Calmeta (Vincenzo Colli)

Chio 1460?–Roma 1508

Presentazione

Della cospicua produzione letteraria di Vincenzo Colli, detto Calmeta, rimangono poche tracce manoscritte e nessuna autografa. La sola raccolta nota dei suoi scritti in prosa non ne conserva nessuno di sua mano e non offre indicazioni utili al reperimento dei testi originali: allestito probabilmente a Roma, il codice 11864 della Biblioteca del Real Seminario de San Carlos di Zaragoza è «un florilegio della sua opera critica e storica» copiato «da una mano italiana della fine del ’500» (come si ricava dall’esame di Cecil Grayson, autore della piú ampia ricognizione sul letterato di Chio; cfr. Grayson in Calmeta 1959: xiiii-xiv).1 L’assenza di minute o copie d’autore caratterizza anche il versante lirico della produzione di Calmeta, le cui rime sono tramandate da un buon numero di manoscritti ed edizioni a stampa ma da nessun autografo (il punto sulla tradizione in Ageno 1961: 302-12, e Mazzella 1981: 15-61; per i Triumphi, composti per la morte di Beatrice d’Este, vd. Guberti in Calmeta 2004: xivi-ix; per il compendio in terza rima dell’Ars amatoria di Ovidio cfr. Grayson in Calmeta 1959: 95-117, e Largaiolli 2010). Può darsi che la difficoltà di rintracciare i materiali della sua pressoché ininterrotta attività letteraria dipenda in parte dalla sua condizione di intellettuale itinerante, costantemente al servizio delle maggiori corti del suo tempo (la biografia piú dettagliata di Calmeta è ancora quella messa a punto da Grayson in Calmeta 1959: xiii-xxx; ma vd. anche Pieri 1982).

I pochi autografi in nostro possesso documentano un passaggio nodale della carriera cortigiana del letterato: si tratta di otto epistole comprese tra il 1498 e il 1502 (→ 1-4), relative al periodo appena successivo alla morte di Beatrice d’Este, al servizio della quale Calmeta fu almeno dal 1494, in qualità di segretario di corte. Le destinatarie piú illustri degli originali conservati sono senz’altro Caterina Sforza (le due lettere a lei indirizzate a distanza di pochi giorni, il 29 e il 31 ottobre 1499, testimoniano il coinvolgimento attivo di Calmeta nell’azione di contrasto all’impresa di Luigi XII in Romagna: → 1), e Isabella d’Este (alla quale Calmeta scrive a stretto giro quattro volte tra l’ottobre e il dicembre 1502, sempre col fine di perorare la causa di «mossen Corbean», capitano del duca Valentino, mandato a Mantova per negoziare il matrimonio tra Luisa Borgia e Federico Gonzaga: → 3). Per il loro interesse documentario, molte di queste epistole erano note e a stampa già nell’Ottocento, parzialmente riprodotte tra le fonti per la ricostruzione dell’ambiente delle corti di Mantova e Urbino (vd. Luzio-Renier 1893) e di Forlí (vd. Pasolini 1893). A quelle edite Cecil Grayson ne aggiunse due (→ 1-2) pubblicando verso la fine degli anni Cinquanta l’intero epistolario (Calmeta 1959: 81-91).

Controlli eseguiti sui fondi d’archivio e sui cataloghi di manoscritti non hanno finora consentito di individuare altri scritti di mano di Calmeta oltre a quelli già conosciuti. Alla difficoltà di reperire gli autografi si accompagna quella di rintracciare notizie delle opere ancora note soltanto per via indiretta (sono una decina: un elenco completo è offerto da Grayson in Calmeta 1959: xxxiv-xiii). Talvolta a conservarne traccia sono proprio gli autografi, e a farne menzione è Calmeta stesso: vengono ad esempio dalla sua penna le uniche notizie attorno alla composizione di un oggi perduto commento alla «suttilissima e profunda canzone del Petrarca Mai non vo’ piú cantar como io solea» dedicato alla «Marchesana de Mantua» (alla quale viene promesso in una lettera datata 28 ottobre 1502 e conservata nell’Archivio Gonzaga, dove si trovano tutti gli originali superstiti della corrispondenza di Calmeta con Isabella d’Este: → 3).

Allo stato attuale delle ricerche non è stato identificato nessun postillato riconducibile a Calmeta. I manoscritti e i libri appartenuti alla sua biblioteca – se conservati – sono ancora materiale sommerso. Di tanto in tanto, qualche indizio in merito può affiorare dagli scritti del letterato, e in particolare da quelli legati alla sua attività critica, che non di rado aveva per bersaglio autori a lui contemporanei: come Calmeta stesso dichiara in una delle prose conservate in copia nel codice di Zaragoza, il severo giudizio sulla poesia di Antonio Tebaldeo – composto tra l’agosto e il settembre 1499 in una villa poco fuori Milano, «mentre il prudentissimo duca Lodovico Sforza nelle cose belliche si preparava per munire e difender lo stato suo dal gallico furore» – è stato concepito utilizzando un’edizione delle «opere del Tebaldeo […] nuovamente stampate», e cioè con molta probabilità un esemplare della ristampa della princeps modenese del 1498 uscita a Milano per i tipi di Ulrich Scinzenzeler il 4 giugno 1499 (ISTC n. it00362000; vd. anche Tebaldeo 1989: 91; il testo della prosa in Calmeta 1959: 1519, entrambe le cit. a p. 15). Dell’edizione milanese, l’unica censita a essere cronologicamente compatibile con i termini fissati dalla prosa, sono noti dieci esemplari (sei in Italia, tre in Europa, uno negli USA), nessuno dei quali reca postille o annotazioni riconducibili al Calmeta.2



Bibliografia
Ageno 1961 = Franca A., Alcuni componimenti del Calmeta e un codice cinquecentesco poco noto, in «Lettere italiane», xiii, pp. 286-315.
Bianchi 1996 = Maria Grazia B., Lodovico Castelvetro e Vincenzo Calmeta, in «Italia medioevale e umanistica», xxxIx, pp. 265-300.
Calmeta 1959 = Vincenzo C., Prose e lettere inedite (con due appendici di altri inediti), a cura di Cecil Crayson, Bologna, Commissione per i testi di lingua.
Calmeta 2004 = Id., Triumphi, ed., commento e analisi linguistica a cura di Rossella Guberti, Bologna, Commissione per i testi di lingua.
Drusi 1995 = Riccardo D., La lingua «cortigiana romana». Note su un aspetto della questione cinquecentesca della lingua, Venezia, Il Cardo.
Frasso 1991 = Giuseppe F., Per Lodovico Castelvetro, in «Aevum», lxv, pp. 453-78.
Giovanardi 1998 = Claudio G., La teoria cortigiana e il dibattito linguistico nel primo Cinquecento, Roma, Bulzoni.
Largaiolli 2010 = Matteo L., Addendum calmetiano: un testimone ritrovato del ‘Breve Compendio sopra Ovidio De Arte Amandi’ (Wrocław, Biblioteka Uniwersitecka, VIII 2 Membr.). Con un’edizione dei versi recuperati, in «Filologia italiana», vii, pp. 57- 80.
Luzio-Renier 1893 = Alessandro L.-Rodolfo R., Mantova e Urbino. Isabella d’Este ed Elisabetta Gonzaga nelle relazioni famigliari e vicende politiche, Torino-Roma, L. Roux e C.
Mazzella 1981 = Letizia M., Per un’edizione delle rime di V. Calmeta, Lecce, Adriatica.
Mengaldo 1960 = Pier Vincenzo M., Appunti su Vincenzo Calmeta e la teoria cortegiana, in «La rassegna della letteratura italiana», lxiv, pp. 446-69.
Motolese 2006 = Matteo M., Le carte di Lodovico Castelvetro, in «L’Ellisse», I, pp. 161-91.
Motolese 2009 = Id., Lodovico Castelvetro, in ALI, III, to. I pp. 121-34.
Pasolini 1893 = Pier Desiderio P., Caterina Sforza, Roma, Loescher, vol. I.
Pieri 1982 = Marzio P., Colli, Vincenzo, detto il Calmeta, in DBI, vol. xxvii, pp. 49-52.
Rajna 1901 = Pio R., La lingua cortigiana, in Miscellanea linguistica in onore di Graziadio Ascoli, Torino, Loescher, pp. 295-314.
Tebaldeo 1989 = Antonio T., Rime, ed. critica a cura di Tania Basile e Jean-Jacques Marchand, Modena, Panini, vol. I.

1. L’anonimo compilatore non dà conto dello stato delle fonti da cui trae le prose critiche raccolte nel codice in attestazione unica: questi estratti sono stati a lungo ritenuti l’unica traccia dei perduti nove libri Della volgar poesia ai quali Calmeta avrebbe affidato la sua proposta linguistica nota col nome di Teoria della lingua cortigiana (cfr. Grayson in Calmeta 1959: xlv-xlvii); la scoperta di un compendio di mano di Castelvetro ha gettato una nuova luce sulla questione e problematizzato il resoconto che del perduto trattato calmetiano offre Bembo nelle Prose per bocca del fratello Carlo (sulla teoria linguistica vd. almeno Rajna 1901, Mengaldo 1960, Drusi 1995 e Giovanardi 1998; per le testimonianze castelvetrine Bianchi 1996, Frasso 1991, Motolese 2006 e 2009).
2. Dei dieci incunaboli censiti dall’ISTC (ultimo aggiornamento al 13 luglio 2016) non ho potuto consultare quello conservato alla Biblioteca Oratoriana dei Girolamini (il cui patrimonio a tutt’oggi è ancora in gran parte sotto sequestro giudiziario).

Nota paleografica

La povertà del lascito autografo di C., conchiuso in un arco cronologico esiguo (tra il 1498 e il 1502) e, per maggiore disdetta, tipologicamente circoscritto alla sola manifestazione epistolare, non consente una stratigrafia utile a individuare eventuali processi evolutivi e stati della scrittura. Quest’ultima ci appare, cosí, nell’epoca della piena maturità del letterato (presto troncata dalla morte) e al sommo di una operosità svoltasi in alcune delle principali corti del tempo (Roma, Milano, quella del Valentino), al contatto con illustri personaggi della cultura coeva, nello svolgimento – certo – di funzioni burocratiche e di segreteria, ma animatore attento del dibattito letterario e quindi poeta egli stesso. Con ciò si intende sottolineare che è preclusa, al momento, anche la possibilità di sapere se, per una produzione di tipo letterario (nel frastagliato e non obbligato processo che va dalla prima stesura personale alla “copia di dedica”), C. abbia potuto adottare tipologie grafiche diverse dalla veloce corsiva umanistica che coerentemente mostra nella corrispondenza privata (anche quando questa è svolta nell’ambito di precisi incarichi funzionariali), o se invece, come espressamente dichiara in un’occasione (nella medesima lettera a Isabella d’Este sopra menzionata: → 3), non fosse sua abitudine far trascrivere i componimenti letterarî «in bona forma», com’era prassi del tempo. Fermandoci al noto, e cioè alla comunicazione epistolare, connotata da un procedimento di autografia totale, si deve osservare il tratto sottile e uniforme del segno che, congiunto alla spiccata inclinazione a destra della scrittura e al frequente ricorso a legamenti anche multipli di lettere, rende piena giustizia alla definizione di corsiva che si è inteso attribuirle. L’esito non mostra risvolti di particolare raffinatezza (forse migliore prova è quella della breve missiva a Enea Furlano del 30 settembre 1499: → 4, ove una sostenuta verticalità e un contenuto rallentamento suggeriscono un’impressione di composta eleganza), ma rivela comunque, fra caratteri di uso comune (quali e con corpo verticalizzato concluso sulla linea; d nella duplice formulazione con asta verticale e inclinata, in quest’ultimo caso spesso occhiellata; l finale di parola con volta sulla linea molto prolungata; h con soppressione della parte inferiore dell’asta; r moderna finale di parola), elementi proprî della koinè documentaria (prolungamento di f e s sotto la linea; legamento ch “alla mercantesca”, abbreviazione per S(er) nella tipica fattura “a chiave di violino”) e aspetti di matrice antiquaria (legamento sp dall’alto, ma con estensione indebita dell’asta della p; E a epsilon; f con occhiello superiore), almeno una caratteristica originale: un legamento et il cui disegno è tanto particolare da costituire un fattore identificativo di considerevole peso critico. All’accertamento della mano può ancora essere adibito il rozzo apparato di maiuscole (in particolare la E e la M) e la disinvolta esecuzione dei gruppi di cifre (romane) spesso tracciati di continuo e resi di incerta decifrabilità. L’apparato paragrafematico è limitato alla virgula, nonché a una particolare forma di punctus elevatus con virgula affiancata al punto; mentre è rigoroso il rispetto dell’impaginazione e il ricorso agli accorgimenti proprî della corrispondenza epistolare.

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 30 dicembre 2025 | Cita questa scheda