Tansillo, Luigi
Venosa 1510–Teano 1568
Presentazione
Perennemente vissuta come otium privilegiato, costretto negli spazi angusti che gli lasciavano le incombenze di continuo del viceré don Pedro de Toledo e, negli ultimi anni di vita, di governatore di Gaeta, quasi mai l’attività poetica di Luigi Tansillo ebbe l’agio di approdare a manoscritti autografi di bella copia cui affidare la forma decantata di versi sovente nati tra frastuono di armi, disagi di navigazione e impegni vari di pubblico funzionario. Si spiega perciò come la prima (e forse unica) volta che scelse la scommessa della stampa egli abbia avvertito la necessità di presentare ai lettori i Sonetti per la presa d’Africa, smilza plaquette celebrativa della recente impresa di don Garzìa de Toledo (Toscano 1992: 64-65), non come forma in grado di appagarlo, ma piuttosto, considerato che il suo tempo si compartiva più « in far polire arme che in tinger carte », come rimedio alle insanabili corruttele cui una incontrollata trasmissione manoscritta esponeva i suoi testi. Ma che neanche della stampa si fidasse Tansillo, per il rischio incombente di refusi e sviste, fanno fede le postille correttorie, riconducibili alla sua mano, osservabili sull’esemplare della Biblioteca Nazionale di Napoli. Né il progressivo allontanamento, dopo la morte del Toledo, dalle liturgie di corte e dai frastuoni della capitale favorì un approccio più organico alla sistemazione della sua vasta opera dispersa in mille rivoli manoscritti, se ancora negli ultimi anni di vita furono necessarie le esortazioni di Scipione Ammirato, per indurlo ad allestire alla meno peggio un manoscritto delle Lagrime di san Pietro, compaginando gli sparsi lacerti affidati alla « memoria (la quale in lui fu singolare) o in cartocci, che Apolline non gli avrebbe rinvenuti » (Ammirato 1637: 256).
E dove non sarebbe bastato Apollo non potevano, certo, riuscire gli studiosi, tant’è che la lunga stagione di ricerche sulla tradizione complessiva della multiforme opera di Tansillo, inaugurata nel 1870 da Scipione Volpicella, indi passando per Francesco Fiorentino (Tansillo 1882) e Francesco Flamini (Tansillo 1893), per concludersi provvisoriamente nel 1926 con l’edizione del primo volume del Canzoniere per le cure di Erasmo Pèrcopo, se pure ha raccolto buona messe di manoscritti tansilliani, ha comportato anche la presa d’atto, definitiva forse, dell’assenza pressoché totale di autografi. Segno che Scipione Ammirato non enfatizzava, nel paventare il rischio di dispersione per una produzione frutto di una vena facile e abbondante e alla quale l’autore stesso non sembra aver accordato, nel suo progressivo accumularsi, quelle attenzioni quasi maniacali che autori di corpora ben più gracili, prescindendo qui da ogni giudizio di merito, avevano riversato sui loro libri di rime (Bembo e Della Casa in primis). Una traccia, se si vuole, al cospetto dei corifei del petrarchismo cinquecentesco, cui andrebbe aggiunto il lascito rigorosamente seletto di Sannazaro, che, senza intenzioni irriverenti, potrebbe leggersi come approccio all’esercizio poetico all’insegna di un disinvolto dilettantismo in cui il poeta (ancora e anche cortegiano) esibiva la misura di una collaudata sprezzatura, lasciando circolare i suoi parti copiosi senza preoccupazione eccessiva (checché egli stesso dicesse in contrario) di fissarne la forma ne varietur.
All’abbondanza della vena poetica anche confermano i pochi lacerti autografi che non corrispondesse una scrittura regolare e scorrevole, tale da produrre pagine dotate di quel minimo di eleganza che agevolasse la lettura del destinatario, quasi sempre (inevitabile conseguenza della congiuntura storica) nobili di lingua spagnola, cui una grafia poco professionale sarebbe stata ostacolo aggiuntivo alla lettura e comprensione di componimenti in una lingua straniera.
Si spiega perciò come nella tradizione manoscritta di Tansillo sia più frequente il caso di idiografi, certificati dalla sola autografia della sottoscrizione o da interventi correttori dell’autore prima dell’invio. Tale è innanzitutto il caso del poemetto in ottava rima, comunemente noto sotto il titolo di Clorida, nel ms. 28 1 61 (olim XII 9) della Biblioteca Oratoriana dei Padri Girolamini di Napoli, copia di dedica per don Pedro de Toledo, « scritto con buon ordine ed elegante carattere, a imitazione delle stampe del tempo », come annotava il Flamini (Tansillo 1893: cxl), che, osservando l’integrazione della data in calce alla lettera di dedica (« xx di Febr. del xl vii »), la giudicava « probabilmente, autografa ». Probabilità che si può tradurre in certezza, e sulla base del confronto con altri autografi e per la presenza, nello stesso ms., a c. 12r, di un intervento correttorio autografo, non rilevato dal Flamini, in margine al v. 6 della st. 62 (Mandarini 1897: 331).
Idiografi si possono ritenere, sebbene privi di interventi correttori autografi, i due mss. inviati da Tansillo a don Gonzálo Fernández de Córdoba, III duca di Sessa, nipote del Gran Capitano, ora rilegati in un unico individuo alla Biblioteca de l’Instituto de Valencia de Don Juan di Madrid (Toscano 2000), offerti personalmente in dono nel 1550 all’illustre destinatario nel corso di una sua permanenza a Napoli. La mano che ha copiato questi mss. è identica a quella del ms. inviato nel 1555 a Ruy Gómez de Silva, potente ministro di Filippo II, attualmente alla Biblioteca de la Academia de la Historia di Madrid e battezzato dal Pèrcopo (1912), senza esame autoptico, tout court come « autografo di rime tansilliane in Ispagna ». In realtà si tratta di un ms. idiografo con correzioni autografe dell’autore.
Al momento, l’unico autografo di versi di una qualche consistenza e autonomia è conservato nel miscellaneo N 250 sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che trasmette il testo di due brevi capitoli (Menava gli anni miei gioioso et queto e Perché si scuopra il mio thesor segreto) dal tratto deciso e nervoso; nella scrittura epistolare, il ductus è ancor meno controllato ed elegante, soprattutto nelle tarde lettere a Paolo Manuzio e Girolamo Seripando, cui Tansillo fu costretto a rivolgersi perché si adoperassero a far rimuovere il suo nome dall’Indice del 1559.
Bibliografia
AMMIRATO 1637 = Scipione A., Opuscoli, Firenze, A. Massi e L. Landi, vol. II.
MANDARINI 1897 = Ernesto M., I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli, Napoli-Roma, Stabilimenti tip. librarii Andrea & Salv. Festa.
PèRCOPO 1912 = Erasmo P., Un codice autografo di rime tansilliane in Ispagna, estratto da Studii pubblicati in onore di Francesco Torraca nel XXXVI anniversario della sua laurea, Napoli, Perrella e C.
TANSILLO 1882 = Id., Poesie liriche edite ed inedite, a cura di Francesco Fiorentino, Napoli, Morano.
TANSILLO 1893 = Id., L’egloga e i poemetti, a cura di Francesco Flamini, Napoli [ma Trani, Vecchi].
TOSCANO 1992 = Tobia R. T., Contributo alla storia della tipografia a Napoli nella prima metà del Cinquecento (150/-155/), Napoli, EDISU.
TOSCANO 2000 = Id., Un “libro” di rime di Luigi Tansillo per Don Gonzalo Fernández de Córdoba, III duca di Sessa, in ID., Letterati corti accademie. La letteratura a Napoli nella prima metà del Cinquecento, Napoli, Loffredo, pp. 145-82.
Nota paleografica
L. T. scrive le poche carte oggi conosciute in una sgraziata usuale di base italica. Spoglia di qualunque eleganza, la sua scrittura si distende sulla pagina in modo pesante e nervoso, con scarsa attenzione alla regolarità dell’allineamento (le righe tendono a innalzarsi con gradualità nel procedere verso destra), e nell’assenza quasi totale di ogni legamento. Alcune caratteristiche della tipologia grafica appresa, evidentemente a un grado piuttosto semplificato, sono da T. travisate o realizzate impropriamente: tale è, per es., la volta delle aste discendenti sotto il rigo (quindi p e q ) da lui resa con uno sgraziato e insistito movimento della penna verso sinistra, oppure la E in forma di epsilon adoperata in qualità di lettera minuscola. Che ci si trovi di fronte a una realizzazione modesta e personale dell’italica è del resto testimoniato ulteriormente dalla trascurata fattura della g con occhiello superiore aperto e quello inferiore schiacciato (tav. 2), nonché dal tratteggio della e in due tempi e nella caratteristica foggia di 4, tipica delle scritture di più elementare livello e forma specifica della mano di T. Per la punteggiatura T. usa la virgola per la pausa breve, il punto e virgola per quella media e il punto seguito da maiuscola per la pausa finale. Particolare il disegno del punto interrogativo col tratto ondulato che, invece di essere verticale, è tracciato orizzontalmente (1 rr. 8-10). L’apostrofo è impiegato per aferesi, apocope ed elisione.
Censimento
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II 109-11
- Madrid, Biblioteca de la Real Academia de la Historia, 12-11-1 15
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 30 inf.
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, N 250 sup.
- Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», XIII AA 58
- Napoli, Biblioteca Oratoriana dei Girolamini, 28 1 61 (olim XII 9)
- Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», Rari XXV I 16
Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)
Data ultima modifica: 29 novembre 2025 | Cita questa scheda