de’ Crescenzi, Pier
Bologna 1233 ca.–1320 ca.
Presentazione
Pier de’ Crescenzi deve la sua fama ai Ruralium commodorum liber, ampio trattato di agronomia in dodici libri dedicato a Carlo II d’Angiò, che egli elaborò all’incirca tra il 1304 e il 1309. Il carattere essenzialmente “pratico” e l’intenzione didattica favorirono l’immediata fortuna e la larga diffusione dell’opera, che diventò un autentico bestseller: fu copiata in oltre cento codici, ben presto volgarizzata o tradotta nelle principali lingue nazionali, e poi vulgata in numerose edizioni a stampa (Savastano 1922; Frati 1933). I Ruralia commoda non mancarono inoltre di suscitare l’interesse per il gran numero e il pregio delle fonti utilizzate, tra le quali spiccano autori dalla fortuna assai riposta quali Catone e Varrone, nonché per la peculiare testura della lingua, un latino traboccante di volgarismi e vocaboli peregrini (Vollman in Crescentiis 2007: 2-9).
L’autore, Pietro di Zambonino de’ Crescenzi, appartenne a ricca e antica famiglia “popolare” di Bologna; l’anno di nascita è tradizionalmente considerato il 1233, sebbene sia ipotesi da accogliere con margini abbastanza larghi. Rilevanti spunti biografici si trovano nel prologo dei Ruralia commoda, quando Crescenzi riferisce della propria formazione giovanile, dei suoi interessi per gli studi di logica, medicina, scienze naturali e, da ultimo, di diritto: «tempus adolescentie in logica, medicina et scientia naturali et demum nobili legum scientie insudavi» (Crescentiis 1995: 24). Crescenzi rende nota pure la sua attività trentennale di amministratore della giustizia al seguito dei rectores di diverse città, per i quali dispensava “consigli” legali: «ideoque annis triginta diversas provincias cum earum rectoribus circuivi subiectis iustitiam libenter tribuens, rectoribus fidele consilium» (Crescentiis 1995: 24). Queste informazioni trovano riscontro in documenti d’archivio. Sebbene non sia attestato il conseguimento del titolo dottorale in utroque (Livi 1933: 63; Toubert 1984: 650), a partire dall’anno 1268 Crescenzi ricoprì più volte l’ufficio di «iudex» e assessore al seguito di alcuni podestà o capitani del popolo bolognesi in numerose città italiane. Di questa lunga attività itinerante, che consentì al Crescenzi di reperire numerosi libri antichi e moderni e di osservare direttamente le tipologie di coltivazione agricola in diverse aree geografiche, si hanno una serie di testimonianze documentarie: nel secondo semestre del 1268 fu al seguito di Nerio di Ranerio de’ Guezzi, podestà di Ravenna; nel maggio del 1269 di Alberto degli Asinelli, podestà di Senigallia; nel primo semestre 1271 di Galeotto de’ Lambertini, podestà di Asti; nel 1283 di Guglielmo de’ Lambertini, podestà di Imola; nel 1286, al seguito dello stesso Guglielmo, podestà di Ferrara, e pure nel primo semestre del 1287, quando Lambertini fu vicario a Pisa del conte Ugolino della Gherardesca; nel 1282 di Rizardo de’ Artemisi, capitano del popolo a Brescia; nel secondo semestre del 1293 di Bettino Piatesi, podestà di Imola (Livi 1933: 64; Toubert 1984: 650).
Le fonti notarili ragguagliano sulla famiglia del Crescenzi. Ebbe due mogli e numerosi figli: la prima fu Gerardina di Accarisio de’ Castagnoli, dalla quale ebbe tre maschi (Accarisio, Crescenzio e Martino) e due femmine (Agnesina e Mina). Morta Gerardina poco dopo il dicembre 1287, sposò in seconde nozze, il 24 gennaio 1290, una vedova di nome Antonia, figlia del miles bolognese Tiberio de’ Nascentori, dalla quale ebbe altri figli, tre maschi e una femmina (Toubert 1984: 651). Dal 1298 non si trovano più tracce dell’attività pubblica del Crescenzi a Bologna: si ritirò probabilmente nella sua residenza rurale di Villa dell’Olmo nel contado bolognese presso Urbizzano (ora Rubizzano).
L’otium della vita in campagna gli consentì di completare, all’età di settant’anni, il suo trattato agronomico, venendo incontro alla richiesta dal frate domenicano Aimerico Giliani da Piacenza, generale dell’ordine dal 1304. Così infatti scriveva il Crescenzi a frate Aimerico, al quale faceva pervenire una copia del Ruralium commodorum liber: «ad ruris habitationem septuagenarius me transtuli, et ne otiis inutilibus aliquo tempore inficiar iustisque satisfaciam votis, celestis regis auxilio librum perficere curavi» (Crescentiis 1995: 1). La lettera a frate Aimerico ragguaglia sulle circostanze di composizione e sull’ambiente intellettuale del Crescenzi. Egli cercò infatti l’approvazione dei domenicani bolognesi rivolgendosi a frate Aimerico e ai suoi confratelli, perché provvedessero a correggere l’opera e raschiarne via la ruggine: «offero corrigendum per vestram prudentiam […] et vestrorum fratrum humiliter supplicans quod ipsius eliminetur rubigo» (Crescentiis 1995: 1). Dello stesso tenore la lettera con la quale omaggiava della propria enciclopedia agronomica Carlo II, nella quale Crescenzi afferma di aver ottenuto l’approvazione anche dei periti, gli esperti in scienze naturali dell’Università di Bologna: «visus, lectus, examinatus et approbatus est per sapientissimum virum fratrem Aymericum magistrum ordinis fratrum Predicatorum et per prudentissimos fratres eius, ac etiam per peritos in scientia naturali universitatis scolarium civitatis Bononie» (Crescentiis 1995: 23).
Non si conosce con precisione la data di morte del Crescenzi. L’ultimo testamento, rogato da Bonaventura di Pietro Daniele, risale al 23 giugno del 1320: Crescenzi disponeva la sua sepoltura presso San Domenico e lasciava ai frati del convento i libri della sua biblioteca (Bologna, ASBo, Sezione demaniale, Convento di S. Domenico, 187/7521, num. 67). L’agronomo bolognese figura già morto nel protocollo del notaio Francesco da Lastigiano datato 25 febbraio 1321. Fu sepolto nel chiostro della chiesa di San Domenico, non lontano dal luogo della sepoltura di Aimerico Giliani, che morì qualche anno dopo, nell’agosto del 1327 (Alfonsi 1933: 55).
La prima testimonianza autografa della scrittura del Crescenzi, individuata, come tutte le altre (tranne un estimo dei beni di Antonia de’ Nascentori del 1296), da Giovanni Livi, è un consiglio in merito al legittimo possesso di un appezzamento di terra coltivata a vigna e contesa tra i parenti di tale Gandolfo di Pietro da Imola; fu pronunciato il 28 febbraio del 1289 da Ugolino de’ Tancredi di Barga, giudice di Bindo della Tosa, al tempo capitano del popolo di Bologna (Livi 1933: 68-69). Le altre testimonianze autografe sono tutte polizze d’estimo, ovvero dichiarazioni dei redditi dello stesso Crescenzi e della moglie Antonia, reperite tra gli Estimi del comune di Bologna e datate all’inizio del secolo XIV, tra il 1296 e il 1316. Si auspica che la pubblicazione di questo elenco di autografi consenta il reperimento di altre scritture documentarie del Crescenzi (a Bologna e in altre città nelle quali esercitò la sua attività di giudice) e, soprattutto, di libri da lui posseduti e letti.
Bibliografia
Alfonsi 1933 = Tommaso A., Il padre Aimerico Giliani e Pier de’ Crescenzi, in Pier de’ Crescenzi 1933, pp. 49-60.
Crescentiis 1995 = Petrus de Crescentiis, Ruralia commoda. Das Wissen des vollkommenen Landwirts um 1300, hrsg. von Will Richter, Heidelberg, Universitätverlag C. Winter, vol. i.
Crescentiis 2007 = Id., Erfolgreiche Landwirtschaft. Ein mittelalterliches Lehrbuch, eingeleitet, übersetzt und mit Anmerkungen versehen von Bernhard Konrad Vollman, Stuttgart, Hiersemann, 2 voll.
Frati 1933 = Ludovico F., Bibliografia dei manoscritti dell’opera di Pier de’ Crescenzi, in Pier de’ Crescenzi 1933, pp. 259-306.
Livi 1933 = Giovanni L., Autografi di Pier de’ Crescenzi nel R. Archivio di Stato di Bologna, in Pier de’ Crescenzi 1933, pp. 60-76.
Pier de’ Crescenzi 1933 = Pier de’ Crescenzi (1233-1321). Studi e documenti, a cura di Tommaso Alfonsi, Bologna, Cappelli.
Savastano 1922 = Luigi Salvatore S., Contributo allo studio critico degli scrittori agrari italici. ii. Pietro dei Crescenzi (nel vi centenario della sua morte), Acireale, Tip. Orario delle Ferrovie (estratto da «Annali della R. Stazione sperimentale di Agrumicoltura e frutticoltura», a. v 1919-1921).
Toubert 1984 = Pierre T., Crescenzi, Pietro de’, in DBI, vol. xxx pp. 649-57.
Nota paleografica
La cultura grafica di P. de’ C. è nota attraverso cinque attestazioni di natura documentaria risalenti agli anni della maturità e datate tra il 1289 e il 1316. Sono realizzazioni sostanzialmente omogenee nelle strutture grafiche così come nei fatti di esecuzione e nelle scelte di stile, tutte riconducibili al medesimo assetto grafico e, con ogni probabilità, non molto distanti dalla scrittura professionale adottata nei tre decenni precedenti in qualità di iudex e assessore di podestà e capitani del popolo. È una scrittura che riflette modelli molto antichi, attestati all’interno della tradizione grafica notarile a partire dal secondo quarto del XIII secolo e, pur essendo competente e sicura (fatta eccezione per l’incertezza nel tracciato, a volte tremolante), presenta soltanto alcune delle innovazioni proprie della littera cursiva duecentesca, pienamente attestate a partire dal terzo quarto del secolo. Tratti evidenti di arcaicità si rilevano nella quasi totale assenza di soluzioni currenti calamo, vale a dire propriamente corsive, tanto nel repertorio delle forme grafiche quanto nell’organizzazione delle lettere in successione, in cui si evidenziano, accanto ad alcune tradizionali legature dall’alto, alcuni fatti tipici dello scrivere al tratto e quindi comuni alla scrittura libraria, vale a dire nessi di curve contrapposte e chiusure di lettere aperte a destra (soprattutto c e t) sulla lettera successiva. Accenni di corsività si rilevano nella morfologia delle lettere dotate di aste, che sono spesso tracciate secondo una forma “semplice”, corrispondente alla variante originaria, ma che non di rado (specialmente b, h, l, d e q, meno frequentemente f, s, p) presentano (a destra le superiori, a sinistra le inferiori), un piccolo tratto supplementare, frutto della materializzazione del movimento aereo proprio dello scrivere currenti calamo, primo stadio delle forme ad occhiello che caratterizzano la corsiva moderna. Altri elementi utili all’identificazione della mano di C., anch’essi chiari segni di arcaicità, sono: la g, tracciata secondo varietà riconducibili al modello testuale, dalla sezione inferiore tozza e arrotondata; l’attacco del primo tratto di v angolare, incurvato verso il basso; l’impiego di s diritta in fine di parola; l’esecuzione dell’asta di alcune s, che termina sotto il rigo con un piccolo uncino a destra; la dislocazione verso sinistra, sotto il corpo della lettera, dell’ultimo tratto di h, y, x, di numerose m e n (non solo in fine di parola), del segno speciale per con-/cum (9) e del segno di troncamento a forma di 3; la forma allargata del segno tachigrafico 7, che discende moderatamente sotto il rigo piegando verso destra con un piccolo uncino; l’estensione modesta e il tracciato rettilineo dei tituli che segnalano la contrazione e la sospensione della nasale.
Censimento
- Bologna, Archivio di Stato, Comune, Capitano del popolo, Reg. 123 (olim 882)
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 29 [1296-1297. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 29 [1296-1297. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 82 [1304-1305. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 132 [1307-1308. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 132 [1307-1308. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
- Bologna, Archivio di Stato, Estimi del Comune, serie II (Denunce di cittadini), 183 [1315-1316. Quartiere di Porta Ravennate, Cappella S. Stefano]
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda