Caro, Annibal

Civitanova Marche 1507–Frascati 1566

Presentazione

Instancabile epistolografo per dignità sociale, diletto e soprattutto mestiere, Annibal Caro dovette scrivere centinaia di lettere nel corso della sua lunga carriera di segretario prima di Luigi e di Giovanni Gaddi, poi di Giovanni Guidiccioni e infine dei Farnese (Pier Luigi, Ottavio, Ranuccio, probabilmente anche Vittoria e soprattutto Alessandro).* Ciò avrebbe reso a tutta prima disperante il tentativo di inventariarne minutamente gli autografi, se a semplificare notevolmente la situazione non fosse intervenuto il diretto interessato, che negli ultimi anni di vita volle mettere ordine nei suoi «scartafacci», dando alle fiamme buona parte delle minute confluite in due copialettere allestiti con l’aiuto materiale del nipote Giambattista (le vicende sono ricostruite in Garavelli 2016 e in precedenza, con qualche approssimazione, da Greco in Caro 1957-1961: I xvii-xxv; si dica qui una volta per tutte che l’edizione Greco delle Lettere familiari, assolutamente meritoria e attualmente indispensabile, è tutt’altro che impeccabile e anzi molto infida nella lezione e nell’esegesi). Queste due sillogi, senza dubbio idiografe ma non autografe – si tratta di copie calligrafiche del nipote Giambattista – sono, per quanto riguarda le Lettere familiari, il Fonds Italien 1707 della Bibliothèque nationale de France (= P), sul quale è condotta prevalentemente la citata edizione Greco (peraltro contaminata con altri materiali); e il cod. 85 15 della Biblioteca del Cabildo di Toledo (= Z) per quanto riguarda invece le cosiddette Lettere di negozi (cfr. Catalogo 1903: 69-70), per le quali, in mancanza di un’edizione moderna, occorre ancora rifarsi a stampe sette-ottocentesche.

Sebbene Caro avesse chiesto agli amici di poter rientrare in possesso delle proprie lettere originali, ciò non avvenne sistematicamente; sicché alcune, non moltissime, di queste missive sopravvivono tuttora nelle sedi che custodiscono attualmente gli archivi di alcuni suoi famosi e meno famosi corrispondenti (Giorgio Vasari, Fulvio Orsini, Onofrio Panvinio, ma soprattutto Benedetto Varchi e pochi altri → 1, 7, 8, 11, 12, 16, 24). Le lettere scritte nell’esercizio delle proprie funzioni sono invece rimaste in gran parte negli archivi farnesiani, come si vedrà in seguito.

Un problema delicato pongono le lettere stese a nome di altri destinatari, tra i quali vanno annoverati non solo i datori di lavoro di Caro o figure di alto profilo sociale ad essi variamente collegate, ma anche cortigiani piú o meno pari grado come Giulio Clovio (sul quale Prijatelj 1982; nove lettere scritte per lui sono edite in Caro 1791: 131-40). Se probabilmente in un’auspicabile, futura edizione delle Lettere di negozi tali testi andranno prudentemente dislocati in una sezione apposita (risultandone alquanto stemperato il principio, come si ama dire, di “autorialità”), ciò non toglie che di alcuni di questi testi, difficili da censire esaustivamente, sopravvivano le minute autografe del letterato marchigiano (una sessantina di questi abbozzi si trovano, per esempio, raccolti nell’Ashburnhamiano 413, cc. 16r-17v, 31r-78v e 101r-103v → 14); il quale Caro, d’altra parte, tendeva a considerarli come propri, se prometteva di mandarne una scelta a Paolo Manuzio (Caro 1957-1961: III 111).

L’ammirazione settecentesca per il Caro epistolografo diede la stura alla caccia all’inedito e al proliferare di miscellanee manoscritte che contaminavano testi dalle provenienze piú disparate. Ma la canonizzazione dell’autore era già stata antica e le collettanee epistolari cinquecentesche sono numerose. Si dirà subito che di questa congerie di materiali è stato possibile esaminare solo una parte, ricavandone in genere, per quanto riguarda l’autografia, risultanze di segno negativo (per un loro elenco si veda la sezione finale di questa scheda introduttiva).

Sul versante della produzione letteraria la situazione è per fortuna molto piú semplice. A quanto pare non è stata ancora individuata alcuna attestazione autografa né per quanto riguarda la produzione in versi (sulla quale, in attesa dell’edizione critica e commentata promessa da Francesco Venturi, si veda Venturi 2014), né per quanto concerne la traduzione degli Amori pastorali di Longo Sofista (dopo la pubblicazione dell’edizione critica per le cure di chi scrive – Caro 2002 – sono riemersi altri due codici ancora da valutare adeguatamente, ma certamente non autografi).

Il cosiddetto autografo fiorentino dell’Eneide, l’Ashburnhamiano 410 della Biblioteca Medicea Laurenziana (→ 13), è in realtà una copia calligrafica, si direbbe anche questa di mano di Giambattista Caro, con interventi autografi di Annibale. In tal caso potrebbe coincidere con quel codice indicato come «Tutta l’Eneide del Caro in dodici volumi per mani di Ms. Giambattista Caro» che figurava nel 1578 nell’inventario della biblioteca di Caro (Greco 1950: 130; si veda anche oltre). Di recente è stato individuato un secondo testimone manoscritto della versione dell’Eneide, ma neppure quello di mano di Caro e limitato a un frammento del libro I, nel codice Marc. It. IX 144 (6866) della Biblioteca Marciana di Venezia (Morgani 2010).

Una decina di anni fa mi è occorso di segnalare una copia della traduzione dell’apologia di san Gregorio Nazianzeno (edita nel 1569) inclusa in una voluminosa miscellanea di materiali agiografici conservata a Cremona, Biblioteca Statale, 987 (Oratione di Gregorio Nazanzenio [sic] Teologo in sua defensione, per essersi fuggito in Ponto: et ritornatone dopo la sua assuntione al sacerdotio. Ne la quale si tratta quel che sia Vescovado, et quali habbino a essere i Vescovi, già schedata in IMBI: lxx 74). Il manoscritto, che presenta numerose varianti sostanziali rispetto alla princeps postuma, mi parve allora autografo (Garavelli in Caro 2002: 185 n. 72); oggi, in realtà, ne posso senz’altro escludere l’autografia, ma non so stabilire se i pochi, esigui interventi documentati dal codice, che vanno univocamente in direzione della stampa, siano di mano di Caro o di altri. Se paleograficamente la scrittura, per quanto serrata nelle interlinee o compressa nei margini, pare compatibile con quella di Annibale, qualche variante linguistica controversa lascia un certo margine di incertezza.

Un altro caso problematico è costituito dal codice segnato Fondo A (De Visiani) 14, della Biblioteca Civica di Padova, riscoperto e studiato qualche anno fa (Garavelli 2003). Il manufatto è latore di una redazione del Commento di Ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima ficata del Padre Siceo precedente la princeps e che si è proposto di datare alla primavera-estate del 1539. Alcuni interventi apportati sulla lezione base del codice sono certamente ascrivibili nella sostanza all’autore, ma pare arduo asserirne tout court l’autografia. Una piú recente, mancata (in parte) trouvaille ha infine riguardato la versione delle dodici epistole a Lucilio di Seneca, edite ripetutamente a partire dai primi anni dell’Ottocento. Se l’autenticità della lettera xxxI è stata confermata dal reperimento della minuta autografa nel codice Ashburnhamiano 413 della Laurenziana (→ 14), il ritrovamento delle minute delle altre undici lettere presso la Staatsbibliothek di Vienna (Ser. 30647) ha costretto a rimettere in discussione l’intera questione (Garavelli 2008). Quasi certamente, infatti, la paternità delle traduzioni viennesi, che paiono autografe di Giambattista Caro, andrà assegnata al nipote di Annibale, erede e disinvolto prosecutore letterario del piú celebre zio. Di ben altra importanza è il codice Ambrosiano O 120 sup., tormentatissimo autografo della traduzione della Retorica di Aristotele (→ 23). Il codice, che a c. 249r reca la data «25 novembre 1551», è latore di un testo poi largamente rimaneggiato nella princeps postuma, curata ancora da Giambattista Caro (Caro 1570). Sui vivagni del manoscritto si affoltano postille di diverse mani e di straordinario interesse, che attendono ancora di essere adeguatamente studiate.

La notevole dispersione delle carte private dello scrittore marchigiano si spiega anche con le vicende della sua biblioteca, ricostruibili attraverso l’inventario di ciò che ne restava dopo la sua scomparsa nella casa romana del fratello Fabio. L’8 novembre 1578, non è dato sapere esattamente per quale ragione, un ufficiale giudiziario fu mandato a redigere l’inventario dei suoi beni, e si occupò anche di stilare un elenco sommario dei libri rimasti. Tale lista fu parzialmente pubblicata da Giuseppe Recchi nel 1879 e poi, per intero ma con numerosi errori di lettura, da Aulo Greco, in appendice alla sua monografia su Caro degli anni Cinquanta (Recchi 1879: 24-29; Greco 1950: 121-35; l’inventario in questione è conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, Fondo Ferrajoli, 752, cc. 15r-23v). Fabio morí il 2 aprile 1579, dopo aver testato in favore della sorella Girolama e dell’ospedale di Civitanova. È probabile che la biblioteca e le carte di Annibale siano andate disperse alla scomparsa dei suoi due piú stretti collaboratori ed eredi letterari, i nipoti Giambattista († 1573) e Lepido († 1589), figli di Giovanni Caro, a partire dunque dagli ultimi due decenni del secolo. Nel caso specifico della Retorica, tra i libri appartenuti a Caro e inventariati l’8 novembre 1578, figurano ben tre esemplari di quella traduzione, due addirittura autografi (Greco 1950: 130-31). È perciò verisimile che tra il codice ambrosiano e la redazione documentata dalla stampa, peraltro postuma, ci sia stato almeno un intermediario d’autore. Un altro inventario della biblioteca cariana compare tra le carte dell’Ashb. 413 della Laurenziana (cc. 137v-140r). Si tratta, in realtà, di quattro elenchi frammentari, pubblicati ora da Nunzio Bianchi (2020) che ha in preparazione anche una nuova edizione dell’inventario edito da Greco.

Tra gli autografi irrimediabilmente perduti va rubricato, almeno nella sua interezza, il trattato di numismatica che Caro dovette allestire negli ultimi anni di vita, probabilmente sollecitato da un esperto di antiquaria come Fulvio Orsini, riordinando schede preparate fin dagli anni Cinquanta a partire dalla sua personale collezione di medaglie (Castellani 1907). Traccia di questo monumentale lavoro si trova nel citato inventario della biblioteca di Caro: «Sei libri scritti a mano di cose di medaglie, uno di mano di Ms. Giambattista, il resto del Caro» (in Greco 1950: 133). Nel 1642, o poco prima, il filologo olandese Nicolaas Heinsius acquistò a Roma i quattro volumi autografi di quel trattato di numismatica; disgraziatamente essi andarono dispersi nel naufragio della nave che riportava in patria i suoi bagagli (Burmannus 1727: 718-20).

La dispersione dell’archivio privato dello scrittore marchigiano, iniziata tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, arricchí probabilmente in primis le biblioteche aristocratiche romane. Le tormentate vicende di fine Settecento, in particolare l’ingresso in Roma delle truppe francesi (15 febbraio 1798), causarono una nuova diaspora. Il copialettere parigino P, per esempio, nel Settecento era conservato nella biblioteca di Pio VI Braschi (sulla quale Ceresa 1999). Dopo il saccheggio, finí nel corso dell’Ottocento all’agenzia romana della Libreria Bocca che, dopo infruttuose trattative – pare – con la Biblioteca Nazionale di Roma, lo vendette alla Bibliothèque nationale de France, dove è tuttora conservato (Angeletti 1886: 107). Di questa dispersione si giovarono i collezionisti (specie settentrionali) dei primi decenni dell’Ottocento: Daniele Francesconi, Bernardino Tomitano, Gian Giacomo Trivulzio, Bartolomeo Gamba (sulla questione si vedano almeno Garavelli 2008 e Pedretti 2008-2009), e piú tardi anche Guglielmo Libri, che entro il quarto decennio del secolo entrò in possesso dell’idiografo dell’Eneide poi passato a Lord Bertram IV Ashburnham e oggi, dal 1884, conservato alla Laurenziana. Il registro delle Lettere di negozi, invece, finito nelle mani del segretario di Stato di Pio VI, il cardinal Francisco Xavier de Zelada (noto perciò con la sigla Z), seguí per legato testamentario la biblioteca di questi a Toledo.

Sezioni consistenti degli autografi cariani furono, e sono in parte tuttora, conservati nelle sedi dove lo scrittore operò come segretario; dunque in primis nelle collezioni farnesiane, di cui condivisero le tormentate vicende. Fino all’inizio del Settecento la gran parte dei materiali autografi prodotti da Caro nell’esercizio delle sue funzioni professionali dovette rimanere piú o meno stabilmente a Parma. Quando però nel 1734 Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, ottenne la corona di Napoli, tentò di trasferire colà biblioteca, archivi, lapidi e beni artistici di ogni tipo. In seguito una parte di quei materiali tornò a Parma, pregiudicando cosí irrimediabilmente la coesione di quei fondi. I lavori di riordinamento dei materiali trasferiti a Napoli offrirono a letterati senza scrupoli l’occasione di sottrarre saltuariamente a quei depositi documentazione di loro interesse. Un ruolo importante dovette avere in questa circostanza uno studioso peraltro benemerito come Francesco Daniele (sul quale Cassani 1986 e Tirelli 1987), che si appropriò indebitamente di lettere e altri testi, tra cui il manoscritto del Dafni e Cloe sul quale fu in seguito condotta l’editio princeps bodoniana del 1786 (Garavelli 2001).

A Parma, invece, ottemperando ai criteri allora in voga, il direttore dell’Archivio Amadio Ronchini scorporò nella seconda metà dell’Ottocento un’enorme quantità di materiali dagli originari fondi di pertinenza per compilare fascicoli nominali. Per questa ragione la quasi totalità dei materiali di interesse cariano è conservata oggi nella cartella Caro, Annibale del cosiddetto Epistolario scelto, 8 (→ 32). La voluminosa filza contiene anche lettere di altri mittenti, in massima parte familiari di Annibale o funzionari farnesiani. Altri pezzi figurano nell’Archivio Storico del Comune di Parma, pure conservato presso il locale Archivio di Stato (→ 31). Si tratta di materiali elaborati nel biennio 1546-1547, quando Caro operava presso il Consiglio di Giustizia del ducato di Pier Luigi Farnese, e che del marchigiano recano solo una sottoscrizione formulare («A. Charus / A. Caro»). Anche in questo caso il fondo che attualmente li conserva, la cosiddetta Raccolta autografi, fu allestito da un archivista ottocentesco, Enrico Scarabelli Zunti, che prelevò con disinvoltura documenti dell’Archivio Comunale e li ordinò alfabeticamente. Tra parentesi, anche il documento oggi conservato alla Morgan Pierpont Library di New York (→ 29) apparteneva originariamente all’Archivio del Comune di Parma, ed è del resto steso dallo stesso copista che verga parte dei documenti sottoscritti da Caro e conservati nella Raccolta autografi.

Nemmeno a Parma, dunque, soprattutto prima che l’Archivio Ducale di Guastalla venisse accorpato all’Archivio di Parma (1785), mancarono furti e sottrazioni che coinvolgono nomi noti dell’erudizione settecentesca, come quello di Ireneo Affò (vd. Ghidiglia Quintavalle 1960 e Ireneo Affò 2002; sul suo soggiorno a Guastalla: Spaggiari 1990). Lo stesso codice Barotti di cui si dice nella sezione finale della scheda, che è comunque una copia calligrafica e non una raccolta di autografi, fu donato all’erudito ferrarese dal marchese Alfonso Bevilacqua (1712-1773), figlio di Girolamo e della parmigiana Laura Cantelli, fatto che lascia dunque sospettare la provenienza parmense dei materiali esemplati.

Inaccessibili mi sono infine risultati, nonostante l’interessamento della Soprintendenza ai Beni Archivistici della Regione Emilia Romagna, due pezzi conservati nell’Archivio Cavazza Isolani di Bologna. Si tratterebbe di una lettera ad Antonio Manuzio del 1550 e di un numero non precisato di lettere a Camillo Paleotti, segnalati in Kristeller: v 506 e 510, rispettivamente alle collocazioni F 30 99 26, ora CN (= Cartoni Nuovi) 58 6, e F 28 97 6, ora CN 57. Nel marzo 2013 l’archivio risultava impraticabile perché privo di un archivista. Successivamente, nell’autunno del 2014, la Soprintendenza dell’Emilia Romagna ha trovato un accordo con il proprietario per consentire la consultazione di alcuni pezzi presso l’Archivio di Stato di Bologna, ma a condizioni talmente restrittive, per non dire umilianti, da impedirne di fatto la fruizione. Si segnalano dunque qui i due manoscritti nella speranza che altri possa avere in futuro piú fortuna.

Gli ostacoli incontrati nell’accesso ai documenti dell’archivio Isolani mi hanno convinto ad abbandonare ogni ulteriore verifica sulle minute di lettere di Ottavio Farnese, che sarebbero conservate a Soragna presso la famiglia Meli Lupi (→ 35). Segnalate da Kristeller: vi 217-18 (Soragna, Principe Bonifazio Meli Lupi di Soragna, Arm. 6 V VII 1), tali lettere, in tutto tredici, furono edite nel 1853 da Amadio Ronchini, che le vide, attestandone l’autografia, presso Domenico Meli Lupi di Soragna, che le aveva a sua volta ottenute da Ferdinando Toccoli (Ronchini 1853: xvi e ad indicem). Anche di queste lettere – che a differenza di quelle del fondo Isolani, la cui autografia (anzi, la cui esistenza) resta tutta da verificare, si registrano in questo inventario fidando nella testimonianza di Ronchini – è dunque evidente l’origine farnesiana.

Di postillati, infine, tralasciando i casi già ricordati di autografi o idiografi con interventi marginali, non ne ho individuato che uno, noto da tempo. Si tratta del Parmense 344 della Biblioteca Palatina di Parma (→ P 1), importante testimone delle Rime di Giovanni Guidiccioni, e come tale ripetutamente studiato dal piú recente editore di quel corpus (Torchio 2006 e Torchio in Guidiccioni 2006: xcv-xcvi). Un Canzoniere lionese del 1551 conservato in una raccolta privata a Tremezzo (Como) che recherebbe la nota di possesso «Aib. Car(o)» è menzionato in Kristeller: vI 227. Ma non è stato possibile prenderne visione, e la segnalazione dell’Iter Italicum lascia piú di una perplessità.

Parvero ad Aulo Greco autografi di C. anche due importanti testimoni del Liber carminum di Benedetto Varchi, il Vat. Lat. 5886 della Biblioteca Apostolica Vaticana e il II VIII 141 della Biblioteca Nazionale di Firenze. Quest’ultimo fu detto esplicitamente «copiato da Annibal Caro» dall’ultimo, sfortunato editore, che non si peritò di pubblicare due eloquenti (nel senso di autoconfutanti) riproduzioni delle cc. 40 e 59 del manoscritto (Varchi 1969: Ix; su questa edizione si legga la severa recensione di Feo 1973). Piú di recente, ha sfatato l’autografia del codice fiorentino Silvano Ferrone (in Varchi 2003: 74). Non è autografo nemmeno l’Urbinate Latino 764 della Biblioteca Apostolica Vaticana, sul quale sono condotte tutte le edizioni moderne della commedia degli Straccioni, né sono di mano di C. i materiali conservati nella cartella omonima degli Autografi Patetta conservati nella stessa biblioteca.

Non sono autografe le due lettere segnalate in Kristeller: III 206 come conservate nel ms. 439 del Musée Condé di Chantilly (cc. 121r-122r). Non sono autografi gli importanti codici 4139-4142 e 5013 della Biblioteca Casanatense (sebbene in essi si possa talora sospettare la mano di Giambattista). Non è autografo il ms. segnato Cl. II 408 dell’Ariostea di Ferrara (si tratta del codice appartenuto a Giovanni Andrea Barotti servito da antigrafo all’ed. Caro 1765). Non è autografo il Corsiniano 2267 (38 I 29), che contiene tra l’altro copie calligrafiche cinquecentesche di lettere scritte a nome del cardinal Alessandro Farnese (Kristeller: vI 164). Non è autografa la lettera indirizzata allo stesso cardinal Farnese (1545) inserita nel Ms. It. fol. 23 della Deutsche Staatsbibliothek di Berlino, codice già segnalato in Kristeller: III 358. Per non appesantire ulteriormente queste pagine, rimando semplicemente a Garavelli 2008 e 2016 per la tradizione sette-ottocentesca del carteggio cariano.

Il destino strenuamente avverso ai carteggi cariani non risparmiò nemmeno gli apografi recenziori. I codici Triv. 125, 126 e 127 (Porro 1884: 59), già appartenuti a Gian Giacomo Trivulzio, scomparvero verso la fine dell’Ottocento (post 1884). Il primo era uno scartafaccio di Pietro Mazzucchelli (sul quale Frasso-Rodella 2013: 101-5), gli altri due, apografi allestiti a Roma da Pio Battaglini prevalentemente da P e Z (su Battaglini vd. Campana 1970). Questi pezzi fornirono il grosso dei materiali confluiti nelle Lettere inedite di C. uscite a Milano tra 1827 e 1830 e curate dal Mazzucchelli stesso (che in realtà allestí personalmente solo i primi due tomi). Tale edizione portò alla luce anche alcuni pezzi autografi passati per le mani di Gian Giacomo Trivulzio; per esempio una lettera di C. ad Ottavio Farnese, Roma, 21 ottobre 1559, poi transitata nella collezione di Benjamin Fillon e attualmente irreperta (cfr. Inventaire 1878: 167 num. 1370).

Altri materiali oggi dispersi si trovavano all’inizio del Novecento tra le carte di Pierantonio Serassi (Locatelli 1909: 14-15). Irreperto il Serassi 67 R 5 (5), che doveva contenere la maggior parte di quelle carte, restano alcuni fascicoli minori, e cioè il Serassi 67 R 7 (12) e il Serassi 67 R 7 (15), entrambi autografi dell’erudito bergamasco. I frutti dell’attività di Serassi sull’epistolario cariano spuntano anche altrove. L’Archivio Storico di Camaldoli conserva, dai primi anni Settanta del Novecento, un manoscritto in origine appartenente alla biblioteca di S. Michele a Murano e passato al monastero di S. Gregorio al Celio durante il periodo napoleonico. Tre fascicoli di tale codice, segnato SMM 1662, contengono lettere di C. (sostanzialmente quelle procurate da Serassi a Giulio Bernardino Tomitano e confluite nell’edizione curata da quest’ultimo, Caro 1791); e il primo sembra autografo di Serassi stesso.

Diverso il caso dei materiali andati perduti in tempi piú recenti. Alcune lettere andarono distrutte durante i bombardamenti dell’ultima guerra, che compromisero i cosiddetti Fasci farnesiani dell’Archivio di Stato di Napoli. Di cinque lettere autografe indirizzate ad Alessandro Farnese, Ottavio Farnese e Francesco Gherardini resta dunque testimonianza unica l’edizione che ne diede Sterzi 1904. Le carte napoletane non sono state peraltro esplorate sistematicamente, ed è probabile che possano ancora serbare qualche sorpresa.



Bibliografia
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Varchi 2003 = Benedetto V., Epigrammi a Silvano Razzi, intr., ed. critica con commento e traduzione a cura di Silvano Ferrone, Fiesole, Città di Fiesole.
Venturi 2014 = Francesco V., Per il testo delle ‘Rime’ di Annibal Caro, in «Filologia italiana», xI, pp. 155-94.

* In limine, un cordiale ringraziamento a Imma Ascione, Annalisa Battini, Gustavo Bertoli, Mirna Bonazza, Martina Caterino, Isabella Ceccopieri, Giuseppe Crimi, Caterina Fiorani, padre Ugo Fossa, Marco Guardo, Antonella Imolesi, Valentina Leone, Stefano Pagliantini, Massimiliano Pavoni, Carlo Alessandro Pisoni, Massimo Rodella, Rita Romanelli, Giustina Scarola, Alessandra Sfrappini.

Nota paleografica

Si dovrà ripetere per C. quanto detto per altri letterati suoi coetanei e cioè che, per uomini avvezzi alla comunicazione di servizio e alle funzioni di segreteria, la scrittura è, in primo luogo, strumento di lavoro e solo eccezionalmente e in contesti destinati per lo piú a sfuggirci, mercé le condizioni di conservazione della loro produzione autografa, espressione di altri valori simbolici. Sottratta, infatti, all’autografia l’Eneide laurenziana (→ 13), rimane ascritto al contesto extra epistolare il solo codice Ambrosiano con la traduzione della Retorica aristotelica (→ 23): non degli appunti, né una prima stesura, ma un libro pensato come tale, come rivelano, a tacere d’altro, i titoli correnti e i richiami, degradato a minuta dagli interventi correttivi. Anche in questo contesto, che si vorrebbe immaginare di buona formalità, la mano di C., che risponde certo a un’educazione grafica, si muove sulla pagina seguendo piuttosto l’estro che la regola, tracciando lettere e legamenti in tutti i modi consentitigli dalla penna. Si vedano al proposito i legamenti dal basso con s lunga (tav. 2 r. 2: posson, dove colpisce la serie continua delle sei lettere; r. 4: potendosi); oppure una sequenza come quella che si legge in compassione alla penultima riga, dove, la penna non interrompe la sua corsa con la a, ma prosegue raddoppiando in basso la s e questa, a sua volta, lega ardimentosamente in alto con la successiva (e cosí fanno sette lettere concatenate): fenomeni di questa portata sono indicatori precisi di una confidenza assoluta e spregiudicata con l’atto scrittorio e sono garantiti dalla considerevole autonomia del filone corsivo. Alcune caratteristiche si mostrano costanti: prima fra tutte, importante per il valore identificativo, il legamento et che, quando eseguito velocemente, svela in pieno il tratteggio, assumendo un aspetto del tutto particolare (ivi, rr. 14, 17, 20). In altre occasioni, la soppressione della porzione di ritorno della penna verso sinistra, conferisce al grafema connotati piú convenzionali. Anche importante, sebbene fatto piuttosto comune ma spesso usata da C., è la brachigrafia per che espressa tramite il legamento dal basso di c con h e di questa lettera col segno abbreviativo (ivi, r. 18). Questo incedere della penna con linee destrogire normalmente sottaciute – ma che, una volta rappresentate, diventano parte integrante di un nuovo grafema – si avverte anche nelle sequenze di q con segno abbreviativo e di g con l. Ancora rilevante è l’uso promiscuo di Et a inizio del periodo reso sia tramite legamento di e, minuscola nel disegno ma di modulo ingrandito, con t in prosecuzione del piede della prima lettera (→ 13, vd. tav. 1 intervento marginale alla r. 1), sia con t appesa alla “cravatta” della e (→ 23, vd. tav. 2 r. 15); i non occasionali legamenti tra d e i con quest’ultima lettera in prosecuzione del traverso della prima.

Censimento

  1. Arezzo, Archivio Vasariano, Carte Vasari, 11, cc. 4r-8v
  2. Arezzo, Archivio Vasariano, Carte Vasari, 31, cc. 63r-64v
  3. Bassano del Grappa, Biblioteca del Museo Civico, Epistolario Gamba, XI C I 1772-1773
  4. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Ferrajoli, Raccolta I 2, cc. 63r-64v
  5. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Ferrajoli, Raccolta I 6, c. 90
  6. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 5696, cc. 8r-9v e 12r-13v
  7. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 4104, cc. 259r-260v
  8. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 4105, cc. 1r-4v, 204, 213r-214v, 215r-216v, 217r-219v
  9. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 6189, parte I, cc. 9r, 55r-56v
  10. Firenze, Archivio Niccolini di Camugliano, Archivio Alamanni, Corrispondenza Strozzi, 1
  11. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane V 1208, 4 num. 164
  12. Firenze, Biblioteca Marucelliana, B III 66, c. 63r
  13. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 413
  14. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 4101-2
  15. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Gonnelli, 7 12
  16. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi I 42-70
  17. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Panciatichi, 201 (179), cc. 72r-73v
  18. Foligno, Biblioteca del Seminario Vescovile «L. Jacobilli», A VI 18, c. 33
  19. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 14, Caro, Annibal
  20. Isola Bella, Archivio Borromeo, Autografi C 22, Caro, Annibal
  21. Macerata, Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti, ms. 1092 I
  22. Milano, Biblioteca Ambrosiana, D 128 inf., c. 1
  23. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Misc. D 501, cc. 231r-240v
  24. Milano, Biblioteca Ambrosiana, O 120 sup.
  25. Milano, Biblioteca Ambrosiana, S.P. II 260/3
  26. Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Molza Viti 66
  27. München, Bayerische Staatsbibliothek, Autographen, 1 2 S 4 int. 11
  28. Napoli, Biblioteca del Museo Nazionale di S. Martino, Archivio Storico, 9 III 14
  29. New York, Pierpont Morgan Library, MA 1346 60
  30. Paris, Bibliothèque nationale de France, Fonds Italien 1707
  31. Parma, Archivio di Stato, Antico Comune di Parma, Raccolta autografi, 4395
  32. Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, 8, Caro, Annibale
  33. Parma, Biblioteca Palatina, Carteggio Lucca, 1, Caro, Annibal (olim Palatino 1030)
  34. Roma, Biblioteca della Fondazione Caetani, 1655-1657 e 1868-1869, C 4857, C 5013, C 4974 I, C 5099 I e IV
  35. Soragna, Collezione del Principe Bonifazio Meli Lupi di Soragna, Arm. 6 V VII 1 (XVI s.)
  1. Parma, Biblioteca Palatina, Parm. 344

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 30 dicembre 2025 | Cita questa scheda