Gambara, Veronica

Pralboino [Brescia] 1485–Correggio 1550

Presentazione

La produzione letteraria della Gambara si attesta su un duplice versante, poetico ed epistolare. Solo quest’ultimo – allo stato attuale delle ricerche – risulta documentato da materiale autografo. Per quanto concerne le rime, infatti, si conferma la «mancanza totale […] di autografi» già segnalata nell’edizione critica a cura di Alan Bullock (in Gambara 1995: 3). Poesie e lettere dell’autrice vennero pubblicate in varie antologie cinquecentesche. La prima edizione autonoma di testi gambariani risale al ’700 (Gambara 1759), seguita da altri due interventi editoriali nel secolo successivo (Gambara 1879 e Gambara 1880) che integrarono di non molto il già noto (l’edizione di riferimento resta quella del 1759, corredata di un ricco apparato erudito). Se è vero che le raccolte sette-ottocentesche denunciano un «vistoso naufragio epistolare», trasmettendo «soltanto limitati ed incompleti carteggi della donna» (Selmi 1989: 169), tale dispersione è ancor piú accentuata nel caso del materiale autografo, che risulta quasi del tutto estraneo alle raccolte a stampa e rispetto ad esse drasticamente sottodimensionato quanto a consistenza, come è stato altresí indicato: «mentre si possiede un discreto corpus di copia-lettere, formatosi tra il Seicento ed il Settecento, irreperibile sembra invece la maggior parte degli autografi o degli apografi cinquecenteschi» (Selmi 1989: 145).

La documentazione autografa superstite, sebbene scarsa, si distende su un arco cronologico che occupa quasi per intero la vita della poetessa, circostanza che permette di seguire l’evoluzione di una scrittura che, se nella fase giovanile denota una forte attenzione per l’aspetto grafico e caratteri di spiccata modernità, con il passare del tempo si fa meno curata, si ingrandisce di modulo, diventa aguzza ed appuntita, fino a mostrare – nelle missive piú tarde – una palese difficoltà nell’esecuzione dei tratti. Gli autografi noti si inseriscono entro le forbici 1503-1508, 1532-1541 e 1545-1550, con un sensibile intervallo tra la fase giovanile e quella della maturità. Essi risalgono anche agli anni bresciani antecedenti al matrimonio e al trasferimento a Correggio (le lettere a stampa dell’autrice sono invece tutte posteriori alla morte del marito Giberto da Correggio, avvenuta nel 1518). Dal punto di vista tematico, le missive possono schematicamente suddividersi in tre gruppi: di contenuto personale e domestico, politico-diplomatico e, infine, letterario.

La piú antica testimonianza autografa nota è una lettera alla marchesa di Mantova Isabella d’Este, datata 1° febbraio 1503 (→ 9a, tav. 1). Firmata «Veronica de G. man propria», essa funge anche da termine di paragone sicuro per avviare il confronto paleografico. Pubblicata per la prima volta da Renier (1889: 442-43), è documento importante delle relazioni dei Gambara con la famiglia d’Este, relazioni che dovettero essere particolarmente strette se, come riportato dai biografi, il cardinale Ippolito d’Este tenne a battesimo il primo figlio della Gambara, chiamato, e non sarà stato un caso, anch’egli Ippolito (due missive autografe conservate presso l’Archivio di Stato di Modena sono indirizzate al prelato ferrarese, datate 22 maggio 1506 e 23 giugno 1508; → 11b; per la seconda si veda la tav. 2). La lettera a Isabella è conservata nel Fondo Autografi dell’Archivio di Stato di Mantova, dove la busta riguardante la poetessa contiene un totale di dieci missive (di cui una in duplice copia). Fra queste, però, soltanto due risultano autografe: oltre a quella a Isabella, l’ultima missiva in ordine cronologico della busta, datata al 1547, a Pietro Maria Cornacchia, segretario del cardinale Ercole Gonzaga. Le altre sette, indirizzate ancora alla marchesa di Mantova e ai marchesi Francesco e Federico Gonzaga, appaiono vergate da diverse mani di segretari e sono quindi da considerarsi idiografe.

Altri autografi della fase giovanile sono una lettera del 1504 a messer Barone, buffone errante fra le corti di Ferrara, Mantova e Milano, molto apprezzato dagli Este e dai Gonzaga (→ 11a); due lettere del 1505 e 1506 a Giovan Giorgio Trissino (→ 15) – amico di famiglia dei Gambara, che nell’Italia liberata dai Goti cita Veronica, insieme a Vittoria Colonna, fra le «donne eccellenti e di leggiadro ingegno» (Trissino 1729: 255) che daranno lustro all’impero –, lettere contenute in un manoscritto composito realizzato dall’erudito vicentino Bartolomeo Zigiotti a metà Settecento con materiali epistolari di disparata provenienza, tutti indirizzati a Trissino; infine, le due lettere a Ippolito d’Este già ricordate e la lettera del 1507 allo zio Nicolò Gambara (→ 1).

Tra gli autografi degli anni 1532-’41, spicca la lettera a Pietro Bembo, risalente al 1532. Conservata presso la biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei (→ 17), è l’unica testimonianza gambariana autografa di un ricco e fitto carteggio durato piú di quarantennio. La missiva (per cui si veda Andreani 2018) è la risposta ad una lettera del Bembo del 27 maggio 1532 (Bembo 1992: 342) in cui il letterato, in vista della seconda impressione delle sue Rime, chiedeva alla Gambara di inviargli il testo del suo sonetto Non t’ammirar, s’a te non visto mai (Gambara 1995: num. 15; la lettera del Bembo riporta solo il primo verso, nella variante S’a voi da me non pur veduto mai), la cui risposta per le rime, Certo ben mi poss’io dir pago omai, Bembo aveva incluso nell’edizione del ’30 (Bembo 1966: num. lxiii; per questo scambio poetico si veda anche Gorni 1989: 38-39, che commentava la vicenda senza però conoscere la risposta della Gambara). La poetessa replica nella missiva di essere onorata dell’omaggio ma di aver smarrito anch’ella il sonetto, trovandosi dunque impossibilitata ad accontentare l’illustre interlocutore (che nell’appendice alle Rime del ’35 includerà infatti un altro testo della Gambara, A l’ardente desio ch’ognor m’accende; vd. Gambara 1995: num. 36). Si tratta di uno scambio epistolare di notevole rilevanza, poiché attiene alla definitiva consacrazione della scrittura femminile sancita da Bembo attraverso l’inclusione nella propria silloge di testi delle due maggiori autrici del tempo (oltre a Veronica, anche Vittoria Colonna).

Missive degli anni a cavaliere fra il ’30 e il ’40 sono quelle rivolte a Bartolomeo Masetti, uomo di fiducia della Gambara, conservate tra Modena, Firenze e Forlí (→ 12, 4, 5). Si tratta di testi di tono familiare in cui si parla di commerci minuti e soprattutto dell’acquisto di stoffe. In esse risulta autografa solo la firma e si possono distinguere le mani di due diversi segretari, uno che stende le lettere di Forlí e un altro a cui sono ascrivibili quelle di Modena e Firenze.

Gli autografi della tarda maturità sono prevalentemente di carattere politico e diplomatico, anche se a volte pubblico e privato si intrecciano, come ad esempio nelle lettere all’amata figliastra Costanza o al consorte di quest’ultima, Francesco. Nel 1829 il conte Mario Valdrighi di Modena pubblicava sei lettere indirizzate ai coniugi le quali «già ritraemmo dagli originali stessi della celebre donna […], conservati […] presso il gentilissimo Sig. Avvocato Domenico Pongileoni di Correggio che di essi ci fu liberale» (Valdrighi-Cavedoni 1829: iii). Delle missive edite nell’opuscolo, quattro sono effettivamente autografe e custodite attualmente a New York (→ 14), Forlí (→ 5) e Modena (→ 12); questo lascia presumere che anche le altre due lettere, attualmente irreperibili, fossero autografe.

Le missive di Parma indirizzate al duca Ottavio Farnese (→ 16b) sono testimonianza degli stretti rapporti che intercorsero fra i Gambara e la potente famiglia papale (sui quali si veda Fasti 2010). Nel 1887 Costa pubblicava l’unica lettera che gli sembrava degna di nota fra le tre che aveva rintracciato nell’archivio parmense, recante le condoglianze per la morte di papa Paolo III (Costa 1887: 338). Lo studioso non forniva alcuna informazione sulle lettere tralasciate, ma è verosimile che esse corrispondano alle due indirizzate al medesimo Ottavio e datate 2 ottobre 1547 e 11 dicembre 1549, pubblicate entrambe come autografe (Manzotti 1951: 23, 28), sebbene nella lettera dell’11 dicembre siano tali soltanto la sottoscrizione e la firma. Successivamente Costa pubblicava la quarta lettera nota al duca Ottavio, autografa e datata 7 dicembre 1549 (vd. Costa 1890: 13).

Sono riemersi di recente in Queriniana (per essere poi depositati all’Archivio di Stato di Brescia) gli originali, per lungo tempo irreperibili, di due lettere pubblicate nella prima metà del Novecento dallo storiografo bresciano Paolo Guerrini. La prima missiva, indirizzata alla zia Lucrezia Gonzaga di Novellara e risalente al 1498, era descritta dall’editore come «letterina tutta autografa, nella sua forma ingenua e ortograficamente scorretta» (Guerrini 1949: 158), ma non risulta autografa. Della seconda, inviata allo zio Nicolò Gambara il 30 marzo 1507 e firmata «de man propria» (Guerrini 1927: v), si può invece confermare l’autografia (→ 1).

Fra le missive idiografe dell’Archivio di Stato di Mantova compare anche la lettera a Isabella d’Este del 3 settembre 1528 (Autografi 8 10, c. 141, in copia a c. 142), pubblicata per la prima volta nel raro opuscolo Alcune lettere (s.i.t. ma 1829, come si evince da Renier 1889: 443). Tale missiva ha goduto di una certa notorietà poiché vi si parla di una Maddalena nel deserto del Correggio andata perduta e testimoniata solo da questa fonte. La lettera è stata integralmente riedita e presentata come autografa (Iotti 2001), ma il confronto paleografico con altre missive della poetessa impedisce di considerarla tale.

Come si accennava, sono disperse anche due delle 6 lettere pubblicate da Mario Valdrighi e Celestino Cavedoni (1829: iii), parte di un mannello di epistole delle quali risultano effettivamente autografe le 4 delle quali si conosce l’attuale collocazione: si tratta di una lettera dell’8 febbraio 1540 a Giulio Gonzaga e di una lettera del 15 agosto 1548 a Costanza di Novellara, quest’ultima ripubblicata anche da Ferdinando Rossi Foglia, il quale la dice «tratta da autografi» forniti da un «amico» di cui però non fa il nome (Rossi Foglia 1884: 19).

Amaduzzi dava conto di altre due lettere autografe indirizzate a Costanza (24 novembre 1549) e a Francesco (31 dicembre 1549), entrambe spedite da Correggio, un tempo custodite nell’Archivio Comunale di Novellara (Amaduzzi 1889: 30-32): attualmente, però, in quell’archivio non risulta nulla di pertinenza della poetessa.

Nell’Archivio di memorie patrie della Biblioteca «Einaudi» di Correggio si conservano vari documenti inerenti alla Gambara, ma nessuna lettera autografa. Manzotti (1951: 22, 26) pubblicava come autografe due lettere custodite a Correggio (entrambe spedite da Parma, a Vittoria Gonzaga contessa di Novellara e a Giovan Battista Cappello, datate rispettivamente 9 e 13 febbraio 1523), che sono di una stessa mano, non corrispondente però a quella della poetessa. Come ha dimostrato Barilli (1995), tali lettere – insieme ad altre due riedite in Gambara 1879: 357-61 (alla medesima Vittoria Gonzaga e alla signora Cornelia, già rese note da Bigi 1859) – sono state erroneamente attribuite alla poetessa, essendo in realtà di mano di una sua omonima nipote (risalgono tutte, infatti, agli anni Settanta del Cinquecento; nelle sue trascrizioni Bigi indicava correttamente l’anno delle lettere, senza apparentemente notare la cronologia posteriore alla morte della poetessa). Non può considerarsi autografa nemmeno la lettera a Pietro Aretino del 24 agosto 1533, in collezione privata, pubblicata nel catalogo della mostra La Renaissance italienne. Peintres et poètes dans les collections genevoises (Danzi 2006: 177-79).



Bibliografia
Amaduzzi 1889 = Luigi A., Undici lettere inedite di Veronica Gambara e un’ode latina tradotta in volgare, Guastalla, Pecorini.
Alcune lettere [1829] = Alcune lettere di celebri autori estratte dall’antico archivio segreto di Mantova, s.i.t. [ma 1829].
Andreani 2018 = Veronica A., «’l comandamento […] che già mi fece in Bollogna»: una lettera inedita di Veronica Gambara a Pietro Bembo, in «Filologia e Critica», xliii, pp. 226-46.
Barilli 1995 = Gian Paolo B., Veronica Gambara non patrocinò Antonio Allegri “Il Correggio”. Alcune lettere erroneamente attribuite alla signora di Correggio e altri suoi scritti inediti, in «Reggio storia», 69, pp. 46-54.
Bembo 1966 = Pietro B., Prose e rime, a cura di Carlo Dionisotti, Torino, Utet (2a ed.).
Bembo 1992 = Id., Lettere, ed. critica a cura di Ernesto Travi, Bologna, Commissione per i testi di lingua, vol. iii.
Bigi 1859 = Quirino B., Sopra la celebre contessa Matilde e Veronica Gambara principessa di Correggio, Mantova, Tip. Francesco Virgilio Benvenuti.
Costa 1887 = Emilio C., Una lettera inedita di Veronica Gambara, in «Giornale storico della letteratura italiana», ix, p. 338.
Costa 1890 = Id., Sonetti amorosi inediti o rari di Veronica Gambara da Correggio. Opuscolo per nozze Brandileone-Sannia, Parma, Battei.
Danzi 2006 = Massimo D., Veronica Gambara, in La Renaissance italienne. Peintres et poètes dans les collections genevoises. Catalogue de la Exposition, Cologny, 25 novembre 2006-1° avril 2007, sous la direction de Michel Jeanneret et Mauro Natale, Milano, Skira, pp. 177-79.
Fasti 2010 = Fasti e splendori dei Gambara: l’apice della potente famiglia bresciana in età rinascimentale e barocca, ricerca interdisciplinare coordinata da Dezio Paoletti, pref. di Ennio Ferraglio, Quinzano d’Oglio-Brescia, Associazione amici Fondazione Civiltà Bresciana […]-Grafo.
Gambara 1759 = Rime e lettere di Veronica Gambara, a cura di Felice Rizzardi, Brescia, Rizzardi.
Gambara 1879 = Rime e lettere di Veronica Gambara, a cura di Pia Mestica Chiappetti, Firenze, Barbèra.
Gambara 1880 = Rime e lettere di Veronica Gambara, nuovamente pubblicate ed annotate per cura d’un Trentino, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana.
Gambara 1995 = Veronica G., Le rime, a cura di Alan Bullock, Firenze-Perth, Olschki-The Univ. of Western Australia Press.
Gorni 1989 = Guglielmo G., Veronica e le altre: emblemi e cifre onomastiche nelle ‘Rime’ del Bembo, in Veronica Gambara 1989: 37-57.
Guerrini 1927 = Paolo G., Dieci lettere inedite dell’Archivio Gambara di Verolanuova, Pavia, Artigianelli.
Guerrini 1949 = Id., Una lettera giovanile di Veronica Gambara, in «La Martinella di Milano», iii, pp. 158-59.
Iotti 2001 = Roberta I., «Illustrissima et excellentissima Signora mia…». Veronica Gambara e il Correggio, in «Civiltà mantovana», xxxvi, pp. 132-36.
Manzotti 1951 = Fernando M., Cataloghi delle lettere di Veronica Gambara. Preceduti da un saggio critico (con lettere inedite), Verona, Nova Historia.
Renier 1889 = Rodolfo R., Rassegna bibliografica [Recensione ad Amaduzzi 1889], in «Giornale storico della letteratura italiana», xiv, pp. 441-45.
Rossi Foglia 1884 = Ferdinando R.F., Cenni biografici intorno a Veronica Gàmbara da Correggio di Rinaldo Corso e lettere della stessa, Correggio, Palazzi.
Selmi 1989 = Elisabetta S., Per l’epistolario di Veronica Gambara, in Veronica Gambara 1989: 143-81.
Trissino 1729 = Giangiorgio T., L’Italia liberata da’ Goti, p. te iii, riveduta e corretta per l’abbate Antonini, [Paris], Knapen.
Valdrighi-Cavedoni 1829 = Mario V.-Celestino C., Sei lettere di Veronica Gambara e tre sonetti di Torquato Tasso tratti daglicautografi. Opuscolo per nozze Galvani-Gamorri, Modena, Soliani.
Veronica Gambara 1989 = Veronica Gambara e la poesia del suo tempo nell’Italia settentrionale. Atti del Convegno di Brescia-Correggio, 17-19 ottobre 1985, a cura di Cesare Bozzetti, Pietro Gibellini, Ennio Sandal, Firenze, Olschki.

* Un sentito grazie ad Alice Cavinato, Antonio Ciaralli, Carlo Alberto Girotto, Paolo Marini e Giorgio Masi.

Nota paleografica

Si stenta a riconoscere nella prima testimonianza dell’autografia della G., cosí come documentata dalla lettera scritta a Isabella d’Este il primo di febbraio del 1503 (→9a, vd. tav. 1), l’espressione della mano di una donna e, in particolare, proprio di quella della signora di Correggio. Eppure, se si parte dalla firma apposta in calce alla missiva e la si confronta con le altre sottoscrizioni note della contessa, si dovrà concludere, a fronte della sostanziale costanza e uniformità in esse osservabili (e pur negli inevitabili accidenti inflitti alla sicurezza del tratto dal trascorrere del tempo), che proprio alla di lei cura tutta essa appartiene. È sigillo di autenticità della sottoscrizione, insieme alla morfologia dei tratti e alla dinamica di esecuzione (aspetti, questi, omologati in una tradizione di cosí alto livello grafico), la u/v ampia e di grande eleganza con cui principia il rigo col proprio nome di battesimo: un uso cui la G. non rinuncerà neppure quando ormai non le pareva piú «di poter viver tanto», come si vede nell’ultima sofferta scrittura del 3 marzo 1550. Il grafema si ritrova anche all’interno della lettera a Isabella d’Este del 1° febbraio 1503 (tav. 1 rr. 2, 6, 10, 16) e converge, insieme a altri elementi, nel corroborare la maternità della scrittura. Tra questi la piccola testa con cui dà principio all’occhiello della a (per es. rr. 1: patrona, 3: humanita, 5: serva, ecc.), della d (per es. rr. 8: indegna, 15: madonna, ecc.) e che si ritrova, sfuggita all’occorta vigilanza di questa mirabile pagina in italica, nella c, per es. alle rr. 7 (che), 15 (mancho) e, si direbbe, 12 (inanci). Ancora testimoniate nelle successive prove autografe sono la a e la t iniziali di parola dalla tipica foggia italica, ma – certo – di un’italica colta e raffinata, quella, per intenderci, espressiva della cultura alta, sensibile agli aspetti grafici della comunicazione. A tale categoria, infatti, deve essere attribuita la scrittura nella missiva della diciottenne fanciulla, il che è fattore di sorpresa per chiunque sappia il livello usuale, in generale piuttosto basso, delle capacità di scrittura delle donne, anche di quelle di elevata condizione sociale e culturale (cfr., per tutte, Vittoria Colonna). La G. ha ricevuto, al contrario, un’educazione grafica di elevata qualità, che nella missiva del 1503 si presenta come vero e proprio esercizio di calligrafia. Ma che si tratti di ostentazione è reso manifesto dagli artificiosi prolungamenti sotto la linea di l, dalle enfatiche c e dalle artificiali f poste a inizio di parola, dalla q con ampio e ondulato traverso, dall’elegante, ma insolito, legamento sp (r. 10). Sostengono il confronto con questa pagina, ma a un livello leggermente inferiore, le lettere a Trissino del 1506 (→15) e quella a Ippolito d’Este scritta nel 1508 (→ 11b). Nelle prime si conserva ancora l’atteggiamento barocco, confluito nella ridondanza di svolazzi e di enfatici prolungamenti e sottolineato dall’uso di un segnale abbreviativo a fiocco esito di imitazione maldestra di usi cancellereschi, ma già compare l’attitudine a tracciare in continuum lettere e contesti di lettere determinandone le occhiellature. Nella seconda, infatti, ove la scrittura si fa meno sorvegliata e l’allineamento è oscillante, spariscono le leziosità, sebbene si conservi la bella z e si ritrovi la q insieme alla g di ascendenza veneta. Ma, mentre assumono maggiore evidenza i tratti di attacco delle lettere, ora sono proprio quelle occhiellature ad assumere un connotato dominante (per es. tav. 2 r. 5: mortali, el, da ardire, queste) destinato a durare nel tempo. Si trova poi qui un segno abbreviativo per nasale, sproporzionato e molto ondulato e perciò caratteristico, le cui fasi di gestazione si colgono nella corrispondenza con Trissino. Sono questi i medesimi caratteri che colpiscono nella lettera del 1507 allo zio Nicolò (→ 1) la quale, per essere piú in linea con la successiva produzione scritta della G., rivela, a un’altezza cronologica piuttosto alta, le concrete possibilità grafiche della poetessa. Qui la base italica rimane immutata, ma la qualità è sacrificata alla velocità e se a, c, t (tutte iniziali) e z mantengono il disegno ricercato del 1503 (si veda anche la f nella sottoscrizione), ecco comparire con maggiore assiduità le occhiellature (una bella infilata a r. 6: dubita de, ala) accompagnate dall’insolito segno abbreviativo (r. 7: non) e dai frequenti tratti di attacco (rr. 1: che, 2: delitti, ecc.). Entro questi due poli di esecuzione dell’italica possiamo ora meglio inquadrare le altre prove grafiche della G. che riprendono, dopo un silenzio di ventiquattro anni, con la lettera a Bembo (→ 17). Qui delle antiche glorie è rimasto poco: ancora la a (ormai episodica), la c, la t, ma riemerge anche il legamento sp (r. 4). Tuttavia, è in generale la scrittura che
appare piú trascurata: la g ha mutato aspetto, la z ha assunto un disegno sgraziato, la e un tratteggio semplificato. A testimoniare di uno sforzo di adeguamento alla levatura del destinatario è ora, forse, solo la costante grafia et a tutte lettere, in luogo del giovanile legamento e della congiunzione italiana della maturità. Su questa linea si muove anche la lettera a Cristoforo Madruzzi (→ 18) e, infine, le ultime, faticose righe aggiunte, ormai prossima la morte, in calce al biglietto a Gaspare da Prato (11d). Davvero singolare l’esperienza di questa donna che, pudica del valore delle proprie «sciochezze», era stata educata a scrivere come i migliori segretari del tempo (imparando anche i formulari, come testimoniano le qualifiche protocollari utilizzate nelle appropriate brachigrafie), ma poi, risucchiata dagli impegni di stato, ha voluto relegare la scrittura alla sua mera funzione d’uso, come mezzo per la trasmissione di un messaggio e non, essa stessa, veicolo di significazione.

Non sono presenti autografi.

Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)

Data ultima modifica: 30 dicembre 2025 | Cita questa scheda