Folengo, Teofilo

Mantova 1491–Campese 1544

Presentazione

Della vasta produzione letteraria di Teofilo Folengo – macaronica, latina, volgare – non sopravvivono manoscritti autografi. Non solo: la stessa tradizione manoscritta appare esile e circoscritta a pochi codici, dei quali otto relativi alla sola Palermitana, tardo poema sacro in terzine (vd. la Nota al testo di Patrizia Sonia De Corso nella sua edizione critica, Folengo 2006: 21-39). Relativamente alla produzione macaronica, oltre a brevi excerpta segnalati da Massimo Zaggia nella Nota al testo dell’edizione delle Macaronee minori da lui allestita (Folengo 1987: 557 n.), si distinguono due codici di qualche interesse. Si tratta del ms. 110 della Biblioteca Comunale di Urbania e del ms. V E 61 della Biblioteca Nazionale « Vittorio Emanuele III » di Napoli, entrambi esemplati nel XVII secolo e rilevanti ai fini della storia della tradizione del testo perché offrono evidenti tracce di interventi di manipolazione da parte dei copisti (il ms. di Urbania è stato sottoposto ad una sistematica e capillare expurgatio; cfr. Faini 2005).

Relativamente alla seconda redazione delle Macaronee, cosiddetta Toscolanense, data alle stampe nel 1521, siamo informati, grazie ad uno scambio epistolare intercorso tra lo stesso Folengo e il tipografo Alessandro Paganino, dell’esistenza di alcuni codici autografi: almeno due, dei quali uno, rimasto in possesso dell’autore, venne da questo dato alle fiamme (ma forse si tratterà di una dichiarazione topica); un secondo, forse un esemplare di dedica, appartenente al marchese Federico Gonzaga, fu passato, all’insaputa di Teofilo, allo stampatore. Si trattava, tuttavia, come apprendiamo dallo stesso Paganino, di una copia « non così corretta né così grande come quella che intendo essere gita cibo di Volcano »: scorrettezza dovuta al fatto che « la copia non era di vostra mano salvo che meggia » (Folengo 1994: c. MMiir). Tuttavia, in precedenza, Paganino era venuto in possesso di un terzo codice, questo parzialmente censurato (« chi me la diede secretamente da stampire molte cose vi sottrasse »: ivi, c. MMiv). Infatti, malgrado il successo della prima redazione, la cui editio princeps apparve nel 1517, venendo successivamente ristampata a Venezia e Milano nel 1520, e l’impegno sottoscritto con lo stesso Paganino, Folengo riluttava a consegnargli il testo della nuova redazione. Solo a stampa avviata egli intervenne seguendo personalmente il processo di stampa (su queste vicende, oltre alla già citata Nota al testo di Zaggia in Folengo 1987, si veda anche la nota di Angela Nuovo in Folengo 1994).

Gli unici autografi superstiti sembrano essere due documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Brescia, disposti agli estremi di un arco cronologico di circa trent’anni. Si tratta della professione di fede sottoscritta da Teofilo il 24 giugno 1509 (Billanovich 1948: 21-22; Bezzi Martini-Boschi-Navarrini 1980: 30; Signorini 1984: fig. 1; Gandini 2000: i 78; Zaggia 2003: iii 785) e di un atto di affitto – la cui autografia è però tutt’altro che certa: si veda la nota paleografica qui di seguito – con cui Teofilo, allora « governator et dispensator » di Santa Maria del Giogo, un eremo sopra Sulzano, sul lago d’Iseo, dipendenza del monastero di Sant’Eufemia di Brescia, concedeva in affitto alcune terre ad un certo Giacomo d’Antonio di Pozzetto: l’atto fu steso il 29 settembre 1538. Sebbene noto agli eruditi settecenteschi (in particolare a Pietro Faita che raccolse notizie negli archivi bresciani per trasmetterle a Gian Agostino Gradenigo il quale, a sua volta, le fece avere ai curatori della monumentale edizione delle Macaronee stampata a Mantova nel 1768; per tutto ciò vd. Billanovich 1948: 9-10 n., 18 n., 158 n.), il contratto venne pienamente riguadagnato agli studi folenghiani solo con le ricerche moderne (Billanovich 1948: 158 n., con rimandi a precedenti lavori dello stesso autore poi qui confluiti; Signorini 1984; Zaggia 2003: iii 792-93). Infine, andrà almeno segnalata la notizia, riportata dai già citati Faita e Gradenigo (e ripresa da Billanovich 1948: 159), di una Bibbia con testo ebraico nell’edizione di Basilea del 1536 letta e postillata da Teofilo, di cui sembra non restare traccia.

Bibliografia

Bezzi Martini-Boschi-Navarrini 1980 = Luisa B. M.-Ruggero B.-Roberto N., Presenze benedettine nel Bresciano dai documenti dell’Archivio di Stato, Brescia, [La Nuova Cartografica].
Billanovich 1948 = Giuseppe B., Tra Don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio, Napoli, Pironti.
Faini 2005 = Marco F., Un codice poco noto delle ‘Macaronee’. Il manoscritto 110 della Biblioteca Comunale di Urbania (con alcuni cenni sulla fortuna di Folengo nel Seicento), in «Quaderni folenghiani», v, pp. 71-95.
Folengo 1987 = Teofilo F., Macaronee minori, a cura di Massimo Zaggia, Torino, Einaudi.
Folengo 1994 = [Id.], Opus Merlini Cocai poetae mantuani macaronicorum totum in pristinam formam per me magistrum Aquarium Lodolam optime redactum […], Tusculani apud Lacum Benacensem, Alexander Paganinus, 1521 (ed. an. a cura di Angela Nuovo, Giorgio Bernardi Perini, Rodolfo Signorini, Mantova-Volta Mantovana-Bassano del Grappa, Associazione Amici di Merlin Cocai).
Folengo 2006 = Id., La Palermitana, a cura di Patrizia Sonia De Corso, Firenze, Olschki.
Gandini 2000 = Giuseppe G., Maguzzano. Storia di un’abbazia, Brescia, Grafo, 2 voll.
Signorini 1984 = Rodolfo S., Un autografo ritrovato di Teofilo Folengo, in «Museum Patavinum», ii, pp. 139-44.
Zaggia 2003 = Massimo Z., Tra Mantova e la Sicilia nel Cinquecento, Firenze, Olschki, 3 voll., in partic. iii. Tra Polirone e la Sicilia. Benedetto Fontanini, Giorgio Siculo, Teofilo Folengo.

Nota paleografica

Le due sole testimonianze autografe note di T. F. hanno caratteristiche formali e di impostazione tanto dissimili che con difficoltà possono essere attribuite alla medesima persona. Quella cronologicamente più antica, la dichiarazione di fede espressa in forma soggettiva (tav. 1) e redatta nel 1509, mostra uno scrivente molto abile e regolare, educato a un’umanistica corsiva di impostazione libraria. L’impaginazione della cedola di carta è preparata con meticolosità (la giustificazione e le linee rettrici sono tracciate con inchiostro molto diluito), l’uso delle maiuscole è appropriato (tra queste assume rilievo il particolare disegno della E) e regolare è, per l’ambito grafico, la punteggiatura, limitata al doppio punto. Esiti di eleganza ottengono le slanciate aste ascendenti sul rigo e ripiegate leggermente verso destra al loro apice, nonché i modesti ingrossamenti a bottone al termine delle aste di p e q. Fogge specifiche hanno la g, con l’occhiello inferiore piuttosto distanziato da quello sul rigo, gli eleganti legamenti a ponte ct (si osservi che sul medesimo tipo è conformato anche il legamento st, ma con grave degenerazione della s che perde, o forse meglio deforma, il suo elemento ricurvo), la a che talvolta è eseguita in un tempo solo con moto destrogiro, il segnale abbreviativo per la nasale finale a mo’ di 3 desinente sotto il rigo. Infine notevole è la A al termine del testo (suprA, 1 ultima riga) che ostenta un occhiello piccolo e una schiena sviluppata: una foggia propria della seconda metà del XV secolo (cfr. la nota relativa a Machiavelli). Ben differente la mano responsabile, circa trent’anni dopo, di un chirografo (o una minuta?) di affitto per un pascolo. Si tratta, infatti, di una scrittura usuale, con punteggiatura ridotta (il punto e i due punti) e con funzione non specializzata, dritta, corsiva nel ductus e ibrida nelle forme. Sebbene sia possibile riconoscervi a monte un’italica semplificata, la scrittura del chirografo svela chiari gli influssi della mercantesca. Al primo polo grafico attiene l’andamento generale della scrittura, teso a individuare le parole e a isolare, pur in presenza di un certo numero di legamenti, le singole lettere. Fra queste sono consoni al sistema italico la A, la z, la volta a sinistra delle aste di p e q, delle s con asta prolungata sotto il rigo (ʃcri|tto, franceʃco, 2 rr. 10 e 11), il legamento della lineetta abbreviativa per la nasale alla successiva t (pagame(n)to, 2 r. 9). Significative sono, però, la rarità di s minuscola tonda (una sola occorrenza) e l’assenza della d con asta dritta. Al secondo polo sono da ascrivere alcune maiuscole (certamente la E di Et in, 2 r. 10; probabilmente la M con la prima gamba raddoppiata e interpretata sul tipo di una A mercantesca in forma di alfa), l’occhiello sinistrogiro della d quando è in legamento posteriore (vero o presunto), alcune f (fede, francesco, 2 rr. 11 e 12), la sopravvivenza della j lunga in posizione finale. Sono aspetti, questi ultimi, non isolati o rari, tanto che possono trovarsi esemplificati nella precettistica calligrafica. Nel 1548 Vespasiano Amphiareo chiamerà un tipo grafico dotato di tali fattezze, sebbene di gran lunga piú raffinato, “lettera bastarda” (cfr. Un nuovo modo d’insegnar a scrivere et formare lettere di piú sorti, Venezia, Per Curtio Troiano d’i Navò, 1548, cc. 3r-4v). In conclusione le due testimonianze grafiche mostrano mani educate diversamente (umanistica corsiva e usuale ibrida di innesti italici e mercanteschi), tanto da risultare difficile l’ammettere una comune derivazione, magari deformata dal tempo e dalla divergenza, parziale, di ambiti testuali (solenne professione di fede, dimesso atto giuridico). In accordo con le conclusioni del Signorini (sollecitate dalla cautela di Billanovich), infine, certamente non autografo, in quanto non corrispondente ad alcuna delle due testimonianze descritte, è il testo dell’Hagiomachia tràdito nel codice di Cava de’ Tirreni (Biblioteca della Badia, V. C. 13), mentre resta la difficoltà a esprimere un giudizio sugli interventi marginali presenti in quest’ultimo, a fronte della loro esigua consistenza.

Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)

Data ultima modifica: 14 gennaio 2026 | Cita questa scheda