il Rococciola di Modena, forse a insaputa dell’autore –, ma il manoscritto su cui venne esemplata non ci è pervenuto. Si può ipotizzare che la maggior parte delle carte rimasero sempre in mano del poeta, sebbene la biblioteca dell’autore venisse dispersa e in gran parte distrutta durante il sacco di Roma, la città in cui si era trasferito nel 1513 e in cui visse fino alla morte: una perdita che ci ha privato della testimonianza di opere da lui postillate e con incidenze probabilmente non indifferenti sul resto del patrimonio manoscritto.
Dopo la morte le carte furono in gran parte raccolte da parenti, amici e discepoli, e in particolare dall’umanista Angelo Colocci, il quale negli anni 1539-1540 fece radunare le carte tebaldeane «sparse in mille cartucce» e copiare i carmi latini per sottometterli al giudizio e alla revisione del Bembo, in vista di una stampa che però non venne mai realizzata. Il canzoniere latino di un centinaio di carte dedicato al poeta Timoteo Bendedei passò nel secondo Cinquecento dal Colocci all’umanista e collezionista Fulvio Orsini, il quale lo donò con una parte cospicua delle stampe e dei codici alla Biblioteca Vaticana nel 1600 (→ 2). Altri quattro codici costituiti da materiali autografi, provenienti da fonti diverse e rilegati in data relativamente tarda, sono conservati all’Ariostea di Ferrara (→ 3-4) e all’Estense di Modena (→ 22 e 24). Non si può escludere che varie carte contenenti rime in volgare provengano da quelle raccolte a Roma dopo la morte del poeta, e che il Bembo inviò al cugino del nostro, Jacopo, curatore della stampa del 1498. Per le due biblioteche il criterio di ripartizione dei componimenti in due codici diversi è stato quello della lingua: il codice I 378 dell’Ariostea e il cod. It. 838 dell’Estense comprendono rime in volgare; il cod. I 395 dell’Ariostea e il cod. Lat. 681 dell’Estense contengono per lo più carmi latini. I due codici estensi vennero allestiti da Ludovico Antonio Muratori nel 1700 con materiale vario e disomogeneo tratto dal Fondo Tebaldeo dell’Archivio Segreto Ducale di Modena. Con carte appartenute al poeta, ma solo parzialmente autografe, derivate dallo stesso fondo, il Muratori allestì nello stesso anno 1700 un terzo codice estense: l’It. 832 (→ 21). Da carte uscite dall’uno o l’altro fondo sopra citato e acquistate da collezionisti dell’Ottocento provengono i fascicoli di rime autografe conservati nell’Archivio Borromeo (→ 6), nell’Autografoteca Campori (→ 20) e nell’Autografoteca Cittadella (oggi Ariostea, 2807: → 3). Una disamina di una delle due copie dei carmi latini dei codici Vat. Lat. 3389 ed Estense Lat. 681 (→ 24), recante oggi la segnatura Vat. Lat. 2835, mette in evidenza la presenza di un altro codice o raccolta di autografi non pervenutaci. Andrà notata inoltre l’assenza quasi assoluta di documentazione poetica per gli anni posteriori al sacco di Roma, pur caratterizzata, a detta dei contemporanei, da una intensa attività creativa.
Questa ampia documentazione manoscritta permette di studiare nelle sue principali caratteristiche l’usus corrigendi dell’autore: da correzioni minime, puntuali e pressoché immediate dovute a esigenze metriche e sviste di senso o di sintassi, alla rielaborazione di intere quartine o terzine che portano a una vera e propria modifica della struttura compositiva. Dallo studio di questi interventi, che si estendono per più di un quarantennio, possiamo seguire l’evoluzione della poetica dell’autore da una concezione cortigiana settentrionale quattrocentesca a quella della corte pontificia già aperta alla lirica classica del Cinquecento. Questa tendenza ad un maggior rispetto delle norme e alla ricerca di un tono aulico si manifesta con interventi correttori sia di natura concettuale sia di tipo retorico-linguistico. È un labor limae con il quale il Tebaldeo tende a cancellare l’immagine di provincialismo linguistico e di cultura superficiale che la sua poesia degli anni Ottanta-Novanta poteva dare e a ricercare una maggiore gravitas ed una più raffinata elocutio.
Nota paleografica
Fra le carte conservate nei faldoni autografi, si alternano pagine in bella copia, caratterizzate da un ductus calligrafico – talvolta appartenenti a lettere inviate ad amici, altri poeti o signori – a fascicoli con componimenti vergati in una frettolosa e corsiva redazione, «punteggiata molto spesso dai segni di una puntigliosa rilettura, da correzioni, rasure, frutto di continui ripensamenti, che talor s’infittiscono fino a costituire un’intricata ragnatela di cui a mala pena a volte si distingue la trama, anche per il sovrapporsi di interventi che risalgono a momenti diversi (e in qualche caso cronologicamente ben distanziati) della lunga vicenda biografica dell’autore» (Marchand in Tebaldeo 1989: 145). Tuttavia, la scrittura, relativamente minuta e compatta tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta (tav. 1), tende ad aprirsi notevolmente (tavv. 3, 4 e 5) a partire dal primo decennio del Cinquecento: le lettere sono più grosse, la loro forma è più aperta, i tituli più lunghi, più alti epiù svolazzanti. Fanno eccezione gli interventi correttori interlineari o a margine in cui le lettere, più sconnesse, più spigolose, più disarmoniche e più eterogenee, tendono a schiacciarsi nell’esiguo spazio rimanente (tav. 4, in calce). Più composte appaiono invece le strofe interamente riscritte a piè di pagina o sulla carta seguente (tav. 3). Ma, di solito, il tormentoso arrovellarsi formale e talvolta concettuale dei primi decenni del Cinquecento che si assiepa nei margini delle carte, trova una corrispondenza nel ductus meno armonioso di quegli anni.
I tratti costanti della mano del T. sono riscontrabili in quella tendenza a prolungare verso l’alto sia i tituli (tav. 2 r. 1: Dña; Recomãdo), sia, ancora più nettamente e costantemente, la parte finale della e (tav. 2 r. 2: parme), l’ampia pancia quasi ovale della g minuscola (tav. 2 r. 1: singularissima; tav. 5 v. 4: gran, tav. 1 v. 1: surgi, tav. 5 v. 5: largo), la separazione della c dalla h in che (nella sua forma sciolta: vd. tav. 2 r. 3, tav. 1 v. 4), la et tironiana – sebbene meno differenziabile da quella che compare in altre scritture coeve – costituita da una sorta di E maiuscola, legata ad una x molto aperta verso l’alto e il basso (tav. 2 r. 1, tav. 5 v. 5) e la prima gamba brevissima della h, che si ferma nella parte superiore del rigo, mentre la seconda è molto più lunga e ritorta indietro, come una lunga virgola (tav. 1 r. 1: ho, tav. 6 v. 5: ho; fanno eccezione i quaderni di bella copia, come in tav. 4 v. 7: hormai). Sul piano dell’evoluzione delle legature e delle singole lettere, il nesso st si presenta in modo più angoloso con il passare degli anni, e l’asticella della t tende a non essere più collegata al resto della legatura (tav. 2 r. 1: visto), bensì tracciata posteriormente dopo uno stacco della penna dalla carta (tav. 6 v. 8: questo), con una fase intermedia – forse dovuta anche all’urgenza della fase correttoria – in cui l’asticella viene addirittura omessa (tav. 5 v. 1, la variante a piè di p.: contrastar). Un’altra caratteristica in progressivo mutamento è il tratto orizzontale o appena ondulato legato alla parte superiore della p minuscola (tav. 2 r. 2: parme), che si riduce negli anni seguenti (tav. 1 col. b v. 2: poi), per scomparire del tutto (tav. 6 v. 4: pena). Sulla scrittura del T. nel codice di carmi latini Vat. Lat. 3389, si veda anche Cannata Salamone 1993: 49-50.
Bibliografia
Cannata Salamone 1993 = Nadia C.S., Per l’edizione del Tebaldeo latino. Il progetto Colocci-Bembo, in «Studi e problemi di critica testuale», xlvii, pp. 49-76.
Tebaldeo 1989 = Antonio T., Rime, intr. a cura di Tania Basile e Jean-Jacques Marchand, Ferrara-Modena, Ist. di Studi Rinascimentali-Panini, vol. i.
Censimento
- Bergamo, Biblioteca Civica «Angelo Mai», 65 R 7 bis
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3389 (olim M L 61)
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, 2807 (olim Autografoteca Cittadella 2815, 47)
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I 378 (olim P 2 7),
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I 395
- Isola Bella, Archivio Borromeo, T-U, fasc. 3,
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1143
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1232
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1233
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1234
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1236
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1237
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1290
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1440
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1599
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1890
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 2449
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 2453
- Mantova, Archivio di Stato, Autografi, 9
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Tebaldeo Antonio
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 832 (alfa G 4 5, olim X* 30)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 838 (alfa T 9 19, olim I* 19)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Lat. 680 (? T 9 17, olim I* 19)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Lat. 681 (? T 9 18, olim I* 20)
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda