Machiavelli, Niccolò
Firenze 1469–Firenze 1527
Presentazione
Ha del paradossale, almeno in apparenza, la situazione che caratterizza il regesto degli autografi machiavelliani: si rarefanno, fino a scomparire del tutto, a misura che si salga nella scala del rilievo storico-culturale e letterario dei testi. Abbondano invece quanto piú ci si allontani da quei vertici, per divenire addirittura innumerevoli (o, almeno, fin qui innumerati) se si entra in quella zona della produzione nella quale, pur nel permanere dell’autografia, il sigillo autoriale perde di forza.
Nulla in effetti ci è pervenuto del Principe e della Mandragola; appena un frammento per i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, consistente in un mezzo foglio che reca il proemio al primo libro in una primitiva e piú ampia redazione rispetto a quella trasmessa dalle stampe e dall’unico testimone manoscritto completo (Pincin 1959-1960; Machiavelli 2003: II 807-8). Per l’Arte della guerra abbiamo cinque ampi frammenti (Gerber 1912-1913: I 48-54; Machiavelli 2001: 315-16), relitti forse di una redazione autografa completa, piú un idiografo con vari interventi autografi (Gerber 1912-1913: I 58-60; Machiavelli 2001: 321-24). Delle Istorie fiorentine ci sono invece pervenuti autografi alcuni ampi frammenti degli abbozzi (Machiavelli 1927, Levi 1967, e, con un censimento inclusivo degli ulteriori ritrovamenti, Marchand 1970).
Piú larga la messe di autografi per i testi politici e letterari minori. Autografi abbiamo, tra i primi, il Discorso sopra Pisa, il Discursus de pace inter imperatorem et regem, il De rebus pistoriensibus, le Parole da dirle sopra la provvisione del danaio, il De natura Gallorum, La cagione dell’Ordinanza, un idiografo del Rapporto di cose della Magna con varie integrazioni e correzioni autografe, il Ghiribizzo circa Iacopo Savello, lo scritto cui gli editori hanno dato titolo Ai Palleschi, i due tronconi che costituiscono i Ghiribizzi d’ordinanza, il celeberrimo Modo che tenne il Duca Valentino per ammazzar Vitellozzo, Oliverotto da Fermo, il signor Paolo e il Duca di Gravina Orsini in Senigaglia (anepigrafo, come peraltro non pochi di questi scritti politici minori), l’Allocuzione ad un magistrato, il Ricordo al Cardinale Giulio sulla riforma dello stato di Firenze, la Minuta di provvisione per la riforma dello stato di Firenze l’anno 1522, la Minuta di provvisione per l’istituzione dei cinque Procuratori delle mura della città di Firenze, le Disposizioni militari per l’assalto di Cremona, le Distribuzioni de’ nuovi ripari a Saminiato (Machiavelli 2001, nonché, in generale, Marchand 1975). Tra gli scritti letterari minori in prosa (sui quali in generale Martelli 1997), abbiamo autografa la Favola di Belfagor (Grazzini 1990), una prima stesura, con cancellature e correzioni, e poi la stesura definitiva del volgarizzamento dell’Andria terenziana (Gerber 1912-1913: I 41-44; Martelli 1968), i Capitoli per una compagnia di piacere e l’Esortazione alla penitenza. Ad una annunciata e non compiuta continuazione delle Istorie fiorentine sarà da ascrivere il frammento, autografo anche nel titolo, Nature di huomini fiorentini et in che luoghi si possino inserire le laude loro (Martelli 1990, 1997). Tra i testi in versi si conservano autografi una stesura, recentemente venuta in luce, del primo Decennale (Scarpa 1993 e Inglese 1998), il canto De’ ciurmadori (Martelli 1978), una Serenata e un’ottava (Ridolfi 1972).
La consistenza del corpus autografo diviene imponente quando si considera l’attività svolta tra il 1498 e il 1512 dal Machiavelli presso la seconda cancelleria della Repubblica fiorentina (di gran lunga piú limitata l’attività pubblica relativa al biennio 1526-1527). Se sono alcune centinaia le lettere a noi pervenute di suo pugno quando era in missione fuori Firenze (talvolta condividendone la responsabilità con un compagno di legazione, ma piú spesso da solo), sono invece diverse migliaia le missive che nel corso di un quindicennio uscirono dal suo scrittoio in Palazzo Vecchio, e ad esse va aggiunto qualche verbale di consulte e di interrogatori di prigionieri e alcune liste di cittadini eletti in varie magistrature, nonché alcuni estratti o sunti di notizie storiche. Impossibile pertanto descrivere qui partitamente questo settore del lascito manoscritto machiavelliano, nel quale autonomia redazionale e responsabilità autoriale entrano in modi e misure diverse (si veda in generale Machiavelli 2002: ix-xxvi). Tali materiali sono comunque conservati per la massima parte nell’Archivio di Stato di Firenze (Archivi della Repubblica, sezioni Dieci di Balía, Signori, Nove di Ordinanza e milizia; altri documenti autografi relativi all’attività diplomatica di Machiavelli si trovano nelle « Carte Machiavelli» della Biblioteca Nazionale di Firenze). Una descrizione compiuta di questi materiali autografi è comunque in Machiavelli 1971-1985, fino all’anno 1505, ultimo coperto da questa edizione, e quindi nella sezione Legazioni. Commissarie. Scritti di governo della nuova Edizione Nazionale delle Opere di Machiavelli (Machiavelli 2002 per il primo tomo), in corso di completamento.
Meno consistente risulta la presenza di autografi nel quadro del carteggio privato, che ne vanta comunque un certo numero ed è peraltro il settore da cui piú è plausibile che possano venire alla luce novità, come di tanto in tanto accade, dal collezionismo privato e da sondaggi in biblioteche italiane e straniere. Un quadro generale in Ridolfi 1966 e 1969 e in Machiavelli 1969, e tra i ritrovamenti posteriori di missive familiari autografe prima conosciute da apografi o del tutto inedite si segnala: una lettera ad Antonio Giacomini Tebalducci del 22 settembre 1505 (Martelli 1988); una a Pier Soderini del 17 febbraio 1508 (Hurlimann 1972); il frammento di una lettera a Giovanni de’ Medici dell’autunno 1512 (Niccolini 1997); la minuta della lettera al Vettori del 29 aprile 1513 (Ridolfi 1966), piú altre 3 missive allo stesso, rispettivamente del 25 agosto 1513 (Bausi-Saro 1991), del 10 dicembre 1514 (Ridolfi 1970) e del 20 dicembre dello stesso anno (Grazzini 1992); 3 lettere al nipote Giovanni Vernacci, del 26 giugno 1513 (Bausi-Saro 1991), del 18 agosto 1518 (Bausi-Masi 1998) e del 9 ottobre 1519 (Ridolfi 1971); una lettera a Francesco del Nero del 31 agosto 1523 (Grazzini 2000-2001); una lettera a Francesco Guicciardini, del 3 agosto 1525 (Simonetta 2002). Un caso a sé, a metà strada tra l’epistola privata e il trattatello filosofico-morale, è quello dei cosiddetti Ghiribizzi al Soderino, dei quali si dispone ormai del tormentatissimo autografo (Ridolfi-Ghiglieri 1970, Ghiglieri 1980, e quindi Ginzburg 2003, che annuncia una nuova edizione del testo).
Un cenno a parte, poiché in vario modo significativi sul piano storico e biografico, meritano gli autografi machiavelliani di testi altrui, di quando cioè, per diverse ragioni e in diverse circostanze, Niccolò si faceva copista o segretario: dall’allestimento in età giovanile di un codice che reca di sua mano la trascrizione integrale del De rerum natura lucreziano e dell’Eunuchus di Terenzio (Bertelli 1961 e Ridolfi 1968), alla Descrizione della peste e la Commedia in versi di Lorenzo Strozzi, a lungo credute di conio machiavelliano sul fondamento dell’autografia e della loro presenza nell’importante codice della Nazionale di Firenze (Banco Rari 29) che conserva altri suoi autografi (un quadro del dibattito sull’attribuzione in Cutinelli-Rèndina 2005), passando, a puro titolo di esempio, per una lettera di Pier Soderini ad Alamanno Salviati e un’altra di Francesco Guicciardini al fratello Luigi integralmente di mano di Niccolò (risp. Luzzati-Sbrilli 1986 e Tommasini 1911: 1249-50). Ci resta anche il volgarizzamento di un breve brano della Historia persecutionis vandalicae (titolo autografo: Libro delle persecutione d’Africa per Henrico re de’ Vandali, l’anno di Christo 500, et composto per san Victore Vescovo d’Utica). Quanto alla biblioteca machiavelliana, siamo purtroppo all’oscuro di che cosa essa contenesse e di come sia andata dispersa. Vi è però la notevole eccezione di una copia degli Historiarum ab inclinatione Romanorum libri XXXI (o Deche) del Biondo posseduta da Bernardo Machiavelli, che ne fa cenno nei suoi Ricordi, e dal figlio Niccolò postillata in vista della composizione delle Istorie fiorentine (Martelli 1990).
Se si volesse dunque tentare una spiegazione della situazione che in apertura si è definita in apparenza paradossale, si potrebbe osservare che l’atteggiamento di Machiavelli dovette essere in genere estremamente poco conservativo nei confronti degli autografi dei propri testi quando questi avevano lasciato il suo scrittoio per approdare, se non alla pubblicazione a stampa, a una qualche veste pubblica: cosí per il Principe, di cui l’amico ed ex-collega di cancelleria Biagio Buonaccorsi allestí tre copie; cosí per le Istorie fiorentine, presentate al committente e dedicatario papa Clemente VII; cosí pure per l’Arte della guerra e la Mandragola, la prima a stampa nel 1521, e la seconda molto probabilmente a stampa già in vita dell’autore, e comunque ormai circolante per le scene; mentre assai piú limitata dovette essere la circolazione dei Discorsi, ma pur non inesistente, se Francesco Guicciardini poté sottoporli a un meticoloso commento già prima della stampa. Non contraddice questo atteggia mento generale la bella copia autografa del primo Decennale, con ogni probabilità conservatasi attraverso il destinatario (l’autografo pervenutoci ha infatti le caratteristiche di una copia di dedica).
Diverse dovettero essere invece le dinamiche che interessarono le altre sezioni della produzione machiavelliana: se il cospicuo materiale di origine ufficiale legato all’attività cancelleresca non lasciò gli archivi della Cancelleria quando Niccolò ne fu cassato, e a questa circostanza risale la sua compatta conservazione presso l’Archivio di Stato di Firenze, per altro verso Machiavelli tendeva alla salvaguardia nel proprio archivio personale (le « Carte Machiavelli» della Nazionale di Firenze) di quei materiali che o conservavano memoria delle proprie attività durante gli anni della cancelleria (gli scritti politici minori) o comunque gli sarebbero potuti risultare utili nella redazione di altri testi (appunti, estratti storici, minute, traduzioni). Per loro conto, invece, le missive del carteggio familiare seguirono le vicende degli archivi dei corrispondenti, donde la loro dispersione e talvolta il loro ritrovamento accidentale.
Bibliografia
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SIMONETTA 2002 = Marcello S., Lettere « in luogo di oraculi ». Quattro autografi dispersi di Luigi Pulci e di (e a) Niccolò Machiavelli, in « Interpres», xxI, pp. 291-301.
TOMMASINI 1911 = Oreste T., La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col machiavellismo, vol. III, Torino, Loescher.
Nota paleografica
L’assoluta rilevanza del personaggio, congiunta all’abbondanza di carte autografe pervenute, pongono N. M. nella fortunata condizione di essere tra i pochi letterati rinascimentali oggetto di attente analisi sotto il profilo della scrittura. Se ne sono studiate le manifestazioni grafiche, ovviamente, per i fini strumentali della critica attribuzionistica (da ultima Scarpa), ma anche, come nei pionieristici studi di Gerber e soprattutto di Ghiglieri, nell’intento di fornire una rassegna completa e dettagliata dei suoi usi scrittori (cioè, in particolare, ortografici). Ne risulta un panorama ricco e distinguibile cronologicamente, riassunto qui per i particolari di nostro interesse e incrementato, quando necessario, con minute osservazioni. Educato nell’ultimo quarto del XV secolo, M. pratica una corsiva di stampo umanistico e di conio fiorentino, bene riconoscibile nella giovanile trascrizione alla tav. 1 (si veda, per es., il raddoppiamento dell’asta di d, l’s finale con curve strette e spezzate, la e nella duplice forma). Nel corso del tempo, tuttavia, e per scritture di minore impegno, si assiste a un aumento della corsività che, oltre a diluire la compattezza della riga, deforma molte lettere, compromettendo spesso la leggibilità. Segni caratteristici sono la e, piú alta del corpo delle altre lettere, con il primo tratto verticalizzato e l’occhiello aperto (sedare, 1 r. 6; terre, 2 r. 3; delle, 3 r. 4), chiuso solo quando in legamento con la lettera successiva (exp(er)ienza e poterle, 4 rr. 12 e 20), mentre, quando in posizione libera al termine della parola, tende a rettificarsi (dellaltre, 2 r. 3); di nuovo la e, ora in foggia di epsilon quando iniziale di parola; la s ridotta a un semplice taglio discendente da destra (nelle scritture piú impostate l’ambiguità del segno viene risolta mediante un ritocco alla base dell’asta, cfr. per es. Leggesi, 3 r. 4); la sgraziata g con occhiello inferiore piccolo e staccato dal tratto discendente verticale; l’oscillazione, sprovvista di valore fonetico, di ʃ/s e u/v ; la A con occhiello minuto e schiena assai prolungata e inclinata (Adfortificava, 2 ultima riga; Anchora, 4 r. 3), secondo un uso largamente attestato già nel terzo quarto del XV secolo. Negli esempi piú antichi e accurati, in aderenza all’insegnamento ricevuto, permangono i legamenti a ponte st, ct e anche sp nonché la e con cediglia, rarissimo invece il dittongo. Col trascorrere del tempo l’alternanza tra d con asta dritta o tonda è risolta in favore della seconda, che viene tracciata con accentuato ritorno dell’asta verso il basso (già peraltro presente col primo modello della lettera, cfr. condebant, 1 r. 17) e l’h perde presto la sezione inferiore dell’asta, adeguandosi per tale via al modello italico. Appartenente ai tempi giovanili (« Dai primi autografi fino al 1508 [… poi dal] luglio del 1511 scompare dall’uso regolare») (1) è inoltre l’originale legamento C in tre tratti con quello di uscita ripiegato verso il basso (se ne veda con nitidezza il tratteggio alla r. 23 della tav. 1). Nelle situazioni piú dinamiche la d chiude il proprio occhiello per effettuare il legamento a destra (ordini, 4 r. 4; honorandi padri, 5 r. 2); la e è eseguita con un solo movimento della penna (per es. la debole, 4 r. 13); si fanno strada abbreviazioni singolari per che (per es. ch(e) ad laudare, 4 r. 6; qualch(e) cosa, 5 r. 3: si noti che tale forma è piuttosto rara in esempi antichi (ch(e) occupava, 2 r. 9) e per con (c(on) le parole, 5 r. 4); la g è in legamento con la successiva l, com’è proprio dell’italica; sono raddoppiate le aste di p e, piú raramente, di l (alperdonare, 5 r. 9); il segno abbreviativo, sia orizzontale sinuoso o arcuato, sia verticale, è spesso in legamento con la lettera seguente. Per il sistema interpuntivo è opportuno citare Ghiglieri (ripreso ora da Richardson): (2) « L’uso della maiuscola è piuttosto disordinato […]. In linea generale, comunque, si ha la maiuscola dopo pausa di punto fermo (ci sia o no il segno d’interpunzione)
[e] all’inizio di capoverso» (p. 314); « Compare il punto, con valore di punto fermo o di punto e virgola o di virgola, nel periodo 1497-98 (raramente altrove); i due punti, con eguale valore, in tutti gli autografi; la virgola a sbarra obliqua da destra verso sinistra, la cui presenza o assenza negli autografi è determinante per la loro cronologia: dal 1498 al 1502 è di normale consuetudine; tra la fine del 1502 e il 1504 va rarefacendosi fino a scomparire del tutto nel 1505 [… se ne sottolinea tuttavia la sussistenza sia per isolare la o disgiuntiva, sia per esprimere la voce verbale è, nel tardo esempio della tav. 5: laddimandi / o/ i(m)me(n)sa pieta di dio /o/ i(n)finita bo(n)ta, r. 15; mi e/ parso cominciare rr. 3-4 e luno e/ esser i(n)grato addio, r. 26]. Assai raramente incontriamo i due punti seguiti da sbarra […]. Mancano del tutto gli accenti. Il segno di apostrofo compare» (p. 318), ma solo negli autografi di maggiore preoccupazione calligrafica (qui un esempio in all’inferno, 3 r. 12). Piú raro, infine, sembra essere il punto interrogativo.
(1) P. GHIGLIERI, La grafia di Machiavelli studiata negli autografi, Firenze, Olschki, 1969, p. 317 n. 12.
(2) Cfr. B. RICHARDSON, Dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento, in Storia della punteggiatura in Europa, a cura di B. MORTARA GARAVELLI, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 99, 121.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Capponi 107 2
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ross. 884
- Firenze, Archivio di Stato, Acquisti e Doni I 3
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 137
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane I 139
- Firenze, Archivio di Stato, Consiglio de’ Cento Protocolli 4
- Firenze, Archivio di Stato, Manoscritti Torrigiani V XXV 13
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Gonnelli 24 2
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Gonnelli 24 3
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 29
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 240
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 11
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 63
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 66
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 73
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 74
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 75
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 76
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 77
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 78
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli I 79
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Carte Machiavelli V 157
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II I 398
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 335
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuovi Acquisti 1229 1
- Firenze, Seminario Arcivescovile Maggiore, C VI 27
- Verona, Biblioteca Civica, 511 Ubic. 90 2
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, D 7 8
Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 29 novembre 2025 | Cita questa scheda