Bandello, Matteo

Castelnuovo Scrivia 1484–Bazens 1561

Presentazione

La dispersione dei manoscritti e dei libri di Matteo Bandello è da addebitare principalmente a due ragioni: innanzi tutto, un’esistenza segnata da numerose e spossanti trasferte (Milano, Genova, Roma, Napoli, Cosenza, Mantova, Verona, Castelgoffredo, Venezia), fino al definitivo ritiro a Bazens (Francia sud-occidentale) nell’autunno del 1542, al seguito di Costanza Rangone, vedova di Cesare Fregoso, assassinato il 2 luglio 1541 dai sicari di Carlo V. Non minor peso va dato alla razzia che, di quel materiale, viene effettuata da milizie spagnole (non è ben certo se l’episodio sia successivo alla battaglia della Bicocca del 27 aprile 1522, o alla successiva battaglia di Pavia del 2 febbraio 1525; in entrambi i casi l’esito, sfavorevole alle truppe di Francesco I, è una svolta drammatica per il filofrancese Bandello). La vicenda, in una testimonianza di cui non pare lecito dubitare, è cosí descritta dallo stesso autore nella epistola dedicatoria di Novelle, ii 11: «Tornato poi che fui a Milano, trovai […] che dai soldati spagnuoli alcuni miei coffani erano stati sconficcati, pensando forse trovarvi dentro un gran tesoro; ma veggendo che altro non c’era che libri, ne portarono via una gran parte e lasciarono i forzieri aperti, di maniera che, oltra i libri stampati, mi furono rubati molti scritti di mia mano, cosí mie composizioni come di molti belli ingegni de l’età nostra […]. E tra l’altre cose mi rubarono la maggior parte de le mie rime e alcune novelle […]. Ora avendo io recuperati alcuni fragmenti cosí de le mie rime come de le novelle, mi son messo a trascriver esse novelle […]» (Bandello 1992-1996: ii 96).

La vaghezza degli appigli cronologici desumibili dalle novelle non consente deduzioni salde; ma quanto detto nel passo citato, e nella novella che segue la dedicatoria, fa pensare a parole che, scritte appunto dopo una delle due infauste vicende ricordate, devono essere anteriori alla dedica delle Rime a Margherita di Francia, figlia di Francesco I e di Claudia, datata al 2 maggio 1544; il codice autografo (→ 7) pervenne alla Biblioteca di Casa Savoia in seguito al matrimonio della dedicataria con Emanuele Filiberto, per trovare sistemazione alla Biblioteca Nazionale di Torino, e venne semidistrutto dall’incendio che colpí tale istituzione nel gennaio 1904 (Danzi in Bandello 1989: 319-20). Nella dedica a Margherita infatti Bandello ritorna su quel traumatico episodio: «E accioché la canzone [inaugurale della raccolta, e indirizzata alla stessa dedicataria] non venisse sola, esso signor Paolo Batista [Fregoso] mi astrinse ad aggiungerle qualche mia Rima, di quelle che dalla diruba degli Spagnuoli mi sono restate» (Bandello 1989: 3-4).

Quanto alle Novelle, delle 214 che costituiscono la raccolta, solo di due si conosce l’autografo: quello della ii 37 (→ 8), che attesta una prima redazione del racconto, certamente posteriore al 9 gennaio 1545, data in cui il dedicatario Georges d’Armagnac viene nominato da Paolo III cardinale del titolo dei santi Giovanni e Paolo, cosí come recita l’intestazione dell’epistola (la dignità cardinalizia è conferita il 19 dicembre dell’anno precedente). È stato affermato che si tratti dello stesso esemplare di dedica (cfr. Godi 1984; Bragantini 2005; Bragantini 2014: 55-62). Tuttavia, accurate indagini di Ciaralli hanno rilevato che, rispetto ad altri manoscritti autografi, o idiografi con correzioni e interventi d’autore, questo codice, per la sua forma non sorvegliata (con incertezze nell’allineamento dei righi, ineguale gestione dell’interlinea, ecc.) deve considerarsi un esemplare di dono piuttosto che un codice di dedica, vista l’assenza nel manufatto di un completo controllo formale. Recentemente è stato individuato l’autografo (→ 9) di un altro racconto (ii 27) che pare testimoniare, anch’esso, una prima redazione del testo, e che permette in alcuni luoghi, dove possa escludersi la presenza di varianti redazionali, di sanare sicuri errori della princeps (Bandello 2013); anche in questo caso, ci si troverebbe di fronte allo stesso esemplare di dedica (ma non si è potuta effettuare la necessaria verifica). L’autografia non appare di immediata evidenza, se ci si deve basare esclusivamente sulla riproduzione di una parte dell’epistola dedicatoria (cfr. Bandello 2013: 42 n.n.), per il formato ridotto e a bassa definizione del verso di una carta e del recto di un’altra, anche perché l’inchiostro del recto è spesso difficilmente leggibile per la sovrapposizione di quello del verso. Tuttavia, grazie alla cortesia del possessore del manoscritto, che ha permesso di controllare altre carte, si può confermare che la scrittura del manufatto, già nella riproduzione citata senz’altro risultante assai vicina a quella di Bandello, è integralmente autografa.

Significativo che nel primo caso di testimonianza autografa della circolazione delle novelle (ii 37) l’epistola dedicatoria sia preceduta da un titolo («Historia di Odoardo re d’Inghilterra di questo nome terzo, e di Aelips sua innamorata, e poi moglie»), anch’esso autografo, che rimanda esplicitamente alla tradizione della “spicciolata”. Parzialmente affine il secondo caso (ii 27). In entrambi i frangenti, il titolo precedente la dedicatoria scompare nella princeps delle prime tre parti delle novelle (1554). Le notizie sulla formazione della raccolta, per le ragioni illustrate scarse o nulle, non consentono di formulare ipotesi dotate di qualche solidità: la cancellazione di quella soglia (quando poi essa sia stata presente anche negli altri casi) potrebbe essere scelta risalente all’autore, una volta decisa la pubblicazione delle prime tre parti; ma potrebbe anche doversi attribuire, piú che allo stampatore (ciò che pare poco probabile), a persona di fiducia dell’autore (da oltre un decennio in Francia), da quest’ultimo incaricata di sorvegliare sull’uniformità finale della compagine narrativa. Dovesse questa essere la spiegazione piú verosimile, la corresponsabilità di Bandello nella soppressione dei titoli precedenti la dedicatoria verrebbe comunque confermata.

Abbastanza rivelatore della situazione dispersiva sopra descritta è che molti degli autografi di Bandello pervenutici siano esemplari di dedica. Tale è anche la versione dell’Ecuba, dedicata a Margherita di Navarra, sorella di Francesco I, datata al 20 luglio 1539 (→ 1): in realtà idiografo con alcuni interventi autografi e qualche correzione d’altra mano (ma forse effettuata sotto la supervisione dell’autore), realizzata nel margine o su rasura della scrittura inferiore. Quanto detto si spiega con un doppio ordine di motivi: da una parte la dedica a personaggi illustri ha favorito la conservazione di quei manoscritti; dall’altra, un’attività, sia per le rime che per le novelle, protratta nel tempo e attuata spesso in luoghi differenti, non ha permesso, nella stragrande maggioranza dei casi, la salvaguardia di stadî intermedî. La raccolta narrativa, che rifugge dal classico sistema di incorniciamento, garante di glutine testuale, e si affida invece al vincolo regolarmente biunivoco tra dedica epistolare e racconto, al modo delle “spicciolate” quattrocentesche (cosí da confermare il ritratto di un autore culturalmente retroflesso), è presumibilmente all’origine della estrema rarefazione delle testimonianze autografe delle Novelle. Ma la situazione non è molto diversa per le Rime, giacché si può contare, oltre che sul lacerto dell’autografo torinese non completamente devastato dall’incendio, solo su un numero esiguo di testimonianze (→ 2, 3, 6).

Gli esemplari di dedica di Bandello che ci sono pervenuti, ristretti, tranne un caso isolato, nello spazio breve di poco meno di un quindicennio, perciò senza significative tracce di evoluzione, risultano generalmente contraddistinti da una buona cura, senza peraltro rivelarsi come esemplari di lusso. Si tratta di testi ben confezionati, ma spogli di qualsivoglia decorazione o ornamentazione destinata a impreziosire il manufatto (tale è anche, se si prescinde dalla preziosa rilegatura, il caso di Novelle, ii 27; cfr. Tura in Bandello 2013: 7-8).

In assenza di un censimento sistematico delle lettere di Bandello, che potrebbe essere attuato solo con estese indagini d’archivio, ci si deve accontentare, per le lettere autografe, delle poche segnalazioni e pubblicazioni sparse, dovute alle ricerche di diversi studiosi. Si aggiunga che una lettera autografa (Genova, Archivio di Stato, Archivio segreto, Processi politici, 2964; Lettera a Gian Galeazzo Fregoso, 26 settembre 1554), sicuramente in loco ancora almeno a metà Novecento (cfr. Oreste 1955; Godi in Bandello 1983: 29 e n. 71), non risulta presente in seguito a verifica effettuata nel febbraio 2017. Le lettere attualmente note non figurano a stampa in alcuna delle moltissime raccolte epistolari edite nel Cinquecento (tra queste vanno incluse anche la dedica allo Scaligero del sonetto in morte di Fracastoro e le già citate dediche alla figlia e alla sorella di Francesco I, documenti, questi due ultimi, che però – secondo Antonio Ciaralli – non sarebbero autografi). Va tuttavia specificato che le epistole premesse alle novelle, benché da queste non separabili, costituiscono di per sé stesse un corpus imponente (e infatti, anche se la disarticolazione della coppia epistola-novella recide indebitamente il flusso orale tra le due componenti, l’operazione è stata effettuata; cfr. da ultimo Bandello 1994). Presumibilmente sarà stata proprio quell’inseparabilità (che pressoché sistematicamente stinge il segmento finale dell’epistola sull’iniziale della novella, cosí da non favorire la percezione separata delle componenti), unita all’estrema varietà della materia, ad aver causato l’assenza di Bandello dalle compagini epistolari cinquecentesche, per lo piú caratterizzate da tipologie o tematiche organiche.

Non si ha notizia certa di postillati autografi di Bandello a testi altrui, mentre si sono conservati alcuni esemplari di dedica di opere a stampa dello stesso autore (→ P 2), cosí come altre stampe bandelliane recanti correzioni o aggiunte autografe, a margine o direttamente a testo, in vista di una possibile (ma non verificatasi) successiva edizione (→ P 1). Autografe sono anche correzioni ad alcune rime presenti in una miscellanea di lirica cinquecentesca (→ 2).



Bibliografia
Bandello 1983 = Matthaei Bandelli, Opera latina inedita vel rara, edidit Carlo Godi, Padova, Antenore.
Bandello 1989 = Matteo B., Rime, ed. e commenti a cura di Massimo Danzi, Modena, Panini.
Bandello 1992-1996 = Id., La prima [-quarta] parte de le novelle, a cura di Delmo Maestri, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 4 voll.
Bandello 1994 = Id., Lettere dedicatorie, a cura di Salvatore S. Nigro, Palermo, Sellerio, 2 voll.
Bandello 2013 = Id., Aleran et Adélasie, éd. et traduction de la nouvelle 2, 27 d’àpres un manuscrit autographe inconnu, par Adolfo Tura, Genève, Droz.
Bragantini 2005 = Renzo B., Per il testo di una novella di Bandello (con restauri a un’altra), in Studi sul Rinascimento italiano-Italian Renaissance Studies. In memoria di G. Aquilecchia, a cura di Angelo Romano e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, pp. 227-62, con 2 tavv. f.t.
Bragantini 2014 = Id., Il governo del comico. Nuovi studî sulla narrativa italiana dal Tre al Cinquecento, Manziana, Vecchiarelli.
Godi 1984 = Carlo G., Per il testo delle ‘Novelle’ di M. Bandello. La 2, 37 (96). i. Il ms. autografo di Tolosa, in «Aevum», lviii, pp. 499-515.
Oreste 1955 = Giuseppe O., Una lettera di M. Bandello, in «Convivium», n.s., xxiii, 3 pp. 323-25.

Nota paleografica

Tratto peculiare e distintivo dell’italica di buona fattura scritta da B. è la lettera e vergata con un sol tempo: partendo dall’occhiello, realizzato con moto destrogiro, la penna ridiscende verso destra con un tratto inclinato destinato a comporne il corpo. Spesso la velocità dell’esecuzione implica la mancata chiusura dell’occhiello, rendendo cosí palese il tratteggio. È un procedimento opposto a quello convenzionale, che prevede dapprima la messa in opera dell’arco di circonferenza costitutivo del corpo e quindi, a chiusura, dell’occhiello (spesso in due tempi e in due tratti con il secondo, com’è frequente e caratteristico dell’italica, prolungato in uscita verso l’alto). L’originale soluzione si rinviene già nelle piú antiche attestazioni autografe (si veda la lettera a Isabella d’Este del 4 aprile 1519, dove alla r. 1 è di lampante chiarezza nel primo et, e la sincrona lettera a Federico Gonzaga → 4) e si rivela lineamento durevole e pervasivo: lo si colga, nella sua perfetta esemplarità, alla r. 2 della lettera allo Scaligero datata 22 novembre 1553 (→ 3), ultima attestazione nota dell’autografia di B. Proprio quest’ultima è anche rivelatrice del profilo di novità che, agli occhi attenti di un contemporaneo, quel tratteggio veicolava. Il foglio rimase per qualche tempo sullo scrittoio dell’erudito italo-francese, il quale ne approfittò per stendervi alcune prove di penna (anche in alfabeto greco) e un conto (sul recto della prima carta), nonché, nel verso della seconda e in senso opposto alla soprascritta ivi presente, una prima stesura autografa del sonetto Se quanta il ciel immenso e la natura (Crespo 1972). Al di sopra della poesia e all’altezza della soprascritta, lo Scaligero, evidentemente colpito dal carattere singolare di quel simbolo alfabetico, ha provato a ripeterne il disegno. La bandelliana e non è tuttavia il solo elemento costante nella grafia del letterato. Appartengono infatti al registro proprio di questa scrittura alcuni altri macrofenomeni come, per es., s lunga e f il cui primo membro, identico in entrambe, è corto e fermato, appena sotto la linea di scrittura, da un piede, mentre si distende, nell’interlinea superiore, il pronunciato (e rettificato) secondo tratto; una sgraziata s corta, variante contestuale dell’altra piú frequente nei primi tempi e via via rarefattasi, in due tratti malamente fra loro collegati; e, infine, la netta preferenza per collegamenti eseguiti all’altezza dell’occhio superiore delle lettere. Quest’ultimo fenomeno, che si verifica nella successione tra lettera con uscita verso destra (f, r, t), o con levata di penna (i, l, m, n, r moderna) e lettera con attacco alla medesima altezza (c, e, f, m, n, o, r, s), risulta evidente in particolari situazioni (→ 7 rr. 2: sasso, e 6: boschi). Come quest’ultimo esempio dimostra, la tendenza è cosí strutturata in B. da estendersi anche a lettere che per natura non contemplano il necessario connettore (b, h, p), promuovendo a legamento un tratto integrativo, traduzione sulla carta del movimento altrimenti sottointeso della mano. Altri aspetti da valutare nell’autografia di B. sono la z – normalmente di modulo ingrandito, a transizione geometrica nella parte superiore e arrotondata nella parte inferiore, sovente poggiata sulla linea di scrittura – che, quando raddoppiata, conserva la prima preponderante sulla seconda. Forma rara è il legamento et, sia in ampersand (→ 3 e 5), sia nella variante colta con e a mo’ di eta (per es. → 6): un grafema forse avvertito come proprio della comunicazione epistolare (è assente in → 7 e in 8 ove, significativamente si ha per la copula sempre é), alla quale appartiene anche un caratteristico segno di accompagnamento della sottoscrizione (una parentesi?) accompagnata dall’abbreviazione etc. con et espresso, circostanza unica, per mezzo della nota tironiana (→ 4 e 6). Un discorso a parte merita l’elegante sistema delle maiuscole destinato come scrittura d’apparato e caratterizzato dall’uso di una capitale di modello epigrafico ricca di empattements e studiata nei rapporti tra singoli componenti. In essa colpiscono la L con la base che in lunghezza si equivale o è maggiore all’asta verticale; la E con il tratto superiore discendente verso il basso; la B con occhiello inferiore sgraziato e talvolta aperto. Tale alfabeto, differente in molte sue componenti da quello delle maiuscole impiegate nel testo (in questo rilevante la Q con occhiello piccolo e alto e cauda assai sviluppata), è oggetto di una cura speciale, estesa all’impaginazione delle parti notabiliores (incipit, explicit, ecc.) per le quali è adibito, come mostrano le ripassature e i ritocchi volti a conferire piena compostezza ai segni alfabetici. Del resto che B. fosse personaggio attento agli aspetti paratestuali delle proprie opere, manifestando con ciò un personale e suggestivo rapporto autoriale con esse, è rivelato anche dall’accurata preparazione dei volumi (presenza di frontespizi, metodica introduzione delle numerazioni a registro per i fascicoli e dei richiami spintasi fino all’inserimento del registro in calce al manoscritto di Tolosa → 8): tutti attributi, questi, espressione di una spiccata confidenza con la coeva produzione a stampa. La punteggiatura (e l’ortografia), come già documentato da Crespo (1972), «si presenta accurata e in sé coerente» (Badini Confalonieri 1984: 337), tanto da costituire, insieme alla scrittura, un attendibile indice di autorialità.



Bibliografia
Badini Confalonieri 1984 = Luca B.C., Le ‘Rime’ di Bandello: un ritrovamento e qualche proposta, in «Italia medioevale e umanistica», xxvii, pp. 331-48 (ora in Id., Il cammino di madonna Oretta. Studi di letteratura italiana dal Due al Novecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004, pp. 73-87).
Crespo 1972 = Roberto C., Il Bandello e lo Scaligero «In obitum Fracastorii», in «Lettere italiane», xxiv, pp. 341-46.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Reg. Lat. 1395
  2. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5172
  3. Leiden, Bibliotheek Der Rijksuniversiteit, B P G 44
  4. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E XLIX 3, 1645, cc. 452 e 454
  5. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E XLIX 3, 1646, cc. 306r e 307v
  6. Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Bandello Matteo
  7. Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria, N VII 71 (olim K I 33)
  8. Toulouse, Bibliothèque Municipale-Bibliothèque d’Étude et du Patrimoine, 837 (olim II 70; olim 3041)
  9. [---], [Istituto non presente], Collezione privata
  1. Milano, Biblioteca Ambrosiana, S N U VIII 28
  2. Paris, Bibliothèque nationale de France, Rés. Y d 652

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda