Pipino, Francesco

Bologna 1270/1275 ca.–post 1328

Presentazione

Domenicano bolognese, Francesco Pipino ha legato la propria fama alla fortunata versione in lingua latina del Milione di Marco Polo: il numero di testimoni giunti fino ai nostri giorni è documento eloquente del successo che arrise a questa traduzione (Benedetto 1928: cxxxiii-clviii; Kaeppeli 1980: 393-94). Francesco Pipino è però autore di altre tre opere. Al di là della Tabula privilegiorum del suo ordine, relativa agli anni 1327-1328, cui attese negli ultimi tempi della sua vita (Planzer 1940), occorre ricordare una vasta enciclopedia storica in 31 libri, il Chronicon, parzialmente edito e conservato in un solo manoscritto, Modena, BEU, Lat. 465 (alfa X 1 5) (Manzoni 1894-1895: 281-315; Massèra 1915; Paolini 1991; Pini 1993; Delle Donne 1997; Sommerlechner 1999: 495). L’opera abbraccia il periodo che va grosso modo dal tempo dei Merovingi (754) fino a papa Clemente V (1314), con aggiunte che riguardano anche il periodo successivo fino al 1322 (RIS, ix 1729: 583-725): Pipino rinuncia dunque ad affrontare le vicende più remote, dalla creazione del mondo all’impero dei Romani, che del resto erano già ampiamente oggetto delle altre enciclopedie storiche che avevano il proprio modello nello Speculum maius del domenicano Vincenzo di Beauvais. Il libro venticinquesimo del Chronicon è una traduzione dal francese della Chronique di Bernardo Tesoriere (RIS, vii 1725: 659-848; Mas-Latrie 1871: i-xiv e xliii-xliv).

Dopo aver visitato la Terra Santa e l’Oriente intorno al 1320, compose un Itinerarium, sintetico resoconto del suo viaggio, arricchito da acute osservazioni sui monumenti e i luoghi da lui frequentati. È stato pubblicato sulla base di un solo codice, Modena BEU, Lat. 14 (alfa F 1 27), cc. 72r-80v (Manzoni 1894-1895: 316-32), ma ne sopravvivono almeno altri tre testimoni (Kaeppeli 1980: 394). È stato avanzato il sospetto che alcune aggiunte marginali sui fogli dell’unico testimone del Chronicon fossero della mano stessa di Pipino (Massèra 1915: 197-98 n. 6). Il confronto però con i sicuri autografi documentari del domenicano porta a escludere questa possibilità: la notularis usata per postillare e integrare il dettato dell’enciclopedia è infatti diversa dalla nervosa corsiva impiegata negli autografi ora all’Archivio di Stato di Bologna e all’Archivio di Stato di Firenze, senza che la differente tipologia possa giustificare una così evidente e consistente difformità nel ductus. Le note che accompagnano l’unico manoscritto del Chronicon, per la loro importanza, meritano comunque una più attenta indagine.

Al di là del testamento autografo, risalente al 14 luglio 1319, in occasione della partenza verso Oriente, resta la preziosa testimonianza del registro in cui, come archivista del convento bolognese di S. Domenico, Pipino copiò gli atti notarili riguardanti la sua stessa istituzione di appartenenza. Il prezioso volume (Bologna, ASBo, Sezione Demaniale, Convento di S. Domenico, busta 236/7570) accoglie atti dal 1272 al 1350 e soltanto nella prima parte, cc. 1r-46r, comprende un gran numero di trascrizioni autografe di Pipino, che si sottoscrive quasi sempre con formule del tipo: «Ego frater Franciscus Pipinus predicta exemplavi ab autentico» (c. 1r); «Predictam scripturam ego Franciscus Pipinus exemplavi in hoc libro de originali scriptura sigillata predictis duobus sigillis que servantur in deposito sacristie» (c. 5r); «Predictam scripturam exemplavi hic de originali scriptura sigillata sigillo conventus ego frater Franciscus Pipinus exemplavi supprior Bononie» (c. 5v). Anche in questa prima parte, sebbene sporadicamente, compaiono altre mani, ma il riconoscimento delle carte direttamente esemplate da Pipino, che allora era subprior del convento domenicano, è facilitato dalla costante presenza di sottoscrizioni. Gli atti trascritti da Pipino si distribuiscono cronologicamente dal 6 marzo 1272 (codicillo testamentario di re Enrico) al 10 aprile 1312 (testamento di frate Bencivenni del fu Ugolino). Da c. 46r in poi i documenti sono copiati da altre mani, tra cui si segnala quella di frate Marino da Medicina.



Bibliografia
Benedetto 1928 = Luigi Foscolo B., Marco Polo, Firenze, Olschki.
Delle Donne 1997 = Fulvio D. D., Una perduta raffigurazione federiciana descritta da Francesco Pipino e la sede della cancelleria imperiale, in «Studi medievali», s. iii, xxxviii, pp. 737-49.
Kaeppeli 1980 = Thomas K., Scriptores Ordinis Praedicatorum Medii Aevi, Roma, Ist. Storico Domenicano, vol. i.
Manzoni 1894-1895 = Luigi M., Frate Francesco Pipino da Bologna de’ PP. predicatori, geografo, storico e viaggiatore, in «Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna», s. iii, xiii, pp. 257-334.
Mas-Latrie 1871 = Louis de M.-L., Chronique d’Ernoul et de Bernard le Trésorier, Paris, Renouard.
Massèra 1915 = Aldo Francesco M., Dante e Riccobaldo da Ferrara, in «Bullettino della società dantesca italiana», n.s., xxii, pp. 168-200.
Paolini 1991 = Lorenzo P., Pipino, Francesco, in Repertorio della cronachistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV), a cura di Augusto Vasina, Roma, Ist. Storico Italiano per il Medio Evo, pp. 131-34.
Pini 1993 = Antonio Ivan P., Pipino, Francesco, in Lexikon des Mittelalters, München-Zürich, Artemis & Winkler, vol. vi col. 2166.
Planzer 1940 = Dominikus P., Die Tabula Privilegiorum Ordinis Fratrum Praedicatorum des Franciscus Pipinus O.P., in «Archivum Fratrum Praedicatorum», x, pp. 222-57.
Sommerlechner 1999 = Andrea S., Stupor mundi? Kaiser Friedrich II. und die mittelalterliche Geschichtsschreibung, Wien, Österreichische Akademie der Wissenschaften.

Nota paleografica

Nel registro documentario bolognese e nell’unico documento finora identificato di sua mano, ora all’Archivio di Stato di Firenze, P. impiega una serrata gotica corsiva, leggermente più posata e accurata nel testamento steso nel 1319, in occasione della partenza verso Oriente. Nonostante la velocità nell’esecuzione, la scrittura di P. non rinuncia ad alcune forme di abbellimento, per esempio nella duplicazione dei tratti che talora caratterizza le maiuscole. Convenzionale l’uso dei segni di abbreviazione, particolarmente numerosi, per questioni di economicità, nel registro domenicano. Non si osservano particolarità di rilievo, eccezion fatta, forse, per l’uso saltuario della a incipitaria e non solo a forma di lambda; da notare altresì l’alternanza, a fine parola, della s alta nettamente preponderante e della s bassa (a nodo), quest’ultima eseguita in un solo tratto. L’ortografia è segnata, ma con parsimonia, dalle caratteristiche normali per uno scrivente dell’Italia settentrionale: qualche raddoppiamento o scempiamento abusivo e, soprattutto, forme del tipo conscilium per consilium. Costituisce una sicura bussola per distinguere la mano di P. da quella di altri scriventi attivi nel ms. Bologna, ASBo, Sezione Demaniale, Convento di S. Domenico, 236/7570, oltre alla caratteristica gotica notarile un po’ nervosa nei tratti e con qualche tendenza all’allungamento verticale, la presenza frequente, già notata, di sottoscrizioni autografe. Per esempio, dopo aver copiato il testamento di re Enzo del 1272, c. 1r (tav. 1), P. ne segnala la collocazione archivistica, per così dire, e lascia la propria sottoscrizione: «Testamentum autenticum et codicilli prefati domini regis servantur in sacristia fratrum predicatorum de Bononia in armario et deposito ipsius sacristie. Ego frater Franciscus Pipinus predicta exemplavi ab autentico». Di analogo tenore quanto si legge a c. 16r (tav. 2) subito di seguito alla trascrizione di una sorta di regesto delle formule di escatocollo di un testamento del 1304: «Ego frater Franciscus Pipinus predicta exemplavi de autentico».

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda