Atanagi, Dionigi
Cagli 1504–Venezia 1568
Presentazione
Tra i piú vivaci protagonisti dell’editoria italiana del Cinquecento, Dionigi Atanagi ha lasciato ben poche testimonianze manoscritte della sua attività pubblica e privata svolta in qualità di segretario di Giovanni Guidiccioni; discretamente ampia ed eterogenea è invece la produzione letteraria – sia in prosa sia in versi (l’elenco è fornito da De Santi in Atanagi 1979: 151-52); davvero di momento, infine – e ben documentato – il frutto del lavoro come revisore di testi per antologie poetiche ed epistolari, al quale si affiancò l’impegno editoriale per l’allestimento di raccolte di poeti coevi: fu appunto Atanagi il curatore di alcune delle piú fortunate sillogi miscellanee del XVI secolo, come le Rime di diversi in morte della Signora Irene di Spilimbergo (Venezia, Guerra, 1561), De le rime di diversi nobili poeti toscani (Venezia, Avanzo, 1565), Lettere familiari di xiii uomini illustri (Roma, Dorico, 1554), Delle lettere facete e piacevoli. Libro primo (Venezia, Zaltieri, 1561), e di alcune importanti raccolte d’autore, come le Rime di M. Bernardo Cappello (Venezia, Guerra, 1560), le Rime di M. Jacopo Zane (ivi, id., 1562), i Sonetti, et canzoni del sig. Berardino Rota e i Berardini Rotae Poemata (Venezia, Giolito, 1567).
L’ufficio segretariale, svolto prima presso il vescovo di Fossombrone e poi alle dipendenze di prelati e signori urbinati (quali il vescovo Felice Tiranni e il duca Guidobaldo II della Rovere), impegnò quotidianamente Atanagi. Il lavoro di ragguaglio produsse una considerevole documentazione, di cui oggi sopravvivono oltre un centinaio di lettere contenenti per lo piú resoconti di fatti storici e politici accaduti alla corte pontificia negli anni 1553-1558 (Paschini 1957: 288-90; Aubert 1986: 273; Guarna 2015; cfr. → 2). Nessuna testimonianza manoscritta rimane, invece, della corrispondenza privata: le poche informazioni sui rapporti culturali e sociali che ebbe il letterato non si apprendono che da un gruppo di lettere edite da raccolte coeve (per la descrizione del corpus epistolare a stampa vd. De Santi in Atanagi 1979: 151-52; Guarna 2015). L’edizione della corrispondenza inedita, tratta dagli autografi della Biblioteca Ambrosiana, è stata approntata in epoca moderna da Antonio Ceruti senza tuttavia tener conto né della tipologia di quei documenti né delle loro finalità (Ceruti 1867: 55-74). Si tratta, invero, di materiale di lavoro, per i due volumi delle Lettere facete, nei quali compaiono anche missive di Atanagi.
Per l’occasione il letterato aveva provveduto a copiare – dopo un lavoro di correzione e di censura – le epistole selezionate per la raccolta, delle quali a oggi si conserva un’esigua parte in due manoscritti ambrosiani (→ 7 e 8). I documenti superstiti non sono che lacerti di corposi volumi, sopravvissuti all’utilizzo che ne fecero i tipografi; il passaggio sotto i torchi ha lasciato sulle carte tracce ancora ben visibili (ditate di inchiostro tipografico e indicazioni per la messa in stampa). La numerazione, anch’essa autografa, presente sulle carte, indica che i fogli, ora contenuti nei due codici, facevano parte originariamente della stessa unità. Questi materiali consentono di fare luce anche su altre vicende. Il ms. S 108 sup. (→ 8) raccoglie lettere di Francesco Berni e di Giovanni Francesco Bini copiate da Atanagi, alcune di queste confluite nel primo volume delle Lettere facete; l’altro ms. H 175 inf. (→ 7) comprende anche testi epistolari stampati solo nel secondo libro, comunemente assegnato alle cure editoriali di Francesco Turchi (Venezia, Manuzio, 1575). L’individuazione dei manoscritti ambrosiani e il riconoscimento dell’autografia si deve a Guido Ferrero, il quale ne ha dato conto nell’Introduzione all’edizione delle Lettere di Paolo Giovio, conservate parzialmente in questi due codici (Ferrero in Giovio 1956: 36-38; piú puntuali le informazioni in Ferrero 1939: 245-47). Per il ms. H 175 inf. si precisa che le copie delle lettere realizzate da Atanagi erano servite « per allestire la sua edizione delle Lettere facete, 1561 » (Ferrero in Giovio 1956: 37; notizia ripresa e confermata da Meyrat 1978: 453). In realtà le carte dimostrano altro, ovvero che il lavoro del letterato di Cagli non si concluse con l’edizione del 1561: egli progettò l’intera antologia, suddivisa in due parti, impegnandosi in prima persona sia a recuperare e a selezionare i testi, sia a rivederli. Si tratta dunque di un’operazione complessa, che avrebbe richiesto piú del tempo concessogli dai concomitanti incarichi editoriali e da una salute malferma: fu il Turchi a portare a termine l’impresa sette anni dopo la scomparsa del suo ideatore.
Un’altra tessera importante per ricostruire l’attività editoriale del letterato si deve a Gino Belloni, il quale piú di vent’anni fa ha rinvenuto una nuova lettera autografa di Atanagi diretta a Tommaso Giunti (→ 3). Il documento riguarda la riflessione nata intorno alla pratica di editare testi antichi e si inserisce in uno scambio epistolare piú ampio che vede coinvolti Vincenzio Borghini, Filippo Giunti e Benedetto Varchi. Dionigi prende parte alla discussione riguardante l’edizione della Nuova cronica di Matteo Villani, stampata nel 1562 prima presso i Guerra di Venezia e poi presso i Giunti di Firenze. In questa corrispondenza a piú voci Atanagi interviene su questioni ecdotiche e filologiche, lezioni dubbie, incertezze linguistiche (Belloni in Borghini 1995: xxxvi-xl).
Meno documentata è invece l’attività prettamente letteraria che, sebbene abbia sempre lasciato la critica piuttosto fredda, rimane un aspetto importante della vita del cagliese, almeno per il valore che lui stesso gli attribuisce, come emerge in talune lettere. Nulla ci giunge manoscritto né delle prove liriche, alle quali si dedicò sin dalla giovinezza, né degli scritti in prosa. La Vita della signora Irene di Spilimbergo, edita per la prima volta nel 1561 in apertura della silloge poetica in morte della fanciulla scomparsa prematuramente, ha suscitato in anni recenti l’interesse di diversi studiosi, animando un dibattito intorno alla paternità dello scritto che la tradizione ottocentesca ascriveva in modo inerte ad Atanagi (Croce 1943 e, ancora oggi, Sturba 2002). Altri invece ridimensionano il suo ruolo a quello di mero esecutore di un’operazione editoriale che fa capo al patrizio veneziano Giorgio Gradenigo, al quale dovrebbe essere ricondotta anche la Vita (Favretti 1981: 547-48; Corsaro 1998: 46-47). I repertori (De Ricci-Wilson 1961: 2117; Faye-Bond 1962: 453; Kristeller: v 366) informano della presenza del manoscritto autografo dell’operetta presso la Free Library of Philadelphia (Pennsylvania) nella collezione Joseph Widener, segnato con il numero 10. Ad oggi però il documento è disperso. In un primo momento la Widener Collection era stata ceduta alla Rosenbach Company, fatta eccezione per nove manoscritti, tutti di età medievale, affidati alla Free Library. Nel 1953 la Rosenbach Company cessò l’attività vendendo a privati la propria raccolta. Il reperimento del manoscritto, molto probabilmente ancora oggi in mano a collezionisti americani, potrebbe gettare nuova luce sulla questione della paternità della Vita.
Dell’attività poetica rimane una piccola traccia su un esemplare dell’antologia allestita da Claudio Tolomei, Versi et regole de la nuova poesia toscana (→ P 1). Nei margini della sezione che ospita le prime prove poetiche di Atanagi si conservano alcune correzioni che l’autore apporta ai propri componimenti e l’aggiunta di una strofa in terza posizione all’ode saffica Nella visitatione del Salvatore, et della Madonna.
I codici folignate (→ 4) e napoletano (→ 9) dovrebbero contenere rime di mano del cagliese sulla base delle informazioni fornite da Kristeller (risp. v 629 e i 397, ii 547); tuttavia le condizioni dei luoghi di conservazione non hanno consentito l’esame autoptico dei documenti.
Al già esiguo numero dei documenti autografi vanno sottratte alcune voci talvolta attribuite dalla critica ad A. Sono infatti da escludere dal regesto: il Ragguaglio del conclave per la creazione di Marcello II nel 1555 diretto a Mons. Tiranni, conservato nell’attuale BAV, Capponi 29, cc. 336v-337v, in quanto copia tarda (Tarducci 1904: 121); la lettera al vescovo di Urbino Felice Tiranni (Firenze, ASFi, Carte Cervini, 51, cc. 71r-72v), nella quale viene riferito il medesimo conclave (Kristeller: ii 504 e v 550; Meyrat 1978: 451); le rime di A. presenti nei codici BAV, Barb. Lat. 2020, c. 43r (Kristeller: ii 449); BNCF, Palatino 239, c. 12v (Bigi 1989: 241; Corsaro 1998: 57); Todi, Biblioteca Comunale, 238, c. 25v (Kristeller: ii 223); Paris, BnF, Nouvelles Acquisitions Latines, Lat. 11349, c. 1 (Kristeller: iii 249). Del deperditus della Free Library of Philadelphia s’è già detto.
Bibliografia
Atanagi 1979 = Dionigi A., Rime d’encomio e morte, a cura di Gualtiero De Santi, Ancona, Astrogallo.
Aubert 1986 = Alberto A., La politica annonaria di Roma durante il pontificato di Paolo IV (1555-1559), in «Archivio storico italiano», cxliv, pp. 261-88.
Bigi 1989 = Silvia B., Le ‘Rime di diversi’ a cura di Dionigi Atanagi, in Il libro di poesia dal copista al tipografo. Atti del Convegno di Ferrara, 29-31 maggio 1987, a cura di Marco Santagata e Amedeo Quondam, Modena, Panini, pp. 239-43.
Borghini 1995 = Vincenzio B., Lettera intorno a’ manoscritti antichi, a cura di Gino Belloni, Roma, Salerno Editrice.
Ceruti 1867 = Antonio C., Lettere inedite di dotti italiani del sec. XVI tratte dagli autografi della Biblioteca Ambrosiana, Milano, Tip. e Libreria Arcivescovile.
Corsaro 1998 = Antonio C., Dionigi Atanagi e la silloge per Irene di Spilimbergo. (Intorno alla formazione del giovane Tasso), in «Italica», lxxv, 1 pp. 41-61.
Croce 1943 = Benedetto C., Irene di Spilimbergo, in «La Critica», xli, pp. 123-31.
Favretti 1981 = Elvira F., Una raccolta di rime del Cinquecento, in «Giornale storico della letteratura italiana», clviii, pp. 543-72.
Ferrero 1939 = Giuseppe Guido F., Per una nuova edizione delle lettere di Paolo Giovio, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxiii, pp. 225-55.
Giovio 1956 = Paolo G., Lettere, vol. i. 1514-1544, ed. critica a cura di Giuseppe Guido Ferrero, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato.
Guarna 2015 = Valeria G., Nuove acquisizioni su Dionigi Atanagi, in «Filologia e Critica», xl, pp. 47-74.
Meyrat 1978 = Giuliamaria M., Dionigi Atanagi e un esempio di petrarchismo nel Cinquecento, in «Aevum», lii, 3 pp. 450-58.
Paschini 1957 = Pio P., Episodi dell’inquisizione a Roma nei suoi primi decenni, in «Studi romani», v, pp. 285-301.
Sturba 2002 = Giancarlo S., Dionigi Atanagi redattore della ‘Vita di Irene da Spilimbergo’, in I Della Rovere nell’Italia delle corti, vol. iii. Cultura e letteratura, a cura di Bonita Cleri, Sabine Eiche, John E. Law, Feliciano Paoli, Urbino, Quattroventi, pp. 37-50.
Tarducci 1904 = Antonio T., L’Atanagi da Cagli, Cagli, Stab. Tip. Balloni.
Nota paleografica
La scrittura di A. è un’educata e progredita italica, frutto di studio e attenta imitazione, come manifestano le graziose tagliature al termine delle aste discendenti, ma ovviamente non volto a interessi calligrafici. Tuttavia, se si scorre la corrispondenza, ci si avvede con facilità dell’ottimo controllo del campo grafico, ottenuto con allineamenti regolari, giustificazioni rispettate, impaginazioni coerenti. La perfezionata tecnica di collegare le lettere per lasciata di penna (cioè con taglietto corto in uscita sulla linea di scrittura), la facilità dei legamenti destrogiri dal basso (soprattutto evidenti quelli di g con l, ma anche s nella variante corta con t), la varietà e libertà negli esiti combinatori di connessione realizzati all’altezza dell’occhio medio dei caratteri, rivelano in A. un rapporto confidenziale con l’azione dello scrivere, che si traduce in esiti di franca modernità (cfr., per es., i legamenti di o con ricciolo superiore → 2, cfr. tav. 1 rr. 2: buona, 6 pochi), come accade per ogni grande scrivente il cui apprendistato grafico si è svolto a partire dal secondo decennio del XVI secolo. Il tutto si traduce nella ricchezza di varianti: le due e, una delle quali, quella con occhiello aperto e taglio moderatamente prolungato nell’interlinea, specializzata (ma non in modo esclusivo) per la sillaba libera; le due d: alla versione, se cosí si può dire, dritta (ma con traverso fortemente arcuato), si affianca quella con traverso inclinato che raddoppia nelle esecuzioni piú rapide, formando un occhiello; alla r tradizionale si associa quella dal disegno moderno, senza che se ne possa trarre una regola di alternanza (ivi, r. 1: per servare); la p talvolta è risolta con un sol colpo di penna con sinuoso collegamento tra tagliatura e occhiello (ivi, r. 19: pregando); alla frequente, sinuosa e veloce z alta si abbina quella in tre tratti bassa. Tale mutevolezza si manifesta anche a livello di legature usuali e dunque al già accennato legamento st con s corta dal basso (→ 10, c. 1r r. 3: strana), fa riscontro quello piú convenzionale con s sia lunga, sia corta (→ 2, cfr. tav. 1 r. 15: questo, r. 17: vestito) in realtà un falso legamento, in quanto v’è separazione tra i costituenti, il che contribuisce a definire il grado anche di conformismo di questa scrittura); la doppia s può essere corta (ivi, r. 5: essene), o con la prima lettera lunga (con falso legamento, ivi, r. 10: rassegna), o, ancora, con originale soluzione dal basso (ivi, 9: possono). Tra le minute e la scrittura epistolare a buono, a volte con risultati di ricercata accuratezza (come in → 10), non emergono divergenze di particolare rilievo; per questa ragione è necessario separare, da quella produzione, le annotazioni vergate in margine al postillato della Biblioteca Alessandrina di Roma segnalate a Carducci da Ugo Gnoli (→ P 1), nelle quali la scrittura, forse condizionata dalla sede libraria, si configura, nella produzione di A., come un unicum per eleganza e calligrafica sobrietà. Fornisce dettagliato riscontro, infine, dell’attenzione posta dall’autore agli aspetti ortografici la lunga lettera a Tommaso Giunti relativa alle scorrettezze dell’ed. Torrentino dei primi quattro libri della Cronica di Matteo Villani (Edit16 CNCE 34613): « Dico adunque primieramente, che lo scrittore del detto testo tra per la ignorantia di que tempi, et molto piu per la sua particolare, oltre al non aver posto alcuna distintione di punti, né apostrofi, né accenti, né alcun’altra parte di buona ortografia, onde nasce in gran parte la chiarezza de le scritture, ha infiniti luoghi guasto e stroppiato questo gentile historico ». È un manifesto di intenzioni che si traduce, nelle pagine scritte da A. di proprio pugno, in un uso appropriato dei vari segni (con qualche incertezza nell’accentuazione) e nell’abitudine a far seguire al punto fermo un ampio spazio bianco prima di cominciare il nuovo periodo.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3435, c. 4r
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 6327
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Filze Rinuccini 21 11, cc. 2v-5r
- Foligno, Biblioteca del Seminario Vescovile «L. Jacobilli», B V 8
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 31 inf., cc. 42r-58v
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 36 inf., c. 72r
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, H 175 inf., cc. 3r-44v
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, S 108 sup., cc. 5r-12v
- Napoli, Biblioteca Oratoriana dei Girolamini, M C F 1-12 (olim 188 X XI)
- Pesaro, Biblioteca Oliveriana, 663, 4 cc. n.n.
- Udine, Biblioteca Arcivescovile e Bartoliniana, 151 (Raccolta di Lettere Mss. Originali di Uomini Celeberrimi del Secolo XVI), cc. 17r-18r
- Roma, Biblioteca Universitaria Alessandrina, M g 67 f2
Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)
Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda