Lovati, Lovato
Padova 1240–1309
Presentazione
Nel secondo libro dei Rerum memorandarum libri, Francesco Petrarca onorò Lovato Lovati, notaio padovano vissuto nella generazione precedente, con parole di franca ammirazione: «Visse poco tempo fa Lovato di Padova che sarebbe stato senza tema di smentita il migliore di tutti i poeti che l’età nostra o dei nostri padri ha veduti, se abbracciato lo studio del diritto civile non avesse mescolato alle nove Muse le dodici tavole e non avesse distolto l’animo dall’amore per l’Elicona immergendosi nello strepito del foro» (Petrarca 1943-1945: 84). Uno straordinario omaggio, soprattutto se si pensa che Petrarca fu in genere poco indulgente nei confronti dei letterati suoi contemporanei.
Lovato nacque a Padova intorno al 1240; la prima testimonianza risale al 22 luglio 1257, quando come regalis aule notarius si sottoscrive in un documento redatto a Padova in claustro monasteri Sancti Stephani, in cui Vancia, badessa del monastero di S. Stefano, investe di alcune terre i fratelli Mino e Matteo de Friçisurgo (Padova, ASPd, Archivio Corona, 9725). Fu annesso al collegio dei giudici di Padova il 6 maggio 1267. Vari documenti ne attestano l’attività come giudice a Padova tra 1271 e 1307. Fuori della sua città natale troviamo Lovato come podestà a Bassano (1282), come procuratore di Tommaso Caponegro in una controversia ereditaria a Treviso (1288 e 1293), come podestà a Vicenza (1292). La sua carriera e la partecipazione in prima persona come testimone in importanti documenti padovani certificano l’autorevolezza raggiunta in città sul piano politico. Morì il 7 marzo 1309 e fu sepolto in un’arca, ancora esistente, collocata accanto a quella deputata ad accogliere le mitiche ossa del fondatore troiano Antenore, alla cui inventio nel 1283 diede il proprio contributo intellettuale (Gloria 1884: 293-96; Padrin 1887: 40-43; Weiss 1951; Billanovich G. 1976: 23-40; Collodo 1985; Witt 2005: 99-116; Kohl 2006).
La produzione di Lovato fu abbastanza ampia, anche se in parte è andata perduta (Petoletti 2009: 3-8). Le fonti parlano di opere smarrite: il poemetto De conditionibus urbis Padue et peste Guelfi et Gibolengi nomine, dedicato al nipote Rolando da Piazzola, di cui almeno il titolo è salvato da cronache patavine del Quattro e del Cinquecento (Billanovich G. 1976: 37-38). Di un’altra prova poetica di Lovato su Tristano e Isotta parla con lode Giovanni del Virgilio nell’ecloga mandata ad Albertino Mussato (Petoletti 2009: 4-5; Lorenzini 2011: 205-6): sei versi ne ha trascritto il Boccaccio in un suo zibaldone poetico (Firenze, BML, Plut. 33 31, c. 46r: cfr. Da Rif 1973: 81-83 e 120; Delcorno Branca 1990).
Se molte sono le assenze, qualcosa è sopravvissuto. La produzione epigrafica di Lovato è trasmessa in originale: il carme per la scoperta delle presunte ossa di Antenore, rinvenute nella contrada S. Lorenzo nel 1283, e l’epitaffio funebre dettato per la propria tomba (Billanovich G. 1976: 21-23 e 98). Alcune poesie d’occasione, frammiste ad altre prove metriche dei primi umanisti di Padova, sono conservate nel ms. Venezia, BNM, Lat. XIV 223 (4340), legato al medico padovano Giovanni Dondi dell’Orologio (Padrin 1887). Di questi carmi la Questio de prole, scambio di battute in esametri tra Lovato e Mussato sull’opportunità di avere figli, seguito dal giudizio di Giambono d’Andrea, ha avuto una certa fortuna, come attestano gli altri quattro codici, oltre al Marciano, che la trasmettono (Padrin 1887: 1-12; Novati 1922; Bolisani 1953-1954; Monti 1985; Cecchini 2008). Un gruppo di quattro epistole in versi, esametri e distici elegiaci, cui si somma un carme di Ugo Mezzabati, è conservato dal ms. London, BL, Add. 19906, cc. 74v-77v (Foligno 1906-1907; Sisler 1977; Ludwig 1989; Billanovich G. 1989: 124-27; Petoletti 2009: 35-49). Questi testi, distribuiti su un lungo arco cronologico, dal 1268, quando Lovato non aveva ancora compiuto i trent’anni, al 1290 circa, sono trascritti sugli ultimi fogli di un celebre codice che trasmette Giustino e parte del De temporum ratione di Beda: questo manoscritto è una delle pietre miliari del primo Umanesimo padovano, insieme alle complesse e affascinanti raccolte con gli opera omnia di Cicerone e di Seneca (Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Gud. Lat. 2 Fol. [4306]; Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 1769).
Secondo l’ipotesi di Giuseppe Billanovich, che, insieme al fratello Guido, ha studiato con passione il mondo fascinoso di questi notai e giudici innamorati dei classici, il manoscritto londinese sarebbe autografo dello stesso Lovato (Billanovich 1981b: 7-10 e 282-334; Billanovich 1983; Billanovich 1994; Billanovich 1996; Billanovich G. 1958; Billanovich G. 1976; Billanovich G. 1989; Billanovich G. 1990; Billanovich G. 1994; Billanovich G. 2002): l’Add. 19906 sarebbe dunque stato scritto «da una mano antica e pregiata: dallo stesso Lovato verso il 1290. Anzi il volume riunisce un campionario completo delle tre grafie di Lovato: della libraria di Lovato copista, della corsiva di Lovato annotatore, persino della corsiva notarile di Lovato notaio» (Billanovich 1996: 125). Le prove esibite negli studi successivi erano molte e convincenti: non era soltanto la paleografia ad attestare l’autografia del manoscritto, ma soprattutto la storia e le tradizioni che in quel libro strategico si mescolavano (Billanovich G. 1989).
Alla fine di Giustino, a c. 60r, il copista aveva trascritto, con amorosa cura, l’explicit che già si leggeva nell’antigrafo e che introduce di colpo nella famosa biblioteca dell’abbazia di Pomposa. Ai tempi dell’imperatore Enrico e dell’abate Girolamo, mentre i Pisani sconfiggevano in Tunisia i Saraceni, due giorni prima del Natale 1087, il monaco Teuzone finiva di scrivere quel libro con Giustino per noi perduto, ma per somma nostra fortuna copiato nell’attuale Add. 19906 sul finire del secolo XII con un’attenzione che si spinge al rispetto in alcune circostanze dei dittonghi (Billanovich 1981a: 127-28 e 139-40). L’antico Giustino è registrato nell’inventario dei libri procurati a Pomposa dall’abate Girolamo, che segue la lettera del monaco Enrico a Stefano del 1093 (Billanovich 1994). Altre vicende di codici legano Lovato a Pomposa: innanzitutto il recupero del manoscritto con le tragedie di Seneca, che splendeva sui palchetti dell’abbazia e oggi è custodito nella Laurenziana di Firenze con segnatura Plut. 33 13, unico testimone della famiglia testuale E. A Lovato, autore di una dotta nota sui metri di Seneca tragico, si dovrebbe assegnare l’operazione filologica di collazione tra E e un testimone della più rigogliosa famiglia A, da cui sarebbe scaturito il così detto gruppo S (Billanovich G. 1976: 56-66; Billanovich G. 1985; Billanovich G. 1994; Monti 2009).
Invece l’Add. 19906, testo e marginalia, secondo una mia recente proposta, non è stato scritto da Lovato (Petoletti 2009). Nonostante l’indubbia somiglianza tra la scrittura adoperata per le glosse marginali che accompagnano i testi trasmessi e quella dei due autografi documentari conservati all’Archivio di Stato di Padova, in particolare quello del 2 aprile 1261 (meno confrontabile la textualis semplificata utilizzata per copiare Giustino, Beda e i carmina dello stesso Lovato), anche dal punto di vista meramente grafico si registrano alcune difformità: penso, per esempio alla lettera g minuscola, a forma di 8 nell’Add. 19906, con occhiello sì chiuso, ma nettamente separato dal corpo della lettera, nei due documenti patavini. Soprattutto però la non autografia del famoso manoscritto è provata sul fronte filologico da una serie di errori che segnano profondamente le prove poetiche trascritte negli ultimi fogli, incompatibili con l’autografia, e soprattutto una postilla marginale, in cui, accanto a un passo di Giustino dove si parla di ricompense a favore di truppe mercenarie, la stessa mano che ha vergato l’intero codice ha ricordato, attualizzando il testo antico, un episodio del primo Trecento, che ha per protagonista il signore di Treviso, Guecellone da Camino, e cronologicamente risale al 1312 (Petoletti 2009: 19-20). Poiché Lovato, secondo la testimonianza della sua epigrafe sepolcrale, morì il 7 marzo 1309, non poté scrivere la postilla in questione e di conseguenza nemmeno il manoscritto oggi a Londra.
Né è di sua mano l’abbozzo di documento (Treviso, 8 aprile 1290) che funge da foglio di guardia posteriore (c. 82) del ms. Add. 19906, che peraltro presenta caratteristiche paleografiche leggermente diverse rispetto agli altri sicuri autografi documentari (Billanovich G. 1976: tavv. 21-22). Il volume oggi a Londra trasmette inoltre alle cc. 78r-81v, una serie di 22 dictamina, la cui attribuzione al giudice di Padova, difesa da Guido Billanovich, è stata recentemente impugnata (Petoletti i.c.s.). Benché non sia autografo, il prezioso libro, che fu comunque copiato dalle carte depositate sullo scrittoio del giudice padovano, è comunque splendida manifestazione di questa stagione culturale che si è soliti definire Preumanesimo padovano: testi di classici copiati da un antigrafo antico, di cui scrupolosamente è trascritta la sottoscrizione che ne rivela la nobile origine, e carmina recenti, che dimostrano una sorprendente consuetudine con i classici latini e sono superiori, per ispirazione e per prestanza tecnica, alle prove della versificazione contemporanea.
Escluso il codice di Londra dal novero degli autografi, restano comunque alcune testimonianze archivistiche della sua mano, in attesa che nuove scoperte presentino all’accademia degli studiosi i manoscritti che sicuramente Lovato ebbe occasione di maneggiare.
Bibliografia
Billanovich 1981a = Giuseppe B., Alle origini della scrittura umanistica: Padova 1261 e Firenze 1397, in Miscellanea Augusto Campana, Padova, Antenore, vol. i pp. 125-40.
Billanovich 1981b = Id., La tradizione del testo di Livio e le origini dell’Umanesimo, vol. i to. 1, Padova, Antenore.
Billanovich 1983 = Id., Il Livio di Pomposa e i primi umanisti padovani, in Libri manoscritti e a stampa da Pomposa all’Umanesimo. Atti del Convegno internazionale di Ferrara, 24-26 giugno 1982, num. mon. di «La Bibliofilia», lxxxv, pp. 125-48.
Billanovich 1994 = Id., Lovato Lovati e il Giustino e il Beda di Pomposa, in Pomposia monasterium modo in Italia primum. La biblioteca di Pomposa, a cura dello stesso, Padova, Antenore, pp. 181-212.
Billanovich 1996 = Id., I primi umanisti e le tradizioni dei classici latini (1953), in Id., Petrarca e il primo Umanesimo, Padova, Antenore, pp. 117-41.
Billanovich G. 1958 = Guido B., «Veterum vestigia vatum» nei carmi dei preumanisti padovani. Lovato Lovati, Zambono di Andrea, Albertino Mussato e Lucrezio, Catullo, Orazio (‘Carmina’), Tibullo, Properzio, Ovidio (‘Ibis’), Marziale, Stazio (‘Silvae’), in «Italia medioevale e umanistica», i, pp. 155-243.
Billanovich G. 1976 = Id., Il preumanesimo padovano, in Storia della cultura veneta, vol. ii. Il Trecento, Vicenza, Neri Pozza, pp. 19-110.
Billanovich G. 1985 = Id., Abbozzi e postille del Mussato nel Vaticano lat. 1769, in «Italia medioevale e umanistica», xxviii, pp. 7-35.
Billanovich G. 1989 = Id., Lovato Lovati: l’epistola a Bellino, gli echi da Catullo, in «Italia medioevale e umanistica», xxxii, pp. 101-53.
Billanovich G. 1990 = Id., La biblioteca viscontea e i preumanisti padovani. Seneca tragico, Ausonio, ps. Quintiliano, in «Studi petrarcheschi», n.s., vii, pp. 213-31.
Billanovich G. 1994 = Id., Il Seneca tragico di Pomposa e i primi umanisti padovani, in Pomposia monasterium modo in Italia primum. La biblioteca di Pomposa, a cura di Giuseppe Billanovich, Padova, Antenore, pp. 213-32.
Billanovich G. 2002 = Id., I primi umanisti padovani e gli epitafi di Seneca e di Livio, in «Italia medioevale e umanistica», xliii, pp. 115-46.
Bolisani 1953-1954 = Ettore B., Un importante saggio padovano di poesia preumanistica latina, in «Atti e memorie dell’Accademia patavina di scienze, lettere ed arti», lxvi, pp. 71-77.
Cecchini 2008 = Enzo C., La ‘Questio de prole’: problemi di trasmissione e struttura (1985), in Id., Scritti minori di filologia testuale, a cura di Settimio Lanciotti, Renato Raffaelli e Alba Tontini, Urbino, QuattroVenti, pp. 252-60.
Collodo 1985 = Silvana C., Un intellettuale del basso medioevo italiano: il giudice-umanista Lovato di Rolando, in «Italia medioevale e umanistica», xxviii, pp. 209-19.
Da Rif 1973 = Bianca Maria D.R., La miscellanea laurenziana XXXIII 31, in «Studi sul Boccaccio», vii, pp. 59-124.
Delcorno Branca 1990 = Daniela D. B., Tristano, Lovato e Boccaccio, in «Lettere italiane», xlii, 1 pp. 22-32.
Foligno 1906-1907 = Cesare F., Epistole inedite di Lovato de’ Lovati e d’altri a lui, in «Studi medievali», ii, pp. 37-58.
Gloria 1884 = Andrea G., Monumenti della Università di Padova (1222-1318), Venezia, Tip. Giuseppe Antonelli.
Kohl 2006 = Benjamin G. K., Lovati, Lovato, in DBI, vol. lxvi pp. 215-20.
Lorenzini 2011 = La corrispondenza bucolica tra Giovanni Boccaccio e Checco di Meletto Rossi. L’egloga di Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato, ed. critica, commento e intr. a cura di Simona L., Firenze, Olschki.
Ludwig 1989 = Walther L., Lovatos Versepistel über DichtkunstEdition und Interpretation (1987), in Id., Litterae neolatinae. Schriften zur neulateinischen Literatur, hrsg. von Ludwig Braun, München, Fink, pp. 2-36.
Monti 1985 = Carla Maria M., Per la fortuna della ‘Questio de prole’: i manoscritti, in «Italia medioevale e umanistica», xxviii, pp. 72-95.
Monti 2009 = Ead., Il corpus senecano dei Padovani: manoscritti e loro datazione, in «Italia medioevale e umanistica», l, pp. 51-100.
Novati 1922 = Francesco N., Nuovi aneddoti sul cenacolo letterario padovano del primissimo Trecento, in Scritti storici in memoria di Giovanni Monticolo, Venezia, C. Ferrari, pp. 168-87.
Padrin 1887 = Luigi P., Lupati de Lupatis, Bovetini de Bovetinis, Albertini Mussati necnon Jamboni Andreae de Favafuschis carmina quaedam ex codice Veneto nunc primum edita, Padova, Tip. del Seminario.
Petoletti 2009 = Marco P., I carmina di Lovato Lovati, in «Italia medioevale e umanistica», l, pp. 1-50.
Petoletti i.c.s. = Id., I “dictamina” attribuiti a Lovato Lovati, in Dall’ars dictaminis al preumanesimo? Per un profilo letterario del secolo XIII. [Atti del Convegno di] Firenze, Certosa del Galluzzo, 30 marzo 2012, i.c.s.
Petrarca 1943-1945 = Francesco P., Rerum memorandarum libri, ed. critica per cura di Giuseppe Billanovich, Firenze, Sansoni, 2 voll.
Sisler 1977 = William P. S., An Edition and Translation of Lovato Lovati’s ‘Metrical Epistles’, with Parallel Passages from Ancient Authors, Ph.D., The Johns Hopkins University, Baltimore (Maryland).
Weiss 1951 = Roberto W., Lovato Lovati (1241-1309), in «Italian Studies», vi, pp. 3-28.
Witt 2005 = Ronald Gene W., Sulle tracce degli antichi. Padova, Firenze e le origini dell’Umanesimo, trad. di Daniele De Rosa, con un saggio introduttivo di Gabriele Pedullà, Roma, Donzelli.
Nota paleografica
La scrittura esibita da L. nei due documenti sicuramente autografi (1257 e 1261) e nella breve nota a c. 14r del codice Padova, Archivio Antico dell’Università, 123, dove registra l’ammissione di Stefano Saxo nel Collegio dei Giudici di Padova il 10 febbraio 1273, è una bella gotica corsiva notarile, particolarmente ariosa e impreziosita dall’uso di eleganti maiuscole. Il signum tabellionis, particolarmente elaborato, è parlante e vi sono comprese quasi tutte lettere del nome in una sorta di monogramma (l, v, a, t, s). Tra le lettere più significative, in tutti e tre gli autografi elencati, si segnala la g minuscola con ampio occhiello chiuso, sviluppato a sinistra; di evidenza “libraria” la d maiuscola in tre tratti. Sotto questo riguardo L. si adegua al canone della notarile sviluppato fin dalla prima metà del sec. XIII da alcuni notai padovani, di cui condivide un comune retroterra scrittorio. Il primo documento (tav. 3) offre una scrittura più posata, che rinuncia agli occhielli nelle b (sempre diritte) e nelle d (sempre di tipo onciale). Il più lungo documento, del 1261 (tav. 2), propone una scrittura più veloce, che, pur non rinunciando a una certa eleganza, indulge maggiormente alle caratteristiche della corsiva (qui è normale l’uso di b e d con occhielli e l’abitudine a raddoppiare i tratti di alcune lettere). Molto curata l’ortografia, che nel documento del 1261 (tav. 2) è addirittura nobilitata, in un eccezionale ripristino di usi grafici normali soltanto a partire dal pieno Quattrocento, dalla presenza della e con cediglia per rendere il dittongo ae: segno questo delle tensioni classiche sottese anche alla produzione letteraria di L., dei suoi amici e discepoli, appassionati di Seneca tragico e di altri poeti e prosatori di Roma. La presenza sporadica di e con cediglia segna anche le carte del ms. Add. 19906, che pur non essendo autografo, secondo quanto precisato, è strettamente connesso allo scrittorio del giudice padovano: qui in particolare il “restauro” grafico potrebbe essere stato influenzato dall’antigrafo, un codice del sec. XI un tempo appartenuto alla biblioteca dell’abbazia di Pomposa.
Censimento
- Padova, Archivio Antico dell'Università, 123
- Padova, Archivio di Stato, Archivio Corona, 7192
- Padova, Archivio di Stato, Archivio Corona, 9725
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda