Giovio, Paolo

Como 1483 [aliter 1486]–Firenze 1552

Presentazione

In Giovio furono precoci tanto la volontà di scrittura quanto la consapevolezza dei problemi che oggi riteniamo implicati nella prassi dell’autografia. Il manoscritto delle Noctes (1508), copia autografa indenne da cancellazioni, rasure, giunte, ecc. (→ 105), mostra che a poco piú di vent’anni il futuro storico aveva acquisito uno stile di scrittura cancelleresca al quale si mantenne sempre fedele. Del resto, nato da una famiglia di notai e presto trasferitosi a Roma, dove quello stile era adottato come scrittura ufficiale della Cancelleria pontificia, l’opzione non appare sorprendente.

La sua venuta a Roma, forse già nel 1512, l’entrata in servizio presso influenti personaggi della corte, la temporanea nomina, presso lo Studium, come lettore di filosofia (1514) e poi di filosofia naturale (1515), la crescita di importanza del suo ruolo presso la corte di Leone X, sono tutte circostanze che coincidono per Giovio con l’assunzione di plurime responsabilità intellettuali che sfidano la sua versatilità compositiva e impegnano la sua quotidiana prassi di scrittura. Le tracce lasciate nella corrispondenza sono precoci, e dovettero esserlo in modo vistoso, per l’ampiezza crescente delle sue relazioni epistolari, in Italia e fuori d’Italia, a dispetto del fatto che per gli anni 1515-1544 (quelli coperti dal primo volume dell’epistolario edito da Ferrero: vd. Giovio 1956-1958) possediamo un numero di lettere decisamente inferiore rispetto a quelle degli anni 1544-1552. Una asimmetria evidente, alla quale avranno concorso vicende storiche come il Sacco del 1527, e vicende private quali la probabile dispersione di minute nel corso dei frequenti trasferimenti, o una intenzionale distruzione di materiali epistolari da parte di corrispondenti (un certo alone eterodosso attorno alle amicizie di Giovio può avere indotto a inedite cautele nel mutato clima ideologico, e questo già prima della morte del vescovo). Una asimmetria non priva di significato, tuttavia, se si considera che in quest’ultimo piú breve intervallo temporale passano in tipografia le principali opere (le due serie di Elogia, le Vitae, i due volumi delle Historiae), con probabile fitto intreccio di rapporti epistolari. Tuttavia, al di là dei materiali epistolari, è opportuno identificare il valore che l’atto fisico della scrittura di propria mano riveste per Giovio negli altri generi frequentati, in quali fasi della composizione e in quali periodi della sua carriera abbia giocato un ruolo piú vistoso, e la relazione testuale che l’autografia stabilisce tra i manoscritti conservati e le edizioni a stampa.

Il tema dell’autografia è senz’altro tra i piú allettanti sul piano critico-testuale per una filologia gioviana finora esercitata immetodicamente. In questo caso deve contemperarsi con un piú ampio ventaglio di soluzioni il criterio ecdotico di fare capo all’ultima edizione pubblicata in vita (tra le opere maggiori, non poche furono postume): ultima edizione quasi sempre coincidente peraltro con l’editio princeps, a causa della particolare distribuzione cronologica delle edizioni gioviane, concentrate negli ultimi sei anni della sua vita. L’esistenza di manoscritti con correzioni autografe, confluite nelle edizioni a stampa o rifiutate, fino ad ora non messa in valore adeguatamente (è il caso dei due Elogia e delle Historiae), deve scuotere l’inerzia di una prassi editoriale sbilanciata verso la mera riproduzione del testo coonestato (e ossificato) dalle edizioni cinquecentesche, rivelando a monte di esse un intenso moto compositivo e correttorio. Per altre sue opere, già ripubblicate in vita, occorre avviare un lavoro critico finora eluso: ricostruire la diacronia testuale attestata tipograficamente, come nel caso del De piscibus, edito due volte nell’arco di un triennio (1524-1527) ma mai esplorato sul piano variantistico, o in quello del Comentario de le cose de’ Turchi, che conobbe almeno 12 edizioni in Italia tra il 1531 e il 1545, o ancora in quello delle Vitae duodecim vicecomitum, edite due volte nello stesso anno 1549, a Parigi e a Firenze. In entrambe le tipologie di opere l’elaborazione di un apparato genetico può consentire di identificare nelle sue forme il travaglio compositivo gioviano.

Un’epistola a Bartolomeo d’Alviano (30 maggio 1514) attesta il precoce avvio della composizione delle Historiae: la dimensione sui temporis dell’opera induceva Giovio a ricorrere alla testimonianza di contemporanei (protagonisti o comprimari) e al contempo sollecitava l’esame critico da parte di amici di grande competenza storiografica e retorica, come Mario Equicola. Il libro piú remoto di cui noi possediamo un’inequivoca menzione è l’antico libro VIII (13-14). La metodica di emendazione del testo quale si attiva già a partire dai primi anni aiuta a comprendere anche la dinamica correttoria di cui lo storico si avvalse in seguito. Il 1524 segna il debutto a stampa delle opere di Giovio, e disponiamo della prova di un impegno personale sul versante della revisione, una soscrizione apposta nell’estate del 1527 su un esemplare della princeps del De piscibus (→ P 1) ad attestare il luogo e la circostanza della correzione, in vista della seconda edizione. In questi anni Giovio è ancora principalmente impegnato sul fronte dell’erudizione, medico-naturalistica (oltre al De piscibus, il De oleo e il De optima victus ratione) e corografica (Moschovia), opere la cui elaborazione, fondata sulla sintesi di un’ampia messe di informazioni, era scandita da una serie di interventi e rielaborazioni delle materie e di rettifica di singoli dati.

Tuttavia in quegli stessi anni nei quali attendeva alle Historiae gli vennero commissionate anche opere di tipo diverso, le Vitae, che accompagnarono a lungo l’elaborazione storiografica gioviana. Ne scrisse a partire dal 1525 anche se la loro pubblicazione fu per lo piú concentrata negli ultimi anni: tra il 1539 (Vita Sfortiae) e il 1550 (Liber de vita et rebus gestis Alphonsi Atestini). La sequenza delle prime edizioni, però, non coincide affatto con quella degli anni della stesura. Lo scarto temporale tra stesura e pubblicazione non è privo di significato e comporta evidenti implicazioni sul piano editoriale. La Vita Leonis X, ad esempio, doveva essere originariamente in tre libri, corrispondenti agli attuali II-IV. L’aggiunta di un libro su Cosimo il Vecchio, e l’ulteriore inserimento di vicende successive alla morte di questi, hanno imposto un mutamento strutturale. Della sequenza delle redazioni (1525-1526, poi 1529-1535), cui si aggiunse l’extrema manus degli anni 1546-1549, resta traccia nella singolare stratificazione delle dedicatorie (ad Ippolito, ad Alessandro, a Cosimo), indirizzate a quello che di volta in volta appariva come la guida della casata medicea. Quanto ai singoli interventi di riscrittura della Vita Leonis, l’unico documento che possediamo per un riscontro con il testo dell’editio princeps è uno tra i materiali preparatori della Storia d’Italia di Francesco Guicciardini (Firenze, Archivio Guicciardini, XVII 23, cc.259r-267r), esemplato dallo storico fiorentino per trarre estratti, prelevati da un livello compositivo che doveva riflettere la seconda forma del testo, quella che prese corpo negli anni 1529-1535. Questo è un caso limite, ma è indizio di una officina testuale nella quale un’opera poteva essere ripresa, aggiornata o riscritta, anche a distanza di anni: e in tutto questo l’autografia riveste una parte rilevante.

La metodica in atto è mostrata da uno studio condotto da Cecil Clough su una copia manoscritta del libro VII delle Historiae esemplata tra il 1515 e il 1520 e ora conservata a New York (→ 100), corrispondente a un testo che corre circa dalla metà del libro xi sino alla fine del libro XII nell’edizione a stampa (Firenze, Torrentino, 1550). Giovio fece trascrivere questo libro vii su pergamena da un copista prestigioso, Ludovico degli Arrighi. Come osserva Clough, «la bella copia era quella conservata da Giovio, nella quale egli ha incorporato le modifiche nella forma di correzioni o di informazioni addizionali quando quelle gli venivano sotto mano. La bella copia rappresentava la versione piú avanzata di un liber o porzione di esso, man mano che l’intero progetto proseguiva» (Clough 1988-1989: 69). Consapevole della problematicità dell’accertamento del vero, Giovio – conclusa la prima stesura di propria mano – soleva fare due copie pulite, una autografa e una esemplata da un copista, e inviare la copia autografa a un destinatario, autorevole o informato dei fatti, per raccogliere le indicazioni correttorie, che poi decideva se inserire o meno nella copia rimasta in suo possesso. La differenza grafica tra copia ed autografo serviva dunque anche a evidenziare lo strato recenziore. Metodica singolarmente moderna, applicata un numero n di volte inviandola presso un numero n di collaboratori: un procedimento di stesura, integrazione, correzione e revisione del testo analogo a quello che sarebbe stato dispiegato nella composizione (1528-1529) del Dialogus de viris et foeminis aetate nostra florentibus.

Il caso è forse ancora piú istruttivo (cfr. Minonzio 2011: clxxx-cxciv). La sequenza delle fasi di elaborazione dell’opera, che consta di tre libri, è a noi documentata dal codice SSC, Fondo Aliati, 28 1 (→16) che contiene il libro i: una stesura autografa originaria (ne resta traccia nella attuale c. 43 del codice), il passaggio a una riproduzione ad opera di un copista, poi sul testo in chiaro del copista nuovi interventi dell’autore, la cui vastità dovette probabilmente indurlo, alla fine del biennio 1528-1529, a un ulteriore affidamento del testo a un copista per una redazione a noi non pervenuta, ma che occorre senz’altro postulare. Abitualmente supponiamo che esista un manoscritto d’autore, dunque un autografo, sovente sfigurato da interventi di correzione, ripensamenti, miglioramenti: e che poi, raggiunto un esito accettabile, l’autore passi il suo tormentato esemplare al copista affinché ne faccia una copia pulita, che possa agevolmente supportare la composizione del testo in tipografia. Entro questo schema, l’autografo è l’esemplare cronologicamente anteriore, la copia l’esemplare cronologicamente successivo. Nel caso del ms. 28 1 del Fondo Aliati, invece, le parti vergate dal copista 1 (tralasciamo le poche vergate da due ulteriori copisti) sono anteriori, mentre quelle autografe gioviane sono successive: in due distinti punti del testo nel manoscritto si sono mantenute senza essere cancellate due parti vergate dal copista 1, nonostante vi fosse, a sostituirle, la relativa porzione di testo autografo gioviano, che ingloba le varianti dall’autore portate sulla pagina del copista, e che dunque presenta il testo nella sua veste piú aggiornata. Tutto lascia supporre che anche nel caso dei libri II (mutilo delle carte iniziali) e III (completo) del Dialogus, rispettivamente attestati da SSC, Fondo Aliati 28 2 (→ 17), e da Como, Biblioteca Comunale 1 6 16 (→ 8), la sequenza sia stata autografo-copia-correzione autografa della copia (ignoriamo peraltro quante volte si sia ripetuta la sequenza copia-correzione autografa della copia).

Dunque ci si è rivelato un procedimento affine a quello messo a nudo dal libro VII delle Historiae: copia autografa gioviana > copia di amanuense su cui Giovio annota le sue correzioni e integrazioni. Diversamente dalle Historiae, però, dove il moto correttorio si alimenta dell’intervento esterno, nel caso del Dialogus pare che le addizioni ed emendazioni siano tutte da ricondurre a una riconsiderazione gioviana, nella quale mutamenti valutativi su uomini e libri sembra abbiano avuto una parte preponderante. Le vicende del Sacco di Roma, su dichiarazione dello stesso Giovio, lo indussero ad abbandonare per qualche tempo la storiografia per la corografia: probabile esito di questa svolta è la stesura (1530-1531) del Comentario de le cose de’ Turchi, la cui redazione – in considerazione della materia e della mole informativa che Giovio si trovò a padroneggiare – dovette essere piuttosto complicata. Di un’opera corografica minore, il Larius, del 1537 ma edita postuma nel 1559, possediamo una tradizione manoscritta, che consta di cinque codici, nella quale spicca un ms. Braidense (AE XIV 16) che reca correzioni autografe (→ 91).

Molti indizi inducono a credere che circa a metà del decennio 1530-1540 Giovio abbia ripreso la stesura delle Historiae: è noto che agli inizi degli anni ’40 cercò un editore, Francesco Priscianese, per darne una pubblicazione ancorché parziale (Minonzio 2010b: 52-54). La maggior parte dei manoscritti delle Historiae ora presso la Pierpont Morgan Library di New York sono copie contrassegnate da interventi autografi dell’autore. L’Arrighi non fu l’unico a lavorare per Giovio: un altro copista gioviano, la cui carriera era destinata a un grande avvenire, fu Tolomeo Gallio, e non v’è dubbio che anche i nipoti di Giovio (Giulio, Alessandro e Paolo iuniore) abbiano prestato la loro opera. Sull’autocorrezione dei propri autografi abbiamo sopra formulato un accenno da approfondire. Degli Elogia dei letterati (1546) noi possediamo il codice autografo SSC, Fondo Aliati, 28 7 (→ 20), nel quale è possibile seguire, per un discreto numero di profili biografici, la genesi compositiva del testo. È in genere facilmente constatabile che le correzioni attestate da questo manoscritto passano nella redazione degli Elogia del 1546: si veda il caso dell’elogium di Ermolao Barbaro, del quale Giovio trasmise una copia a Daniele Barbaro unita a una lettera (Ex Urbe, 5 decembris 1544): il testo pulito inviato da Giovio a Barbaro incorporava e faceva proprie tutte le correzioni che sono leggibili nel brogliaccio comense (l’elogium si è conservato in ASFi, Mediceo del Principato 1170 A 2, c. 17r). Pubblicando alcune inedite biografie scritte da Giovio probabilmente all’inizio degli anni ’30 (come parti di un incompiuto Vite de’ filosofi del nostro tempo), contenute nel manoscritto SSC, Fondo Aliati 28 5, mi si è prospettata l’ipotesi che Giovio avesse riusato tali biografie nella composizione degli Elogia. Al contrario è stato agevole constatare come lo storico sia ripartito ex novo e come nella stesura degli elogia di tre filosofi (Pomponazzi, Achillini, Leoniceno) coincidenti nelle due opere, le integrazioni ed emendazioni autografe portate sul testo di SSC, Fondo Aliati 28 7 (→ 20), e per lo piú accolte nella redazione a stampa, non fossero in alcun modo sortite da interferenza con la redazione delle corrispondenti vite, attestata da SSC, Fondo Aliati 28 5. Nel ms. SSC, Fondo Aliati 28 7, la prassi correttoria seguita da Giovio dimostra come egli si sia riservato fino all’ultimo la mano libera: peraltro, come numerosi altri elogia, anche questi tre occupano nel manoscritto un’intera pagina, segno evidente che lo scrittore ha inteso concedersi ampi margini per integrare, spostare, riscrivere, senza lasciarsi condizionare dallo spazio disponibile.

Un ruolo l’autografia lo gioca anche nell’iter non lineare con il quale gli elogia furono composti, con una struttura che prevedeva l’aggiunta di un’epigrafe o di un epitaffio sovente in tensione con l’impostazione storiografica dell’elogio: Giovio si procurava il testo di epigrafi funerarie (l’originale forma dell’epitaffio poetico), ovvero si faceva comporre testi che poi – se già non erano tradotti – egli trasponeva in latino. Ma lo storico si trovò a commissionare spesso piú epitaffi di quanti poi ne collocasse effettivamente. Questa eccedenza di materiali preparatori conferisce ad alcuni esemplari degli Elogia (ad esempio due codici che riproducono una selezione degli elogia degli uomini d’arme: Como, Musei Civici, Fondo Acchiappati 3 e 4 → 13-14), un aspetto particolarmente confuso; segno che i manoscritti erano concepiti come uno zibaldone sul quale esercitare la selezione e la cancellazione.

Un punto decisamente interessante è il rapporto nuovo che viene a stabilirsi con gli editori, in particolare con Torrentino. Del Tramezzino, a dire il vero, editore dei primi Elogia, Giovio disse tutto il male possibile, anche se poi non gli negò nel 1548 la stampa delle Descriptiones. Dopo il ’49, quando si stabilisce a Firenze (con la pausa lariana del ’49-’50) si anima sul suo scrittoio un incrocio – che forse non sarebbe erroneo definire ingorgo – di copie manoscritte e bozze di stampa: le Vitae, gli Elogia, le Historiae (per nulla dire della composizione del Dialogo delle imprese nell’estate del ’51). Giovio interveniva sulle bozze di un testo mentre componeva gli altri o conferiva loro una fisionomia definitiva, e vi sono errori e caratteristiche, soprattutto degli Elogia, che si spiegano solo con la fretta di comporre, dettare il testo, farlo passare celermente in tipografia, rivederne le prove di stampa direttamente o facendosele leggere, senza rinunciare a inserivi in limine qualche tardiva giunta. Errori d’orecchio, non di vista.

Intanto la sua scrittura, con il peggioramento della chiragra, diventava sempre piú penosa e illeggibile: numerose, a partire dalla seconda metà degli anni ’40, sono ormai le lettere nelle quali si limita a firmare, conferendo comunque autorevolezza al testo. Del resto, poiché tutte le sue lettere, anche quelle dominate da un gusto espressionistico, serbavano un intento informativo, Giovio deve avere accettato di buon grado che fossero vergate da copisti, poiché passavano comunque sotto la sua vigile revisione. Al centro com’era di una straordinaria rete di rapporti, in Italia e fuori, nel suo epistolario si trova testimonianza o s’avverte l’eco di vicende cruciali della storia e della cultura della prima metà del ’500, vissute da testimone straordinariamente addentro ai fatti, quando non da protagonista. I due volumi dell’epistolario editati da Giuseppe Guido Ferrero (Giovio 1956-1958) costituiscono l’ineguagliato vertice filologico della non ben fatata Edizione Nazionale, gli unici – con il volume III delle Historiae curato da Visconti-Zimmermann (Giovio 1957 e 1985) – allestiti sulla base di un rigoroso lavoro ecdotico. L’edizione, che si avvale di una accurata recensio dei testimoni, consta di 430 lettere, 26 latine e 404 volgari, cronologicamente distribuite tra il 30 maggio 1514 e il 3 dicembre 1552, alla data d’edizione conservate in 30 tra biblioteche e archivi in Italia e in Europa. Quanto agli autografi identificati e posti alla base dell’edizione Ferrero, il loro numero complessivo (autografi, o copie con firma autografa) ammonta a 233 testi: poco meno della metà del totale delle lettere di Giovio, pubblicate o inedite, finora identificate. Lettere per lo piú scritte dalla villa di Borgovico, sulle rive del lago di Como, dove Giovio aveva raccolto la sua collezione di opere d’arte e quindi datate con l’indicazione «dal Museo».

A fronte di un solo volume noto sul quale sono riconoscibili postille di mano gioviana, si ha notizia di altri cinque visionati da Zimmermann nella libreria Kraus: si tratta di Walter Burley, Expositio in octo libros Aristotelis physicae, Venetiis, Bonetus Locatellus per Octavianum Scotum, 1491, con annotazione autografa sul foglio di guardia anteriore (vd. Incunabula 1979: [19], lotto 276 num. 27; Zimmermann 2012: 31, 355 n. 33); C. Plinii Secundi Novocomensis Epistularum libri decem, Venetiis, in aedibus Aldi, et Andreae Asulani soceri, 1508 (Zimmermann 2012:26, 353 n. 9); Expositio Egidii Romani supra libros elenchorum Aristotelis. Quaestio defensiva opinionis de medio demonstrationis eiusdem, Venetiis, mandato et expensis domini Andreae Torresani de Asula, per Simonem de Luere, 1500; Expositio Egidii Romani super libros posteriores Aristotelis cum textu eiusdem, Venetiis, per Bonetum Locatellum sumptibus Domini Octaviani Scoti, 1495; Aristotelis Stagirite peripateticorum principis opera, Venetiis, impensa quoque ac summa diligentia Octaviani Scoti, 1496 (sui quali vd. Zimmermann 2012: 31, 355 n. 33).

Infine, tra i materiali perduti vanno segnalate la lettera a Francesco Vinta (Como, 27 febbraio 1550) e quella a Pierfrancesco Riccio (Como, 29 gennaio 1550) un tempo conservate in Firenze, ASFi, Mediceo del Principato 1175. Trascritte da Cian (1891: 252), non risultano piú in loco dalla verifica di Ferrero (in Giovio 1956-1958: i 50 n. 70, da Cian il testo qui riprodotto in ii 157-58; su questi pezzi vd. anche Zimmermann 2012: 289, 422 nn. 47, 49). Perduta con le distruzioni belliche del 1943 la lettera ad Alessandro Farnese (Roma, 11 settembre 1545) un tempo conservata a Napoli, ASNa, Carte Farnesiane 404, c. 219, nota grazie a una copia fotografica del 1942 (vd. Buschbell 1925: 408-26; Giovio 1956-1958: i 61 n. 96 e 62 e ii 17-20).



Bibliografia
Buschbell 1925 = Gottfried B., Briefe des Geschichtsschreibers Paulus Iovius aus dem Grande Archivio in Neapel, in Abhandlungen aus dem Gebiete der mittleren und neueren Geschichte und ihrer Hilfswissenschaften. Eine Festgabe zum siebzigsten. Geburtstag Geh. Rat. Prof. Dr. Heinrich Finke gewidmet, Münster, Aschendorff, pp. 408-26.
Cian 1891 = Vittorio C., Gioviana. Di Paolo Giovio poeta fra poeti, e di alcune rime sconosciute del secolo XVI, in «Giornale storico della letteratura italiana», XVII, pp. 276-357.
Clough 1988-1989 = Cecil H. C., A Manuscript of Paolo Giovio’s ‘Historiae sui temporis’, liber VII. More Light on the Career of Ludovico degli Arrighi, in «Periodico della Società storica comense », LIII, pp. 53-83 [poi in «The Book Collector», 38, 1989, pp. 27-59].
Giovio 1956-1958 = Paolo G., Lettere, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, vol. I. 1514-1544, vol. II. 1544-1552, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato, 2 voll.
Giovio 1957 = Pauli Iovii Historiarum sui temporis tomus primus, curante Dante Visconti, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato.
Giovio 1985 = Eiusdem Historiarum sui temporis tomi secundi, pars altera, curantibus Dante Visconti et T.C. Price Zimmermann, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato.
Incunabula 1979 = Incunabula from the Libraries of Harrison D. Hoblit. Paolo Giovio and others, Catalogue 154 [October 1979], New York, H.P. Kraus.
Minonzio 2010b = Franco M., «Non so se ci accorderemo». Una edizione mancata delle ‘Historiae’ di Giovio in una lettera («Di Roma, alli 5 di luglio 1544») di Francesco Priscianese a Pier Vettori, in Quaderno di italianistica 2010, a cura della Sezione di Italiano dell’Università di Losanna, Pisa, Ets, pp. 67-97.
Minonzio 2011 = Id., Introduzione a Paolo Giovio, Dialogo sugli uomini e le donne illustri del nostro tempo, a cura di F.M., Torino, Aragno, vol. I, pp. VII-CCLVII.
Zimmermann 2012 = T.C. Price Z., Paolo Giovio. Uno storico e la crisi italiana del XVI secolo, ed. it. riveduta e aggiornata a cura di Franco Minonzio, Milano-Lecco, Lampi di Stampa-Polyhistor.

Nota paleografica

L’aspetto che piú colpisce nella scrittura di G. è la fedeltà a se stessa nel tempo. Dalla piú antica testimonianza, il ms. delle Noctes actae Comi datato al 1508 (dice qualcosa sulla scrittura, col quale esso è vergato, Minonzio, esprimendo un giudizio che è condiviso da Livia Martinoli nella scheda di Manus), alla prima metà degli anni Quaranta del Cinquecento, la sua produzione manoscritta non mostra mutamenti di rilievo. Certo, in quel primo codice, una copia di lavoro priva di intenti calligrafici, la corsiva di G., ibrida di elementi italici su una base ancora umanistica, presenta aspetti in seguito destinati a perimere. Tali sono, per esempio, il legamento et nel consueto disegno carolino, o la conservazione, tuttavia già sporadica, della d occhiellata o, ancora, un compendio per r(um) dal sapore arcaizzante (al pari di quello per q(ue), che avrà però vita piú lunga). Ma già a quest’altezza cronologica si incontra, come tratto caratteristico, l’oscillazione dell’allineamento sul rigo di parole e lettere e l’incostanza nelle inclinazioni delle aste: in una scrittura nel complesso reclinata verso destra, con alcune lettere decisamente e eccessivamente pendenti (soprattutto b e h, talvolta l ), trovi d, p e l’occhiello inferiore di g con frequente inclinazione verso sinistra. Non pesa, dunque, sul giudizio di omogeneità il fatto che le testimonianze di autografia si infittiscano solo a partire dagli anni Venti del secolo. È fattore costitutivo dello scrivere di G. la continuità di esecuzione della sequenza di segni alfabetici, garantita da frequenti legamenti (anche interni alle lettere: per tutte si veda la m) eseguiti con movimento orario, spesso dal basso e per levata di penna. Al livello morfologico sono da segnalare la a corsiva, tracciata in un tempo solo a partire dall’occhiello; la i e la f che, quando iniziali di parola, sono di modulo ingrandito e proseguite oltre la linea di scrittura – la f è anche munita di un largo tratto a sinistra, mostrando fattezze che la accomunano ai modelli italici piú moderni –; la g, il cui corpo rimane aperto in alto, come accade anche alla o (esiti, questi della velocità di scritturazione), mentre l’occhiello inferiore è sempre piuttosto largo e sbilanciato a destra; la p e la q con una corposa volta a sinistra al termine del tratto discendente; la z contenuta sulla linea, ma con ampio tratto al di sotto di essa. Tra i vezzi grafici si dovranno annoverare gli enfatici tratti in uscita di a (e talvolta anche di e) prolungati anche al di sotto della linea di base. Elegante il panorama della maiuscole, nutrito dall’apporto italico. Tali fenomeni non scompaiono negli esempi piú posati della mano del phisicus comense, solo si attenuano, mentre la scrittura assume maggiore regolarità e ordine di impaginazione. Dalla seconda metà degli ani Quaranta, il modulo però rimpicciolisce, la mano si fa meno ferma e i tratti assumono un andamento tremolante, tutte manifestazione dell’incedere della malattia artritica che lo colpí alle mani.

Censimento

  1. Arezzo, Archivio Vasariano, Archivio Rasponi-Spinelli, XLIV
  2. Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Nunziatura di Germania II, c. 186
  3. Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Nunziatura di Spagna I, c. 166
  4. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 5695, cc. 64 e 66
  5. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5868
  6. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 10979, c. 27v
  7. Como, Archivio di Stato, Ex Museo, 61 5
  8. Como, Biblioteca Comunale, 1 6 16
  9. Como, Biblioteca Comunale, 8 3 33, cc. 1r-2r, 3r-5r
  10. Como, Biblioteca Comunale, 10 2 29, c. 1r-2v
  11. Como, Biblioteca Comunale, Sup. 2 2 42
  12. Como, Biblioteca Comunale, Sup. 2 5 1 (olim 11 3 1)
  13. Como, Museo Civico, Fondo Acchiappati 3
  14. Como, Museo Civico, Fondo Acchiappati 4
  15. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 20 13
  16. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 1
  17. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 2
  18. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 3
  19. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 4
  20. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 6 1-2
  21. Como, Società Storica Comense, Fondo Aliati 28 7
  22. Como, Società Storica Comense, Sezione doni e manoscritti 1
  23. Firenze, Archivio di Stato, Carte Cervini 42, c. 81
  24. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 98, c. 74
  25. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 139, c. 44
  26. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 155, c. 112
  27. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 156, c. 140
  28. Firenze, Archivio di Stato, Carte del Cardinale di Ravenna 7 13, c. 26
  29. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 121, c. 86
  30. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 331, c. 83
  31. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 332, c. 85
  32. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 337, cc. 26, 95, 337
  33. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 338, c. 128r
  34. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 347, cc. 140 e 481
  35. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 348, c. 198
  36. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 354, c. 185
  37. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 358, c. 307
  38. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 359, c. 268
  39. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 360, c. 3
  40. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 364, c. 597
  41. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 366, cc. 116 e 167
  42. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 372, c. 29
  43. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 375, c. 422
  44. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 380, c. 201
  45. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 386, cc. 644 e 739
  46. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 391, c. 371
  47. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 391A, c. 523
  48. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 394A, c. 708r
  49. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 395, c. 132
  50. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 398, c. 494
  51. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 399, cc. 195 e 346
  52. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 400, cc. 330 e 397
  53. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 402, c. 69
  54. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 405, c. 245
  55. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 406, cc. 235 e 382
  56. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 408, cc. 76 e 91
  57. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 411, cc. 115 e 547
  58. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1169 6, c. 20r (numerazione a matita 213)
  59. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1172 4, c. 9r
  60. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1175
  61. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1176
  62. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 3902, doc. 1, 4, 5
  63. Firenze, Archivio di Stato, Miscellanea Medicea 618
  64. Firenze, Biblioteca Moreniana, Autografi Frullani 897 46
  65. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, 2 3 432, c. 85
  66. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II 21-23
  67. Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto di disegni e stampe, Uff. 1670A, verso (sopr. 179319)
  68. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. 12-18, 24, Giovio, Paolo
  69. London, The British Library, Add. 10267, cc. 314 e 316
  70. London, The British Library, Add. 10280, c. 65
  71. Madrid, Biblioteca Nacional, Res. 261 99, c. 340
  72. Madrid, Biblioteca de Palacio Real, ms. II 2297, c. 36r
  73. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 758, fasc. 1522
  74. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 867, fasc. Giovio, Paolo
  75. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 868, fasc. Giovio, Paolo
  76. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 869
  77. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 879, fasc. 1530
  78. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 880, fasc. 1531
  79. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1107, fasc. 1521
  80. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1108, fasc. 1522
  81. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1112, fasc. 1540
  82. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1153, fasc. 1530
  83. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1163, fasc. 1539
  84. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1910, fasc. 1540
  85. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga 1921, fasc. 1551
  86. Mantova, Archivio di Stato, Collezione Autografi Volta, Giovio, Paolo
  87. Milano, Archivio di Stato, Autografi 46, num. 5
  88. Milano, Archivio di Stato, Autografi 131, num. 27
  89. Milano, Archivio di Stato, Cancelleria dello stato di Milano 1537, 13 bis 5 22 (olim Autografi 46, num. 5)
  90. Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 31 inf
  91. Milano, Biblioteca Ambrosiana, H 245 inf., c. 6r
  92. Milano, Biblioteca Ambrosiana, L 95, Sussidio
  93. Milano, Biblioteca Braidense, AE XIV 16
  94. Milano, Collezione privata, [Segnatura non presente]
  95. Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie Letterati 24, Giovio, Paolo
  96. Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Giovio, Paolo (240 28)
  97. Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 834 (α G 1 16)
  98. Montpellier, Bibliothèque de la Faculté de Médecine, H 272, c. 55
  99. Napoli, Archivio di Stato, Carte Farnesiane 712, cc. 469, 471, 473
  100. Napoli, Biblioteca teologica «S. Tommaso», A 3 I (olim LXVII 7 1)
  101. New York, Pierpont Morgan Library, MA 1346 112
  102. New York, Pierpont Morgan Library, MA 3230 1-8
  103. New York, Pierpont Morgan Library, MA 3313
  104. Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, 114
  105. Parma, Biblioteca Palatina, Carteggio Farnese, s.s.
  106. Roma, Biblioteca Nazionale Centrale «Vittorio Emanuele II», Autografi A 153
  107. Roma, Biblioteca Nazionale Centrale «Vittorio Emanuele II», Vittorio Emanuele 1303
  108. Siena, Archivio di Stato, Particolari famiglie senesi, Bandini b5
  109. Udine, Biblioteca Arcivescovile e Bartoliniana, 151, cc. 10-11
  110. Venezia, Archivio di Stato, Capi di Consiglio dei Dieci, Lettere di Ambasciatori 16, c. 163
  111. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, It. VII 439 (10086), c. 226
  112. Volterra, Biblioteca Guarnacci, 9172
  113. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Autographen III 35
  114. Wien, Österreichisches Staatsarchiv, Hungarica, s.s.
  1. Como, Biblioteca Civica, 86 3 3

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda