Aretino, Pietro
Arezzo 1492–Venezia 1556
Presentazione
Questo primo censimento degli autografi di Pietro Aretino ha portato alla catalogazione di materiale di natura quasi esclusivamente epistolare: non sono stati infatti rinvenuti autografi di testi appartenenti ad altri generi letterari.* Proprio su quel «discorso continuo col mondo» rappresentato dalle Lettere (Innamorati 1957: 248) la scheda qui elaborata sembra dunque poter offrire un osservatorio privilegiato a chi voglia considerare la fase anteriore, quella della corrispondenza tra un mittente e dei destinatari in carne e ossa, necessario referente storico senza cui risulterebbe impossibile comprendere lo « scarto lucidissimo, di consapevolezza e di finalizzazione » (Procaccioli in Aretino 1997: 12) che è all'origine dell’idea stessa del primo libro di epistole in volgare della letteratura italiana. Da tale presupposto derivano tutte le conclusioni – inevitabilmente provvisorie data la natura “volante” e l’estrema dispersione del materiale (dalla Russia agli Stati Uniti d’America) – che si possono trarre da questo abbozzo di indagine sistematica, condotta a più di un secolo dagli scavi archivistici di Salvatore Bongi e Alessandro Luzio. L’immagine dell’Aretino che si impone a una rapida scorsa del corpus relativamente omogeneo dei 118 pezzi qui considerati è ancora una volta quella di un prosatore dotato di una straordinaria confidenza con tutti i meccanismi del genere epistolare, al cui impasto può permettersi di amalgamare con disinvoltura anche testi poetici di breve estensione; al tramite della lettera è infatti affidata, in forma di dono prezioso a insigni destinatari, anche la diffusione di sonetti (talora caudati) che nella quasi totalità dei casi si presentano in forma di allegati, in una veste di norma non marginale ma strutturale al discorso specifico della missiva che li veicola (tav. 4). Al dato che spicca dunque in negativo dell’assenza di autografi che testimonino la frequentazione dei numerosi altri generi letterari praticati si affianca quello di una rete di contatti a vari livelli della scala sociale, le cui maglie superstiti confermano l’importanza di una produzione epistolare costante e parallela all’allestimento delle Lettere. Non va del resto dimenticato che la messa all’Indice degli opera omnia aretiniani ha con ogni probabilità comportato la distruzione di materiale manoscritto di altro genere potenzialmente autografo, risparmiando invece i frammenti epistolari per loro natura più protetti grazie alle ridotte dimensioni fisiche dei singoli pezzi e alla precoce sedimentazione nei vari giacimenti archivistici privati e statali.
A costituire questo corpus frammentario sono lettere di varia specie riconducibili a tre categorie che talora possono essere sovrapponibili: quelle mai pervenute alla redazione delle Lettere, quelle pubblicate dall'autore con significative varianti (dovute a dinamiche di aggiornamento e non di rado a oculati processi autocensori), quelle solo parzialmente autografe e per il resto classificabili come idiografe (tav. 5). Proprio quest’ultimo gruppo di lettere, materiale uscito da quell’officina di « giovani » (come Aretino stesso li definisce nella missiva al Marcolini del 22 giugno 1537; cfr. Aretino 1997: 513) responsabile della stesura delle Lettere in cui si rifrange e si moltiplica la volontà dell’unico autore, offre lo spunto per una riflessione su valore e significati dell’autografia aretiniana. Pietro Aretino, esempio perfetto di moderno homo typographicus che affida in toto al sodalizio col nuovo mondo della stampa la diffusione delle proprie opere, ha nello stesso tempo ben chiaro il valore che l’atto fisico della scrittura di propria mano riveste nell'arte della corrispondenza. Non per caso interviene ad autenticare il messaggio scritto apponendo la personale nei luoghi più importanti ed esposti della lettera (salutatio, conclusione – sottoscrizione e firma – e indirizzo), lasciando ai suoi copisti l’onere del testo vero e proprio. L’autografia si trasforma così in un ulteriore strumento promozionale di autoaffermazione (come le medaglie celebrative, i ritratti dipinti e i ritratti frontespiziali) che contribuisce alla diffusione del mito personale dell’Aretino, tanto che i suoi autografi diventano preziosi feticci da collezione di cui vantare il possesso già tra i contemporanei (cfr. Procaccioli in Aretino 1997: 13, dove è citata la lettera di Giambattista della Stufa ad Aretino del 20 novembre 1535, per il cui testo si veda LSA 2003: 257). Talora poi, come nella conclusione della celebre lettera a Michelangelo sul Giudizio universale del novembre 1545 conservata tra le Carte Strozziane (s. I, filza 137, cc. 238r-v e 241v), il passaggio dalla parte idiografa a quella autografa introduce addirittura un sensibile scarto di tono: impugnando la penna, Aretino sembra prendere simultaneamente la parola per rivolgersi al grande artista quasi in confidenza, non più per interposta persona, con la manifesta intenzione di stemperare le asprezze dello sfogo polemico appena concluso. Sul profondo valore espressivo e culturale che l’autografia riveste nella mente di Aretino induce, in conclusione, a riflettere anche lo studiato mutamento stilistico della mano che si registra tra le lettere precedenti l’arrivo a Venezia e le successive. Nel processo di globale restyling cui messer Pietro sottopone la propria nuova figura autoriale di letterato organico al progetto della renovatio urbis grittiana, sono di fatto coinvolte anche le forme della scrittura e della distribuzione della stessa sulla pagina, oltre che della preparazione della missiva per la spedizione (le lettere inviate da Venezia presentano di norma una piegatura verticale e tre orizzontali, mentre in quelle precedenti si osservano varie combinazioni, con maggiore frequenza della forma con due o tre piegature verticali e due orizzontali; cfr. tavv. 1 e 4).
Entrando nel dettaglio dei materiali autografi di Pietro Aretino a tutt'oggi noti, va precisato in via preliminare che la netta preponderanza numerica delle lettere conservate presso gli Archivi di Stato di Firenze e Mantova (tre quarti circa dell’intero elenco, senza contare che all'Archivio Mediceo appartenevano in origine parecchi autografi ora dispersi in altre sedi) non deve falsare la prospettiva sulle reali dimensioni del complesso della corrispondenza aretiniana. In base a ciò che si conosce sulla biografia dell’Aretino, è infatti verosimile che altrettanto notevoli giacimenti di lettere autografe possano essere individuati in diversi centri dell’Europa delle corti non ancora indagati sistematicamente, come ad esempio Roma e Urbino.
Nel corso del censimento del materiale sono stati rinvenuti due autografi mai catalogati e sinora ignoti agli studi, a quanto è dato di sapere. Si tratta di due lettere al duca Cosimo I de’ Medici, conservate nel Mediceo del Principato: la prima del tutto inedita e senza data nella filza 373, cc. 223r e 226v; l’altra datata 29 giugno 1548 nella filza 387, cc. 747r e 752v, di cui è nota la redazione a stampa di Lettere, iv 2 (Aretino 2000: 14-15).
Svariati i casi di dubbie o erronee attribuzioni ad Aretino di manoscritti – che perciò non compaiono nell'elenco – di cui, caso per caso, andrà valutata in altra sede la possibile idiografia. Tra questi segnalo la lettera al cardinale di Cortona Silvio Passerini del 27 febbraio 1524, conservata presso la Biblioteca Moreniana di Firenze nell'Autografoteca Frullani, cartella 81-83 (Manoscritti 1931: 198), ma con ogni probabilità proveniente dalle Carte Strozziane, s. I, filza 137, cc. 250r-251v (le carte, così numerate secondo l’antica cartulazione, sono già segnalate come mancanti in una nota aggiunta all'indice che si trova a inizio filza e in Guasti 1884: 575), pubblicata parzialmente da Luzio 1897: 263 n. 1, il quale si limita a definirla aretiniana senza esplicitare il suo parere in merito all'autografia; la lettera a Pietro Paolo Vergerio conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze, Ducato d’Urbino, Cl. I, Div. F, filza 102, cc. 551r-552v, pubblicata da Luzio 1900: 115-19, che la considera originale, laddove Francesco Erspamer parla esplicitamente di autografia in Aretino 1995: 90-93 n.; la lettera ad Antonio de Leyva del 30 novembre 1535 conservata presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, ms. H 245 inf., cc. 15r-16v, definita autografa nella didascalia al fac-simile pubblicato da Giuseppe Guido Ferrero in Aretino-Doni 1951 (la lettera è segnalata in Ceruti 1973-1979: 403; Kristeller: vi 36; Ranieri 1980-1981: 274; Vecce 1990: 91 n. 85); la lettera al duca Ercole II d’Este del 12 settembre 1535 conservata presso la Biblioteca Estense di Modena, ms. It. 833, G I 15, pubblicata in Campori 1869: 6 (Larivaille 1989: 139), e considerata come autografa da Vanbianchi 1901: 121, e Aquilecchia 1994b: 182; due lettere inserite nella sezione Autografi dell’Archivio di Stato di Mantova e già segnalate come « non autografe » in Larivaille 1989: 144, dove per errore sono assegnate all’« Archivio Gonzaga della Biblioteca Marciana, It. VI, 278 (5882) »: la lettera al duca Federico II Gonzaga del 1° aprile 1540 (busta 8, cc. 56r- 56bisv; Sinigaglia 1882: 148 e n. 1; Gualtierotti [1976]: 49 n.) e la copia – originariamente allegata alla suddetta missiva al duca – della lettera a Luigi Gonzaga del 31 marzo 1540 (busta 8, cc. 54r-54bisv; Sinigaglia 1882: 342-44; Gualtierotti [1976]: 20-21, 47-49 e fac-simile); la lettera allo Stradino del 7 agosto 1541 con il sonetto caudato Il k alli achademici fiorentini (Se all'achademia vostra cotal dia), conservata nell’Archivio Bartolini Salimbeni (busta II) di Vicchio (FI) e pubblicata come probabilmente autografa da Ridolfi 1927: 199-201 (Larivaille 1989: 120, 140); la lettera pseudoaretiniana senza data indirizzata nella salutatio a un « Signor Conte » identificabile nel conte Guido Rangone (cui Aretino alluderebbe nella lettera del 25 marzo 1537 al cardinal Marino Caracciolo; Aretino 1997: 169-72), segnalata in Ridolfi 1927: 199, come probabile autografa appartenente al medesimo Archivio Bartolini Salimbeni (Larivaille 1989: 107-15), da dove ad oggi risulta mancante e che credo però di avere individuato – in originale o in copia coeva – presso la Biblioteca degli Uffizi di Firenze, nell'Archivio Giovanni Poggi, s. II, sezione Artisti, busta 27, inserto A-17; la Copia di una lettera mandata dalla Corte dello Imperatore dall'Ambasciatore de' Sanesi a Siena circa la venuta di sua Maestà in Italia conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze nelle Carte Strozziane, s. I, filza 294, cc. 292r-293v, pubblicata in Milanesi 1891: 525-28, e attribuita ipoteticamente all'Aretino da Luzio 1900: 153-57, alla quale parrebbe alludere come autografa Romei 2007d: 116-17 n. 35; il sonetto caudato Pasquino in còlora (Tanto avesse mai fiato chi lo crede) allegato a un dispaccio dell’ambasciatore mantovano presso la Serenissima Ludovico Tridapale del 12 giugno 1545, conservato presso l’Archivio di Stato di Mantova, Archivio Gonzaga, b. 1477, che viene definito di pugno dell’Aretino in Luzio 1892: 102 e n. 2 (il sonetto è ora pubblicato in Pasquinate 1983: 734-36); la carta non datata contenente due ipotetiche minute di lettere a Francesco Balbi e a Camillo Giordano seguite da un altro frammento di lettera e da una terza ipotetica minuta, presentata come autografa nei cataloghi Autographes 1933: 35 (con fac-simile planche i), e Manuscrits 1955: 36-37; la commedia in cinque atti intitolata Ciringo frate contenuta in un manoscritto non datato di 15 cc., tuttora inedito, che è conservato sotto il nome di Aretino nella sezione Autographen della Bibliotheca Bodmeriana di Cologny (Genève) (Kristeller: v 103).
Caso per caso, nel corso dell’elenco, sono state segnalate le porzioni a mio giudizio attribuibili alla mano dell’Aretino delle missive solo parzialmente autografe. Riporto, infine, le lettere autografe da considerarsi perse di cui sono venuto a conoscenza grazie a segnalazioni o pubblicazioni accompagnate da riproduzioni in fac-simile che ne certificano l’autenticità. Si tratta di una lettera a Speroni Speroni del 1549 segnalata in Kristeller: iv 233, nella collezione del Robinson Trust di Londra come proveniente dal ms. 7692 della collezione di Thomas Phillipps (Catalogus 1968: 116) e inserita nel catalogo d’asta Bibliotheca Phillippica 1968: 8 e fac-simile lot 776 (a tale riproduzione fotografica fa riferimento Aquilecchia 1994b: 182); in questa prima segnalazione Kristeller annotava però che il manoscritto apparteneva ormai all'Università di Harvard (« now Harvard, mss. Ital. 113 and 113.1 and Autographs »), dove tuttavia oggi non risulta essere conservata alcuna epistola aretiniana allo Speroni; secondo la successiva segnalazione di Kristeller: v 357, la lettera risulterebbe invece inclusa nella collezione privata H.P. Kraus di New York. Tra le autografe perse vanno inoltre considerate tre lettere a Pietro Camaiani pubblicate tra il 1968 e il 1969 da Alberto Maria Fortuna in base agli originali allora posseduti dalla Libreria Salimbeni di Firenze (via Matteo Palmieri 14/16r), a riguardo dei quali gli attuali proprietari della Libreria non hanno purtroppo saputo fornirmi alcuna notizia utile: lettera del 13 dicembre 1550 (Fortuna 1968a), lettera del 28 novembre 1551 (Fortuna 1968b), lettera del 10 dicembre 1554 (Fortuna 1968-1969); una lettera a Ferrante Gonzaga del 6 gennaio 1553 venduta a un’asta Sotheby’s del 29 novembre 1985, già pubblicata da Girolamo Tiraboschi nel 1782 in base alla copia eseguita da Ireneo Affò sull'originale allora conservato nel « segreto Archivio di Guastalla » poi 83, fac-simile 84; Music 1985: lot 261 con fac-simile; Larivaille 1989: 96, 142; Kristeller: v 353, dove l’autografo è segnalato nella collezione privata Breslauer di New York).
Un elenco completo delle lettere perse potenzialmente autografe verrà fornito nel volume dedicato alle lettere sparse in preparazione per l'Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Aretino. Mi limito qui a segnalare alcune di queste lettere di cui sono venuto a conoscenza nel corso della ricerca: una lettera a Gualtieri Bacci, non datata ma probabilmente riconducibile alla fine del 1536 (Larivaille 1989: 139), pubblicata nel 1673 da Eugenio Gamurrini insieme alle altre due lettere allo stesso Gualtieri Bacci che ho rintracciato nell’Archivio Vasariano di Casa Vasari ad Arezzo (vd. infra; Gamurrini 1673: 329-32); Gamurrini ne indica la provenienza dall'archivio dei «descendenti di Gualtieri di Luigi Bacci», ma lo spoglio completo di ciò che rimane dell’archivio Bacci, oggi posseduto dal conte Gianluigi Borghini Baldovinetti de' Bacci Venuti e conservato presso la sua tenuta di San Fabiano (AR), non ha portato al ritrovamento della lettera; una lettera al duca Cosimo I de' Medici del 18 giugno 1547 segnalata nell'antico Indice dell’Archivio Mediceo compilato nella prima metà del XIX secolo, la quale, come ho potuto verificare, era originariamente conservata nel Mediceo del Principato, filza 383, c. 54r-v (antica cartulazione), dove è già evidenziata come mancante in una nota del Direttore dell’Archivio di Stato di Firenze del 7 gennaio 1896 posta in calce alla prima carta della filza e nel riscontro effettuato nel 1904 (in tal caso, però, la carta è indicata col numero 64 in base alla successiva cartulazione); due lettere al cardinale di Ravenna Benedetto Accolti datate 14 luglio 1548 nell'elenco dell’Indice dell’Archivio Mediceo, in base alla cui segnalazione dovrebbero trovarsi nel fondo Manoscritti dell’Archivio di Stato di Firenze, dove tuttavia non risultano ad oggi rintracciabili; una lettera a Gianfrancesco Lottini del 30 luglio 1548 il cui originale, segnalato come perso da Larivaille, che pubblica la trascrizione del Bongi (Larivaille 1989: 91-92, 142), era originariamente conservato nel Mediceo del Principato, filza 389, c. 229r-v, dove è già indicato come mancante nel riscontro effettuato nel 1904; l’ultima notizia utile a riguardo di questa lettera è relativa alla vendita in un’asta di Charles Hamilton del 25 maggio 1978 (lot 22).
Bibliografia
Aquilecchia 1994b = Giovanni A., Postille inedite di Pietro Aretino alle ‘Satire’ dell’Ariosto, in Id., Nuove schede di italianistica, Roma,
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Aretino 1995 = Pietro A., Lettere. Libro primo, a cura di Francesco Erspamer, Parma, Guanda.
Aretino 1997 = Id., Lettere. Libro i, a cura di Paolo Procaccioli, Roma, Salerno Editrice.
Aretino 2000 = Id., Lettere. Libro iv, a cura di Paolo Procac
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Aretino-Doni 1951 = Pietro A.-Anton Francesco D., Scritti scelti, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, Torino, Utet.
Autographes 1933 = Autographes, manuscrits enluminés, incunables, livres illustrés du XVIe au XVIIIe siècle, éditions originales fran
çaises du XIXe siècle, ouvrages d’intérêt musical, éditions de luxe modernes, gravures, helvetica, exposition du 15 au 27 août 1933
[…], Galerie Fischer-Grand Hôtel National-Lucerne, Milan, Librairie ancienne Ulrico Hoepli.
Campori 1869 = Giuseppe C., Pietro Aretino e il Duca di Ferrara, Modena, Vincenzi (estratto da «Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia patria per le provincie modenesi e parmensi», v 1870, pp. 29-37).
Catalogus 1968 = Catalogus librorum manuscriptorum in Bibliotheca D. Thomae Phillipps, Bt. Impressum typis Medio-Montanis 1837
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Gualtierotti [1976] = Piero G., Pietro Aretino, Luigi Gonzaga e la Corte di Castel Goffredo, Mantova, Vitam.
Innamorati 1957 = Giuliano I., La nascita delle ‘Lettere’, in Id., Tradizione e invenzione in Pietro Aretino, Messina-Firenze, D’Anna, pp. 219-51.
Larivaille 1989 = Lettere di, a, su Pietro Aretino nel fondo Bongi dell’Archivio di Stato di Lucca, a cura di Paul L., Nanterre, Publidix (i ed. Paris, Université de Paris x-Nanterre, 1980).
Luzio 1897 = Alessandro L., L’Aretino e il Franco. Appunti e documenti, in «Giornale storico della letteratura italiana», xxix, pp. 229
83.
Luzio 1900 = Id., Un pronostico satirico di Pietro Aretino (mdxxxiiii), Bergamo, Ist. italiano d’arti grafiche.
Manuscrits 1955 = Manuscrits & autographes, incunables, livres illustrés, livres precieux, reliures, Milano, Libreria antiquaria Hoepli.
Music 1985 = Music, continental manuscripts and printed books […], day of sale: Friday 29th November 1985 […], London, Sotheby’s.
Ranieri 1980-1981 = Concetta R., Censimento dei codici e delle stampe dell’epistolario di Vittoria Colonna [parte iii], in «Arcadia. Accademia letteraria italiana. Atti e memorie», s. iii, vii, 4 pp. 263-80.
Ridolfi 1927 = Roberto R., Le lettere dell’Archivio Bartolini Salimbeni, in «La Bibliofilia», xxix, pp. 193-226.
Vecce 1990 = Carlo V., Paolo Giovio e Vittoria Colonna, in «Periodico della Società storica comense», liv, pp. 65-93
* Il presente lavoro presuppone le ricerche svolte da Paolo Procaccioli in vista dell’edizione delle lettere sparse di Aretino. Ringrazio vivamente Antonella D’Agostino per le riproduzioni degli autografi di Casa Vasari, ricavate dal microfilm conservato presso l’Archivio di Stato di Arezzo; Marco Faini per la segnalazione dei sonetti autografi del ms. It. IX 144 (6866) della Biblioteca Marciana di Venezia; Carlo Alberto Girotto per il controllo dell’autografo della Biblioteca Ambrosiana di Milano; Emilio Russo per il controllo e le riproduzioni fotografiche degli autografi della Universitätsbibliothek di Basilea; Marcello Simonetta per il controllo e le trascrizioni degli autografi dell’Institut Istorii di San Pietroburgo e della Pierpont Morgan Library di New York.
Nota paleografica
Le pagine autografe di P. A. sono per lo più confinate a quanto resta del suo carteggio. Il fatto ha importanza non solo per ciò che l’A. ha significato nella storia dell’epistolografia in volgare, ma anche per le condizioni entro cui si svolge, in generale, l’azione dello scrivere e dello scrivere, in particolare, di mano propria. Prima di valutarne il contenuto, è dalla stessa mise en page delle lettere, infatti, che si possono ricavare informazioni di rilievo, e ciò tanto più vale in quanto l’A. è figura troppo complessa per non attribuire a ogni gesto da lui compiuto un preciso valore simbolico. Se, dunque, è usuale il ricorso a segretari (riservandosi il mittente, insieme alla sottoscrizione, un’eventuale formula di saluto, come avviene alla tav. 1, con A. in veste di segretario di Giovanni de’ Medici), è certo di più alto significato il ricorrere costante all’autografia per la formula onorifica posta in epigrafe (attributo rivolto alla colenda personalità del ricevente e dal 1523 al centro del margine superiore), e per la soprascritta (l’indicazione del destinatario e il suo indirizzo), quasi che questa fosse l’araldo delle nuove dal « Divino ». In tale “geografia” della lettera colpisce l’ubicazione della formula humilitatis (inutile servo, ecc.) posta con pertinacia nell’estremo margine inferiore destro del foglio, e la firma ubicata, se possibile, ancora al di sotto. Un’emarginazione, quasi un’espulsione dalla pagina, che assume, almeno ai nostri occhi, le ossimoriche fattezze di un solenne encomio. Poi viene la scrittura, ovvero il concreto disporsi sulla pagina bianca dei segni alfabetici. Una scrittura che, trascorso un primo periodo, venne modulata dall’A. in relazione al rilievo da conferire alla comunicazione (e quindi, spesso, secondo l’importanza del corrispondente). Della capacità scrittoria dell’A. si ha un’ottima e attenta perizia di Marini1 e a quella si rimanda per ulteriori osservazioni specifiche su profili qui non menzionati. Educato a un’italica immune dagli insegnamenti della più antica trattatistica di scrittura (l’A. seppe valersi per la sua corrispondenza di scrivani di indubbia raffinatezza calligrafica e al passo con i tempi), egli scrisse per i primi due decenni in una grafia che procura, in chi la legge, un senso di poco ordinata disposizione. L’impressione è probabilmente conseguenza del modulo delle lettere (troppo piccolo rispetto all’ampiezza dell’interlinea), e di una qualche incostanza dell’inclinazione dei singoli segni alfabetici (la scrittura pende, nell’insieme, verso destra). Alcuni tratti appaiono durevoli (con le dovute oscillazioni) nel tempo. Tali sono, per es., la dominanza della d di tipo tondo; qualche sporadica r di disegno moderno; la s geminata, con la prima lunga e la seconda corta, mai in legamento; la v (dapprima come maiuscola, poi diffusamente) scritta acuta e con un pronunciato tratto di attacco a destra; la z con un primo tratto talvolta largo e alto sul rigo; il tipico segno abbreviativo per nasale finale legato alla lettera e tracciato destrogiro con concavità a destra (per es. no(n), 1 r. 6). Al solo periodo giovanile appartengono, invece, il caratteristico grafema per esprimere ch(e) con le due lettere non legate e l’h, nella sua variante semplificata, terminata prima di raggiungere il rigo e voltata verso sinistra a chiudere col segno abbreviativo (un grafema che in seguito si ridurrà senza sparire); le aste di p e q e quelle sotto il rigo di f e s desinenti con larghe volte (anche questo atteggiamento è destinato a ridursi col tempo); l’et in cui la testa della e è utilizzata spesso per formare il tratto orizzontale della t. Precisamente la congiunzione offre spunti per valutare lo sviluppo della scrittura: presto, infatti, essa viene sostituita dalla nota tironiana (in foggia di 7) che, se fin dopo la metà del secondo decennio del secolo condivide il campo con l’et per esteso e con rari, ma significativi, legamenti &, col decennio successivo è ormai preponderante. Cogli anni ’40 si assiste a un’ulteriore evoluzione: la pagina diventa «molto più compatta ed equilibrata» (vd. Riproduzioni, tav. 4) e ciò in dipendenza di un più stabile allineamento e di un asse più regolare; la penna adoperata cambia di temperatura e il tratto da sottile diviene pesante e contrastato. Si normalizzano (in senso italico) i disegni delle lettere e dalla metà del secolo fa la sua prima apparizione una g di fattezza arcaica (Signor, 4 r. 1). Insieme a questa scrittura di livello usuale, l’A. adoperò pure un’italica di buona fattura, regolare e uniforme, e fu questo il mezzo col quale si rivolse, sebbene in maniera non esclusiva, ai grandi del tempo: nella diversa grafia, certo più elaborata e piacevole, scrisse, per es., missive a Carlo V e a Cosimo I (tra cui la tav. 4), mostrando anche in ciò acuta consapevolezza delle possibilità espressive del medium comunicativo. L’apparato dei segni interpuntivi è però convenzionale (punto, punto e virgola, due punti e, sporadico, l’accento) e apparentemente privo di specializzazione. Gradazioni di esecuzione, aderenza più o meno accentuata al modello, procedimenti di dislocazione del messaggio scritto: tutto concorre a dare conferma della prismatica personalità di uno dei più avvertiti e coscienti letterati del Cinquecento.
Censimento
- Arezzo, Archivio Vasariano, 9, cc. 111r-112v
- Arezzo, Archivio Vasariano, 9, cc. 113r-114v
- Basel, Universitätsbibliothek, Autographen-Sammlung Geigy-Hagenbach 1546
- Basel, Universitätsbibliothek, Autographen-Sammlung Geigy-Hagenbach 2613
- Cambridge (U.S.A.), Houghton Library, Autograph File 54C-60
- Cambridge (U.S.A.), Houghton Library, Autograph File 55M-94
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Accolti 1 22
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 137, cc. 238r-v e 241v
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 137, cc. 239r-240v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 6 797
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 121 415
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 122 106
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 122 132
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 122 296
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 349, cc. 10r-v e 23v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 359, cc. 161r e 172v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 360, c. 52r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 372, cc. 254r-255v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 372, cc. 256r-257v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 373, cc. 223r e 226v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 375, c. 69r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 375, c. 146r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 375, c. 286r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 376, c. 8r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 376, c. 46r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 377, c. 6r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 380, c. 156r-v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 380, cc. 51r e 71v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 383, c. 257r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 387, cc. 537r-v e 548v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 387, cc. 747r e 752v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 391A, cc. 97r e 110v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 391A, cc. 336r e 360v
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 394, c. 93r-v
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Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 15 gennaio 2026 | Cita questa scheda