Ruscelli, Girolamo
Viterbo 1504 ca.–Venezia 1566
Presentazione
Al pari di altri noti “poligrafi” – alludo per esempio a Lodovico Dolce e a Francesco Sansovino –, anche per Girolamo Ruscelli la documentazione autografa superstite è praticamente insignificante. Comunque inadeguata a dar conto sia delle competenze specifiche accumulate in materia e riconosciute da Giovan Battista Palatino, che lo indicò come maestro per le « cifre » e per le tecniche di scrittura (Bolzoni 1987: 174-75), sia della natura delle effettive relazioni personali e professionali intrattenute, che sono largamente documentate dalla messe delle pubblicazioni e in particolare dalla corrispondenza edita nelle sezioni paratestuali di quelle. Ridotta a pochissime unità, tredici lettere e una manciata di “fedi di stampa”, riguarda solo l’ultima stagione della vita del viterbese, quella, quanto mai intensa, trascorsa a Venezia dal 1549 alla morte (e sui quali anni Di Filippo Bareggi 1988; Trovato 1991; Procaccioli 2004). Nessuna traccia invece, al momento, riguardo le non meno intense tappe precedenti, quelle di Roma, Milano e Napoli (per quest’ultima, in particolare, si veda Eamon 1999: passim). A conferma, anche per la materia oggetto di quella documentazione, che la vita di questi personaggi, e non solo quella professionale, è pressoché tutta risolta nell’orizzonte della tipografia.
Alla pubblicazione di nuove opere è legata infatti la serie delle “fedi”, per le quali Ruscelli, al pari delle altre personalità di volta in volta richieste, era chiamato come mallevadore a garantire le autorità cittadine che le opere proposte non avevano niente di sconveniente né dal punto di vista morale e religioso né da quello politico. E anche una delle poche voci dell’esile lacerto epistolare superstite, il carteggio con Ferrara, ruota intorno alla cura di un Furioso (il riferimento è alla lettera del 1562). Di un ulteriore autografo, una « uita del s.or pietro Aretino » rimasta inedita e al momento irreperta, si ha notizia in una fede di stampa sottoscritta da Domenico Venier in data 21 agosto 1556 (Procaccioli 2004: 279-82; la riproduzione fotografica del testo del Venier in Grendler 1983: tav. 21), mentre di una lettera al conte veronese Marco degli Emili scritta da Venezia il 20 settembre 1560 e conservata presso la famiglia ancora agli inizi dell’Ottocento, sono note al momento solo la copia tratta nel febbraio 1821 da Francesco Testa (Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana, ms. 4 4 11 [Le 1], cc. 8r-9v), e la stampa procurata da Pietro degli Emili (Lettere inedite 1832: 34-38).
Bibliografia
BOLZONI 1987 = Lina B., Riuso e riscrittura di immagini: dal Palatino al Della Porta, dal Doni a Federico Zuccari, al Toscanella, in Scritture di scritture. Testi, generi, modelli nel Rinascimento, a cura di Giancarlo Mazzacurati e Michel Plaisance, Roma, Bulzoni, pp. 171-206.
DI FILIPPO BAREGGI 1988 = Claudia Di F. B., Il mestiere di scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Roma, Bulzoni.
EAMON 1999 = William E., La scienza e i segreti della natura. I “libri di segreti” nella cultura medievale e moderna, Genova, ECIG (I ed. Princeton, Princeton Univ. Press, 1994).
GRENDLER 1983 = Paul F. G., L’inquisizione romana e l’editoria a Venezia 1540-1605, Roma, Il Veltro (I ed. Princeton, Princeton Univ. Press, 1977).
Lettere 1877 = Lettere di scrittori italiani del secolo XVI, stampate per la prima volta per cura di Giuseppe Campori, Bologna, Romagnoli.
Lettere inedite 1832 = Lettere inedite di ragguardevoli personaggi del secolo XVI dirette al conte Marco degli Emilj di Verona ora per la prima volta pubblicate nelle nozze Scroffa-Porto di Vicenza, Verona, Dalla Tip. del gabinetto letterario.
PROCACCIOLI 2004 = Paolo P., Girolamo Ruscelli. Un viterbese alla corte di Pietro Aretino, in Medioevo viterbese, a cura di Alfio Cortonesi e Paola Mascioli, Viterbo, Sette Città,
pp. 269-83.
TROVATO 1991 = Paolo T., Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570) , Bologna, Il Mulino.
Nota paleografica
La scrittura di G. R. mostra, pur nella conservazione dell’impianto solidamente italico, delle modeste divergenze tra le scritture meno solenni e lo scambio epistolare con personaggi di più elevato rango. Nelle missive del sesto decennio del secolo, infatti, e in quella del 1564, tutte dirette ad amici, il ductus corsivo risulta prevalere, com’è reso evidente dalla linea di congiunzione destrogira, bassa sul rigo, di collegamento tra il secondo tratto di h e s, lettere che nell’italica più studiata così non legherebbero (e anzi l’h è per regola non soggetta a legatura), con la lettera seguente (se medesima e hò detto, 5 rr. 3 e 4) e dalla ricchezza e frequenza di legamenti plurimi (Ill(ustrissi)mo, 5 r. 1; particolare, 5 r. 15; supremamente, 5 ultima riga) estesi talvolta all’intero vocabolo (secreto, 5 r. 7; presa, 5 r. 12). In questa scrittura non mancano grafemi emarginati dal canone dell’italica, quali la r tonda (ritruovar, 5 r. 12; tenerezza, 5 r. 13), la d tonda (molto presente nella corrispondenza al Pigna, praticamente scomparsa in seguito) e altri peculiari del R. e invariabili nel tempo. Tali sono soprattutto la g, con l’occhiello sul rigo strettissimo e quello al di sotto del rigo grande e sbilanciato verso sinistra, e la z geminata ove si ha sempre la seconda più alta della precedente. Quando isolata, quest’ultima lettera può essere eseguita sia con corpo limitato al rigo sia alta, essa tuttavia non scende mai al di sotto del rigo con la linea di base. Nella corrispondenza col duca di Ferrara, la scrittura perde o attenua molto quegli aspetti corsivi di cui s’è fatta menzione, riducendo il numero dei legamenti, eliminando quasi del tutto le congiunzioni dal basso di h e s, relegando la r corsiva ai soli compendi brachigrafici. Nel loro insieme tutti i testi vergati dal R. mantengono la regolarità dell’impaginazione che diviene vera e propria ricercata eleganza nell’epistolografia “ufficiale”. Una sollecitudine spinta fino a creare una precisa scansione del testo attraverso l’inserimento di spazi lasciati in bianco a seguire un punto fermo; a controllare con esattezza l’inserimento delle parti paratestuali (le formule onorifiche, la firma); a gestire con sapiente maestria allineamento e giustificazione e che è corroborata, inoltre, da un’attenta distribuzione di segni paragrafematici: la virgola, il punto fermo (in qualche circostanza il punto doppio con valore ambiguo) seguito da maiuscola, il punto esclamativo, l’apostrofo per l’elisione, l’accento su alcuni monosillabi. Un episodio a parte è costituito dalla missiva ad Alessandro Farnese (tavv. 3 e 4). In essa si trova un esempio perfetto di italica: vi si legge una scrittura regolarissima e calligrafica, moderatamente inclinata a destra, capace di rispettare nel dettaglio le regole del canone quali vennero codificate, per es., dall’Operina dell’Arrighi: proporzione simmetrica tra corpo e aste, corpo delle lettere ogivale, prevalenza della testa (si veda, per es., la a con l’occhiello aguzzo, principiato da una testatina raddoppiata), tagliatura terminale sull’asta di p e q, g in tre tempi con l’occhiello inferiore chiuso sul superiore, ecc. Insomma, il prodotto della mano di un vero professionista dello scrivere, di un calligrafo raffinato e competente, quale forse il R. non fu. Il sospetto sull’autografia del testo della lettera non è tanto motivato dal grado di stilizzazione o da specifici caratteri, giacché, qualora si scenda nei dettagli, è arduo reperire divergenze di sostanza o tali da non trovare giustificazione in uno sforzo cosciente e costante di resa calligrafica (si prendano, come esempio, a e g ). Il dubbio nasce piuttosto dal fatto che alcune parti (nella formula onorifica iniziale l’aggiunta «, salutatio e la sottoscrizione) sono vergate con inchiostro dalla sfumatura di colore dissimile e con penna più morbida rispetto a quella del testo. Una tale situazione potrebbe essere, però, solo la testimonianza di aggiunte operate in un secondo momento rispetto alla stesura in bella copia e questa missiva, l’unica al paragone con le altre a me note, essere davvero l’esempio di un sommo grado di abilità e maestria grafica. Resta da dire che il R. era probabilmente in grado di scrivere anche corsive più dimesse e veloci, se sono sue le correzioni interlineari presenti, per es., nella lettera del 1564 (verame(n)te, 5 tra r. 3 e 4; così, 5 tra r. 5 e 6). Ma esempi di tale scrittura non sono a tutt’oggi noti.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 6412
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, F 36 inf.
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, F 103 inf.
- Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie, Letterati 58, Ruscelli Girolamo
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 835 (alfa G 1 17), filza 53
- Parma, Archivio di Stato, Epistolario scelto, 102 e 152
- Venezia, Archivio di Stato, Riformatori dello Studio di Padova 284, fedi di stampa
Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 29 novembre 2025 | Cita questa scheda