Grazzini (il Lasca), Antonfrancesco

Firenze 1505–1584

Presentazione

Gli autografi di Antonfrancesco Grazzini presentano una situazione di indubbia opulenza. La panoramica che essi offrono della scrittura grazziniana, sia sul versante cronologico sia su quello della tipologia dei testi, è tale da fornire indicazioni doviziose sul piano strettamente paleografico così come su quello delle consuetudini scrittorie. Gli originali delle lettere, ad esempio, permettono di seguire l’evoluzione della scrittura pressoché lungo tutto l’arco dell’attività, consentendo di datare, con una buona approssimazione, gli altri manoscritti, ferma restando la cautela dovuta al fatto che la scrittura epistolare di Grazzini presenta talora caratteristiche calligrafiche che possono risultare fuorvianti se comparate agli scritti non destinati alla divulgazione (vd. tav. 1).

Accanto agli esempi di scrittura regolare e posata nelle lettere o nei pochi codici integralmente autografi contenenti opere dello stesso Grazzini, abbiamo la scrittura corsiveggiante, irregolare e di modulo più grande, con sviste dovute alla velocità di esecuzione, delle copie redatte per uso personale o di lavoro. Il caso estremo è quello della minuta della Lezione su RVF, xc (Magl. VII 628, tav. 2), fitta di cancellature, aggiunte e correzioni, preziosa testimonianza del modo di comporre di Grazzini, anche se circoscritta a un testo esegetico, marginale nella sua produzione. Nel complesso, la sensazione che trasmettono le carte grazziniane è di una scrittura vigorosa e incline a una certa istintività, come dimostrano i trascorsi di penna abbastanza frequenti nei manoscritti destinati a uso privato, ma, anche laddove l’esecuzione è più sorvegliata, non è raro il trascorrere a un tracciato più tipico di qualche lettera (ad es. nel Magl. VII 1240, nato come copia in bella delle 10 egloghe presentate nel 1566 all’Accademia Fiorentina per la riammissione).

D’altro canto, l’assenza pressoché totale di compendi e abbreviazioni o di convenzioni grafiche, la generale sobrietà della mise en page, spoglia di ornamenti e decori o di altri elementi estranei alla scrittura (si pensi alle bizzarrie con cui Giovanni Mazzuoli, lo Stradino, personalizzava i suoi codici), se testimoniano l’estraneità a particolarismi di scrittura provenienti da ambiti professionali o a personalismi grafici allignanti in altri scrittori fiorentini contemporanei (si pensi al caso limite di Alfonso de’ Pazzi), mostrano altresì l’esigenza di conferire alla pagina qualità di nitidezza e leggibilità, talora di eleganza (ad es. nel catalogo delle opere al 15 settembre 1566, qui num. 2). Ciò garantiva al manoscritto non solo la possibilità di circolare nella cerchia di amici e conoscenti, ma anche di raggiungere un pubblico più vasto di curiosi e interessati, modalità di diffusione alle quali le opere di Grazzini rimasero in massima parte circoscritte, in maniera autonoma dall’esito a stampa, che fu assai limitato.

Degli autografi superstiti, appena 7 (8 con il Magl. VII 178, di dubbia attribuzione) sono i codici che contengono solo opere di Grazzini e presentano caratteristiche di copie in bella. Per il resto sono fascicoli singoli o in sequenza, o singoli fogli o gruppi di fogli slegati, confluiti in miscellanee accanto ad altri materiali eterogenei (esemplare è il ms. II IV 249 della Biblioteca Nazionale di Firenze, allestito con fascicoli e carte sciolte, di formato diverso, non tutti autografi, che costituisce un compendio delle varianti della scrittura grazziniana). Questo stato di cose è una diretta conseguenza di come lavorava il Lasca, le cui opere circolarono attraverso il canale epistolare (ben 7 lettere pervenuteci accompagnano l’invio di versi) o tramite il passaggio di mano in mano di materiali allo stato più o meno formalizzato, magari in circostanze legate all’attività di compagnie e accademie private o in riunioni conviviali, come testimoniano con discreta frequenza le rime burlesche. Carlo Verzone, illustre tra gli editori grazziniani, ha scritto in proposito: « Il Lasca usava scrivere le sue poesie su quadernucci e carte sciolte per poterle consegnare agli amici “e mandare attorno per Firenze, per le case, a nozze, a cene, a conviti”. Queste carte furono amorosamente ricercate da benemeriti bibliotecari, e qualche volta se ne fece addirittura un codice a parte, qualche altra invece si lasciarono confuse in mezzo ad altre nelle miscellanee, ove bisogna non senza fatica rintracciarle » (Grazzini 1882a: lxiii). È probabile che tale situazione alimentasse una certa attività di copia più o meno autorizzata dallo stesso Grazzini, ma non ci sono elementi per pensare che egli rinunciasse a essere il copista di se stesso per servirsi di collaboratori (idiografo risulta il solo Magl. VII 1026). Al contrario, alcune rime burlesche di Grazzini accertano come fenomeno ricorrente la circolazione di suoi componimenti sotto il nome di altri autori (Grazzini 1882a: 21, son. xx, vv. 30-32; 60-62, son. lxxiv, vv. 9-59; 121, son. cli; 305-7, madrigalessa xxxviii; Pignatti i.c.s.), il che prova una divulgazione assai ampia, esposta ad abusi e usurpazioni.

Con queste modalità, proprie di una dimensione privata e dilettantesca della letteratura, Grazzini non smise mai di comporre lungo tutta la sua esistenza; se ciò spiega per un verso il numero cospicuo degli autografi giunti fino a noi, lascia altresì immaginare una quantità di scritti che egli licenziò in maniera informale, senza controllo sulla loro circolazione e conservazione. Sicché è legittimo ipotizzare una diffusione anche capillare dei suoi scritti precedente alla morte e alla manomissione delle sue carte, avvenuta forse già subito dopo la scomparsa. L’unica testimonianza che possediamo sui manoscritti di Grazzini in vita è quella del citato catalogo delle opere al 15 settembre 1566, che ci restituisce l’elenco (di sicuro per difetto) di cosa egli aveva composto a quella data e che certamente conservava presso di sé in esemplari autografi. È verosimile che il tesoro delle proprie scritture, accumulato in decenni di ininterrotta attività, sia stato da lui gelosamente custodito fino alla fine; dopo la morte questa biblioteca personale trovò attenzione e custodia tra i membri dell’Accademia della Crusca, l’istituzione entro cui si inquadra la figura di Grazzini negli anni estremi. Una manipolazione approfondita di tale materiale, in uno stato ancora unitario, avvenne all’inizio degli anni Novanta in vista di un’edizione delle rime burlesche grazziniane progettata dagli Accademici e poi non andata in porto, nonostante l’elaborazione fosse alquanto progredita (Grazzini 1882a: xxxiixxxv). Di poco posteriore è l’esemplare del Commento di maestro Niccodemo sopra il capitolo della salsiccia conservato all’Archivio storico dell’Arcivescovado di Firenze (Manoscritti rivisti per la stampa, filza 71, fasc. 133), datato 20 luglio 1597, che nel frontespizio e nel colophon si presenta come copia di un originale indicato come « Libro quinto » e dunque pare indicare uno stato ancora abbastanza organico degli autografi a oltre tredici anni dalla scomparsa dello scrittore.

Lo smembramento delle carte grazziniane, di cui ci sfuggono modalità e tempi, dovette accelerare negli anni successivi, che sono anche quelli in cui ha inizio l’eclissi (forse più apparente che reale) dell’opera di Grazzini nella cultura fiorentina, destinata a durare fino ai restauri settecenteschi. Per trafile diverse queste carte confluirono nelle raccolte delle biblioteche cittadine (prima tra tutte quella di Antonio Magliabechi) o attraverso rivoli più oscuri finirono ad alimentare il mercato antiquario. Alla luce di queste vicende non è inverosimile, e induce a pensarlo la notizia di almeno 4 manoscritti oggi non più reperibili, che il novero degli autografi grazziniani sia destinato a ulteriori incrementi, vuoi per l’affiorare di carte sfuggite all’attenzione di studiosi e bibliotecari in fondi già battuti di biblioteche o archivi pubblici, vuoi, e magari in forma più sorprendente, per la loro segnalazione in collezioni private (come avvenuto per le lettere a Giovan Battista Della Fonte, marzo-24 maggio 1544, di recente riemerse dall’Archivio Pucci, qui num. 1).

Meritano la segnalazione gli autografi non reperibili: 2 sonetti un tempo alla Biblioteca Moreniana di Firenze (fondo Palagi, Grazzini 1882a: lxvi); 3 madrigali, 3 sonetti, 1 ottava, prima presenti nella collezione privata Strozzi (ivi: lxvi-lxvii); ancora, in un manoscritto appartenuto a Guglielmo Libri, 1 canzone, 1 lettera (ivi: lxvi), e infine, in un manoscritto segnalato nel catalogo del libraio Dario Giuseppe Rossi (Roma 1880), 4 sonetti e 7 madrigali (ivi: lxiii). A lungo incerta è stata l’autografia del Magl. VII 178, contenente la commedia L’Arzigogolo, per la cui bibliografia vd. la scheda infra. La scrittura, regolare, ordinata ma non calligrafica, presenta caratteristiche tipiche dell’usus grazziniano, ma il tracciato di alcune lettere si differenzia in modo netto. La mise en page è identica a quella dell’autografo Magl. VII 180, contenente La Gelosia, con il margine sinistro lasciato libero per ospitare le didascalie, che però nel VII 180 sono scritte per intero, mentre il VII 178 abbrevia i nomi dei personaggi e inserisce indicazioni di regia. Peculiarità del Magl. VII 178 sono infine i colofoni a grappolo al termine di ciascun atto, che non hanno riscontro in nessun altro autografo grazziniano.



Aruch 1917 = Aldo A., L’autografo delle ‘Stanze burlesche’ del Lasca, in «Rivista delle biblioteche e degli archivi», xxviii, pp. 29-45.
Bramanti 2004 = Vanni B., Il Lasca e la famiglia della Fonte (da alcune lettere inedite), in «Schede umanistiche», n.s., xviii, pp. 19-40.
Caselli 2004 = Sonia C., Nuove ipotesi per la cronologia delle commedie del Lasca, in «La rassegna della letteratura italiana», lxxxiv, pp. 489-500.
Grazzini 1741-1742 = Rime di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, Parte prima [- seconda], Firenze, Nella Stamperia di Francesco Moücke.
Grazzini 1799 = Egloghe ed altre rime di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca ora per la prima volta accuratamente pubblicate, [a cura di Gaetano Poggiali,] Livorno, Masi [ma 1816].
Grazzini 1859a = Commedie di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca. Riscontrate sui migliori codici e postillate da Pietro Fanfani, Firenze, Le Monnier.
Grazzini 1859b = Antonfrancesco G., Lettera a messer Bernardo Guasconi in Roma, a cura di Cesare Guasti, in «Giornale degli archivi toscani», iii, pp. 288-94.
Grazzini 1877 = Id., Nozze Baroffio-Franciosini [I Narcisi], a cura di Isidoro Del Lungo, Firenze, Arte della stampa.
Grazzini 1882a = Id., Le rime burlesche edite e inedite, a cura di Carlo Verzone, Firenze, Sansoni.
Grazzini 1882b = Id., Orazioni alla croce, a cura di Domenico Moreni, Firenze, Per il Magheri.
Grazzini 1898 = Lezione sopra un sonetto del Petrarca di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca. Nozze Mancini-D’Achiardi, a cura di Giovanni Gentile, Castelvetrano, L.S. Lentini.
Grazzini 1911 = Scritti scelti in prosa e in poesia di A.F. Grazzini detto il Lasca con introduzione e note di Raffaello Fornaciari, Firenze, Sansoni.
Grazzini 1953 = Antonfrancesco G., Teatro, a cura di Giovanni Grazzini, Bari, Laterza.
Grazzini 1976a = Id., Le Cene, a cura di Riccardo Bruscagli,Roma, Salerno Editrice.
Grazzini 1976b = Id., La strega, éd. critique avec introduction et notes par Michel Plaisance, Abbéville, F. Paillart.
Manoscritti italiani 1879-1885 = I manoscritti italiani della Biblioteca nazionale di Firenze descritti da una società di studiosi sotto la direzione del prof. Adolfo Bartoli, Firenze, Tip. Carnesecchi.
Pignatti i.c.s. = Franco P., Le poesie e le prose spirituali di Antonfrancesco Grazzini, in «Italique», xii.
Prose fiorentine 1734-1745 = Raccolta di prose fiorentine. Parte quarta. Volume primo [- quarto] contenente lettere, Firenze, Nella Stamperia di S.A.R. Per li Tartini e Franchi.
Plaisance 2005 = Michel P., Anton Francesco Grazzini dit Lasca (1505-1584). Écrire dans la Florence des Médicis, Manziana, Vecchiarelli.
Spalanca 1981 = Carmelo S., Anton Francesco Grazzini e la cultura del suo tempo, Palermo, Manfredi.

Nota paleografica

Il panorama delle grafie adottate da A. G. mostra, pur nella varietà degli ambiti di produzione/destinazione (scritti di rappresentanza, pubblici, privati, minute), lineamenti di sostanziale uniformità, qualora si eccettui la Descrizione dell’ingresso di Carlo V (tav. 1). Certo, nello scorrere le riproduzioni qui allegate, non si mancherà di notare, dal secondo esempio più antico (tav. 2) al più recente (tav. 6; il G. morirà undici anni dopo, ma non si conoscono autografi datati all’ultimo decennio di vita), una tendenza ad assestare il modulo della scrittura verso misure medio-piccole, associandolo a una generale prevalenza di tracciati corsivi e veloci. La struttura dell’italica si conserva, tuttavia, immutata. Si guardi alle costanti presenti già nella pagina del 1540-’41: la d con asta reclinata (preponderante rispetto alla pur attestata forma dritta) e con caratteristico ingrossamento della parte terminale dell’asta dovuto a eccesso di inchiostratura (un esito ottenuto dal G. o col trattenere lo strumento scrittorio per qualche secondo, oppure con il tornare del medesimo verso destra); la e con il traverso slanciato nell’interlineo e con accentuata curvatura a sinistra conclusa, di nuovo, da un deposito sovrabbondante dell’inchiostro; la g con spiccata tendenza a legare, tramite il prolungamento dell’occhiello inferiore, con la lettera che segue quando questa inizi per quel colpo di penna che è detto nei trattati di scrittura “taglio” ( g, i, n, r e ancora h e l ); la j in fine di parola allungata sotto il rigo e volta con enfasi a uncino verso sinistra; la l con levata di stacco sul rigo ad angolo retto tale da conferirle l’apparenza di una maiuscola; la r in tre tratti e due tempi, secondo la foggia formalizzata dalle corsive tardo medievali di matrice cancelleresca. Quest’ultimo grafema, inoltre, è un buon indicatore, insieme alle ripetute connessioni tra lettere, della velocità della corsiva di G. Al tracciato tradizionale sopra descritto se ne associa, infatti, uno sempre in tre tratti, ma realizzati in un tempo solo, cioè senza mai sollevare la penna dal foglio (difendersi, 2 r. 7); un’esecuzione che talvolta prelude al disegno, aggiornato e semplificato, della lettera (colore, 2 r. 12; mortale, 2 r. 18). Quanto alle legature, numerose e spesso plurime, esse coinvolgono parti di parole o parole intere (per es. innamoratissimo, 2 r. 6; basimavano, 2 r. 8; alpetto, 2 r. 14, ecc.); un indice di velocità nello scrivere ulteriormente testimoniato dalle occhiellature (b, f, p, d con asta dritta, ma non d tonda), o dal raddoppiamento dell’asta di l e t, o, ancora, dall’apertura dell’occhiello di a quando la lettera è l’ultima di una parola. Sulla scorta della precedente esemplificazione, si potranno con facilità cogliere analoghe movenze nelle prove grafiche successive, condizionate dalla progressiva riduzione del modulo e dall’aumento dell’inclinazione. Non si immagini, tuttavia, la scrittura del G. sorda a innovazioni. Ne è testimonianza la e in funzione di congiunzione dal modulo un po’ ingrandito e tagliata a metà da una lineetta orizzontale che, comparsa alla fine degli anni Quaranta (cfr. tav. 4a rr. 5, 7, 8 e 12), permarrà in seguito alternata col disegno più tradizionale: il modello della lettera proviene a G. dalla mercantesca, ma egli non esita a farne uso, decontestualizzandola, nell’aulico sistema dell’italica. Sembrano trovare accordo con i caratteri ora mostrati le pagine dell’Arzigogolo, opera dall’oscillante attribuzione, ma, a mio parere, da ritenersi autografa. E, anzi, se si dovesse prestare ascolto alle suggestioni colte in diacronia, la scrittura del testo dovrebbe risalire piuttosto ai primi anni Quaranta, che non ai decenni più tardi. Confermano autografia (pur nella presenza di taluni connotati singolari) e cronologia i tratteggi di b, d, e, f, g (anche in legamento), l, r (nelle sue due versioni), z e poi di A, B, F. Il fatto è che G. fu uno scrivente abile e cosciente, capace di assecondare i più recenti precetti dell’arte e in grado, almeno in gioventù, di virtuosismi calligrafici. Tali, difatti, devono essere definite le pagine della Descrizione prima citata. Con tale opera si è al cospetto di una scrittura assai regolare e ordinata, conforme ai precetti dalla trattatistica coeva e tra questa suggestionata in particolare, si direbbe (si vedano i tiri di penna e il particolare legamento Che, 1 r. 8), dall’opera del Tagliente (Lo presente libro è del 1524). Che essa sia di mano di G. sembra dimostrato a sufficienza dalla d tonda, dalla e, dalla j, dal sistema delle maiuscole, il tutto associato alla mancanza di elementi apertamente contrari. Che sia virtuosismo calligrafico, risulta dall’aderenza ai modelli calligrafici del tempo. Poco sviluppata appare, negli esempi qui riportati, la punteggiatura, con la virgola e il punto e virgola a segnare le pause minori, i due punti per la pausa media e il punto seguito da maiuscola per la maggiore; usati l’apostrofo per l’elisione e l’accento per alcune forme verbali e le parole ossitone.

Censimento

  1. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane V 1251
  2. Firenze, Archivio di Stato, Miscellanea medicea 364 4
  3. Firenze, Archivio privato Pucci, Fondo della Rena
  4. Firenze, Biblioteca Marucelliana, B I 15
  5. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Antinori 57
  6. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II 24-26
  7. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 59, num. 1-10
  8. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II I 397
  9. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II I 398
  10. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II IV 249
  11. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 178
  12. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 180
  13. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 181
  14. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 182
  15. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 491
  16. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 628
  17. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1026
  18. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1029
  19. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1185
  20. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1240
  21. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1348
  22. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1385
  23. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXXV 44
  24. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuovi acquisti 1348
  25. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2353
  26. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Autografi secc. XII-XVIII 27, Grazzini Antonfrancesco
  27. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Autografi secc. XII-XVIII, 27, Grazzini Antonfrancesco
  28. Lucca, Biblioteca Statale, 1495
  29. Lucca, Biblioteca Statale, 1527
  30. Lucca, Biblioteca Statale, 1530
  31. Lucca, Biblioteca Statale, 1539
  32. Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Grazzini Antonfrancesco
  33. Roma, Biblioteca Nazionale Centrale «Vittorio Emanuele II», Vittorio Emanuele 9

Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)

Data ultima modifica: 14 gennaio 2026 | Cita questa scheda