Sercambi, Giovanni

Lucca 1348–1424

Presentazione

Le testimonianze autografe di Sercambi provengono anzitutto dai reperti riconducibili all’attività politica che egli esercitò presso il comune di Lucca e al servizio della famiglia Guinigi, ma è possibile attribuire alla sua mano anche alcuni autografi letterari (di natura storica e novellistica) caratterizzati da un sistema grafico differente da quello impiegato nelle scritture documentarie.

Sono autografi alcuni documenti redatti in scrittura cancelleresca, conservati nell’Archivio di Stato di Lucca: una polizza che registra un credito nel 1381; una lettera non datata; sei lettere al Consiglio degli Anziani di Lucca, redatte durante l’ambasceria presso Alberico da Barbiano della quale Sercambi era stato incaricato nel febbraio 1382 per evitare l’invasione del territorio lucchese da parte della compagnia di ventura da questi comandata; la Nota ai Guinigi, successiva al 1392, anno della presa del potere da parte della famiglia, e precedente al 1400, data della morte di uno dei destinatari dello scritto, Lazzaro Guinigi; in quest’ultimo documento Sercambi indirizza ai rappresentanti più eminenti dei nuovi signori di Lucca una serie di consigli finalizzati al consolidamento del predominio sulla città e suggerisce le forme giuridiche che davano alla figura del capitano del popolo un potere tale da impedire di fatto alla fazione avversa di riconquistarlo.

Sul versante degli autografi letterari è certamente attribuibile a Sercambi la copia del Paradiso di Dante con il commento di Iacomo della Lana conservato nel Mediceo Palatino 74. Il codice, identificato in passato ma senza prove documentarie con un liber Dantis posseduto dai Guinigi (Russo 1976), reca un’ambigua sottoscrizione, il cui esordio («La soprascripta esposizione chioze ouero postille oe scripto io Iohanni Sercambi») aveva portato ad ascrivere l’intero commento laneo, fin dal XVIII secolo, allo stesso Sercambi. Una volta smentita tale erronea attribuzione del commento (per primo dal Novati in una lettera inviata al Renier e da questi pubblicata in Sercambi 1889a: xxxviii n. 2; cfr. poi Savino 2001: 338), diversi studiosi attribuirono a Sercambi l’autografia del codice (Bongi in Sercambi 1892-1893: i xvi-xvii, Sinicropi 1965, Roddewig 1984: n. 198, Rossi L. 1986: 273, Paoli 1991: 222, e Savino 2001).

Più delicata e controversa l’attribuzione dei due manoscritti delle Croniche. Il ms. 107 dell’Archivio di stato di Lucca,che conserva la prima parte dell’opera, fu inizialmente ritenuto autografo da Bongi (in Sercambi 1892-1893: xxviii) sulla base dell’osservazione che alla stessa mano si deve il manoscritto Guinigi 266, contenente la seconda parte con la sottoscrizione «E nota che questo libro è compiuto di scrivere per me Iohanni Sercambi antedicto» (datata 6 aprile 1400). L’autografia fu messa in dubbio successivamente da altri studiosi (Dinucci 1927-1928: 15, 47-48, Sinicropi in Sercambi 1972: 812, Banti in Illustrazioni delle Croniche 1978: 15) e poi riaffermata da Paoli, con buoni argomenti paleografici ma anche sulla base della menzione presente in un inventario di beni sequestrati a Paolo Guinigi (1431) nel quale si cita espressamente «uno libro delle Croniche de la ciptà di luccha fatto per mano di Johanni Ser Cambi» (Paoli 1991: 209). Anche secondo Savino i due manoscritti lucchesi delle Croniche sono autografi: la loro scrittura sarebbe infatti perfettamente sovrapponibile a quella del Laurenziano Mediceo Palatino 74 e compatibile con quella della Nota ai Guinigi, tenendo conto della disponibilità da parte del Sercambi di due registri grafici differenti, quello documentario e quello librario (Savino 2001: 338). Armando Petrucci ha invece più di recente messo nuovamente in dubbio l’autografia delle Croniche, ipotizzando che siano state vergate da un copista di professione incaricato da Sercambi (Petrucci 2003: 143). La nuova expertise paleografica proposta in questa sede conferma la loro autografia. Da escludere invece l’autografia delle novelle trasmesse dal codice Trivulziano 193 (sul quale cfr. L. Rossi 1995: 17).

Infine, Paoli (1983: 238-39) attribuisce plausibilmente a Sercambi (anche sulla base del confronto con il citato Archivio di stato di Lucca, Archivio di Paolo Guinigi, n. 18, p. 15) la firma «Johannj S(er)cambij» presente su un foglio di guardia (c. ir) del ms. 1400 della Biblioteca Statale di Lucca, che conserva maniculae e prove di penna di diverse altre mani; la firma è ripetuta anche su un foglio di guardia finale (cfr. c. iir). Si tratta di un codice che contiene diversi testi, tra cui la Consolatio di Boezio, e questo titolo è presente nell’inventario dei beni sequestrati a un nipote di Sercambi nel 1426 (Paoli 1991: 225-28). Anche il breve testo presente nelle righe della parte superiore di c. ir («Si logicis latrat dum disputat estodiosus / Garula lingua nichil utilitatis habet») pare compatibile con la grafia di Sercambi.



Bibliografia
Dinucci 1927-1928 = Alberto Guglielmo D., Giovanni Sercambi e le sue cronache, in «Rassegna nazionale», s. ii, lvii 1927, pp. 43-67 e 93-103; s. ii, lviii, 1928, pp. 8-49.
Giovanni Sercambi 1991 = Giovanni Sercambi e il suo tempo. Catalogo della Mostra, Lucca, 30 novembre 1991, Lucca, Nuova Grafica Lucchese.
Illustrazioni delle Croniche 1978 = Le illustrazioni delle Croniche nel codice lucchese, coi commenti storico e artistico di Ottavio Banti e Maria Laura Testi Cristiani, Genova, Basile, 2 voll.
Paoli 1983 = Marco P., La cultura libraria, in Il secolo di Castruccio. Fonti e documenti di storia lucchese. Catalogo della Mostra, Lucca, Chiesa di San Cristoforo, 5 ottobre 1981-28 febbraio 1982, a cura di Clara Baracchini, Lucca, Pacini Fazzi, pp. 238-39.
Paoli 1991 = Id., I codici, in Giovanni Sercambi 1991, pp. 191-240.
Petrucci 2003 = Armando P., Bongi paleografo?, in Salvatore Bongi nella cultura dell’Ottocento. Archivistica, storiografia, bibliologia. Atti del Convegno nazionale di Lucca, 31 gennaio-4 febbraio 2000, a cura di Giorgio Tori, Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, pp. 137-44.
Rossi L. 1986 = Luciano R., Ritorno al testo del Sercambi, in «Filologia e Critica», xi, pp. 263-92.
Rossi L. 1995 = Id., La leggenda della doppia redazione delle novelle del Sercambi: menzogne e sortilegi della filologia, in «Rassegna europea di letteratura italiana», v-vi, pp. 11-21.
Russo 1976 = Vittorio R., Sercambi, Giovanni, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Ist. della Enciclopedia Italiana, vol. v pp. 179-81.
Savino 2001 = Giancarlo S., Dante fra i libri di Giovanni Sercambi e Paolo Guinigi, in «Rivista di studi danteschi», i, pp. 332-39 (poi in Id., Dante e dintorni, a cura di Marisa Boschi Rotiroti, pref. di Francesco Mazzoni, Firenze, Le Lettere, 2003, pp. 285-93; anche in Id., Dante fra i libri di Giovanni Sercambi e Paolo Guinigi, in Paolo Guinigi e il suo tempo. [Atti del Convegno di] Lucca, 24-25 maggio 2001, num. mon. di «Quaderni lucchesi di studi sul Medioevo e sul Rinascimento», v 2004, vol. ii pp. 107-18.
Sercambi 1889a = [Giovanni S.,] Novelle inedite di Giovanni Sercambi tratte dal codice Trivulziano CXCIII, a cura di Rodolfo Renier, Torino, Loescher.
Sercambi 1892-1893 = [Id.,] Le Croniche di Giovanni Sercambi lucchese pubblicate sui manoscritti originali, a cura di Salvatore Bongi, Lucca, Tip. Giusti, 3 voll.
Sercambi 1972 = Id., Novelle, a cura di Giovanni Sinicropi, Roma-Bari, Laterza, 2 voll.
Sinicropi 1965 = Giovanni S., Di un commento al ‘Paradiso’ erroneamente attribuito a Sercambi, in «Italica», xii, pp. 132-34.

Nota paleografica

La scrittura documentaria di G.S., testimoniata principalmente da una serie di lettere indirizzate al Consiglio degli Anziani di Lucca (7-15 febbraio 1382) e dalla Nota ai Guinigi (post 1392-ante 1400) è una corsiva di base cancelleresca sicura ed elegante, un po’ rigida, dal tracciato contrastato (tav. 1). La a è di forma minuscola, eseguita in due tempi, con il secondo tratto che ha il suo punto d’attacco appena al di sopra della testa della lettera. La d è a doppio occhiello, eseguita con movimento sinistrogiro; l’ultimo tratto è di massimo spessore e l’occhiello inferiore si presenta angoloso, di dimensioni molto ridotte. La e mostra un elemento di chiusura molto sottile, che si innalza obliquo verso l’alto, specialmente in posizione finale di parola o di rigo (tav. 2b r. 1); meno di frequente, nelle espressioni grafiche più corsive, esso si presenta di maggiore spessore e si dispone in senso parallelo al rigo di base di scrittura (tav. 2a r. 7). La f e la s sono rinforzate nella sezione centrale e discendono desinenti a chiodo ben al di sotto del rigo di base di scrittura. La g è a forma di 9, piuttosto angolosa, con occhiello inferiore che resta aperto o chiuso (tav. 2a). La r alterna irregolarmente la forma a 2 in un tempo e quella diritta, spesso dotata di trattino orizzontale di base (tav. 2b r. 4). La z è a forma di 3, eseguita in un tempo, piuttosto angolosa (tav. 2b r. 1).

Passando alla scrittura libraria, essa trova ampie attestazioni – con notevoli scarti di livello esecutivo – nei mss. 107 e Archivio Guinigi, 266 dell’Archivio di Stato di Lucca e BML, Mediceo Palatino 74; può essere definita come una semigotica dal tracciato moderatamente contrastato, ariosa, mossa e talvolta un po’ disordinata (tav. 4). Laa è testuale, con il punto d’attacco dell’occhiello posto molto in alto (tav. 5a). Le aste verticali della b e della l (ma non dell’h) sono spesso ritoccate con un breve apice, talvolta ridotto ad un semplice ingrossamento, determinato dall’espansione dell’inchiostro in seguito all’appoggio prolungato della penna sul foglio (tavv. 5a, 5b). L’h presenta l’asta verticale che stacca appena al di sopra del rigo di base di scrittura e il secondo tratto che si prolunga al di sotto del rigo diminuendo progressivamente il suo spessore. La g è a forma di 8. Lar alterna la forma a 2 e quella diritta, senza che venga osservata la prima regola del Meyer (quasi costantemente rispettata, invece, è la seconda regola, riguardante la fusione delle curve contrapposte). La s è diritta e discende appena al di sotto del rigo di base di scrittura; di frequente presenta un trattino aggiunto, posto all’incirca all’altezza mediana dell’asta (tav. 6 r. 7).

Quanto, infine, al problema dell’attribuzione ad un unico scrivente del materiale manoscritto finora esaminato, ritengo ci siano alcuni significativi sintomi a favore dell’identità di mano. Mi riferisco in particolare alla morfologia della e, che appare analoga in entrambe le scritture (con tratto finale che può essere sottile e obliquo o spesso e orizzontale); alla d a doppio occhiello, angolosa e caratterizzata, che, utilizzata comunemente nella scrittura cancelleresca, talvolta fa la sua apparizione anche nei codici in libraria (tav. 6 r. 15); alla comune morfologia della z a forma di 3 (tav. 2b r. 1; tav. 4 r. 1); alla nota tironiana per et, che sia nella libraria sia nella corsiva è formata da un tratto ricurvo iniziale che riduce progressivamente il suo spessore, terminando la sua corsa ben al di sotto del rigo di base di scrittura, e curva in fondo verso destra (tavv. 1 r. 3; 5a r. 5). A ciò si aggiunga che notevoli rispondenze riguardano anche alcune maiuscole al tratto: la A di forma minuscola sovramodulata, con occhiello che resta aperto in basso (tavv. 1 r. 29; 7 r. 4); la E di forma lunata, con tratto ricurvo di spessore minimo al punto d’attacco ed elemento di testa discendente verso il basso (tavv. 1 r. 6;7 r. 9); la N piuttosto angolosa, con sottile tratto di congiunzione tra la prima e la seconda asta verticale (tavv. 1 r. 1; 7 r. 6). Pur con una certa cautela, se ne può concludere che il S., secondo un’abitudine assai diffusa tra gli uomini di lettere dei suoi tempi, potesse vantare il possesso di una duplex manus, vale a dire la capacità di utilizzare con pari perizia tipologie grafiche appartenenti a due diversi filoni (librario e corsivo).

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda