Faerno, Gabriele
Cremona 1510–Roma 1561
Presentazione
Umanista, revisore dei testi latini presso la Biblioteca Vaticana, studioso di metri comici e dei poeti arcaici, editore di Cicerone e Terenzio, autore di favole esopiche: l’attività erudita di Gabriele Faerno, sviluppatasi in tutti i campi della filologia classica e del commento ai testi, ha trovato compiuta espressione anche nel dibattito umanistico attorno alla veste testuale delle opere sulle quali ha esercitato la propria acribia. In questo senso, i pochi autografi pervenutici consistono per l’appunto in lettere a vari corrispondenti (Paolo Manuzio, in una lettera non autografa, Milano, BAm, E 32 inf., cc. 146r-150v, per cui vd. Ceretti 1953; e ancora Fulvio Orsini, Onofrio Panvinio) in cui si discutono alcune scelte testuali relative a edizioni di classici, in particolare Terenzio; non sono conservati, a causa della dispersione seguita alla morte, i suoi materiali di lavoro; restano scarsi residui di postille e annotazioni autografe.
Informazioni sui reperti autografi di Faerno si devono alle testimonianze di studiosi e filologi che gravitavano attorno alla Biblioteca Vaticana nel periodo (1550 ca.-1561) in cui il cremonese ne era dipendente: Dionisio Lambino, Giulio Poggiani, Ottavio Bagatto, Latino Latini, Pier Vettori (la corrispondenza con quest’ultimo è testimoniata da Vat. Lat. 4104, c. 184r, e da London, BL, Add. 10266 e Add. 10280). Di ulteriori annotazioni e congetture di Faerno testimoniano in modo indiretto altri studiosi che se ne servirono nelle proprie edizioni: non se ne conservano però testimonianze. Né risultano conservati autografi delle opere, delle introduzioni e dei commenti: d’altra parte, quasi nessuna delle opere e delle curatele di Faerno fu stampata vivente l’autore, tranne gli emendamenti al testo delle Filippiche, che il cremonese, dopo molti tentennamenti, riuscì a licenziare poco prima della morte (furono pubblicati dallo stampatore romano Vincenzo Luchino nel febbraio 1563). Sono egualmente postume le edizioni – presso lo stesso Luchino – delle orazioni ciceroniane Pro Fonteio, Pro Flacco e In Pisonem, e l’edizione delle commedie di Terenzio pubblicata nel 1565 per cura di Pier Vettori (Miralles Maldonado 1995). Che l’umanista fosse restio a dare alle stampe edizioni e commenti è circostanza su cui concordano sia Antonio Agustìn, che riferisce a Panvinio di un motto del futuro Pio IV a Faerno (« dice il cardinal de’ Medici al Faerno: mandate fuora queste vostre fatiche, perché un dì morrete con la semenza in corpo »; lettera del 3 luglio 1557, Milano, BAm, D 501 inf., c. 102r), sia Fulvio Orsini (lettera all’Agustìn, nelle cc. 37r-39r del ms. Vat. Lat. 5781), sia l’editore Luchino nella prefazione alle Filippiche (« vigilias tamen suas in lucem edere quotidie differebat »), sia una lettera del Faerno stesso a Pier Vettori sui ritardi dell’edizione delle Filippiche (in collezione privata; pubblicata da Barberi 1973: 357). Ma lo scarso lascito di autografi – non commisurato alla ricchezza delle attività dello studioso – si spiega con altre cause. La principale sembrerebbe essere la dispersione degli appunti e delle carte di Faerno successiva alla morte: al rischio di una completa scomparsa dei documenti che serbavano le fatiche filologiche del cremonese – anche a causa dello stato di incuria in cui esse versavano – paventato da Andrea Masio in una lettera a Latino Latini del 6 dicembre 1561 contenente l’elogio funebre di Faerno (Marcozzi 2005: lxxiv) fu posto parziale rimedio da Pio IV e da Carlo Borromeo, promotori dell’edizione delle Fabulae Centum. Proprio il papa Medici, legato da amicizia al cremonese, fece raccogliere le carte di Faerno e stampare tutto quello che il suo protetto aveva lasciato di scritto, affidando l’incarico al cardinale Borromeo e al giovane Silvio Antoniano, suo segretario.
Si ritiene generalmente (Paschini 1930: 18) che in seguito a questa decisione i libri e le carte di Faerno passarono nelle mani del cardinale Borromeo e all’Ambrosiana. La biblioteca milanese conserva in effetti alcune lettere autografe, ma esse sono state raccolte da Onofrio Panvinio, che ne era stato il destinatario; per verificare la presenza di postillati sono necessarie ulteriori indagini. Si può supporre però che i lavori di carattere filologico, allo stadio di abbozzo o annotazione, fossero dispersi fra i vari eruditi della cerchia della Biblioteca Vaticana. Alcuni, come il Vettori, pubblicarono le opere e le edizioni di Faerno; altri ne raccolsero le annotazioni e gli interventi servendosene nelle proprie edizioni, non sempre dichiarando il debito contratto. Che le annotazioni a Cicerone di Fulvio Orsini (Anversa, Plantin, 1581) siano debitrici di alcuni suggerimenti di Faerno risulta infatti non dal testo ma dalla citata lettera dello stesso Orsini ad Antonio Agustìn; altri studiosi dichiarano di basarsi su lezioni o congetture fornite loro da Faerno: Dionisio Lambino per le Satire ed Epistole di Orazio (ivi, id., 1566), Onofrio Panvinio per i Fasti consolari e l’edizione del De reditu suo di Rutilio Namaziano (Venezia, Manuzio, 1558), con versi tratti da un codice posseduto da Faerno e mancanti nelle precedenti edizioni. Dei lavori del cremonese su Plauto e Livio, pur variamente testimoniati, non restano invece tracce. Si può dunque ragionevolmente supporre che le carte di Faerno, sottoposte dopo la morte a divisione fra gli studiosi interessati ai suoi lavori, si dispersero in molti rivoli. A ciò poterono contribuire anche alcune circostanze, note per una testimonianza del Mureto: nel 1560, poco prima di morire, Faerno aveva temporaneamente affidato la cura della propria biblioteca a Scipione Tetti, dotto napoletano destinato a vivere vicende drammatiche; inoltre, Faerno nascondeva accuratamente libri proibiti o messi all’Indice. Per quanto riguarda le postille e le annotazioni ai testi, tra i manoscritti di cui Faerno si servì per le edizioni, non recano segni di suoi interventi – forse per rispetto della loro antichità – i margini del Vaticano Bas. S. Petri H 25, del IX secolo, contenente le Filippiche (Finch 1977), o il Terenzio Laurenziano 38 24, del X sec. (Paschini 1930: 33). Unica eccezione – salvo postillati non ancora identificati, ma la cui esistenza è testimoniata da vari studiosi coevi – le annotazioni metriche e critiche a Pomponio e Lucilio, scritte assieme ad Antonio Agustìn e conservate dai mss. 7901 e 7902 della Biblioteca Nacional di Madrid (Lunelli 1978). Queste note costituiscono il primo tentativo di mettere ordine tra i frammenti dei poeti latini arcaici; il progetto si interruppe probabilmente in seguito alla pubblicazione dei Fragmenta a cura di H. Estienne nel 1564 (Miralles Maldonado 1993: 66, e 1996: 187). La copia manoscritta delle Favole di Faerno che nel 1561, per ordine del Borromeo, la Biblioteca Vaticana acquistò per 50 giuli (De Maio 1962: 288 n.) non risulta identificabile con le copie attualmente conservate in Vaticana (Marcozzi 2005: 343).
Bibliografia
Barberi 1973 = Francesco B., Un inventario e un catalogo di librai romani del Cinquecento, in Miscellanea in memoria di Giorgio Cencetti, Torino, Bottega d’Erasmo, pp. 339-61.
Ceretti 1953 = Luigia C., Faerno filologo in otto lettere inedite al Panvinio, in «Aevum», xxvii, pp. 307-31.
Ceretti 1954 = Ead., Critica testuale a Terenzio in una lettera del Faerno a Paolo Manuzio, in «Aevum», xxviii, pp. 522-51.
De Maio 1962 = Romeo De M., La Biblioteca Vaticana sotto Paolo IV e Pio IV (1555-1565), in Collectanea Vaticana in honorem Anselmi M. Cardinali Albareda a Bibliotheca Apostolica edita, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, pp. 265-313.
Finch 1977 = Chauncey E. F., The two texts of Cicero, ‘Philippicae’ 11.20.21-11.21.5 in Arch. S. Pietro H 25, in «Manuscripta», xxi, pp. 27-33.
Lunelli 1978 = Aldo L., I ‘Fragmenta latinorum poetarum’ inediti di Antonius Augustinus con appendici di altra mano ora per la prima volta identificata: progetto di edizione, in «Rivista di cultura classica e medievale», xx, pp. 1006-19.
Marcozzi 2005 = Luca M., Introduzione e Nota al testo a Gabriele Faerno, Le favole, Roma, Salerno Editrice.
Miralles Maldonado 1993 = José Carlos M. M., Aportaciones de A. Agustín y G. Faerno (MSS. 7901-2 BN) a la enmienda de los fragmentos de L. Pomponio, in «Myrtia», viii, pp. 63-98.
Miralles Maldonado 1995 = Id., Gabriele Faerno (1510-1561): la Métrica como disciplina auxiliar de la crítica textual, in «Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance», lvii, pp. 407-17.
Miralles Maldonado 1996 = Id., «Lectiones» y coniecturas de A. Agustín y G. Faerno a los fragmentos de Lucilio (ms. Madrid, Bibl. Nac. 7902), in «Res publica litterarum», xix, pp. 185- 206.
Paschini 1930 = Pio P., Gabriele Faerno, cremonese, favolista e critico del ’500, Città del Vaticano, Tip. Poliglotta Vaticana (estratto da «Atti dell’Accademia degli Arcadi», xiii 1929).
Nota paleografica
Lo scarno lascito di carte autografe di G. F. appare essere ulteriormente circoscritto dalla ristrettezza dell’ambito cronologico documentato. Sono, nella sostanza, testimonianze tutte appartenenti al quinto decennio del secolo e dunque risalenti all’ultimo periodo della vita dell’erudito. Qui se ne pubblica una delle più tarde: lo zibaldone riunito da Antonio Agustìn e commentato in più punti da F. tra il 1556 e il 1559. La scrittura di queste pagine è un’italica vergata senza intenti di eleganza, rapida e legata (spesso la scriptio è continua non solo all’interno di parola, ma anche per sintagmi: per es. Insatyris, 1 r. 12). La natura dello scritto, appunti e notazioni per uso personale, ne rende più trascurata l’esecuzione (rapporti di modulo tra le lettere variabili, allineamento insicuro, interlinea mutevole, ecc.) con un risultato, nell’insieme, caotico e poco suggestivo. La rarità delle occhiellature di b, d (sempre con asta dritta), h, l, non ne contraddice la velocità, testimoniata, d’altro canto, da grafie peculiari, quali la x in un tempo solo e destrogira (ex, 1 rr. 3 e 4) in alternanza con altre due varianti omofone; il legamento ss; le connessioni di lettere ( per es. haec, 1 r. 13, ove le due vocali sono in nesso mentre la e è in legamento con la c scritta, contrariamente al solito, con un solo movimento della penna); la linea complementare di legamento sinistrogiro in uscita dall’occhiello di p ( per es. post, 1 r. 14). Aspetti propri (e connotati arcaizzanti) hanno la c in due tratti dei quali quello superiore orizzontale ( per es. trochaicus hoc, 2 r. 18) e, appunto, la conservazione del dittongo ae. Da notare, infine, l’uso di segni di parentesi eseguiti con concavità a sinistra anche quando sono in apertura della proposizione parentetica.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 4104
- Madrid, Biblioteca Nacional, 7901-7902
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, D 501 inf.
Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 14 gennaio 2026 | Cita questa scheda