Giraldi, Lilio Gregorio
Ferrara 1479–Ferrara 1552
Presentazione
Lilio Gregorio Giraldi muore nella natia Ferrara, nel febbraio 1552, all’età di settantatré anni. Tuttavia, come ricorda il suo allievo e primo biografo Lorenzo Frizzoli, l’ultima fase della sua vita era stata segnata da una malattia articolare che, dopo aver colpito gli arti inferiori già intorno agli anni Venti, lo aveva poi costretto a letto, rendendolo del tutto incapace non solo di muoversi, ma anche di usare le mani: «Ab atrocissimo articulorum morbo oppressus, ab hinc fere sexennio decumbit, omni manuum ac pedum caeterorumque membrorum privatus munere, ut non modo ori manus admovere, sed nec se absque famuli obsequio ac tantillum quidem in grabato excutere possit» (Frizzoli 1553: 165; ma cfr. anche Giraldi Cinzio 1556: 31v-32r). La malattia non impedisce però a Giraldi di continuare a comporre avvalendosi di amanuensi: è lo stesso autore ad ammetterlo nella dedica al compagno di studi Bernardo Barbuleio del Syntagma IV del De deis gentium, capitolo databile all’autunno del 1543 (cfr. Enenkel 2002: 30): «Nec tamen cum morbis affligar cesso, quin aliquid in dies per ammanuensem puerum vel scribam, vel dictem» (Giraldi 1548: 180). A tale amanuense l’umanista dedica il Syntagma XIV, perché «tu enim quod potes ipse manum tuam mihi ad qualescunque meas nugas describendas praestas» (ivi: 579).
Poiché quasi tutte le opere di Giraldi vengono stampate proprio negli anni della malattia, ossia tra 1538 e 1552, le limitazioni fisiche permettono di comprendere, almeno in parte, l’assenza di testimoni autografi che tramandino tali testi (cfr., ad esempio, Giraldi 1999: 24 e 2011: 221), spingendo a circoscrivere la ricerca di documenti autografi a un arco cronologico piú limitato, e certamente precedente agli anni Quaranta. Le eccezioni sono limitate a firme e documenti di breve estensione come il distico di dedica a Domenico Bondè Magnano apposto sul frontespizio di una copia dell’edizione fiorentina del De poetis nostrorum temporum oggi conservata alla Biblioteca Ariostea di Ferrara (→ P 5), testo a stampa che vede la luce nel 1551, pochi mesi prima della morte dell’autore. Sulla base della dedica sono state riconosciute come autografe alcune correzioni interlineari apposte alle rime giraldiane copiate su un manoscritto conservato sempre presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara (→ 2).
Le opere di Giraldi hanno per lo piú carattere enciclopedico-erudito e sono il frutto di attente letture, i cui risultati l’umanista conservava non soltanto mediante la «tenacità di memoria» riconosciutagli da Leandro Alberti (1550: 313v), ma soprattutto «excerpens colligensque quae ex ipsis autoribus mihi notatu et cognitione digna viderentur» (Giraldi 1539: a2r). Anche Bartolomeo Ricci ammetteva d’altronde, e forse non senza un briciolo di malizia, che Giraldi «ex aliorum voluminibus, quae fere lectitavit omnia, multa sibi volumina confecit» (Ricci 1748: 54). Le informazioni ricavate dalla lettura dei testi venivano appuntate su quelli che Giraldi chiamava «opisthographi libelli» (Giraldi 1539: a2r), ossia raccolte di «annotationes» o «schedae» che negli anni della malattia l’umanista faceva leggere «clare et distincte» (Giraldi 1553: 82) dai suoi collaboratori, per poi lavorarci ripetutamente, finché «quae in archetypo est, in macrocollum referat» (ivi: 53), cioè finché il testo dettato e corretto dall’umanista veniva trascritto in bella copia dall’amanuense. Anche di questi «opisthographi libelli» autografi, riconducibili agli anni precedenti alla malattia, non si è trovata traccia alcuna, ma non è improbabile che qualcuno di questi zibaldoni di excerpta possa ancora venire alla luce.
Oltre ai problemi fisici, anche le turbolente vicende biografiche di Giraldi – la rocambolesca fuga da Roma durante il Sacco del 1527, la morte del protettore Ercole Rangoni (1528), l’uccisione di Gianfrancesco Pico presso cui l’umanista si era rifugiato (1533) e il ritorno a Ferrara in stato di miseria – contribuiscono a spiegare la perdita non solo di documenti autografi, ma anche della biblioteca personale dell’umanista; i pochi frammenti sopravvissuti sono per lo piú testi a stampa o manoscritti acquistati e letti a Ferrara entro la metà degli anni Trenta: una miscellanea di incunaboli, fittamente postillati, contenente anche la traduzione latina ad opera di Domizio Calderini della Periegesis di Pausania (→ P2), che reca successive date di lettura (1501, 1511 «mense Decembre Mutinae», e 1529 «2 Augusti Mirandolae»: Bologna, BArch, 16 D VI 17, c. 48r); una raccolta di opere di Poggio Bracciolini (→ P 1), acquistata da «Paride bibliopola», dal quale il ferrarese comprò anche, nel giugno 1535, copia ms. del Milione (→ P 4); una silloge di trattati e opuscoli medici (→ P 3). Nelle note di possesso ai postillati giraldiani, oltre alla firma dell’umanista e ad eventuali altri dati relativi all’acquisto o alla lettura dei volumi, è spesso possibile riconoscere un disegno geometrico, accompagnato dalla parola greca ἀεὶ (‘sempre’), un ex libris utile per rintracciare ulteriori testi appartenenti alla sua biblioteca.
Non presentano invece note autografe altri due codici un tempo nelle mani di G. (contenenti una silloge di epistole umanistiche e una copia del Breve compendium futurorum eventuum rei rusticae di Benedetto Maffei), oggi conservati presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara (con collocazione II 133 e 162; cfr. Kristeller: i 57 e 58, e già Baruffaldi 1742: 160). Dall’esame calligrafico sembrano inoltre non autografi ma ancora opera di un amanuense anche i cosiddetti excerpta gyraldina: si tratta di correzioni e postille eseguite su un’edizione aldina degli Opera di Claudiano (Venezia 1523), oggi alla Bibliotheek der Rijksuniversiteit di Leiden (con collocazione 757 G 2), su cui si legge, in scrittura umanistica posata dal ductus molto regolare: «Gregorius Giraldus emendavit hunc codicem ex vetustiss(im)o exemplari, sumpto ab Aenea Gerardino» (c. 1r). L’esemplare in questione, appartenuto ad Enea Girardini, coetaneo ed amico di Giraldi, morto prematuramente a Roma a causa della sifilide, «suis omnibus scriptis amissis» (cfr. Giraldi 2011: 212), è stato messo in relazione con gli excerpta florentina, annotazioni vergate su un esemplare dell’editio princeps delle Opere di Claudiano (Vicenza, Jacques de La Douze, 1492) conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (collocazione A 4 36; per una descrizione esaustiva della questione con riferimento agli excerpta gyraldina cfr. Birt in Claudiano 1892: LXXXIX-XCI; Hall 1986: 129).
Bibliografia
Alberti 1550 = Leandro A., Descrittione di tutta Italia, Bologna, Anselmo Giaccarelli.
Baruffaldi 1742 = Girolamo B., Relazione, o sia esame d’un codice manoscritto del secolo XV nel quale si contengono diversi opuscoli appartenenti, per qualche titolo, a Bernardo Bembo cavaliere e senatore veneziano, in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Venezia, Occhi, vol. XXVI, pp. 155-82.
Claudiano 1892 = Id., Carmina, recensuit Theodorus Birt, Berolini, apud Weidmannos.
Enenkel 2002 = Karl A.E. E., The Making of 16th-Century Mythography: Giraldi’s ‘Syntagma de Musis’ (1507, 1511 and 1539), ‘De deis gentium historia’ (ca. 1500-1548) and Julien De Havrech’s ‘De cognominibus deorum gentilium’ (1541), in «Humanistica Lovaniensia», LI, pp. 9-54.
Frizzoli 1553 = Lorenzo F., Dialogismus unicus de Lilii operibus deque eius vita breviter, in Giraldi 1553: 161-67.
Giraldi 1539 = [Lilio Gregorio G.,] Huic libello insunt […] Herculis vita […], De musis syntagma […], Basileae, apud Mich. Ising.
Giraldi 1548 = Lilii Gregorii Gyraldi De deis gentium varia et multiplex historia, in qua simul de eorum imaginibus et cognominibus agitur, ubi plurima etiam hactenus multis ignota explicantur, et pleraque clarius tractantur, Basileae, Per Ioannem Oporinum.
Giraldi 1553 = Eiusdem Suarum quarundam annotationum dialogismi XXX, Venetiis, apud Gualterum Scottum.
Giraldi 1999 = Lilio Gregorio G., Due dialoghi sui poeti dei nostri tempi, a cura di Claudia Pandolfi, Ferrara, Corbo.
Giraldi 2011 = Id., Modern Poets, edited and translated by John N. Grant, Cambridge (Mass.)-London, The I Tatti Renaissance Library-Harvard Univ. Press.
Giraldi Cinzio 1556 = [Giovan Battista G.C.,] Ab epistolis De Ferraria et Atestinis principibus commentariolum ex Lilii Gregorii Gyraldi epitome deductum, Ferrariae, per Franciscum Rubeum.
Hall 1986 = John Barrie H., Prolegomena to Claudian, London, Institute of Classical Studies-University of London.
Ricci 1748 = Operum Bartholomaei Riccii Lugiensis, vol. II. Epistolarum liber, Patavii, typis Seminarii apud Joannem Manfrè.
Nota paleografica
Davvero minimo il lascito manoscritto di G. e tale per cui risulta impossibile stabilire connotati specifici nella veloce e informale corsiva di base umanistica di cui si dimostra capace. Certo, alcune prove lasciano pensare che egli fosse in grado di costringere il modello grafico anche in esiti piú formali e posati (→ 1, P 3), ma siffatte tracce risultano troppo ridotte per poterne derivare conclusioni di sorta in merito alle eventuali capacità digrafiche del letterato. Del pari, si colgono qua e là aspetti peculiari che piacerebbe sostenere con l’apporto di ulteriori attestazioni, qualora se ne rinvenissero. È il caso dell’arcaizzante legamento et che si legge in tav. 1 r. 6 e che ha un possibile, ma pasticciato, paragone nella nota di possesso presente in → P 4 (e un suggestivo, ma improbabile, riscontro nel corpo della lettera spedita a Bembo, tav. 1 r. 2) e che trova, lí stesso, un piú convenevole ai tempi alter ego con e in forma di eta e t in legamento basso. Di qualche interesse, soprattutto nella prospettiva di possibili accrescimenti del lascito autografo, sono il digramma ch eseguito al modo mercantesco (ma ovviamente patrimonio di una larga comunità di scriventi dell’epoca) con netta soppressione di parte dell’asta della seconda lettera; la costanza del diacritico puntiforme sulla i (raddoppiato sulla y del patronimico); la stabilizzazione della u in forma acuta quando in posizione iniziale; la brusca, sproporzionata volta a destra dell’asta della q. Tra le maiuscole, merita segnalazione la B che, nel disegno all’antica, lascia immaginare la piú ricca humus umanistica da cui G. trasse, nella corte ferrarese dell’ultimo scorcio del Quattrocento, il proprio ammaestramento letterario e, in particolare, l’educazione grafica alla cui complezza di profilo manca il côté greco (illuminato dalle figure di Battista Guarino e Demetrio Calcondila), per il quale, se tre lettere possono bastare a immaginare il tutto, doveva mostrare capacità migliori del corrispettivo latino.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 2158, c. clix
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I 371
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il principato 118, num. 103
- Berlin, Staatsbibliothek, Hamilton 522
- Edinburgh, University Library, 175 (Db 6 3)
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. II 336
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, E 8 3 24
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 25
Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)
Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda