Boccaccio, Giovanni

Certaldo [?] 1313–1375

Presentazione

Il materiale autografo del Boccaccio giunto fino a noi è straordinariamente ricco.* Se si esclude la biblioteca dell’amico Francesco Petrarca (le cui vicende peraltro sono in parte legate a quella del Boccaccio) si tratta di un unicum nel panorama della letteratura italiana dei primi secoli, non solo per l’elevato numero di manoscritti riportati alla luce, ma anche per la qualità e la varietà delle testimonianze autografe, riferibili ad un arco cronologico molto ampio, che va dai primi anni ’30 agli anni ’70 del Trecento. La mano del Boccaccio è stata riconosciuta finora in 34 testimoni; alcuni di essi però, smembrati nel corso dei secoli in due o più parti, pur essendo attualmente conservati con proprie segnature nella stessa biblioteca o in biblioteche di città diverse, facevano originariamente parte di unico manoscritto. I manoscritti direttamente esemplati dal Boccaccio o che recano suoi interventi autografi a oggi individuati sono dunque in tutto 29: 17 codici da lui copiati integralmente o parzialmente (contenenti suoi scritti e opere di altri autori), una sua lettera privata e 11 manoscritti recanti suoi marginalia.

Alcuni degli autografi recuperati tramandano opere boccacciane di primo piano: il Decameron (Berlin, Sb, Hamilton 90), il Teseida (Firenze, BML, Acquisti e doni 325), il Buccolicum carmen (Firenze, BRic, 1232), le Genealogie deorum gentilium (Firenze, BML, Plut. 52 9), il De mulieribus claris (Firenze, BML, 90 sup. 981), il Trattatello in laude di Dante, prima redazione (Toledo, Biblioteca Capitular, 104 6) e seconda redazione (Città del Vaticano, Chig. L V 176).Testiminori del Boccaccio sono contenuti in versione autografa nei suoi codici miscellanei: nello ZibaldoneLaurenziano (Firenze, BML, Plut. 29 8) egli copiò le Epistole i-iv e vi, l’Allegoria mitologica, il carme Postquam fata sinunt, il Faunus (prima redazione), l’Elegia di Costanza e il Notamentum (relativo all’incoronazionepoetica di Petrarca); nello Zibaldone Magliabechiano (Firenze, BNCF, Banco Rari 50) trascrisse il De Canaria e le Epistole viii e ix; nella prima sezione del Dante Chigiano (Città del Vaticano, BAV, Chig. L V 176) inserì il carme Ytalie iam certus honos. È stata infine rinvenuta una lettera del1366 indirizzata a Leonardo del Chiaro (Perugia, Archivio di Stato, Carte Del Chiaro).

Passando ai manoscritti contenenti testi altrui, di primaria importanza sono gli Zibaldoni (i già citati Laurenziani Plut. 29 8 e 33 31, il Banco Rari 50, insieme al ms. 2566 della Biblioteca Czartoryskich di Cracovia) in cui Boccaccio raccolse nel corso degli anni diverse opere e excerpta in lingua latina di autori antichi (classici e medievali) o a lui contemporanei, che divennero termine fondamentale di confronto culturale nello sviluppo della sua attività di letterato e scrittore. Boccaccio trascrisse separatamente anche intere opere di altri autori classici: le Commedie di Terenzio (Firenze, BML, Plut. 38 17), le opere narrative e filosofiche di Apuleio (ivi, BML, Plut. 54 32), gli Epigrammi di Marziale (Milano, BAm, C 67 sup.). Copiò inoltre l’Iliade di Giuseppe di Exeter (Firenze, BML, Ashb. App. 1856) e intervenne a sanare lacune, o ad arricchire con nuovi testi e apparati esegetici, codici non vergati direttamente da lui (entrati a far parte della sua biblioteca): integrò ad esempio alcuni versi mancanti in un codice della Tebaide di Stazio (Firenze, BML, Plut. 38 6) e aggiunse il commento tomistico nei margini di un manoscritto dell’Etica di Aristotele (Milano, BAm, A 204 inf.); completò le Historiae adversus paganos di Orosio, cui fece seguire testi di Paolo Diacono e Pasquale Romano (Firenze, BRic 627, London, BL, Harley 5383 e Firenze, BRic, 2795).

Boccaccio fu anche copista di testi letterari in volgare. Un posto di assoluta centralità occupano gli scritti danteschi. Sono infatti tre le sillogi con opere volgari dell’Alighieri messe insieme dal Certaldese a partire dalla metà del Trecento. La prima e la terza, ovvero il Dante Toledano (il già citato Toledo, Biblioteca Capitular, 104 6) e il Dante Chigiano (i già citati Città del Vaticano, BAV, Chig. L V 176 e L VI 213), si aprono con il Trattatello e contengono Vita nuova, 15 canzoni e Commedia (accompagnata dai capitoli in terza rima); nel Chig. L V 176 Boccaccio inserì anche la canzone Donna me prega di Cavalcanti e i Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca (la cosiddetta forma “Chigi” del Canzoniere). Nella seconda silloge dantesca (Firenze, BRic, 1035) trascrisse ancora la Commedia e le 15 canzoni dantesche; in questo codice il testo del poema dantesco è accompagnato da alcuni disegni, che a nostro avviso non sono però da attribuire alla sua mano. A completamento della sua attività di copista delle opere di Dante, si ricorda che in età giovanile Boccaccio si era interessato esclusivamente a testi danteschi in lingua latina: nello Zibaldone Laurenziano aveva copiato le Egloghe e tre importanti epistole dell’Alighieri (iii, xi e xii), che la tradizione ci ha restituito solo nella sua trascrizione.

Alcuni dei codici fin qui richiamati, sia quelli che conservano scritti boccacciani (come ad es. gli autografi del Teseida e del Decameron) sia quelli che contengono opere di altri autori (come ad es. le sillogi dantesche), sul piano dell’organizzazione e della disposizione grafica rispondono a precise strategie autoriali, non prive di ricadute significative sul versante testuale-interpretativo, come hanno mostrato recenti studi sulla mise en page e sul sistema di iniziali maiuscole usato dal Boccaccio (cfr. almeno Nocita 1999; Malagnini 2002, 2003 e 2006; Battaglia Ricci 2010, Cursi 2010; Fiorilla in Boccaccio 2011: xxiv-xxxii). Gli autografi del Certaldese sono inoltre quasi tutti accompagnati da correzioni, postille (marginali e interlineari), segni di attenzione (come graffe e maniculae) di sua mano; alcuni sono inoltre arricchiti e impreziositi da suoi disegni, che avevano la funzione di illustrare il testo o richiamare l’attenzione su passi particolarmente significativi (cfr. infra l’Appendice finale). I marginalia autografi permettono di studiare più da vicino la genesi delle sue opere e il suo rapporto con i grandi auctores del passato.

Di straordinario interesse sul piano filologico-letterario sono dunque anche i codici non autografi che conservano però note di lettura di mano del Boccaccio. Quelli finora individuati tramandano prevalentemente opere classiche e tardo-antiche: il De lingua latina di Varrone (mutilo), la Pro Cluentio di Cicerone e la Rhetorica ad Herennium (nel ms. Firenze, BML, Plut. 51 10); le Heroides, gli Amores (solo iii 5), i Fasti, i Tristia, l’Ars amatoria, il De medicamine faciei di Ovidio, insieme ad alcuni testi pseudo-ovidiani (ivi, BRic 489); le Satirae di Giovenale (ivi, BML, Plut. 34 39); la Pharsalia di Lucano (ivi, BML, Plut. 35 23); la Naturalis historia di Plinio (Paris, BnF, Lat. 6802); i Carmina maiora di Claudiano (ivi, BnF, Lat. 8082); l’Apuleio narrativo (Firenze, BML, Plut. 29 2), le Antiquitates Iudaicae di Giuseppe Flavio (ivi, BML, Plut. 66 1). Non mancano però postillati contenenti testi del XII e del XIV secolo, come il Compendiloquium de vita et dictis illustrium philosophorum di Giovanni Gallico (ivi, BRic, 1230), la Chronologia magna di Paolino Veneto (Paris, BnF, Lat. 4939), i Gesta Innocentii III, la cronaca del cosiddetto Ugo Falcando, la vita di Innocenzo IV di Niccolò da Calvi e le vite dei Papi di Bosone (ivi, BnF, Lat. 5150).

Alcuni di questi postillati hanno la medesima origine o provengono da uno stesso ambiente culturale. I codici Laurenziani Plut. 29 2, 51 10 e 66 1, vergati tutti e tre in beneventana (scrittura di cui Boccaccio poté fare qualche esperienza negli anni napoletani), furono prodotti nel monastero di Montecassino tra XI e XII secolo; è bene ricordare a questo proposito che Boccaccio raggiunse con ogni probabilità in età matura anche un altro importantissimo manoscritto esemplato a Montecassino, il Tacito-Apuleio Laurenziano (Firenze, BML, Plut. 68 2), che a differenza degli altri tre codici non sembra però contenere suoi interventi autografi (cfr. almeno Mostra 1975: 129-31, con bibl. prec.; Baglio-Ferrari-Petoletti 1999: 195-96; Fiorilla 1999; cfr. infra anche la parte conclusiva di questa introduzione). I Parigini Lat. 6802 e 8082 appartenevano invece a Francesco Petrarca, il quale scrisse a Boccaccio, a proposito dei propri libri, che poteva considerarli anche suoi, auspicando addirittura che le loro biblioteche potessero unirsi e seguire un unico cammino dopo la loro morte (cfr. Seniles, i 564-65). Dal canto suo Boccaccio contribuì ad arricchire la biblioteca petrarchesca con diversi doni. Oltre al Parigino Lat. 5150, egli inviò a Petrarca due volumi di grande formato con le Enarrationes in Psalmos di s. Agostino, il Parigino Lat. 19891-2 (cfr. Mostra 1975: 135-36, con bibl. prec.), e forse un codice con la Commedia di Dante, il Vat. Lat. 3199 (cfr. almeno Pulsoni 1993); questi ultimi due manoscritti però, a differenza del Parigino Lat. 5150, non recano suoi interventi autografi. Dalla Familiares, xviii 4 ricaviamo inoltre che egli mandò a Petrarca anche una copia trascritta di suo pugno (oggi perduta) dei testi di Varrone e Cicerone conservati nel Laurenziano Plut. 51 10 (cfr. Mostra 1975: 136-38, e Rizzo 1991).

Per quanto riguarda la storia degli autografi del Boccaccio dopo la sua morte, il punto di partenza è il testamento del 28 agosto 1374. Il Certaldese lasciò in eredità i suoi manoscritti in lingua latina a Martino da Signa, allora priore di S. Spirito, con la condizione che il frate agostiniano provvedesse a farli trasferire sine aliqua diminutione al convento, dove sarebbero dovuti rimanere a disposizione di futuri lettori (che avrebbero potuto trarne liberamente copia). Egli chiedeva inoltre che i frati compilassero un inventario dei libri donati, anche per preservare il lascito da possibili furti (cfr. Mazza 1966: 210; Signorini 2011: 368-72). Il testamento, redatto da ser Tinello alla presenza di vari testimoni, è conservato all’Archivio di Stato di Siena (Diplomatico Bichi Borghesi, 28 agosto 1374; cfr. almeno Mostra 1975: 166, con bibl. prec.). Nel Cinquecento circolava però anche una minuta autografa del testamento (in volgare), oggi perduta ma pubblicata nel 1573 dai Giunti, insieme con le Annotazioni dei Deputati (cfr. Vandelli 1927b: 16).

Dopo la morte di Martino da Signa (1387), i codici boccacciani passarono così a S. Spirito (insieme a manoscritti di altra provenienza): la maggior parte dei volumi contenenti testi classici e opere latine del Boccaccio confluì nella libraria parva o minor (cfr. Mazza 1966, Signorini 2011, Pani 2012: 324-25), mentre quelli di contenuto più vicino alla cultura dei frati agostiniani, come recentemente suggerito da Maddalena Signorini, dovettero trovar posto nella libraria maior (cfr. Signorini 2011: 377-78). L’inventario dei volumi del convento (conservato alle cc. 10r-41r del codice Firenze, BML, Ashb. 1897) fu redatto solo diversi anni dopo la morte del Boccaccio, tra il 1450 e il 1451 (cfr. Gutiérrez 1962; Mazza 1966). Per l’eredità boccacciana di particolare interesse è quello della parva libraria (cc. 37v-41v; cfr. Mazza 1966: 10-59). Si tratta di un inventario topografico, «nel quale la sequenza dei libri è determinata dall’ordinamento per gruppi suddivisi in otto banchi» (Signorini 2011: 371 n. 15); nelle voci dedicate ai singoli manoscritti, oltre all’incipit dell’opera contenuta, furono registrate anche le parole finali della penultima carta, che permettono di individuare con assoluta precisione il codice descritto. L’inventario registra 107 manoscritti, alcuni dei quali sicuramente però non appartennero al Certaldese (cfr. Mazza 1966: 60-61). Sono stati ad oggi recuperati 13 manoscritti del Boccaccio passati nella parva libraria e uno solo accolto nella maior. Attraverso un esame attento dell’inventario è stato possibile individuare altri volumi che, con buona probabilità, fecero parte della sua biblioteca, nei quali però egli non lasciò suoi interventi autografi: Firenze, BML, S. Marco 226, con le tragedie di Euripide copiate da Leonzio Pilato (cfr. almeno Mazza 1966: 67-68; Mostra 1975: 140-41; da ultimo Rollo 2003: 35-46); ivi, BML, Plut. 36 32, con le Epistulae ex Ponto di Ovidio (cfr. Mostra 1975: 150-51); Città del Vaticano, Barb. Lat. 74, con l’Achilleide di Stazio (cfr. Punzi-Manfredi 1994: 193-203; Punzi 2000: 140-45); ivi, Vat. Lat. 13003, con le tragedie di Seneca (cfr. Palma 1976).

Dall’inventario della parva libraria emergono notizie significative anche su codici autografi che oggi risultano irreperibili. Nell’elenco di libri compare ad esempio un manoscritto completo di Ausonio (oggi perduto), la cui autografia boccacciana è testimoniata anche da Poliziano (cfr. Mazza 1966: 59). Figurano in elenco anche altri esemplari di opere del Boccaccio, con buona probabilità collegate al suo scrittoio: un codice delle Genealogie (oltre a Firenze, BML, Plut. 52 9) e due manoscritti del De mulieribus claris che non si identificano con il Laurenziano 90 sup. 981(cfr. Mazza 1966: 26-27, 38, 40-41, 72). Ci sono poi, all’inverso, manoscritti di autori classici che recano sicure sue postille, come ad esempio i Laurenziani Plut. 29 2, 51 10 e 66 1, che non sono registrati nell’inventario, così come in elenco non ci sono nemmeno opere classiche sicuramente note al Certaldese (cfr. Mazza 1966: 63-71). È possibile certo che alcuni manoscritti passati per un periodo sul suo scrittoio non divennissero mai di sua proprietà (ipotesi valida soprattutto per i preziosi codici provenienti da Montecassino). Più difficile spiegare l’assenza di volumi sicuramente suoi, come lo Zibaldone Magliabechiano, o la mancanza di esemplari di altre sue opere latine, come ad esempio il De montibus (cfr. Mazza 1966: 70-71). Si tenga conto che verosimilmente alcuni manoscritti, prima che fosse redatto l’inventario, furono sottratti dagli umanisti che ebbero libero accesso alla biblioteca del convento, come ad esempio Niccolò Niccoli (per notizie sintetiche sulle vicende che caratterizzarono i volumi boccacciani donati a S. Spirito nel Quattrocento e nei secoli successivi cfr. Mazza 1966: 70-71, da ultimo, Pani 2012: 324-25).

Un discorso a parte va fatto per gli autografi volgari (il Decameron, il Teseida e le tre sillogi dantesche) che, non essendo entrati a far parte della biblioteca del convento di S. Spirito, subirono «una dispersione frammentata e di sicuro oggi più difficile da ricostruire, come attestano con evidenza le attuali collocazioni non fiorentine» (Signorini 2011: 379). Anche i libri volgari però furono forse ricevuti e in un primo tempo conservati da Martino da Signa, come sostenuto con buoni argomenti da Padoan (1997: 207-12). L’interesse del frate agostiniano per i manoscritti volgari del Boccaccio è testimoniato anche dalla lite giudiziaria avuta con gli eredi del Certaldese per il possesso di ventiquattro quaderni e quattordici quadernucci contenenti gli appunti delle sue lezioni dantesche (cfr. Vandelli 1927b; Padoan 1997: 208-9). Le annotazioni lasciate da uno stesso ignoto postillatore tardo-trecentesco nell’Apuleio Laurenziano Plut. 54 32 e nel Dante Toledano sembrerebbero rafforzare l’ipotesi che codici volgari e latini avessero preso originariamente un’unica strada prima che i secondi confluissero a S. Spirito (cfr. Fiorilla-Rafti 2001: 202; Signorini 2011: 378-79 n. 36).

Saranno ora ripercorse in sintesi le tappe che portarono nel corso del tempo al progressivo recupero degli autografi boccacciani. I codici sottoscritti dal Boccaccio risultano ad oggi soltanto tre (cfr. infra la Nota sulla scrittura, par. 1), oltre alla lettera inviata a Leonardo del Chiaro: i Laurenziani Plut. 33 31 e 38 17, e l’Ambrosiano A 204 inf. Questi tre manoscritti, assegnati alla sua mano già a partire dalla fine del XIX secolo, hanno costituito un sicuro punto di partenza per successive attribuzioni. Il riconoscimento di altri autografi è avvenuto principalmente su base paleografica, ma anche a partire da considerazioni di carattere testuale e grazie al prezioso aiuto dell’inventario della parva libraria. Gli studi di Ciampi (1827 e 1830), Hortis (1879), Pakscher (1886), Hauvette (1894), Hecker (1902), convalidarono un buon numero di attribuzioni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. A Hecker (1902) si deve anche il primo lavoro complessivo sui manoscritti boccacciani.

Il progressivo avanzamento degli studi sulla scrittura del Boccaccio e sulla sua evoluzione nel tempo ha permesso da un lato il riconoscimento di nuovi autografi o la definitiva acquisizione dell’autografia in casi rimasti dubbi (emblematico al riguardo quello dell’Hamilton 90, cfr. almeno Chiari 1948 e 1955, Branca-Ricci 1962), dall’altro l’individuazione di coordinate per la datazione dei manoscritti: dopo i primi contributi di Michele Barbi (1907: clxxi-clxxiii) e Giuseppe Vandelli (1927a e 1929), fondamentali sono stati i lavori di Pier Giorgio Ricci (in Branca-Ricci 1962) e Albinia de la Mare (1973). Ulteriori approfondimenti sulla scrittura libraria degli Zibaldoni sono stati compiuti in tempi più recenti da Stefano Zamponi, Martina Pantarotto e Antonella Tomiello (Zamponi-Pantarotto-Tomiello 1998), mentre sulla scrittura corsiva del Boccaccio hanno ragionato Gabriella Pomaro (1998) e Marco Cursi (2000 e 2004). Studi specifici sugli usi interpuntivi del Boccaccio si devono a Patrizia Rafti (1992, 1996, 1997, 1998, 1999, 2001). Oltre all’esame della scrittura, particolarmente significativo per identificare la mano del Boccaccio è stato anche il contributo fornito dall’esame dei marginalia figurati (maniculae, segni d’attenzione e disegni) frequentemente lasciati dal Certaldese nei suoi esemplari di lettura. Tra il 1902 (data di uscita del volume di Hecker) e il 1973 (anni in cui risalgono nuovi contributi organici sugli autografi boccacciani, vd. infra), Barbi (1907), Vandelli (1908 e 1929), Rostagno (1929), Chiari (1948 e 1955), Billanovich (1953b), Ricci (1959 e 1968), Branca-Ricci (1962), Abbondanza (1963), Di Benedetto (1971), segnalarono, in studi apparsi in varie sedi, altri autografi e postillati boccacciani. Primi elenchi ordinati dei manoscritti del Boccaccio, accompagnati da brevi descrizioni, furono pubblicati da Ianni (1971), Auzzas (1973) e de la Mare (1973), anche se è opportuno ricordare che già Vittore Branca nel censimento della tradizione delle opere del Certaldese aveva registrato i testimoni autografi scoperti fino ad allora (cfr. Branca 1951). Una decisiva messa a punto, con integrazioni di nuovi manoscritti di mano del Boccaccio, è arrivata in occasione della mostra organizzata presso la Biblioteca Laurenziana per le celebrazioni del VI centenario della sua morte. Il catalogo (le cui schede sono state curate da Emanuele Casamassima, Domenico De Robertis e Filippo Di Benedetto), resta ancora oggi un fondamentale punto di partenza per notizie su autografi e postillati (cfr. Mostra 1975). Negli anni successivi sono stati individuati tre nuovi manoscritti interamente autografi: il Marziale scoperto da Marco Petoletti nel 2005 e le due parti mancanti del Riccardiano 627, riportate alla luce da Teresa De Robertis nel 2001 e Laura Pani nel 2012. Alla sezione dei postillati va invece aggiunto il Parigino Lat. 8082, che reca un disegno e una manicula del Boccaccio a quel tempo erroneamente attribuito a Petrarca. Studi successivi al catalogo del 1975 sono intervenuti con significative precisazioni su altre delicate questioni attributive di postille e disegni marginali, tra Boccaccio e Zanobi o tra Boccaccio e Petrarca. Ulteriori riflessioni complessive sulla biblioteca del Boccaccio sono state infine presentate di recente da Signorini (2011).

A conclusione di questa sezione introduttiva è opportuno dar conto dei codici assegnati (interamente o parzialmente) al Boccaccio che sono stati da chi scrive e da Marco Cursi (o già prima in altri studi) ritenuti non autografi (e che pertanto non verranno accolti nella scheda). È stata già autorevolmente smentita la presenza della mano del Boccaccio nei mss. Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3362 e Firenze, BRic, 527 (cfr. Mostra 1975: 13). Non è autografo il testo del Decameron nei seguenti manoscritti (ipotesi attributiva di Aldo Rossi già confutata da Cursi): Firenze, BNCF, II II 8 (cfr. Rossi 1997: 179-80; Rossi 1999: 421-22; ma cfr. Cursi 1998 e 2007a: 21-31); Piacenza, Biblioteca Passerini Landi, Vitali 26 (cfr. Rossi 1985 e 2003; ma cfr. Cursi 2004 e 2007a: 36-39); Paris, BnF, It. 482 (cfr. Rossi 1997: 105-34, 152-54, 156-78, 181-91; ma cfr. Cursi 2000). Quest’ultimo manoscritto, che reca anche un corpus di disegni in precedenza assegnato al Boccaccio (cfr. almeno Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994), a nostro parere erroneamente (cfr. già Battaglia Ricci 2010: 140-57), è stato collocato qui tra i Postillati di dubbia attribuzione solo per una annotazione interlineare forse di mano del Certaldese (cfr. Cursi 2007a: 31-36; Cursi 2013b). L’ipotesi di Beatrice Barbiellini Amidei circa l’autografia del volgarizzamento del De amore di Andrea Cappellano nel ms. Firenze, BRic, 2317 (cfr. Barbiellini Amidei 2005 e 2008) è stata negata da Cursi (2007b: 149-63), che ora ha individuato altri manoscritti attribuibili allo stesso copista (cfr. Cursi 2013a). Si segnala anche che la rubrica «Floridorum liber. i.», vergata a completamento del testo apuleiano del Laurenziano Plut. 68 2, attribuita con prudenza da Rafti (1998: 294-95) alla mano del Boccaccio, alla luce della scoperta di un nuovo manoscritto, sarà invece da assegnare a Zanobi da Strada (cfr. Petoletti 2012); stesso discorso vale per le rubriche aggiunte nel Laurenziano Plut. 29 2, accolto in questo repertorio per la presenza di marginalia del Certaldese. Non sono infine attribuibili al Boccaccio il ms. Firenze, BNCF, Magl. XXIX 169, con le lezioni di Cino da Pistoia sul Digestum (cfr. Branca-Ricci 1968; Rossi 1999: 419) e i disegni presenti nei codici Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3110, Firenze, BNCF, Magl. XI 114 1-2 e Panciatichi 63 (cfr. Rossi 1997: 134-52 e 299-320).

Maurizio Fiorilla

Le tre liste di manoscritti che seguono (Autografi, Postillati, Postillati di dubbia attribuzione) sono state elaborate a partire dalla bibliografia precedente, ma anche attraverso un attento riesame dei codici boccacciani (con verifiche autoptiche o su riproduzioni a colori), con nuove ipotesi di datazione per autografi e postillati (rispetto a quelle formulate in passato) e con revisione dell’attribuzione al Boccaccio di alcuni interventi marginali (a lui assegnati in studi pregressi). Per ogni manoscritto, oltre a indicazioni sintetiche sul contenuto, sono state registrate le diverse tipologie di interventi del Boccaccio (esemplificate con rimando a singole carte); sono state segnalate anche le mani di altri copisti e annotatori (specialmente se figure note) e date notizie sui possessori. Alcuni dei codici in elenco, anche in ragione dell’importanza che rivestono per la trasmissione di testi non boccacciani, hanno una tradizione di studi molto vasta; nella bibliografia riportata alla fine di ogni scheda si è cercato il più possibile di privilegiare i lavori incentrati in modo specifico su Boccaccio (sia sul versante paleografico sia su quello filologico-testuale). Quando nella bibliografia i contributi che hanno avuto il merito di individuare la presenza della mano del Boccaccio non sono collocati in posizione di apertura, o quando singoli studi non concordano con l’attribuzione al Boccaccio, il dato viene segnalato in parentesi (di seguito al riferimento). Nelle tre liste sono assenti naturalmente i codici che sappiamo appartenuti al Boccaccio ma che non recano suoi interventi autografi (di cui si è parlato nella sezione introduttiva). La Nota sulla scrittura che chiude la scheda è divisa in paragrafi che ripercorrono in ordine cronologico le principali fasi evolutive della grafia del Boccaccio; ogni paragrafo contiene rimandi a tavole e si apre con un elenco (in corpo minore) di tutti quei testimoni che appartengono per tipologia o cronologia a quella specifica sezione. Segue l’Appendice dedicata alle varie tipologie di segni di attenzione figurati e ai disegni del Boccaccio.

Marco Cursi e Maurizio Fiorilla



Bibliografia
Abbondanza 1963 = Roberto A., Una lettera autografa del Boccaccio nell’Archivio di Stato di Perugia, in «Studi sul Boccaccio», i, pp. 5-13.
Auzzas 1973 = Ginetta A., I codici autografi. Elenco e bibliografia, in «Studi sul Boccaccio», vii, pp. 1-20.
Baglio-Ferrari-Petoletti 1999 = Marco B.-Mirella F.-Marco P., Montecassino e gli umanisti, in Libro, scrittura, documento della civiltà monastica e conventuale nel basso medioevo (secoli XIII-XV). Atti del Convegno di Fermo, 17-19 novembre 1997, a cura di Giuseppe Avarucci, Rosa Marisa Borraccini Verducci, Gianmario Borri, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, pp. 183-238.
Barbi 1907 = Michele B., Introduzione a D. Alighieri, ‘La Vita nuova’, per cura di M.B., Firenze, Società Dantesca Italiana, pp. xi-ccxxvii.
Barbiellini Amidei 2005= Beatrice B. A., Un nuovo codice attribuibile a Boccaccio? Un manoscritto d’ “autore”, in «Medioevo Romanzo », xxix, 2 pp. 279-313.
Barbiellini Amidei 2008 = Ead., Alcuni nuovi testi attribuibili a Boccaccio (manoscritti Riccardiani 2317 e 2318). Dall’ ‘Ars Amandi’ ovidiana al ‘Libro d’Amor’ di Cappellano, in «Rendiconti. Ist. Lombardo-Accademia di Scienze e Lettere. Classe di Lettere e Scienze morali e storiche », cxlii, pp. 3-40.
Battaglia Ricci 2010 = Lucia B. R., Edizioni d’autore, copie di lavoro, interventi di autoesegesi: testimonianze trecentesche, in «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlí, 24-27 novembre 2008, a cura di Guido Baldassarri, Matteo Motolese, Paolo Procaccioli, Emilio Russo, Roma, Salerno Editrice, pp. 123-57.
Billanovich 1953b = Giuseppe B., Il Petrarca, il Boccaccio, Zanobi da Strada e le tradizioni dei testi della ‘Cronica’ di Ugo Falcando e di alcune ‘Vite’ di Pontefici’, in «Rinascimento», iv, pp. 17-24 (poi in Id., Petrarca e il primo Umanesimo, Roma-Padova, Antenore, 1996, pp. 158-67, da cui si cita).
Boccaccio 2011 = Giovanni B., Decameron, a cura di Maurizio Fiorilla, illustrazioni di Mimmo Paladino, Roma, Ist. della Enciclopedia Italiana.
Branca 1951 = Vittore B., La tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio.i. Un primo codice e tre studi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura.
Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994 = Id.-Maria Grazia C. D. dal P., Boccaccio “visualizzato” dal Boccaccio, in «Studi sul Boccaccio», xxii, pp. 197-225.
Branca-Ricci 1962 = Id.-Pier Giorgio R., Un autografo del ‘Decameron’ (codice Hamiltoniano 90), Padova, Cedam.
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* La scheda introduttiva, i Postillati (compresi quelli di dubbia attribuzione) e l’appendice finale (Marginalia figurati) sono a cura di Maurizio Fiorilla; gli Autografi e la Nota sulla scrittura sono a cura di Marco Cursi.

Nota paleografica

È fatto ben noto che G.B., secondo un’abitudine comune ai litterati dei suoi tempi, abbia utilizzato più scritture, passando con disinvoltura dall’una all’altra, a seconda delle funzioni e dei contesti. La scheda sarà aperta da una breve serie di esempi della sua maiuscola distintiva, utilizzata per «caratterizzare e perciò rendere distinti determinati dispositivi testuali», ritenuti di particolare importanza (Cavallo 1996: 23); tra di esse spiccano le tre uniche sottoscrizioni di sua mano giunte fino a noi, che di fatto rappresentano – insieme alla firma posta in calce alla lettera di Perugia – le sole pietre di paragone davvero sicure per una ricostruzione dell’ampio corpus dei manoscritti che appartennero alla sua biblioteca o che passarono per il suo scrittoio. In seguito verranno passate in rassegna le testimonianze vergate nelle due principali tipologie grafiche adoperate dal Certaldese: la posata e la corsiva. La prima verrà esaminata nel suo svolgimento diacronico, secondo una divisione in cinque fasi (giovinezza, formazione, maturità, tarda maturità, vecchiaia); la seconda, contrassegnata da un numero assai ridotto di attestazioni e da una notevole stabilità, sarà descritta nelle sue principali caratteristiche morfologiche. A questi due piani sarà aggiunto un terzo livello, costituito da una scrittura eseguita a penna rovesciata, qui definita sottile, che il B. utilizzava con una certa frequenza per notazioni apposte in margine o in interlinea ed anche per indicazioni per così dire di servizio (come, ad esempio, le letterine di guida per il miniatore); essa, infatti, vanta caratteristiche morfologiche tali da poter assumere lo status di tipologia autonoma (vd. infra). Quanto alla scrittura di glossa propriamente detta, adoperata sia per apparati testuali complessi e strutturati – come ad esempio il commento di Tommaso d’Aquino all’Etica di Aristotele – sia per postille brevi e occasionali, pur mostrando qualche slittamento verso la corsiva, presenta caratteristiche morfologiche ed esecutive tanto vicine alla scrittura posata da non giustificare il suo isolamento in uno specifico tipo (contrariamente a quanto avviene, ad esempio, per la scriptura notularis di Francesco Petrarca). In chiusura ci si soffermerà sulla morfologia delle cifre arabiche, finora poco studiate ma in realtà molto utili per la soluzione di alcune spinose questioni di carattere attributivo, e, infine, sul complesso sistema dei marginalia; tra di essi assumono particolare rilievo le maniculae, i segni d’attenzione e le illustrazioni al tratto che punteggiano molti codici appartenuti al B., che, come è noto, oltre che prolifico copista, fu anche abile disegnatore.

1. La scrittura distintiva e le sottoscrizioni

L’uso di maiuscole in funzione di scrittura distintiva, impiegata sia in funzione primaria (per le titolazioni), sia in funzione secondaria (per formule di vario genere, come ad esempio quelle incipitarie o finali poste all’inizio o in coda ad un testo o ad un capitolo, cfr. Parkes 1992: 303) caratterizza una fase specifica della produzione scrittoria boccaccesca, compresa tra la fine degli anni ’30 e la metà degli anni ’50. I manoscritti che offrono il maggior numero di testimonianze in maiuscola distintiva sono i Laurenziani Plut. 29 8 e 33 31: una delle più antiche attestazioni è fornita dalla rubrica posta in testa al Liber sacrifitiorum (tav. 1a), da assegnare al 1338-1339 circa (Zamponi-Pantarotto-Tomiello 1998), mentre l’esempio più noto è costituito probabilmente dal Notamentum a ricordo della laureatio poetica del Petrarca, per il quale si fa ricorso ad una scrittura caratterizzata da uno spiccato contrasto di tracciato e dalla frequente aggiunta di filetti al termine dei tratti curvi e orizzontali (tav. 1b). Le più rilevanti attestazioni della maiuscola distintiva boccacciana vengono, comunque, dalle tre sottoscrizioni autografe che si leggono in testimoni copiati a distanza molto ravvicinata l’uno dall’altro, in un torno di anni compreso tra il 1340 e il 1345: la prima è posta in calce alla copia delle Satire di Persio trascritta nella prima sezione del Laurenziano Plut. 33 31: «Iohannes» (tav. 2a); la seconda chiude il commentario di san Tommaso d’Aquino all’Etica Nicomachea, impaginato nella forma della glossa, nell’Ambrosiano A 204 inf.: «Iohannes de Certaldo scripsit feliciter hoc opus. Explevi tempore credo brevi et cetera. τελος» (tav. 2b); la terza è posta al di sotto del colophon alle Commedie di Terenzio, in inchiostro nero (in parte ripassato da una meno più tarda), nel Laurenziano Plut. 38 17: «Iohannes de Certaldo scripsit» (tav. 2c). Altri esempi risalenti ad un periodo posteriore (la metà degli anni ’50) sono contenuti nel Riccardiano 627 + 2795 + Harleiano 5383: il B. adopera sistematicamente sequenze di maiuscole per marcare gli incipit e gli explicit di libro, forse per mantenere una piena coerenza con gli usi del copista di sec. XII di cui continua la trascrizione. Dai primi anni ’60 in poi, egli sembra cambiare abitudini grafiche e si serve sistematicamente di rubriche – in inchiostro rosso e lettere minuscole – per la demarcazione delle varie sezioni in cui si dividevano i testi che si trovava a trascrivere (unica eccezione l’alternanza di lettere rosse e blu per alcune rubriche del Teseida, tav. 9). L’uso di maiuscole distintive restò in vigore, però, per espressioni grafiche ritenute di speciale importanza, come ad esempio la titolazione del ritratto di Omero recentemente venuto alla luce nella carta di guardia finale della silloge dantesca toledana (tav. 31c); tale didascalia, di datazione ancora da definire e in parte ripassata da una mano più tarda, pare ispirata da una notevole tendenza alla monumentalità, secondo quanto rivelato dalle grandi dimensioni delle lettere e anche dalla presenza di capitali all’antica, come ad esempio la A dotata di traversa orizzontale, testimoniata in precedenza soltanto in un caso nell’Orosio Riccardiano 627: e in un’altra occorrenza nel Laurenziano Plut. 29 8, in testa alla trascrizione dell’egloga di Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato (tav. 3a). Al medesimo carattere di solennità sembra ispirata, infine, ancora nello Zibaldone Laurenziano, la riproduzione in lettere greche di un’epigrafe scoperta a S. Felice a Ema intorno al 1367, introdotta da una didascalia in lettere minuscole (tav. 3b).

2. La scrittura posata

I primi studi sulla scrittura posata del B. – da ritenersi a buona ragione fondativi – risalgono agli anni di passaggio tra il sec. XIX e il XX: sul finire dell’Ottocento Henri Hauvette convalidava attribuzioni fino a quel momento soltanto ipotetiche, riguardanti autografi boccacceschi conservati nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (Hauvette 1894); qualche tempo dopo Michele Barbi nella sua edizione critica della Vita Nuova tracciava le linee essenziali di una conoscenza storica della scrittura del B. e cominciava ad indicare le tappe della sua trasformazione ed evoluzione (Barbi 1907: clxxvii). In tempi più recenti Pier Giorgio Ricci, in occasione del riconoscimento dell’autografia del codice berlinese del Decameron, intraprendeva una sintetica riflessione sullo Svolgimento della grafia del Boccaccio (Branca-Ricci 1962); una decina d’anni dopo Albinia de la Mare tracciava un breve ma densissimo profilo della scrittura boccaccesca che a resta a tutt’oggi l’unico tentativo di ordinamento d’insieme degli autografi, supportato da proposte di datazione molto precise e completato da un ricco corredo di tavole e da essenziali schede di descrizione dei manoscritti (de la Mare 1973). I contributi finora passati in rassegna sono accomunati dal ricorso ad un metodo paleografico classico, che riserva la massima attenzione all’analisi morfologica (sia delle minuscole sia, in misura minore, delle maiuscole al tratto) e procede ad un censimento, più o meno sistematico, delle forme di lettera e delle loro rispettive varianti, al fine di cogliere una loro evoluzione nel tempo. Più di recente Stefano Zamponi, Martina Pantarotto e Antonella Tomiello hanno tentato una ricognizione complessiva di quelli che probabilmente sono da ritenere i due autografi boccacciani più complessi e stratificati, i Laurenziani Plut. 29 8 e 33 31, apportando ulteriori argomenti a favore dell’ipotesi dell’originaria omogeneità strutturale tra i due manoscritti (confezionati dal B. in tempi lunghi, in massima parte avvalendosi dei fogli erasi di un graduale in scrittura beneventana) e risolvendo definitivamente su base paleografica il difficile problema dell’attribuzione alla mano del Certaldese delle prime due sezioni (Zamponi-Pantarotto-Tomiello 1998). Il loro contributo si distacca da quelli sopra citati per ragioni di metodo – alla tradizionale analisi morfologica si è affiancata una registrazione di fatti grafici, utili a quantificare in forme controllabili ed articolate le caratteristiche dei singoli specimina di scrittura attraverso l’esame di un gran numero di variabili – e fornisce preziose indicazioni per la datazione delle testimonianze grafiche boccacciane in libraria fino al 1348. Da parte mia, in attesa di uno studio di più ampio respiro che mi riprometto di portare a termine nei prossimi mesi (Cursi 2013b), ho compiuto una serie di sondaggi sulle testimonianze in scrittura posata del B., che sembrano orientare la riflessione paleografica verso una direzione ben precisa. Da un lato viene pienamente confermata l’esistenza di una fase iniziale di formazione, nel corso della quale egli si servì di una semigotica di modulo piuttosto ridotto, dal tracciato moderatamente contrastato, priva di evidenti spezzature, caratterizzata da una certa tendenza alla separazione tra le lettere e da alcune esitazioni nell’esecuzione; dall’altro risulta evidente che, con il passare degli anni, la sua scrittura – divenuta più fluida nel tratteggio, più equilibrata ed armonica nelle forme, più abilmente chiaroscurata – una volta raggiunta la perfetta padronanza esecutiva (intorno alla metà degli anni ’40 del Trecento), non venne più modificata in modo sostanziale (Petrucci 1963-1964). Ciò non toglie che il B. copista, in virtù di una sorprendente capacità di controllo dell’atto grafico, continuò a manifestare sensibili variazioni d’uso nell’ambito, non sempre agevole da rilevare, di quegli elementi esornativi (apici, filetti, riccioli) che tradiscono una probabile influenza cancelleresca, secondo una circostanza consueta in esempi provenienti dalle gotiche toscane della prima metà del sec. XIV. L’osservazione e la registrazione di tali segni grafici di complemento, unita ad un’analisi sistematica di alcune significative varianti di lettera e ad un censimento delle maiuscole al tratto utilizzate in corpo testuale o al più come capolettera – meno esposte alle tendenze solennizzanti o all’influenza dei modelli presenti negli antigrafi rispetto alle maiuscole in funzione di scrittura distintiva – consentono di scandire una divisione della sua produzione scrittoria in cinque fasi, della quale si darà conto qui di seguito.

2.1. Giovinezza (ante 1327-metà degli anni ’30)

Autografi: Laurenziano Plut. 29 8, cc. 26r-45v (ante 1330); 2r-25v (ante 1334).

Nel periodo più precoce della sua formazione grafica – gli anni compresi tra la frequenza della scuola di grammatica a Firenze e il magistero napoletano di Andalò del Negro – la scrittura del giovane B. appare piuttosto incerta, irregolare, mal allineata (tavv. 4, 5b), solo in parte capace di aderire alle norme che regolavano la corretta esecuzione di tipologie grafiche di base testuale, come la fusione di curve contrapposte o l’uso di r tonda all’interno di parola (Zamponi-Pantarotto-Tomiello 1998: 212). Tra gli allografi di lettera si registra una scelta quasi costante per la a di tipo testuale, anche se fa la sua prima apparizione, specie dopo lettere che determinano elisione, la variante minuscola chiusa, che con il passare del tempo acquisterà un peso sempre maggiore (tav. 5a r. 2). La e affianca la forma gotica, predominante, e quella mercantesca, nelle sue due più diffuse morfologie, con tratto superiore ricurvo verso l’alto (tav. 6b r. 3) e raddoppiata (tav. 4 r. 6). L’h presenta il tratto ricurvo ampiamente prolungato al di sotto del rigo. La g assume spesso forma a 8, con sottile tratto obliquo di chiusura dell’occhiello superiore (tav. 5a r. 3). La r a forma di 2 è ancora costantemente priva di filetto. La s finale di parola è sempre di forma capitale nella carte più antiche, mentre nella sezione databile alla prima metà degli anni ’30 appare spesso caratterizzata da una forma definibile come sinuosa, intermedia tra la diritta e la tonda (tav. 5a r. 10). La nota tironiana per et appare ancora poco proporzionata, con il tratto orizzontale di testa eccessivamente allungato e quello ricurvo che stacca leggermente al di sopra del rigo di base di scrittura. Le maiuscole al tratto a quest’altezza cronologica sono il campo in cui il B. compie il maggior numero di sperimentazioni, con una frequente alternanza di allografi (Zamponi-Pantarotto-Tomiello 1998: 220-23). La A presenta tratto di testa ondulato e appare piuttosto angolosa (tav. 5a r. 1); la D è quasi sempre di forma capitale, con lungo apice orizzontale d’attacco e testa a cuspide (tav. 5a r. 2); si noti pure la presenza, seppure rara, della variante tonda, di modello onciale (tav. 5b); la E, che in seguito diverrà una delle lettere più stabili, è caratterizzata da una sorprendente varietà di forme, in parte ispirate a modelli mercanteschi (tavv. 4, 5b); la I presenta il tratto di testa ondulato, che termina la sua corsa ai due terzi del tratto verticale (tav. 6a); la M e la N appaiono costantemente conformi ai modelli provenienti dalla tradizione grafica gotica (tavv. 5a, 5b); la Q mostra notevole varietà di morfologie, tra le quali spicca la minuscola sovramodulata, che in seguito non farà più parte del sistema della libraria, ma troverà frequente uso nella corsiva (tavv. 6a, 6b); la T è costantemente di forma arrotondata, con traversa leggermente ondulata e secondo tratto ricurvo (tav. 5b r. 15); la U/V alterna la variante acuta, a cuore, e quella minuscola sovramodulata. Caratteristica della seconda fase di questo primo periodo è la tendenza a spezzare i tratti ricurvi di alcune lettere (C, E, Q, T) per ottenere un semplice motivo decorativo (tav. 6c); tipica della prima fase, invece, è la tendenza ad apporre sulle maiuscole un tratto decorativo in rosso, che sarà progressivamente abbandonata a favore della più usuale ripassatura di colore giallo.

2.2. Formazione (metà degli anni ’30-metà degli anni ’40)

Autografi: Laurenziano Plut. 29 8, cc. 46r, 51r-55v, 59v-66v, 67r-74v; Laurenziano Plut. 33 31, cc. 1r-38v, 46v-73v; Ambrosiano A 204 inf., glosse; Laurenziano Plut. 38 6, cc. 43, 100, 111, 169; Laurenziano Plut. 38 17; Laurenziano Plut. 54 32, cc. 70r-77v.

Nel decennio posto a cavallo tra gli ultimi anni dell’esperienza napoletana e i primi del ritorno a Firenze, la scrittura del B. sembra aver quasi completamente superato le incertezze che l’avevano caratterizzata in precedenza e appare ormai piuttosto sicura nell’allineamento e nell’orientamento delle lettere, anche se mostra ancora una certa rigidità, dovuta alla meccanica giustapposizione di tratti spessi e sottili e allo sviluppo ancora troppo ridotto della aste ascendenti e discendenti rispetto al corpo delle lettere (tav. 7). La a è costantemente di tipo testuale, con la sola eccezione dell’Ambrosiano A 204 inf., nel quale prevale decisamente la forma minuscola chiusa, probabilmente preferita perché in grado di assecondare meglio la tendenza alla semplificazione e alla corsivizzazione tipica della scrittura di glossa. L’h presenta frego d’attacco e ispessimento al termine del tratto ricurvo finale (tav. 8c r. 3); soltanto nel Laurenziano Plut. 38 6, in rarissime occorrenze, fa la sua prima apparizione la forma con filetto sull’asta e ricciolo finale che diverrà dominante negli anni a venire (tav. 8a r. 2). La r a 2 con sempre maggior frequenza è dotata di un sottilissimo frego, risultato del prolungamento del primo tratto ricurvo (tav. 8d r. 2); fa eccezione, per le ragioni espresse sopra, la scrittura delle glosse ambrosiane. La s finale di parola è prevalentemente sinuosa, anche se la forma capitale – talvolta nella variante con tratto di testa allungato e rivolto in fondo verso l’alto – è utilizzata piuttosto spesso e risulta addirittura la preferita nel Laurenziano Plut. 38 17 (tav. 8c). La nota tironiana per et tende a diminuire l’estensione del tratto orizzontale di testa (tav. 8d). Tra le maiuscole al tratto, si assiste ad una progressiva riduzione della variatio di forme tipica del periodo precedente e sembra farsi più pressante l’influenza dei modelli capitali. La A assume la forma a cuspide, con lungo apice orizzontale d’attacco e tratto di base leggermente ondulato che manterrà fino alla fine degli anni ’50 (tav. 8d); la D mantiene ancora l’apice orizzontale lungo la schiena della lettera ma appare meno compressa lateralmente (tav. 8e); la E – da qui in avanti fino alle testimonianze più tarde della scrittura boccacciana – è di forma lunata, con il primo tratto di andamento verticale (tav. 8d); la F alterna la forma minuscola sovramodulata, con svolazzo finale volto a sinistra, e quella capitale con tratto di testa volto in fondo verso l’alto (tav. 8d rr. 1 e 10); l’H assume la forma minuscola sovramodulata, che poi manterrà in tutta la produzione grafica del B. (tav. 8e); soltanto nel Laurenziano Plut. 33 31, si riscontrano alcune occorrenze di H capitale; la M e la N registrano l’introduzione dei modelli di forma capitale, che negli anni successivi prenderanno ben presto il sopravvento su quelli di tradizione gotica (tav. 8e); la R presenta ancora un’alternanza tra la forma capitale e quella gotico-cancelleresca; la T mostra molto spesso un tratto verticale a congiungere la traversa e l’elemento ricurvo di base (tav. 8a); la U/V mantiene gli allografi segnalati per il periodo precedente, cui aggiunge la variante capitale, con apici orizzontali volti a sinistra (tav. 8d). Infine, occorre segnalare, già a quest’altezza cronologica, l’abitudine boccacciana di apporre un accento sulla O del vocativo per distinguerla dalla o disgiuntiva, presumibilmente ispirato all’esempio di manoscritti del sec. XI; tale uso, finora ritenuto tipico della produzione più tarda (Branca-Ricci 1962: 63), è attestato infatti già nel Laurenziano Plut. 29 8 per la copia dell’epistola Nereus amphytritibus databile al 1339 circa (tav. 8f).

2.3. Maturità (metà degli anni ’40-metà degli anni ’50)

Autografi: Laurenziano Acquisti e doni 325; Laurenziano Plut. 29 8, cc. 46v-50v, 56r-59r, 75r-77r; Laurenziano Plut. 33 31, cc. 39r-45v; Toledano 104 6; Laurenziano Plut. 54 32; Riccardiano 627 + 2795 + Harleiano 5383; Laurenziano Ashb. App. 1856.

Nell’intervallo di tempo compreso tra la metà del quinto decennio del Trecento e la fine del decennio successivo la scrittura di B. mostra le sue espressioni più mature e armoniche. Prevalgono le linee morbide e sinuose, si cerca di ottenere un elegante effetto di chiaroscuro grazie ad un accentuato contrasto di tracciato, vengono aggiunti di frequente elementi accessori di completamento (sotto forma di freghi, apici, riccioli), si rileva una maggiore tendenza alla verticalità, dovuta al forte sviluppo delle aste superiori e inferiori rispetto al corpo delle lettere (tav. 9). La a, ancora prevalentemente testuale sia nell’epistola Quam pium, conservata nel Laurenziano Plut. 29 8 (tav. 10a) e datata al 1348, sia nel Laurenziano, Acquisti e doni 325, presumibilmente di poco anteriore (tav. 11a), vede un graduale affermarsi della forma minuscola chiusa, che diviene maggioritaria nel Toledano 104 6 (tav. 10d) e quasi esclusiva in due codici che per molti versi paiono essere stati confezionati in tempi molto ravvicinati l’uno all’altro, il Riccardiano 627 (tav. 10b) e l’Ashb. App. 1856 (tav. 10c). L’h nei Laurenziano Acquisti e doni 325 e Plut. 54 32 alterna la forma caratterizzata da un ispessimento aggiunto a chiudere il tratto ricurvo finale e quella con filetto d’attacco e sottile ricciolo (tav. 11b, rr. 10 e 11), dominante in tutti gli altri testimoni del periodo (tavv. 10b-d). La i è quasi sempre priva d’apice, ad eccezione del Toledano 104 6, nel quale il segno diacritico – soltanto in questo codice caratterizzato da varie connotazioni grafiche (sottile trattino trasversale, virgola rovesciata o punto) – comincia ad essere utilizzato, seppure ancora saltuariamente, dal B. (tav. 10d). La r a 2 con frego finale mantiene il primato sulla forma semplice, ma quest’ultima sembra riguadagnare uno spazio crescente (tav. 10c r. 5). La s finale di parola è quasi sempre sinuosa; unica eccezione il codice del Teseida, in cui prevale ampiamente la variante con tratto di testa allungato e rivolto in fondo verso l’alto (tav. 11a). La ç presenta costantemente ampia cediglia, ricurva in fondo verso sinistra (tav. 10d r. 13). Tra le iniziali al tratto salta subito agli occhi l’abitudine – tipica della fine degli anni ’40 e dei primissimi anni ’50 – di dotare alcune lettere (C, E, L, T) di lunghi ed eleganti apici, aggiunti in coda al tratto di base ricurvo (tavv. 10b-c); tale uso aveva fatto la sua prima apparizione in scritture distintive degli inizi degli anni ’40, come ad esempio il già menzionato ricordo della laurea del Petrarca (tav. 1b). Notevoli pure la D, che privilegia ormai la forma con schiena a C retroversa (tavv. 10b, 11b-c); la M e la N di forma capitale, con il primo tratto che discende sinuosamente verso sinistra, diminuendo progressivamente il suo spessore (tavv. 10a, 10c-d, 11b); la R, che ammette ormai soltanto la forma capitale; la U/V, che vede la decisa prevalenza della forma capitale, con apici orizzontali volti a sinistra (tavv. 11b-c).

2.4. Tarda maturità (fine degli anni ’50-metà degli anni ’60)

Autografi: Riccardiano 1035; Riccardiano 1232; Chig. L VI 213; Chig. L V 176; Laurenziano Plut. 52 9.

In questo breve torno di anni l’attività di copia del B. si intensifica e la sua scrittura, pur mantenendo quasi tutte le caratteristiche morfologiche mostrate nel quindicennio precedente, appare caratterizzata da alcuni rilevanti mutamenti, specialmente nell’ambito delle iniziali al tratto; ciò consente di circoscrivere un insieme formato da cinque testimoni che vanno a costituire un gruppo di manoscritti molto compatto quanto all’aspetto grafico (tav. 12). La a è ormai rappresentata soltanto dalla forma tonda (tav. 13a); l’h è sempre dotata di filetto iniziale e ricciolo aggiunto al termine del tratto ricurvo (nel solo Laurenziano Plut. 52 9 talvolta non è presente l’elemento esornativo d’attacco); la i con apice sembra essere utilizzata con sempre maggior frequenza, conseguendo il numero più alto di occorrenze nel codice delle Genealogie (tav. 13b); la r a 2 è ancora piuttosto spesso dotata di frego; la s finale di parola mostra una decisa preferenza per la forma capitale a scapito di quella sinuosa (tav. 13b); la ç è ancora caratterizzata da cediglia curva in fondo a sinistra (tav. 14a r. 2), ma nella sezione petrarchesca del Chig. L V 176 fa la sua prima apparizione – e diviene ben presto prevalente – la forma con cediglia ondulata, che sarà esclusiva nei codici degli ultimi anni (tav. 13c rr. 2, 5, 12). Passando alle maiuscole al tratto, soltanto la L spesso è ancora caratterizzata da lunghi apici appesi al tratto ricurvo di base (tav. 14a), mentre la T aggiunge di frequente un sinuoso ricciolo di stacco al termine della traversa ondulata (tavv. 14a-b). Molto rilevante è la comparsa di due morfologie di lettera finora mai utilizzate dal B., che saranno tipiche dei codici degli anni ’60 e ’70: la A capitale con traversa orizzontale (tavv. 13c, 14c) e la U/V a forma di Y (tavv. 14b-c), impiegata in alternanza con la forma capitale con apici volti verso sinistra e con quella a cuore (tav. 14a). In questo insieme di codici spicca la presenza del Riccardiano 1232 (tav. 15), che per ragioni di carattere interno era stato finora assegnato agli anni 1367-1368 (Ricci 1985: 291); in effetti, nonostante la presenza di due forme di maiuscole al tratto che si ritroveranno in testimoni dell’ultimo periodo (D di modello onciale e T capitale, tavv. 15, 14c rr. 5, 9), gli altri indicatori grafici presi a riferimento (h con apice e ricciolo, i con apice in percentuale piuttosto bassa, r a 2 molto spesso dotata di frego, s finale di parola frequentemente nella forma capitale con tratto di testa allungato e volto in fondo verso l’alto) indirizzano coerentemente verso una datazione compresa tra la copia della Commedia Riccardiana e quella dei due testimoni Chigiani (dunque intorno al 1362-1363).

2.5. Vecchiaia (ultimi anni ’60-1375)

Autografi: Chig. L V 176, cc. 29r-32v; Ambrosiano C 67 sup.; Hamilton 90; Laurenziano Plut. 90 sup. 981; Laurenziano Plut. 54 32, c. 56r (Spurcum Additamentum); Laurenziano Plut. 52 9, giunte.

Le testimonianze più tarde della produzione scrittoria boccaccesca si distinguono piuttosto agevolmente da quelle delle fasi precedenti poiché appaiono caratterizzate da una generale ricerca di semplificazione e da una vistosa tendenza all’economizzazione dell’atto grafico; ciò comporta la progressiva rinuncia a quei minuti elementi esornativi che l’avevano contraddistinta fin dalla fine degli anni ’30 del Trecento (vd. sopra). La scrittura del B., dunque, ancora ferma e sicura – salvo che nelle tardissime giunte alle Genealogie nel Laurenziano Plut. 52 9, nelle quali denuncia gravi incertezze, soprattutto nel tracciato delle aste verticali – finisce per intraprendere un percorso che, in certa misura, ripropone forme abbandonate da tempo, che riportano alla memoria le esperienze grafiche della giovinezza, non soltanto nel sistema delle minuscole, ma anche in quello delle maiuscole (tav. 16). Si veda, ad esempio, la morfologia dell’h, che presenta costantemente l’ultimo tratto, formante la pancia della lettera, ben prolungato al di sotto del rigo di base di scrittura (tavv. 17a r. 3; 17b r. 3); della r a 2, ormai quasi sempre priva di frego (tavv. 17a r. 1, 17b r. 5); della s finale di parola, per la quale si ricorre alla forma capitale semplice, rinunciando quasi completamente a quella sormontata da tratto di testa allungato e con ricciolo finale (tav. 18a r. 5). Tra le altre lettere caratterizzanti sarà opportuno ricordare la ç, ormai costantemente dotata di cediglia ondulata (tav. 17b r. 5) e la i, nella quale l’apposizione dell’apice, pur attestandosi su valori ancora rilevanti, appare in significativo calo rispetto al periodo precedente. Quanto alle maiuscole, tipiche di quest’ultima fase sono la B con occhiello inferiore molto schiacciato; la I nella variante priva del tratto di testa (tav. 17a r. 4); la N con il primo tratto non più sottile e orientato in fondo sinistra, ma di andamento verticale e spessore medio, di aspetto piuttosto tozzo (tavv. 17a r. 3, 18a r. 11). La tendenza al recupero di forme ormai desuete potrebbe spiegare la presenza della D di modello gotico, di uso frequentissimo nell’Ambrosiano C 67 sup. (tav. 17a) e della A a cuspide con lungo apice d’attacco, talvolta dotata di tratto di base obliquo (tavv. 18a r. 13, 18b r. 1), nel Laurenziano Plut. 90 sup. 981. In quest’ultimo manoscritto si registrano, peraltro, anche esempi di T di forma capitale (tav. 18a r. 8) e persino un caso di e con cediglia per il dittongo (ęgyptiis, tav. 18b r. 4). Ciò parrebbe manifestare un interesse preumanistico per forme ricorrenti in codici in antiqua e forse proprio per tale ragione il codice laurenziano è stato ritenuto a lungo il testimone boccacciano piú tardo (de la Mare 1973: 27); l’analisi grafica complessiva, però, e anche la rilevazione di qualche significativo dettaglio grafico (come ad es. quello offerto dalla persistenza di varianti di lettera quali la s sinuosa in posizione finale di parola) suggeriscono di anticiparne di qualche tempo la datazione e di collocarlo accanto al decameroniano Hamilton 90 e al Marziale Ambrosiano. Le testimonianze seriori della scrittura boccaccesca, dunque, andranno identificate con le tarde aggiunte alle Genealogie (tav. 18c), cui potrà forse essere accostato anche lo Spurcum Additamentum al Laurenziano Plut. 54 32 (tav. 18d), finora assegnato al 1367 circa (Mostra 1975: i 153).

3. La scrittura corsiva

Autografi: BNCF, Banco Rari 50 (→ 13); Laurenziano Acquisti e doni 325 (→ 4), c. 42r; Lettera a Leonardo del Chiaro (→ 22).

Le nostre conoscenze sulla scrittura corsiva di B. sono molto piú limitate rispetto a quanto rilevato per la posata: l’unico ms. finora noto vergato in tale tipologia grafica, lo Zibaldone Magliabechiano (BNCF, Banco Rari 50), attribuito intuitivamente alla mano del Certaldese da Sebastiano Ciampi fin dal sec. XIX (Ciampi 1827) e definitivamente assegnatogli da Giuseppe Vandelli esattamente un secolo dopo (Vandelli 1927a), è stato oggetto di un rinnovato interesse a partire dai primi anni ’70 del Novecento. Ciò ha determinato notevoli progressi nelle conoscenze di carattere codicologico (si vedano le accurate descrizioni di Filippo Di Benedetto in Mostra 1975 e in Savino 1991), ma non ha ancora permesso di riesaminare a fondo la questione grafica. Al riguardo si registrano da una parte un contributo di Gabriella Pomaro, che, oltre a riprendere lo spinoso problema delle diverse fasi di composizione del ms., ha concesso un certo spazio all’analisi della scrittura (Pomaro 1998), e dall’altra alcuni miei studi (Cursi 2000, 2004, 2007b), nei quali la corsiva del suddetto Zibaldone viene messa a confronto con quella utilizzata nell’altra notevolissima testimonianza, offerta dalla lettera indirizzata a Leonardo del Chiaro, datata al 1366. Un’ultima preziosa traccia dell’uso di tale tipologia grafica da parte del B. viene, infine, da alcune brevi postille, eseguite a penna rovesciata, poste in margine ad una carta del Teseida laurenziano Acquisti e doni 325.

La scrittura d’uso del B. può essere definita come una corsiva di base mercantesca con qualche influenza della cancelleresca, di andamento rapido, dalle forme morbide e tondeggianti, caratterizzata da una certa alternanza di spessore nel tracciato e da un buon numero di legamenti. Pur essendo ancora lontano da una soluzione definitiva il problema della complessa stratificazione e della datazione delle diverse sezioni di cui si compone lo Zibaldone Magliabechiano, il confronto tra la sua scrittura, databile ad un periodo compreso tra il quinto e il sesto decennio del Trecento (tav. 19), e quella della lettera a Leonardo del Chiaro, datata al 1366 (tav. 20) consente di poter rilevare una notevole continuità. In effetti, nell’arco di circa vent’anni, la scrittura del B., pur mostrando frequenti variazioni nel ductus, mantiene una stabilità tale da sottintendere un sostanziale adeguamento, nell’uso, alle tipologie grafiche piú diffuse negli ambienti in cui si era formato e anche in quelli nei quali si trovò a svolgere la sua attività di letterato (Petrucci 1963-1964). Non essendo possibile cogliere, almeno allo stato attuale degli studi, sintomi utili a mettere a fuoco un’evoluzione delle dinamiche grafiche, in vista di eventuali nuove agnizioni di autografi in corsiva sarà opportuno limitarsi a segnalare brevemente la morfologia di alcune lettere significative e delle piú rilevanti iniziali al tratto, insieme ad alcune abitudini grafiche caratterizzanti (specie nell’uso dei legamenti). Tra le lettere piú notevoli basterà ricordare la f e la s, che alternano la forma con asta verticale semplice o, piú spesso, raddoppiata (tavv. 20 rr. 1 e 2, 21a rr. 3 e 4) e quella con il tratto iniziale che disegna un occhiello, discendente al sotto del rigo con tracciato sinistrogiro (tavv. 20 r. 3, 21a r. 8). La b, l’h e la l, che presentano il tracciato degli occhielli superiori di esecuzione morbida e tondeggiante, di chiara ascendenza mercantesca (tav. 20, 21c). La e, di norma in due tempi, con il secondo tratto spesso staccato dal primo elemento semicircolare, oppure nella forma raddoppiata (tavv. 20 rr. 1 e 6, 21a r. 1). La g, che vanta un buon numero di varianti: la forma con l’occhiello inferiore compresso lateralmente e quello superiore di piccole dimensioni, tanto da essere spesso ridotto a tratto marcato (tavv. 20 r. 2, 21c r. 2); la meno diffusa morfologia con occhiello inferiore fortemente schiacciato (e in qualche caso duplicato), che sembra risentire di modelli cancellereschi; la forma oblunga, con il tratto formante la schiena della lettera che discende in verticale e poi piega in fondo verso destra (tav. 21a r. 5). La z sempre a forma di 3, eseguita in un tempo (tav. 20 r. 5). Quanto, infine, alla nota tironiana per et, pur mostrando un’esecuzione piuttosto corsiva, ha una morfologia del tutto analoga a quello del segno utilizzato per la scrittura libraria (tavv. 20 r. 5, 21a r. 1); dunque, essa si pone come un tratto caratterizzante nella diacronia delle scritture boccaccesche di tutte le facies (Rossi 1999: 420).

Per quel che riguarda le abitudini grafiche, basterà ricordare che il B. ricorre alla i appesa soltanto quando la lettera è doppia (sia in posizione interna sia in posizione finale di parola) e fa uso costante uso di r diritta, anche quando segue lettera recante tratto ricurvo convesso verso destra (tavv. 20 r. 2, 21a r. 4); la presenza della forma a 2 è registrata solamente per l’abbreviazione rum in posizione finale di parola (tav. 22a r. 8). Quanto al sistema dei legamenti, il titulus abbreviativo per le nasali lega molto frequentemente con f ed s quando sono occhiellate nella parte superiore (tav. 21c r. 4) e molto piú raramente quando si presentano in forma raddoppiata (tav. 22a r. 5); si noti, inoltre, che il medesimo segno abbreviativo assume spesso la forma di c rovesciata in posizione finale di parola, nelle frequentissime terminazioni am, em, um (tav. 21a r. 1). Passando, infine, alle iniziali al tratto, secondo un’abitudine piuttosto diffusa tra i copisti in mercantesca, il B. inserisce su una base gotica (E, I, M, N, T), capitale (P, Q) e cancelleresca (H con occhiello e ampia proboscide, R con tratto finale che si distende orizzontalmente) alcune iniziali che, pur non essendo riconducibili direttamente ad un repertorio mercantesco (questa scrittura mancava di un proprio alfabeto di maiuscole), possono essere riportate a quella tipologia grafica. Si tratta di lettere che nella morfologia e nel tratteggio riprendono fedelmente le corrispondenti forme minuscole, ma vengono sovramodulate e cosí elevate al rango di maiuscole: la A a forma di alfa (tavv. 20, 21c, 22a), la D a doppio occhiello (tav. 22b r. 6), la E con tratto finale allungato, eseguito in un solo tempo con il semiarco costituente la testa della lettera, la F dall’asta raddoppiata (tav. 22b r. 10), la G ad alambicco (tav. 22b r. 14), la Q con asta verticale incurvata in fondo a sinistra (tav. 20 r. 6), la S chiusa a forma di 8 (tav. 20 r. 9), la Z a forma di 3 (tav. 22b r. 11). Di queste iniziali, fortemente caratterizzanti, non si hanno riscontri nelle testimonianze in scrittura semigotica; si ha l’impressione, dunque, che il B. avesse la precisa coscienza dell’esistenza di due separati sistemi di maiuscole, l’uno da utilizzare in relazione ad un contesto grafico posato, l’altro all’interno di un tessuto grafico corsivo.

4. La scrittura sottile

Autografi: Laurenziano Acquisti e doni 325 (→ 4), numerosi ess.; Toledano 104 6 (→ 23), numerosi ess.; Riccardiano 1035 (→ 15), c. 6v; BAV, Chig. L V 176 (→ 2), cc. 35r, 42r, 46r, 49v, 58v; Chig. L VI 213 (→ 3), pp. 83, 111, 116, 124, 230, 244, 340, 346; Laurenziano Plut. 52 9 (→ 10), c. 107v; Riccardiano 1232 (→ 16), cc. 2r, 22v, 33r, 48v, 88v; Ambrosiano C 67 sup. (→ 21), numerosi ess.; Hamilton 90 (→ 1), numerosi ess.; Laurenziano Plut. 90 sup. 981 (→ 12), c. 41v.

Brevemente segnalata in relazione a diverse postille del Laurenziano Acquisti e doni 325 (Vandelli 1929) e poi in contributi riguardanti l’autografo berlinese Hamilton 90, in cui è utilizzata per vergare alcune notazioni in margine (tra cui quattro delle notissime cinque varianti d’autore, elevate a simbolo del complesso susseguirsi delle successivi fasi redazionali del Decameron: cfr. Branca in Boccaccio 1976), ma in realtà rilevabile in molti altri mss., questa scrittura, che definirei sottile per il costante uso della penna a punta rovesciata per la sua esecuzione, fino ad oggi non ha meritato lo status di tipologia grafica a sé stante, forse perché ritenuta un’ulteriore semplificazione della scrittura di glossa. Eppure, a ben vedere, essa si distacca decisamente da quest’ultima per ragioni di natura morfologica, esecutiva e funzionale.

Dal punto di vista morfologico essa mostra elementi grafici riconducibili a due diversi poli d’attrazione (testuale e mercantesco) e, dunque, attua una sintesi di modelli tratti dai due sistemi – posato e corsivo – all’interno dei quali il B. si muoveva e che solitamente teneva ben separati. Al sistema grafico posato potremo ricondurre la b diritta, eseguita in un tempo, con occhiello che resta aperto; la d di modello gotico, eseguita in due tempi, che quando è seguita da e spesso è unita in nesso con quest’ultima (tav. 23a); l’h priva di occhiello, con asta verticale e il secondo tratto che si prolunga ampiamente al di sotto del rigo (tav. 23b). A quello corsivo riporteremo la e con tratto di testa ben staccato da quello ricurvo e molto allungato in posizione finale di parola (tav. 23c); la f e la s con asta verticale discendente al di sotto del rigo, talvolta raddoppiata (tavv. 23b-c); la g quasi sempre nella forma con occhiello superiore chiuso, di piccole dimensioni (tav. 23c) e talvolta in quella di ascendenza cancelleresca, con occhiello superiore aperto, occhiello inferiore compresso lateralmente e tratto finale che va ad appoggiarsi alla lettera seguente (tav. 23d); la p, talvolta con asta inferiore raddoppiata; la r, che, a differenza di quanto avviene nella scrittura di glossa, non applica la regola del Meyer e si presenta di forma diritta dopo curva convessa a destra. Passando agli aspetti esecutivi, le testimonianze in scrittura ibrida sono sempre associate all’uso di una penna dal tracciato sottilissimo, con ogni probabilità la stessa utilizzata per le trascrizioni in libraria, anche se impugnata al rovescio; le glosse riconducibili al sistema della libraria, invece, pur presentando spesso un tenue contrasto di tracciato, sono eseguite a penna diritta. Quanto, infine, alle ragioni di carattere funzionale, le notazioni in scrittura sottile sembrano avere un uso piú limitato rispetto a quelle in libraria; esse, infatti, sembrano fondamentalmente riconducibili a tre categorie, tutte appartenenti all’ambito delle notazioni di servizio: interventi di piú o meno complessa revisione editoriale; postille, prevalentemente interlineari, in cui l’autore fornisce spiegazioni utili all’ermeneutica del poema (per il Teseida); brevissime riflessioni di carattere strettamente personale (anch’esse nel codice del Teseida).

5. Le cifre arabiche

Autografi: Laurenziano Plut. 29 8 (→ 6), cc. 2r-25v (ante 1334), numerosi ess.; Laurenziano Plut. 33 31 (→ 7), cc. 4r-11v; Laurenziano Plut. 54 32 (→ 11), c. 69v; BNCF, Banco Rari 50 (→ 13), numerosi ess.; Riccardiano 627 (→ 14), c. 92r; Chig. L VI 213 (→ 3), p. 99; Hamilton 90 (→ 1), numerosi ess.

Le piú antiche attestazioni di cifre arabiche di mano del B. provengono da un ms. da collocare nel primo periodo della sua formazione grafica e culturale, il Laurenziano Plut. 29 8, che nella sua parte iniziale, databile intorno al 1334, contiene molti numeri arabi ad integrazione di tavole e disegni astronomici (tav. 24). Tra di esse paiono di particolare rilievo il 5, eseguito in un tempo a forma di punto interrogativo retroverso, con il primo tratto che descrive una sorta di arco dal tracciato sinistrogiro e il secondo tratto che discende verso il basso in verticale; il 6, eseguito in due tempi con occhiello aperto; il 7, costituito da un primo elemento che si distende obliquamente, da destra in alto a sinistra in basso, e da un secondo tratto che si pone in direzione simmetrica rispetto al primo, accennando una leggera curvatura quando giunge all’altezza del rigo di scrittura. Proprio quest’ultima cifra è certamente la piú caratterizzante e la sua forma a cuspide rappresenta un importante elemento di giudizio in questioni di carattere attributivo concernenti l’autografia o la presunta autografia di mss. attribuiti alla mano del B. (Cursi 2000: 26-29). Gli altri autografi boccacceschi in cui si registra la presenza di cifre arabiche, di forma analoga a quella rilevata nelle piú antiche testimonianze e quasi sempre inquadrate tra due punti, sono i seguenti: la parte iniziale del Laurenziano Plut. 33 31, nella quale si leggono le Satire di Persio, databile alla fine degli anni ’30, che alle cc. 4v-11v presenta una lunga serie di note a margine, numerate progressivamente (tav. 25a); la sezione finale del Laurenziano Plut. 54 32, di poco posteriore, nella quale sono numerate le rubriche del De deo Socratis (tav. 25b); molte carte dello Zibaldone magliabechiano Banco Rari 50, databili intorno alla metà del secolo (tav. 25c); la p. 99 del Chigi, L VI 213, risalente ai primi anni ’60, nella quale il B. appone un 7, di difficile interpretazione, in margine ad alcuni versi del canto xxx dell’Inferno dantesco; gli inizi di novella del codice berlinese Hamilton 90, da assegnare al 1370 circa, contrassegnati da una duplice numerazione in cifre arabiche, relativa rispettivamente alla giornata e al numero della novella all’interno di ciascuna giornata, eseguite a penna rovesciata e spesso visibili nei margini interni. [Marco Cursi]

APPENDICE

MARGINALIA FIGURATI

1. Segni di attenzione

I codici del B. sono quasi tutti accompagnati in margine da segni di attenzione figurati di varia morfologia, tracciati frequentemente durante la lettura per mettere in rilievo singole sententiae o porzioni piú ampie del testo. Non è possibile segnalarli tutti puntualmente, ma in questo paragrafo sarà data almeno una breve esemplificazione delle principali tipologie di maniculae, graffe e fiorellini che compongono il sistema di marginalia del Certaldese, perché possono risultare molto utili a riconoscere la presenza della sua mano all’interno di un ms. (per ulteriori segnalazioni → 1-2, 5-9, 11-13, 20-21, P 1-3, 5-6, 9, 11).

Le maniculae del B., oltre a distinguersi per la loro particolare eleganza e raffinatezza esecutiva, si caratterizzano per la lunghezza dell’indice, che in genere misura piú del doppio di tutta la mano, arrivando quasi a toccare il testo su cui punta l’attenzione (tavv. 26a-b, 26e, 27b, 30b, 31a) e per la particolare posizione e la forma delle dita ripiegate, in cui viene naturalisticamente riprodotto il mignolo per intero, generalmente chiuso come le altre dita (tavv. 26a, 26c, 26e, 27a, 31a), o piú raramente aperto (tavv. 26b e 27b); non sempre però la lunghezza dell’indice è cosí marcata, specialmente se la manicula è di modulo piú piccolo e meno elaborata (tav. 26d). Altro tratto distintivo è la morfologia del polsino, a volte decorato con bottoncini (tavv. 26c, 26e, 27a) e terminante spesso con un tratto curvilineo (tavv. 27a-b, 31a; cfr. anche Morello 1998: 166); la sua forma può variare secondo la posizione e l’inclinazione della manicula (tavv. 26a-27b, 30b, 31a). Si segnala che la manicula della tav. 31a, che riproduce un dettaglio del Par. Lat. 8082 (→ P 11) è stata per lungo tempo erroneamente attribuita a Petrarca (sul problema cfr. da ultimo Fiorilla 2005: 35-38). Un caso a parte è rappresentato dalle maniculae che riproducono le “fiche dantesche” (il gesto osceno fatto da Vanni Fucci a Inf., xxv 2): si trovano solo in margine a Marziale (tav. 26f) e non hanno la funzione di richiamare genericamente l’attenzione su un passo bensí quella di offendere l’autore per quanto detto in quel punto del testo (cfr. Petoletti 2006b: 109-12).

B. utilizza in linea di massima due diverse tipologie di graffa: la prima, maggiormente impiegata, è formata da un unico tratto verticale alternato con elementi a conchiglia (tavv. 26b e 27a; cfr. anche Morello 1998: 167), che a volte è decorato nell’estremità superiore con elementi fitomorfi (tav. 27a); la seconda invece, vicina al modello petrarchesco (per il quale cfr. da ultimo Fiorilla 2005: 23-28), è formata da tre punti seguiti da un piccolo tratto discendente ondulato (tavv. 26f, 27c, 27d). Completano il quadro i fiorellini piú o meno elaborati (con gambo e foglioline) lasciati a margine del testo, che in certi casi accompagnano maniculae e postille (tavv. 26b e 27b).

2. Disegni

B. era un abile disegnatore e i suoi mss. frequentemente conservano eleganti figure di sua mano. Celebri i piccoli disegni a penna e inchiostro acquerellati, raffiguranti novellatori e protagonisti dei racconti del Decameron, che incorniciano nell’Hamilton 90 (→ 1) i richiami di fine fascicolo nei margini inferiori delle cc. 8v, 16v, 23v, 31v, 39v, 47v, 55v, 63v, 71v, 79v, 87v, 95v, 103v. Si è scelto qui di dare in dettaglio i ritratti dello scolare di Decameron, viii 7 (tav. 30e) e della cortigiana Jancofiore di Decameron, viii 10 (tav. 30f); la tav. 16 riproduce per intero la c. 16v (ma in dimensione ridotta) in cui è contenuto il disegno raffigurate il Landolfo Rufolo di Decameron, ii 5 (per un esame di tutti i disegni del codice Hamiltoniano, con ripr., cfr. Branca 1999: 14-20; Castelli 1999c). L’abitudine di arricchire con figure i rinvii di fine fascicolo è attestata anche in altri codici, come ad es. nell’autografo del De mulieribus claris (→ 12; cfr. c. 56v ripr. in Mostra 1975: i tav. iv; cfr. anche Ciccuto 1998: 160) o nello Zibaldone Laurenziano (→ 6, c. 5v; cfr. almeno Morello 1998: 168, con ripr.; Ciardi Dupré dal Poggetto 1999c: 54, con ripr.). Una menzione particolare meritano anche i piccoli disegni di insetti, fiori e animali usati da B. come segni di richiamo per sue le giunte alle Genealogie deorum gentilium nel Laurenziano Plut. 52 9 (→ 10) alle cc. 43v, 53r, 82, 96r, 99v, 102r, 115r, 119r, 122, 149r, 152r (cfr. almeno Morello 1998: 169-71; da ultimo Castelli 1999b: 62); a titolo di esempio si vedano la testina d’uccello con orecchie di lepre e lo strano animale marino riprodotti qui alle tavv. 28a e 28b. All’interno dello stesso codice B. lasciò tredici disegni a penna acquerellati a tutta pagina con gli alberi genealogici, in corrispondenza dell’inizio di quasi tutti libri dell’opera, precisamente alle cc. 11v, 22r, 31r, 38v, 53v, 65v, 74v, 83v, 90r, 101r, 110v, 120v, 131r (cfr. Castelli 1999b, 1999c, 1999d, con ripr.); per un es. cfr. qui la tav. 29.

La propensione ad illustrare il testo portò B. anche a cimentarsi nella realizzazione di disegni astronomici: alcuni illustrano nei margini – o a tutta pagina – i trattati di Andalò del Negro nello Zibaldone Laurenziano (→ 6): cc. 2r-4v, 6v-7r, 8v, 10r, 11v, 13, 17v-18r, 22r, 24v (cfr. almeno Morello 1998: 168-69, Ciardi Dupré dal Poggetto 1999c); per un es. cfr. qui la tav. 28c. Un disegno geometrico si trova invece a c. 18v in margine al Teseida nel Laurenziano Acquisti e doni 325 (→ 4; cfr. Morello 1998: 168); si ricorda che nel margine superiore della carta incipitaria dello stesso codice si intravede un disegno a penna (in parte acquerellato) raffigurante l’autore inginocchiato che offre un libro ad una fanciulla; non è possibile assegnarlo però con assoluta certezza al B. (cfr. Ciardi Dupré dal Poggetto 1999a: 10-11; Castelli 1999a: 56-57, con ripr.). Disegni autografi si trovano anche nei margini dello Zibaldone Magliabechiano (→ 13). Si tratta di piccole figure collegate a passi della Storia universale di Orosio e della Cronaca di Martino da Troppau: una coppia di fratelli siamesi a c. 53r, un bambino mostruoso senza braccia e con i tratti di un pesce nella parte inferiore del corpo a c. 56v, due sorelle siamesi a c. 59v (tav. 30d; per un esame dei disegni si rimanda da ultimo a Ciardi Dupré dal Poggetto 1999d: 65, con ripr.). Non mancano disegni boccacciani con motivi vegetali: in margine a Ovidio, nel Riccardiano 489 (P 6), B. ha vergato un ramo d’edera (c. 66r; cfr. Mostra 1975: i 154); in margine a Giuseppe Flavio, nel Laurenziano Plut. 66 1 (P 5) ha disegnato un grappolo d’uva (c. 43r, tav. 30a; cfr. da ultimo Fiorilla 2005: 75).

Numerose sono poi le testine e i busti di uomini (spesso ritratti con barba) e donne, disposti di profilo o di “tre quarti”, vergati dal B. per lo piú in codici di autori classici. Se ne incontrano ad es. in margine a: Stazio, Laurenziano Plut. 38 6 (→ 8), cc. 23r e 126v (cfr. Mostra 1975: i 156); Terenzio, Laurenziano Plut. 38 17 (→ 9), c. 53v (cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 203, con ripr.; Fiorilla 2005: 46, con ripr.); Marziale, Ambrosiano C 67 sup. (→ 21), cc. 10r, 75v, 115v (cfr. Petoletti 2005: 41-42, con ripr.); Lucano, Laurenziano Plut. 35 23 (P 3), c. 23r (cfr. Mostra 1975: i 150); Giuseppe Flavio, Laurenziano 66 1 (P 5), cc. 20r e 43r (cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 199-200, 203, con ripr.; Ciccuto 1998: 146-47, con ripr.; Fiorilla 2005: 75, con ripr.); Ovidio, Riccardiano 489 (P 6), cc. 47r, 53v, 66r (cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 199, con ripr.; Ciccuto 1998: 145, con ripr.; Fiorilla 2005: 46, con ripr.); Plinio, Par. Lat. 6802 (→ 11), c. 220r (cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 199; Ciccuto 1998: 150; Fiorilla 2005: 47-52 e 63-64, con ripr.); Claudiano, Par. Lat. 8082 (→ 10), c. 4v (cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 198; Ciccuto 1998: 148; Fiorilla 2005: 44-47 e 63-64). Alcune di queste figure ritraggono personaggi biblici come Abramo (Laurenziano Plut. 66 1, c. 20r; Par. Lat. 6802, c. 220r; cfr. da ultimo Fiorilla 2005: 47-50) e Mosè (Laurenziano Plut. 66 1, c. 43r; cfr. ivi: 75); altre ritraggono con buona probabilità autori classici: Ovidio (Riccardiano 489, c. 47r; cfr. Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 199), Seneca (Ambr. C 67 sup., c. 115v; cfr. Petoletti 2005: 42), Claudiano (Par. Lat. 8082, c. 4v; cfr. Ciccuto 1998: 162; Bertelli-Cursi 2012; sul problema cfr. anche Fiorilla 2005: 47-52 e 67-73). Per alcuni ess. cfr. qui le tavv. 30b (Mosè), 30c (Abramo), 31a (forse il poeta Claudiano), 31b (uomo barbuto coronato d’alloro).

Un caso a parte è rappresentato dal ritratto di Omero lasciato nell’ultimo foglio del Toledano 104 6 (→ 23), recentemente scoperto da Sandro Bertelli e Marco Cursi. Visibile solo ai raggi ultravioletti, colpisce subito per l’elevato livello di esecuzione, la posizione al centro della pagina e le dimensioni (tav. 31c). Il confronto con le testine lasciate in margine a Claudiano e a Marziale (tavv. 31a e 31b) e l’autografia del verso dantesco apposto sopra il disegno (« Homero poeta sovrano ») confortano la tesi della paternità boccacciana (cfr. Bertelli-Cursi 2012).

Qualche dubbio rimane ancora sull’attribuzione al B. del disegno di Valchiusa che compare a c. 143v nel Par. Lat. 6802 (sul problema cfr. Fiorilla 2005: 52-58 e 63-64), la cui paternità è da tempo divisa tra Petrarca (cfr. almeno de Nolhac 1907: ii 269-71, con ripr.; Chiovenda 1933: 47-48; da ultimo Feo 2003b, con ripr.) e il Certaldese (cfr. almeno Avril in Boccace en France 1975: 14, con ripr.; Branca-Ciardi Dupré dal Poggetto 1994: 199, con ripr.; da ultimo Rico 2010: 73-83). Diversi elementi fanno però decisamente propendere per l’autografia boccacciana. [Maurizio Fiorilla]



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Censimento

  1. Berlin, Staatsbibliothek, Hamilton 90
  2. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. L V 176
  3. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. L VI 213
  4. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 90 sup. 981
  5. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Acquisti e doni 325
  6. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. App. 1856
  7. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 29 8
  8. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 33 31
  9. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 38 6
  10. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 38 17
  11. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 52 9
  12. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 54 32
  13. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Banco Rari 50
  14. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 627
  15. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1035
  16. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1232
  17. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2795vi
  18. Krakow, Biblioteca Czartoryskich, 2566
  19. London, The British Library, Harley 5383
  20. Milano, Biblioteca Ambrosiana, A 204 inf.
  21. Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 67 sup.
  22. Perugia, Archivio di Stato, Carte Del Chiaro, senza segnatura
  23. Toledo, Archivo y Biblioteca Capitulares, 104 6
  1. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 29 2
  2. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 34 5
  3. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 34 39
  4. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 35 23
  5. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 51 10
  6. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 66 1
  7. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 489
  8. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1230
  9. Paris, Bibliothèque nationale de France, It. 482
  10. Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 4939
  11. Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 5150
  12. Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 6802
  13. Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 8082
  14. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Gr. XI 29 [= 1007]

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 8 gennaio 2026 | Cita questa scheda