de’ Rossi, Adriano
Firenze ante 1333–post agosto 1400
Presentazione
Rampollo della ricca e potente famiglia dei Rossi – una casata poi imparentata coi Frescobaldi (Levi 1910: 202) – Adriano non pare partecipare alla vita pubblica fiorentina con incarichi particolari: solo in vecchiaia, nel 1396, fu estratto a sorte come podestà di Monopoli in Valdarno, ma probabilmente non accettò l’incarico.
I primi documenti sicuri che nominano il poeta sono del 1351 (ASFi, Notarile Antecosimiano, Notaio Bonagiunta di Francesco, 1349-1356, 3582, cc. 90, 94) per questioni relative a una ricevuta eredità. Adriano era vicino di casa e conoscente del Boccaccio poiché abitava sulla piazza di Santa Felicita, proprio dirimpetto alla chiesa, nel quartiere ove risiedevano altre famiglie notabili, come i Machiavelli e, appunto, il certaldese: «i rapporti di Boccaccio coi Rossi erano quanto mai intimi; la casa fiorentina di Boccaccio era a S. Felicita e l’altra sua casetta in via del Borgo a Certaldo era muro a muro con una di Fornaino di Andrea de’ Benghi de’ Rossi» (Levi 1910: 201-2, lo si evince dal testamento di Boccaccio, del 28 agosto 1374).
Altro suo vicino di casa era quel Domenico Silvestri (vd. in questo vol.Domenico Silvestri, pp. 289-93), autore del volgarizzamento delle Invective contra medicum di Petrarca (Ricci 1950), che indirizzò al de’ Rossi l’unico suo sonetto in volgare rimastoci, Io ti ricordo, caro amico fino, in risposta a quello inviatogli da Adriano, Quando dovessi fare alcun cammino. Le loro famiglie dovevano essere così intime che Filippo, figlio primogenito del Silvestri, squittinato per le arti maggiori nel 1391, compare come testimone alla stesura del testamento di Adriano de’ Rossi (Firenze, ASFi, Diplomatico Olivetani, 1° agosto 1400).
Del resto per Adriano la poesia in volgare era di casa: poeta era stato suo bisnonno, il potente banchiere di parte nera Lambertuccio de’ Frescobaldi, e anche suo nonno Giovanni di Lambertuccio, in corrispondenza con Ventura Monachi, ma poeta più grande ancora era stato il fratello di Giovanni, Dino Frescobaldi; infine rimatore, fra i migliori della sua generazione, era il cugino di sua madre, Matteo, che dovette morire a soli quarant’anni con la peste del 1348 (Debenedetti 1907a e 1907b, Ambrogio in Frescobaldi 1996: 23-25).
Il piccolo canzoniere di Adriano de’ Rossi – che non ci giunge autografo – dovette essere ben noto ai poeti coevi e, benché costituito da soli dieci componimenti, è – come ebbe a sottolineare il Levi – «nella sua piccolezza, uno dei più graziosi del Trecento […], tutti i temi della poesia giocosa e satirica vi sono accennati» (Levi 1910: 237). Accresce inoltre il suo valore rilevare che il sonetto rinterzato Tre giovan son (larghi) piacenti e saggi parrebbe la fonte di una delle questioni del Filocolo (Levi 1908: 126) ed anche che nel sonetto La ’nforticchiata barba che ti fai, ove si accenna ad una disavventura capitata ad Avignone, si ritrova l’accusa di tracotanza e vigliaccheria rivolta a Vieri di messer Pepo Adimari e soprattutto una citazione della Commedia di Dante: «Non dico delle cose di Fiorenza / di che porti la lenza / all’occhio; e Dante ancora te ne incarca / là dove dicie: “dove Agniel si parca”» (Cavallari 1921: 52). Il riferimento è forse a Inferno, xxv 60-69, dove si parla di Angelo Brunelleschi (solo le Chiose Selmi riferiscono in proposito) ma, più probabilmente, a Paradiso, xvi 115-17. Non è questa l’unica citazione di Dante da parte di Adriano: nei suoi componimenti si rinvengono infatti altri ricordi danteschi nei citati prestatori caorsini (Inferno, xi 50), nella statua di Marte a Ponte Vecchio (Paradiso, xvi 145),circa i malnati tutori dei pupilli (Convivio, iv 27: cfr. Levi 1910: 237).
Sarà dunque di certo interesse esaminare, di un poeta così legato a quel tessuto fatto di opere e uomini che componeva la realtà fiorentina del suo tempo, l’unico suo autografo giuntoci ossia il ms. Aix-en-Provence, Bibliothèque Méjanes, 180 che trasmette il Teseida di Boccaccio con chiose. Il codice, cartaceo, appare come un perfetto manufatto del Trecento, con i fascicoli appena imbastiti e legati insieme alla originaria camicia di pergamena. Attraverso le filigrane le carte parrebbero databili al 1368-1370 (Coleman 1997: 15). All’inizio di c. 1r si legge: «In nome di Dio amme(n) a dì 19 di luglio nel 1394 Adriano de’ Rossi chominciò ascrivere questo libro» e poi a c. 64rb in basso «Iscritto e chompiuto questo libro ‹perme Adri|ano de Rossi di Firenze› [il nome è cancellato, ma si intravede sotto il frego d’inchiostro] adí xxi di settembre miiiclxxxxiiii il dí di santo matheo apostolo amme(n) » (tavv. 1 e 3). Adriano dunque copiò l’opera del certaldese durante l’estate, in poco piú di due mesi, e la terminò il giorno di S. Matteo.
Il testimone di Aix è anepigrafo (incipit: Come che a memoria tornandomi le felicità trapassate, che è l’inizio dell’epistola a Fiammetta), ma il titolo si legge nell’explicit a c. 64r: « Qui finisce il libro dodecimo del teseida cioè l’utimo delle noze | d’emilia » (tav. 1). L’inizio effettivo del primo libro infatti non è preceduto dalla solita rubrica (Incomincia il primo libro del Teseida delle nozze d’Emilia. E prima la invocazione dell’autore), ma l’attacco della prima ottava (O sorelle castalie, che nel monte) è segnato da una manicula (c. 3r, tav. 2). Seguono le chiose (cc. 64v-65r), presentate cosí: « Queste qui appresso sono le chiose a questo libro nel quale a certe storie e certi nomi divariati da la nostra lingua le quali queste chiose dichiarano e apertamente mostrano » (c. 64v). Né per il testo né per la glossa vi è cenno al nome di Boccaccio, che però ricorre in uno dei due ex libris presenti su c. ir (l’altro nomina ancora un fiorentino: « Questo libro si è d’Andrea dei Vanni, di F‹irenze› »): « Questo libro è di Litti di Bernardo Corbizi, da Firenze, e si chiama Teseo, fatto per messere Johanni Bochaci di Firenze ». Il libro dovette dunque passare presto di mano se appartenne a Litti Corbizi di Bernardo il cui nome compare nelle lettere commerciali spedite nel 1398 da Montpellier al celebre mercante Francesco Datini (e si ricordi contestualmente che Paolo di Litti Corbizi dirimerà l’eredità per i figli di Dante, Piero e Iacopo: cfr. Piattoli 1950: 238 n. 172; e che una figlia di Litti Corbizi fu prima moglie di Cino Rinuccini). Non è escluso che per questa via il codice fiorentino prese la strada di Francia. L’impaginazione è su due colonne, diversa dunque da quella probabilmente originale (Malagnini 2006; Faleri 2007: 63) la quale, tuttavia, per un codice d’uso come il nostro (ma come almeno un altro, fra quelli antiquissimi: il cartaceo Firenze, BML, Plut. 44 25, anch’esso su due colonne), avrebbe richiesto ben maggiore spesa per l’acquisto del materiale scrittorio.
I codici che trasmettono il Teseida sono piú di sessanta (piú altri ventitré irreperibili), fra essi l’autografo BML, Acquisti e doni 325 (cfr. in questo vol. la scheda Giovanni Boccaccio, pp. 43-103, → 4). L’analisi della tradizione permise a Contini di organizzarla in tre rami (α, β, γ) risalenti non all’autografo, ma a tre diversi originali in evoluzione nel tempo (Contini 1938: 87-90). I manoscritti ancora trecenteschi sono però pochissimi, a parte quello di Aix: Cortona, Biblioteca Comunale e dell’Accademia Etrusca, 89 (della seconda metà del XIV), Firenze, BML, Plut. 44 25 (tardo XIV sec.), Firenze, BNCF, Pal. 352 (ultima decade del XIV), tutti però privi di glossa. Il manoscritto autografo di Adriano de’ Rossi risulta cosí essere compreso fra i codici piú antichi, è l’unico ad avere un’esplicita data di copia ed è l’unico ad essere provvisto di un corredo di chiose. Quanto a queste ultime, spesso stigmatizzate impietosamente (« una confusa e assurda analisi allegorica », Limentani 1958: 542), si consideri invece quanto osservava già il Vandelli: « [le] annotazioni onde il Boccaccio volle accompagnare il suo Teseida e che non si possono dire ignote, perché almeno in parte, le troviamo in altri esemplari manoscritti del poema; ma quanti le rilevarono e anche se ne valsero, le ritennero sempre, per quel ch’io so, opera di lettori studiosi, non già dell’autore. Ora invece possiamo dire di possedere in esse un nuovo lavoro prosastico, e di averlo nella forma piú autentica desiderabile, del gran Certaldese » (Vandelli 1929: 29). In effetti è ancora difficile distinguere nella tradizione delle glosse quelle che dipendono strettamente dall’apparato di Boccaccio (e dall’autografo) e quelle che sono frutto di rimaneggiamenti posteriori, di aggiustamenti o poi di diverse riscritture, come il commento di Pietro Andrea de’ Bassi o quello tardivo di Guglielmo di Camposampiero (vd. Follieri 1956). Ad ogni modo si può provvisoriamente concludere che nel manoscritto copiato dal poeta Adriano de’ Rossi rinveniamo non solo uno dei piú antichi testimoni del Teseida, l’unico esemplato da uno scrittore coevo, ma anzi il piú antico manoscritto relatore di chiose (sebbene resti da accertare, in altra sede, l’eventuale relazione di dipendenza di esse dall’autografo boccacciano).
Bibliografia
Boccaccio 1938 = Giovanni B., Teseida, ed. critica per cura di Salvatore Battaglia, Firenze, Sansoni.
Cavallari 1921 = Elisabetta C., La fama di Dante nel Trecento, Firenze, Società anonima editrice F. Perrella.
Coleman 1977 = William E. C., Watermarks in the Manuscripts of Boccaccio’s ‘Il Teseida’. A Catalogue, Codicological Study and Album, Firenze, Olschki.
Contini 1938 = Gianfranco C., Recensione a Boccaccio 1938, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», cxii,
pp. 86-96.
Debenedetti 1907a = Santorre D., Lambertuccio Frescobaldi poeta e banchiere fiorentino del secolo XIII, in Miscellanea di studi critici pubblicati in onore di G. Mazzoni, a cura di Arnaldo Della Torre e Pier Liberale Rambaldi, Firenze, Tip. Galileiana, vol. i pp. 19-57.
Debenedetti 1907b = Id., Matteo Frescobaldi e la sua famiglia, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», xlix, pp. 314-42.
Faleri 2007 = Francesca F., Aspetti linguistici dei volgari autografi di Giovanni Boccaccio. Tesi di Dottorato in Studi Italianistici, Tutori: Livio Petrucci e Fabrizio Franceschini, Pisa, Università degli Studi.
Follieri 1956 = Enrica F., I commenti al ‘Teseida’ del Boccaccio ed un codice Corsiniano (Rossi CLXXVI, 44.B.12), in «Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», s. viii, xi, pp. 351-57.
Frescobaldi 1996 = Matteo F., Rime, a cura di Giuseppe Renzo Ambrogio, Firenze, Le Lettere.
Levi 1908 = Ezio L., Francesco di Vannozzo e la lirica nelle corti lombarde durante la seconda metà del secolo XIV, Firenze, Tip. Galletti e Cocci.
Levi 1910 = Id., Adriano de’ Rossi, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», lv, pp. 201-65.
Limentani 1958 = Alberto L., Tendenze della prosa del Boccaccio ai margini del ‘Teseida’, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», lxxv, pp. 524-54.
Malagnini 2006= Francesca M., Il libro d’autore dal progetto alla realizzazione: il ‘Teseida delle nozze d’Emilia’, in «Studi sul Boccaccio», xxxiv, pp. 3-102.
Piattoli 1950 = Renato P., Codice diplomatico dantesco, Firenze, Gonnelli (2a ed.).
Ricci 1950 = Pier Giorgio R., Per una monografia su Domenico Silvestri, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di lettere e filosofia», s. ii, xix, pp. 13-24.
Vandelli 1929 = Giuseppe V., Un autografo della ‘Teseida’, in «Studi di filologia italiana», ii, pp. 5-76.
Nota paleografica
Per la copia del suo Teseida A. de’ R. confeziona un codice che si conforma perfettamente al modello del libro-zibaldone, ampiamente utilizzato nel corso del Trecento per la produzione manoscritta privata in lingua volgare: cartaceo, di formato medio, rigato pesantemente a colore, privo di qualsiasi apparato decorativo, numerato con grandi cifre arabiche poste nel margine superiore destro del recto e accompagnate da un rozzo motivo ornamentale (tav. 1). La scrittura del de’ R. è una mercantesca con qualche lieve influenza cancelleresca dal tracciato pesante e uniforme, compressa lateralmente e non ben allineata sul rigo, dal ductus semicorsivo. La a è di forma minuscola chiusa, con l’ultimo tratto allungato in posizione finale di rigo; talvolta il copista fa ricorso alla variante testuale, con tratto di testa appena sollevato rispetto all’occhiello sottostante (tav. 2 r. 4). La b presenta occhiello superiore spesso piuttosto angoloso (tav. 3 r. 3). La d è a doppio occhiello, eseguita corsivamente in un solo tempo, ed è caratterizzata da una notevole compressione laterale (tav. 3 r. 2). La e è formata da un primo tratto ricurvo e da un secondo elemento che dapprima discende verso il basso poi si allunga in senso orizzontale, specie in posizione finale di rigo; in qualche caso è di forma raddoppiata mercantesca (tav. 2 r. 1). La f e la s discendono al di sotto del rigo con asta verticale rinforzata nella sezione centrale o raddoppiata (tav. 2 r. 4). L’h è occhiellata, con ansa piuttosto angolosa e l’ultimo tratto che discende al di sotto del rigo, spesso con ritorno ininterrotto verso l’alto (tav. 2 r. 8). La g solitamente è forma di 9, con occhiello inferiore a goccia (tav. 2 r. 7); in qualche caso l’occhiello superiore resta aperto e ciò fa assumere alla lettera una forma vicina a quella ad alambicco (tav. 2 r. 3). La l è occhiellata, dotata o meno di tratto orizzontale di base. La r è sempre diritta, con l’asta verticale breve che discende appena al di sotto del rigo di base di scrittura. La t è a croce, priva di elemento ricurvo di base. La u/v in posizione iniziale di parola è acuta, a forma di cuore (tav. 2 r. 8), con il tratto d’attacco che può disegnare un occhiello di andamento sinistrogiro (tav. 3 r. 1). La z è a forma di 3, spesso eseguita in legamento quando è doppia (tav. 3 r. 12).
Nonostante la mancanza di indicatori utili a marcare efficacemente l’architettura spaziale della pagina (quali, ad esempio, l’uso del rosso per le rubriche o di iniziali miniate a colori), il de’ R. tenta ugualmente di operare una rudimentale partizione nell’organizzazione testuale: alcune rubriche particolarmente significative sono precedute da segni di paragrafo; i sonetti posti in apertura di libro presentano capolettera per la prima quartina e per ciascuna delle due terzine; la prima ottava di ciascun libro è segnalata con un’iniziale a penna; tutte le ottave sono introdotte da maiuscole al tratto di grandi dimensioni (tav. 4). Alla mano del copista, inoltre, devono essere attribuiti con ogni probabilità i titoli correnti posti nel margine superiore del recto e del verso di ciascuna carta, recanti nomi di città e di personaggi della letteratura classica e romanza; per la loro esecuzione si fa ricorso ad una maiuscola distintiva gotica con lettere dal contorno raddoppiato, iscritte all’interno di due linee parallele, che ne delimitano i confini in alto e in basso. Al de’ R., infine, vanno assegnate anche due rozze maniculae, che mettono in evidenza l’ottava iniziale del libro i (tav. 2) e la sottoscrizione finale (tav. 3), forse non casualmente dotate di un polsino decorato con bottoncini, come avveniva per gli analoghi segni di attenzione tracciati da un illustre vicino di casa, Giovanni Boccaccio.
Censimento
- Aix-en-Provence, Bibliothèque Méjanes, 180
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda