Doni, Anton Francesco
Firenze 1513–Monselice 1574
Presentazione
Sotto il nome di Anton Francesco Doni sopravvivono una ventina di manoscritti autografi, non di rado ospitati in prestigiose raccolte librarie. Pur nella difficoltà di districarsi tra le molte promesse del Doni, che era solito dare per imminenti opere ancora tutte da scrivere, è assodato che alcuni autografi non sono al momento più reperibili (Masi 2008); quelli superstiti, peraltro non sempre documentati nelle testimonianze dell’autore, sono tuttavia in numero sufficiente per permettere alcune osservazioni di carattere generale. Compreso entro un trentennio (1544-1574), il corpus si segnala per sostanziale omogeneità di realizzazione: si tratta per lo più di manoscritti di dedica, talora di grandi dimensioni e dall’impaginato piuttosto arioso, spesso costellati di figurazioni a penna che, prima di avere mero valore decorativo, si distinguono in molti casi per valenza strutturale (così per i manoscritti di imprese, riccamente illustrati, o per i Numeri viennesi, ove il confine tra testo e immagine si fa assai labile: vd. Mulinacci 2008). Più dimesso, per contro, l’aspetto di altri autografi, quali l’Ornamento della lingua toscana di Firenze, decisamente meno curato dal punto di vista formale, e il libello marciano contro l’Aretino, nel quale prevale una più accentuata urgenza di scrittura.
Altro tratto unificante, immediatamente visibile, è l’artificiosa scrittura doniana: dismessa solo in un numero ridotto di casi, nei quali appare non calligrafica, essa trova riscontri con le scritture di base cancelleresca e mercantesca proposte a stampa nella prima metà del Cinquecento, secondo modalità grafiche variamente declinate. Tale mediazione dei modelli imposti dalla stampa coeva, che non trova molte occasioni di confronto nella tradizione manoscritta cinquecentesca, concorre a spiegare la spiccata artigianalità di questi manufatti: significativo, in tal senso, è il ricorso a impressioni xilografiche (così per i codici musicali ora presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, ornati con legni usati durante l’esperienza tipografica fiorentina) e a curiose pratiche di collage (in un caso, l’Attavanta del Correr, l’abbellimento è demandato a illustrazioni ritagliate da stampe coeve). Le legature di un paio di manoscritti, d’altro canto, presentano decorazioni a penna in tutto simili a quelle reperibili nelle carte interne, e sembrano certificare la notizia, suffragata da riscontri documentari, di una puntuale responsabilità del Doni nella fattura materiale dei propri codici.
È bene dire che nessuno dei manoscritti rimasti trova perfetta rispondenza con quanto venne pubblicato vivente l’autore, anche se in molti casi è possibile individuare nuclei testuali che, in tempi e modi di volta in volta precisabili, ebbero un esito – talora solo parziale – nelle stampe. Tali questioni chiamano in causa, più in generale, la prassi di scrittura messa in atto dal Doni sia nelle opere a stampa che in quelle manoscritte, in base alla quale il testo viene organizzato in partizioni modulari discrete, facilmente reimpiegabili in altri contesti. Esemplari, in questo senso, sono le Nuove pitture vaticane, riassorbite in larga misura nelle pagine delle Pitture edite a Padova nel 1564, pur con sostanziale autonomia tra le due redazioni. Altrettanto indicativo, ma decisamente più complesso, è il caso dei codici delle Ville: le quattro versioni manoscritte oggi note (una quinta non è pervenuta) erano state divulgate con varianti di maggiore o minor rilievo, inserite coscientemente a testo nel tentativo di far apparire ogni esemplare come « un originale piuttosto che una copia » (Pissinis 1977: 203; vd. anche Masi 2008); un trattamento analogo fu attuato in occasione della stampa del 1566 che, pur mostrando estese aree di contatto con il testo dei vari manoscritti, si allontana da essi in più punti. Di fronte a tali problemi di ordine ecdotico, la soluzione più adeguata sembra essere un’edizione sinottica dei vari testimoni.
Merita qualche attenzione il gruppo delle lettere autografe, per le quali, in mancanza di un censimento completo, servirebbero ricognizioni sistematiche di fondi di archivio. Quelle attualmente note, recuperate grazie alle ricerche del Tiraboschi, di Salvatore Bongi e, più di recente, di Giorgio Masi, non figurano nelle raccolte cinquecentesche sorvegliate dal Doni e sono lacerti indispensabili per ricostruirne il profilo biografico e intellettuale: in alcune di esse si rileva la cura calligrafica presente nei manoscritti di dedica, mentre nelle poche a carattere usuale la scrittura si mostra decisamente più corsiva. Particolare cautela è da riservarsi a un gruppo di missive che, per quanto solo parzialmente autografe, sono fortemente indiziate di responsabilità d’autore: in esse, in qualità di membro di una « Accademia Pellegrina » sita tra Venezia e Arquà, il Doni avrebbe inscenato un misterioso e con ogni probabilità fittizio cenacolo di intellettuali, nel tentativo autopromozionale, peraltro mai raggiunto, di ottenere il supporto di personalità illustri (Masi 1999). Auspicabili sarebbero anche alcuni necessari accertamenti sui postillati doniani, dei quali, se si escludono un paio di segnalazioni forse rivedibili (vd. Masi 2008), non sono noti esempi di sorta. Di qualche rilievo, infine, sono le trascrizioni seriori, non sempre ininfluenti in sede di ricostruzione filologica.
Bibliografia
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Doni 1858 = Attavanta. Villa di m. Anton Francesco Doni fiorentino tratta dall’autografo conservato nel museo Correr di Venezia, [a cura di Vincenzo Lazari], Firenze, Le Monnier.
Doni 1861 = Anton Francesco D., Lo stufaiolo, commedia in prosa, [a cura di Salvatore Bongi,] Lucca, presso B. Canovetti.
Doni 1869 = Fiore di sentenze tratte dall’‘Ornamento della lingua toscana’ di Anton Francesco Doni fiorentino, edite per nozze [Serristori-Arese], a cura di Pietro Bigazzi, Firenze, Barbèra.
Doni 1901 = La vita dello infame Aretino. Lettera ci et ultima di Anton Francesco Doni fiorentino, pubblicata a cura di Costantino Arlía, Città di Castello, Lapi.
Doni 1969 = Ugo Bellocchi, Le Ville di Anton Francesco Doni, Modena, Aedes Muratoriana.
Doni 1981 = Anton Francesco D., I numeri, a cura di Alessandra Del Fante, Roma, Bulzoni.
Doni 1988 = Id., Umori e sentenze, a cura di Vincenza Giri e Giorgio Masi, pres. di Renzo Bragantini, Roma, Salerno Editrice.
Doni 1998 = Id., Contra Aretinum (Teremoto, Vita, Oratione funerale. Con un’Appendice di lettere), a cura di Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli.
Doni 2001 = Id., La guerra di Cipro, a cura di Vincenzo Jacomuzzi, Torino, Tirrenia.
Doni 2006 = [Id.,] Le nuove pitture del Doni fiorentino. Libro primo consacrato al mirabil signore donno Aloise da Este illustrissimo et reverendissimo (Città del Vaticano, BAV, ms. Patetta 364), ed. a cura di Sonia Maffei, cura del testo, presentazione, trascrizione, commento e saggio critico di S. M., con una nota musicale di Virgilio Bernardoni e una nota linguistica di Carlo Alberto Girotto, Napoli, La Stanza delle Scritture-BAV.
Fanfani-Arlía 1876 = [Pietro F. e Costantino A.,] Lettera inedita di Anton Francesco Doni, in «Il Borghini. Giornale di filologia e di lettere italiane», iii, 12 pp. 187-90.
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Suttina 1932 = Luigi S., Anton Francesco Doni e il Duca di Ferrara, in «Giornale storico della letteratura italiana», xcix, 295-96 pp. 276-78.
Tiraboschi 1787-1794 = Storia della letteratura italiana del cavalier abate Girolamo Tiraboschi. Seconda edizione modenese riveduta, corretta ed accresciuta dall’autore, In Modena, presso la Società Tipografica, 9 voll.
Unterkircher 1976 = Franz U. under Mitarbeit von Heidelinde Horninger und Franz Lackner, Die datieren Handschriften der Österreichischen Nationalbibliothek von 1501 bis 1600 (Katalog der Datierten Handschriften in lateinischen Schrift in Österreich. Band iv), 1. Teil: Text; 2. Teil:Tafeln, Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften.
Nota paleografica
Come già segnalato nella scheda di censimento, la competenza grafica di A.F. D. quale emerge dalle testimonianze note, tutte piuttosto tarde, è di qualità veramente singolare. Egli mostra infatti di possedere, evento raro fra i letterati dell’epoca, la consapevolezza del fatto grafico come impegno di calligrafo, oltre che quale strumento necessario alla comunicazione e trasmissione di testi. Tale padronanza si evidenzia nell’adozione di precise gerarchie grafiche: non solo, com’è ovvio a quest’altezza cronologica, D. scandisce i titoli, vergati in una ricercata capitale slanciata di ispirazione tipografica e ricca di apicature, tra scrittura dritta e varietà inclinata a destra (ovvero il maiuscolo corsivo, cfr. tav. 6b), ma distingue anche, nel corpo del testo, parti proprie e citazioni: si veda al proposito la tav. 2 dove la capitale è impiegata nell’incipit, nel motto e nel rinvio bibliografico; il testo si legge, invece, nella personale grafia adottata dal D. per codici di particolare accuratezza calligrafica; la citazione latina, infine, è vergata in un’ottima e professionale italica. Il “poligrafismo” del D. risulta accentuato dal distacco tra scrittura dell’uso quotidiano e scritture calligrafiche, in un affastellarsi di tipi e modelli grafici ove al “multigrafismo relativo” si associa una graduazione funzionale certo non governata dalla casualità. Del tutto innovativa e personale è la scrittura di “rappresentanza” adoperata dal D.: una scrittura di base italica, com’è provato dal disegno delle lettere e dall’adozione di legamenti tipici (come sp o tra il segno abbreviativo per la nasale e t), ma di esecuzione, in contrasto con i principi dell’epoca, molto tondeggiante, ariosa ed elegantissima. Proprio questa scelta esecutiva, e dunque estetica, non può essere frutto di casualità, ma sembra trarre ispirazione dalla contemporanea trattatistica sulla scrittura. Non tuttavia, come ci si attenderebbe, da quella relativa alla cancelleresca, bensì dalle opere tese a conferire un principio di interpretazione calligrafica anche per il secondo grande polo grafico del tempo: quello della mercantesca. Fra tutte impressiona l’analogia che è sì di formato e di disegno, ma che talvolta è anche di sostanza, con Il modo di imparare di scrivere lettera Mercantescha di Eustachio Celebrino (opera stampata nel 1525 e nel 1526; cfr. per es. a, e, g). L’impressione di un contatto con il mondo “altro” della scrittura a mano, ovvero la mercantesca, esce potentemente rafforzata quando si volga lo sguardo alla scrittura usuale di D. (tavv. 1 e 5). Qui, in un quadro tuttora prevalentemente italico sebbene reso assai corsivo (cfr., per es., la tendenza di g a legare a destra tramite l’occhiello inferiore: gli, 5 r. 18; bisogna, 5 r. 22; il legamento st, ecc.), colpiscono lineamenti tipici del “sistema” mercantesco quali il legamento ch (dal D. effettuato dal basso: o ch(e) voi, 5 r. 4) e la z in foggia di 3 discendente al di sotto del rigo (canzona, 5 r. 6). Nella maniera moderna di scrivere (fatta salva l’unica oscillazione nell’impiego ambiguo dei due punti) rientra l’apparato paragrafematico, con virgola, punto e virgola e punto per le pause brevi, medie e forti e la positura per la pausa finale (2 rr. 17, 19 e 20); le parentesi, il segno di a capo espresso da doppia lineetta, l’apostrofo per l’elisione e l’accento per parole ossitone e alcune forme verbali. Insomma l’originale miscela di strutture e modi conferisce alla scrittura di D. l’indubbio sincretismo di un’italica al modo mercantesco, contribuendo a confermare i connotati di singolarità propri di tutta la sua attività nel campo della produzione/riproduzione di testi. È precisamente guardando alla monotona compagine dell’intellettualità italiana di XVI secolo legata al mondo dell’editoria che Petrucci ha potuto osservare che « Fra loro – a parte il “divino” Aretino – il più singolare e complesso personaggio fu probabilmente Anton Francesco Doni, cui si debbono le più acute analisi e le più ironiche denunce dello stato sociale e della produzione letteraria dell’intellettuale in regime di sovrapproduzione libraria indotta dell’industria editoriale: onde i suoi noti passi sul continuo e inutile affannarsi del leggere e dello scrivere, sull’inutile ripetizione della produzione letteraria, sui malanni fisici conseguenti ad una professione affannosa e disperata […]. Ebbene, quest’uomo profondamente immedesimato nel contemporaneo mondo del libro, nel 1545, abbandonata per una prima volta Venezia, tornò nella sua Firenze e vi impiantò una tipografia, dalla quale, nel solco della locale tradizione testuale e tipografica, seppe far uscire per breve periodo edizioni di raffinata e semplice eleganza grafica, con splendidi frontespizi di concisa sobrietà xilotipografica ».1 Un giudizio encomiastico bene in armonia con le doti di calligrafo manifestate da D.
Censimento
- Ancona, Archivio di Stato, Suppliche al consiglio 1545-1558, num. 557
- Camerino, Biblioteca Comunale Valentiniana, 2 (olim III S 2-23)
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Patetta 364 (olim Archivio Capitolare Vaticano, Archivio della Basilica di S. Pietro, Fondo Patetta 18)
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5225
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 367
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 378
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 404
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 411
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 499
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 503
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II III 437-440 (già Magl. XIX 130)
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Landau-Finaly 257
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuovi Acquisti 267 (già Soranzo 234 in folio; Canonici: Libr. I, scaf. 3, n. 51; Sneyd 258)
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuovi Acquisti 268
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Palat. E B 10 8, striscia 1392
- Firenze, Biblioteca Riccardiana, Ricc. 1184/1
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 20, Doni Anton Francesco
- London, The British Library, Add. 33790 (già Grenville XIX)
- Mantova, Archivio di Stato, Corrispondenza estera Venezia e città soggette E XLV
- Milano, Biblioteca Trivulziana, 15
- Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie, Accademie I fasc. 22
- Modena, Archivio di Stato, Cancelleria Ducale Particolari 471 11
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Doni Anton Francesco
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 833 (alfa G I 15), 1 (Accademici Pellegrini)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 834 (alfa G I 16), 5 (Doni, A.F.)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, gamma S I 63
- München, Bayerische Staatsbibliothek, Codices italici 36
- Padova, Biblioteca Universitaria, 4
- Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, 8 20 (Doni A.F.)
- Parma, Archivio di Stato, Raccolta Manoscritti 83
- Parma, Biblioteca Palatina, Epistolario Parmense cassetta 99
- Reggio Emilia, Biblioteca Municipale «Antonio Panizzi», Regg. F. 536 (olim Cassoli 487; CXVII B 56; 8 B 447)
- Venezia, Biblioteca Civica del Museo Correr, Correr 1433 (olim Soranzo 857 in folio; D 5 11)
- Venezia, Biblioteca Civica del Museo Correr, Misc. Correr LI/2187
- Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, It. IX 213 (6881, olim CIV 2 e Sa LXIII 5; provenienza Apostolo Zeno, 353)
- Wellesley (Mass.), Wellesley College Library, The Frances Plimpton Collection 897
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Vindobon. Pal. 10892
Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 14 gennaio 2026 | Cita questa scheda