Cortesi, Paolo

Roma 1465–San Gimignano 1510

Presentazione

Delle opere scritte da Paolo Cortesi, quasi tutte edite dopo la sua scomparsa, non si conservano piú testimoni autografi. Le ultime notizie del dialogo De hominibus doctis, composto prima del 1489 ma diffuso soltanto in forma manoscritta, datano alla fine del XVII secolo, quando Giovanni Vincenzo Coppi (1695: 75), che affermava di possedere anche numerose «lettere originali» destinate a Cortesi, poteva inviare ad Antonio Magliabechi «copia dell’originale del dialogo da lui posseduto» (citata da Graziosi in Cortesi 1973: xiv). Tuttavia, «per quante ricerche si siano fatte, gli originali di cui parla il Coppi sono andati perduti» (Graziosi 1977: 67; ma in proposito cfr. anche Ferraú in Cortesi 1979: 67- 89).

A metà Ottocento, invece, nel pubblicare la Historia Hyppoliti et Deyanirae, «un libero rifacimento» (Viti 1999: 161) della Historietta amorosa attribuita a Leon Battista Alberti, Anicio Bonucci riteneva «che nella antica e nobilissima casa de’ Signori Peruzzi veramente esistesse il suo originale. […] E in quanto al codice, esso è in 4°, piccolo, di molto bel carattere, in pergamena, certamente scritto verso il finire del XV secolo, consta di venti carte, e sul recto della prima ha l’avvertenza “Ma di questa casa” ec., come sul verso dell’ultima un epigramma di Raffaele Volterrano in lode del Cortesi e della sua operetta. […] E nel margine dell’opera essendovi pure delle correzioni, senza dubbio del tempo, potrebbe eziandio avervi tutta la probabilità da poter ritenere che le potessero essere dell’autore medesimo» (in Cortesi 1845: 441-42). Anche di quest’operetta latina si sono però perse le tracce e la Historia è oggi conservata in un unico esemplare manoscritto settecentesco.

Perduti sono anche gli abbozzi di altri testi progettati da Cortesi (tra i quali un trattato de principe: cfr. Cantimori 1964), nonché gli autografi della prima e dell’ultima delle sue opere a stampa: i quattro Libri sententiarum, gli unici a veder la luce durante la vita dell’umanista (1504), e il De cardinalatu, cui pure Cortesi lavora fino alla morte. Pubblicato su incarico del fratello Lattanzio nel 1510 per le cure di Raffaele Maffei, il De cardinalatu esce però particolarmente scorretto, anche perché «lo stampatore non aveva innanzi a sé un manoscritto continuato e compiuto» (Dionisotti 2003 [2]: 47). Prima della pubblicazione, tuttavia, il trattato aveva avuto una seppur limitata circolazione manoscritta, perché «Cortesi occasionally circulated copies of completed sections to various cardinals, bishops, and secular rulers, as well as to the pope himself» (D’Amico 1983: 79). Tale pratica caratterizza anche opere scritte in precedenza, come testimoniano alcune lettere scritte da Cortesi a cavallo tra XV e XVI secolo; nessuno di questi excerpta è però sopravvissuto, né si hanno notizie circa la loro autografia.

Difficile è anche rintracciare i documenti vergati dall’umanista negli anni trascorsi al servizio della Curia romana, prima come scriptor apostolicus (come successore del Platina, a partire dal 20 ottobre 1481), e quindi come segretario e protonotario apostolico (dal 7 aprile 1498), incarichi abbandonati l’8 giugno 1503, quando Cortesi sceglie di lasciare Roma per ritirarsi a San Gimignano (cfr. Paschini 1957: 26-48, Bianca 2009, Jackson 2011). L’assenza di sottoscrizioni autografe rende infatti piuttosto incerto il riconoscimento di tali testi nei registri della corrispondenza pontificia del periodo. A sicura testimonianza della mano di Cortesi rimangono perciò una manciata di documenti redatti, tra Roma e San Gimignano, tra 1488 e 1503: una ricevuta di proprio pugno (→1) e soprattutto una serie di testi epistolari (→ 2-6), la maggior parte dei quali inviati a Francesco Baroni e incentrati sul dialogo De hominibus doctis, che l’umanista intendeva far «transcrivere […] in buona forma» prima di inviarlo a Lorenzo de’ Medici.



Bibliografia
Bianca 2009 = Concetta B., In margine a Paolo Cortesi: i documenti vaticani, in Ludicra. Per Paola Farenga, a cura di Myriam Chiabò, Maurizio Gargano, Anna Modigliani, Roma, Roma nel Rinascimento, pp. 85-89.
Cantimori 1964 = Delio C., Questioncine sulle opere progettate da Paolo Cortesi, in Studi di bibliografia e di storia in onore di Tammaro De Marinis, Verona, Valdonega, vol. I pp. 273-80.
Coppi 1695 = Giovanni Vincenzo C., Annali memorie ed huomini illustri di Sangimignano, ove si dimostrano le leghe e guerre delle repubbliche toscane, Firenze, Stamperia di Cesare e Francesco Bindi [rist. anast. Bologna, Forni, 1976].
Cortesi 1845 = Paolo C., Historia Hyppoliti et Deyanirae, in Leon Battista Alberti, Opere volgari, a cura di Anicio Bonucci, Firenze, Tipografia Galileiana, vol. III pp. 439-64.
Cortesi 1973 = Id., De hominibus doctis dialogus, testo, traduzione e commento a cura di Maria Teresa Graziosi, Roma, Bonacci.
Cortesi 1979 = Id., De hominibus doctis, a cura di Giacomo Ferraú, Palermo, Il Vespro.
D'amico 1983 = John F. D’A., Renaissance Humanism in Papal Rome, Baltimore-London, The Johns Hopkins Univ. Press.
Dionisotti 2003 (2) = Carlo D., Gli umanisti e il volgare fra Quattro e Cinquecento, a cura di Vincenzo Fera, con saggi di Vincenzo Fera e Giovanni Romano, Milano, 5 Continents Editions [1a ed. Firenze, Le Monnier, 1968].
Graziosi 1977 = Maria Teresa G., Spigolature cortesiane, in «Atti e Memorie dell’Accademia dell’Arcadia», s. III, 7, pp. 67-84.
Jackson 2011 = Philippa J., Investing in Curial Offices: The Case of the Apostolic Secretary Paolo Cortesi, in Mantova e il Rinascimento italiano. Studi in onore di David S. Chambers, a cura di Ph.J. e Guido Rebecchini, Mantova, Sometti, pp. 315-28.
Paschini 1957 = Pio P., Una famiglia di curiali nella Roma del Quattrocento: i Cortesi, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», xI, pp. 1-48.
Viti 1999 = Paolo V., Forme letterarie umanistiche. Studi e ricerche, Lecce, Conte.

Nota paleografica

La figura di C. scrivente rivela quanto talvolta possano essere fragili le categorie interpretative fondate su un principio di presunzione. Figlio e fratello di uomini colti; educato dapprima fra le mura domestiche, dove, è facile credere, ricevette i primi rudimenti di scrittura; passato, in seguito, sotto l’ala di Pomponio Leto, umanista di riguardo e calligrafo non spregevole (la scrittura di Leto è ben nota e feconda di accorgimenti antiquarî); in contatto con alcuni degli ambienti piú esposti alle manifestazioni grafiche della Curia romana, dapprima in qualità di segretario apostolico sotto il glorioso pontificato di Sisto IV, quando si celebravano i fasti epigrafici di Luca Orfei, e poi come protonotaio con il papa Borgia: i presupposti per immaginare un C. scrivente dalle attitudini raffinate, se non proprio dalle elevate qualità artistiche, sono tutti in campo. E invece la mano di C. rivela, al contrario, una morfologia banale, nel modello di un alfabeto usuale e comune, privo dei guizzi eruditi che impreziosivano le pagine del suo maestro; un’esecuzione trascurata, nella pronunciata inclinazione a destra e nell’assenza di ordine formale; una spiccata disarmonia, nello sciatto disegno di lettere che sembrano avere messo al bando il criterio di uniformità. In questa povera corsiva, simulacro di uno strumento per lungo tempo deputato a rendere manifesta l’adesione piena agli ideali dell’Umanesimo, prevale la velocità sulla perspicuità, il gesto sulla forma. Si alternano, cosí, legamenti eseguiti dal basso (spesso strutturati sulla levata di penna), talvolta produttivi di un raddoppiamento del tratto (ma raramente con esito, nei traversi ascendenti, a occhiello), e legamenti destrogiri dall’alto, particolarmente equivoci quando condotti sulla linea superiore dell’occhio medio della lettera (cr, en, ri, ecc., si veda tav. 1 rr. 6 vero, 7 et): funzionale, in questo contesto, il punto diacritico sulla i, che infatti è tratto permanente e costante. La a si alterna nel duplice disegno: tardo gotico – piú raro e declinante nel tempo –, in un solo tratto e con occhiello distanziato dal minimo (tav. 1 r. 7: propria), e minuscolo corsivo, con occhiello spesso anacronisticamente aperto (tav. 2 r. 3: Badia); stessa apertura incogrua per il corpo della g (ivi, r. 5: Monsignor). In simile contesto, si osserva un progresso della corsività col progredire degli anni tale per cui, per es., la successione ch, già discreta nei suoi costituenti tutti conservati (due per c, uno per h con la consueta soppressione di parte dell’asta), assimila in legamento il secondo tratto di c e sopprime, o riduce sensibilmente, il corpo di h (tav. 2 r. 2: che). Anche la z passa, nelle prove grafiche piú tarde, dalla forma seghettata a guisa di 3 al tratteggio preitalico, ipermodulato e raffermato sulla linea. Si potrebbe obiettare che per C. deve valere quanto osservato per il Calmeta, e cioè che la prospettiva risulta viziata dalla monocorde sopravvivenza della sola produzione epistolare, il che preclude la possibilità di conoscere se e come i rapporti fra testo e sua funzione e testo e sua manifestazione abbiano inciso nella scelta dei modelli grafici. Ma, insieme al fatto che, come già per il Calmeta, anche in C. è esplito il ricorrere alla copiatura a buono, si ha con costui prova diretta della mediazione di copisti nella missiva a Pietro de’ Medici del 4 gennaio 1495 (Firenze, ASFi, Mediceo avanti il Principato 60, num. 94), ove l’autore attinge alle cure di un professionista della penna. Il fatto è che, con la terza generazione di cultori delle umane lettere, si andava affievolendo il legame ideologico con la scrittura, sempre piú destinata a essere semplice strumento di comunicazione. L’accesso poi in età giovanile (appena diciassettenne) alla segreteria apostolica, denuncia la venalità delle cariche di curia e dunque l’indifferenza verso una professionalità che, se conservava attenzione per i contenuti, aveva certamente smarrito, a questi livelli, interesse per le forme. Un aspetto simbolico interessante emerge, tuttavia, dalla corrispondeza di C. e cioè quel suo sottoscrivere, in età matura, adottando un modulo ingrandito, quasi volesse enfatizzare con ciò il rilievo della sua presenza facendo ricorso a un espediente antico descritto da Petrucci con la locuzione “scrittura d’apparato”.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Ferrajoli, Raccolta I 13 1, c. 2
  2. Firenze, Archivio di Stato, Lettere varie 16, num. 417-427
  3. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 60, num. 9
  4. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 102, num. 129
  5. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 18, Cortesi, Paolo
  6. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, 1103, num. 270

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda