Pucci, Antonio

Firenze 1310 ca.–1388

Presentazione

Negli ultimi anni tessere importanti sono state aggiunte al quadro della biografia e della carriera pubblica del rimatore fiorentino Antonio Pucci, nato nei primi anni del Trecento: oltre alle cariche, già note, di banditore e approvatore del Comune di Firenze, è stato possibile recuperare con sicurezza informazioni sulla sua attività di Guardiano degli atti della Mercanzia e stabilire il suo coinvolgimento nella Compagnia di San Zanobi, nella quale fu Capitano, aspetto, quest’ultimo, che contribuisce a meglio delineare i rapporti del canterino con la musica e la poesia sacre. L’attività di rimatore fu prolifica e duratura: in vecchiaia, ancora nella seconda metà degli anni ’80, era impegnato a comporre, come dimostra la corrispondenza poetica con l’amico Franco Sacchetti, al quale nel 1385 invia il sonetto Il veltro e l’orsa e ’l cavallo sfrenato, e, nel 1386, l’altro sonetto E’ par che noi andiam col fuscellino. Pucci morì poco dopo, il 13 ottobre 1388 (Lazzeri 1909: 89).

Benché la produzione di Pucci sia ampia, come testimoniano i numerosi codici che conservano le sue rime, pochi sono i manoscritti autografi finora individuati (rinvenuti solo a partire dall’inizio del secolo scorso). Uno dei più celebri autografi è il Laurenziano Tempi 2, di cui, peraltro, si conoscono cinque apografi (di cui uno frammentario): già nel 1831 Giuseppe Montani dichiarò che il Laurenziano conteneva un’opera autografa, pur non avendone riconosciuto la paternità (Montani 1831: 74). Fu merito di Alberto Vàrvaro (in Pucci 1957) confermare sulla base di prove interne quell’autografia pucciana che al tempo era già un dato acquisito (come si evince, ad es., in Merolle Tondi 1956: 173) sin dal tempo delle dichiarazioni di Morpurgo (1912: v), il quale scriveva che nel «Laurenziano-Tempiano 2 […] abbiamo potuto riconoscere con certezza la mano del banditore fiorentino, cioè l’autografo di quello “Zibaldone” o, per chiamarla più esattamente, di quella Fiorita di varie storie ch’egli compose intorno al 1362 sul tipo di più altre analoghe compilazioni trecentesche».

Il Laurenziano Tempi 2, il cosiddetto “Zibaldone” pucciano, edito da Vàrvaro con il titolo Libro di varie storie, fu portato con ogni probabilità a compimento nel 1362-1363, come ipotizzato sulla base di un’annotazione a c. 156r (Vàrvaro in Pucci 1957: xiii). Contiene estratti di opere come il Tresor di Brunetto Latini, i Fatti di Enea, il Milione di Marco Polo, il Fiore d’Italia di Guido da Pisa, il volgarizzamento del De amore di Andrea Cappellano, il Sidrach (solo per ricordarne alcune), testi che permettono di ricostruire una parte della formazione letteraria di Pucci (Vàrvaro in Pucci 1957: lv-lvii e Vàrvaro 1957: 50). Seppur considerata alla stregua di uno zibaldone, in effetti, come ha dimostrato ancora Vàrvaro, l’opera, priva di una veste definitiva, era stata assemblata con fini didattici. Il manoscritto fu acquistato o ricevuto in eredità nel 1399 da Giovanni Benci (Tanturli 1978: 203-4, che rettifica l’affermazione di Montani 1831: 88), e in casa Benci restò almeno fino al 1470 (Tanturli 1978: 205).

Un secondo recupero si deve ad Anna Bettarini Bruni (1978), la quale ha identificato in Pucci il copista del Riccardiano 1050, contenente il Trattatello in laude di Dante del Boccaccio, le quindici canzoni di Dante e la Vita nuova, versi di Cavalcanti, Niccolò Soldanieri, Giannozzo Sacchetti, Fazio degli Uberti, Stoppa de’ Bostichi, Francesco da Barberino, Cino da Pistoia, Bindo Bonichi, Antonio da Ferrara, Paolo dall’Abaco e Petrarca: il manoscritto possiede una sua indubbia importanza, in primo luogo perché permette di ampliare la conoscenza delle letture pucciane, più raffinate di quanto fino ad allora ipotizzato, in secondo luogo perché getta luce sul ruolo di Pucci come mediatore tra la poesia alta e quella popolare.

Ancor più recente è la scoperta, dovuta a Marco Cursi, di un altro codice vergato da Pucci, il Magl. VII 1052, contenente il Tesoretto e il Favolello di Brunetto Latini, autore familiare a Pucci, dal momento che il Tesoro costituisce una delle principali fonti dell’enciclopedico Libro delle varie storie (Cursi 2010). Allo stesso studioso si deve anche il recupero del ms. Corsiniano 44 F 26 che tramanda la Commedia (Cursi i.c.s.).

Grazie ai preziosi scavi d’archivio di William Robins (2000), favoriti dalle prime esplorazioni di Blake Wilson (1992: 68-70), è ora possibile assegnare alla mano dello scrittore alcuni documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, a testimonianza anche dell’attività nei ruoli pubblici ricoperti da Pucci, il quale dal 1349 al 1369 ebbe la carica di banditore e approvatore del Comune di Firenze, mentre tra il 1371 e il 1382 ricoprì quella di Guardiano degli atti della Mercanzia (su altre cariche pubbliche dal 1384 al 1385, si veda ASFi, Compagnie religiose soppresse da Pietro Leopoldo, 2171, parte B, cc. 33r, 34v, 40v, 42r). Le scoperte di Robins costituiscono un punto d’avvio, in una nuova direzione, che permetterà certamente nuove acquisizioni.

È stata invece smentita (Bettarini Bruni 1978: 188 n. 4) l’attribuzione alla mano di Pucci di una supplica alla Signoria scritta in volgare e in latino, conservata in ASFi, Provvisioni, Registri, 57, cc. 22r e 23v (pubblicata in Morpurgo 1881: 13-15), precedentemente a lui assegnata da Vàrvaro (in Pucci 1957: xii, sulla scorta di un’affermazione ambigua di D’Ancona 1898: 112). Un discorso analogo vale per il ms. Firenze, BNCF, Magl. ii ii 8, contenente lacerti del Decameron, che Antonio Enzo Quaglio (1975-1976: 116 n. 65) aveva attribuito al Pucci, paternità successivamente negata da Aldo Rossi sulla base di un’expertise di Emanuele Casamassima (cfr. Rossi 1982: 203-4; per una sintesi del dibattito attributivo si rinvia a Scarpa 1985: 49 n. 21 e Branca 1991: 88-89).



Bibliografia
Bettarini Bruni 1978 = Anna B. B., Notizia di un autografo di Antonio Pucci, in «Studi di filologia italiana», xxxvi, pp. 187-95.
Branca 1991 = Vittore B., Testimonianze manoscritte, in Id., Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio. ii. Un secondo elenco di manoscritti e studi sul testo del ‘Decameron’ con due appendici, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 73-146.
Cursi 2010 = Marco C., Un nuovo manoscritto autografo di Antonio Pucci (Firenze, BNC, Magl. vii 1052), in «Studi di filologia italiana», lxviii, pp. 171-73.
Cursi i.c.s. = Id., Un codice della ‘Commedia’ di mano di Antonio Pucci, in «Scripta», 7, i.c.s.
D’Ancona 1898 = Alessandro D’A., Cronaca, in «Rassegna bibliografica della letteratura italiana», vi, pp. 108-20.
Lazzeri 1909 = Ghino L., Recensione a Ferruccio Ferri, La poesia popolare in Antonio Pucci, Bologna, Libreria L. Beltrami, 1909, in «Rassegna bibliografica della letteratura italiana», xvii, pp. 81-106.
Merolle Tondi 1956 = Irma M. T., Mostra delle origini delle letterature romanze alla Nazionale di Firenze, in «Accademie e biblioteche d’Italia», xxiv, pp. 171-74.
Montani 1831 = Giuseppe M., Lettera settima intorno a’ Codici del marchese Luigi Tempi, in «Antologia», xliii, 129 pp. 74-90.
Morpurgo 1881 = Salomone M., Antonio Pucci e Vito Biagi banditori fiorentini del secolo XIV, Roma, Forzani.
Morpurgo 1912 = Id., L’apografo delle rime di Antonio Pucci donato dal Collegio di Wellesley alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in «Bollettino delle Pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa», cxxxiii, pp. ij-vj.
Pucci 1957 = Antonio P., Libro di varie storie, ed critica per cura di Alberto Vàrvaro, Palermo, Accademia di Scienze, Lettere e Arti.
Quaglio 1975-1976 = Antonio Enzo Q., Boccaccio e il Veneto. ii. Minimo contributo alla storia di un autografo decameroniano, in «Atti e Memorie dell’Accademia Patavina di Scienze, Lettere ed Arti», lxxxviii, pp. 93-118.
Robins 2000 = William R., Antonio Pucci, Guardiano degli Atti della Mercanzia, in «Studi e problemi di critica testuale», 61, pp. 29-70.
Rossi 1982 = Aldo R., Decameron. Pratiche testuali e interpretative, Bologna, Cappelli.
Scarpa 1985 = Emanuela S., Ancora su “occi” e “far dell’occi”, in «Lingua nostra», xlvi, 2-3 pp. 44-50.
Tanturli 1978 = Giuliano T., I Benci copisti. Vicende della cultura fiorentina volgare fra Antonio Pucci e il Ficino, in «Studi di filologia italiana», xxxvi, pp. 197-313.
Vàrvaro 1957 = Alberto V., Il ‘Libro di varie storie’ di Antonio Pucci, in «Filologia romanza», iv, 1 pp. 49-87.
Wilson 1992 = Blake W., Music and Merchants: The Laudesi Companies of Republican Florence, Oxford, Clarendon Press.

Nota paleografica

Le testimonianze superstiti della scrittura di A. P. sono riconducibili a due ambiti ben separati tra loro: da una parte quello librario, dall’altra quello documentario. Il primo comprende sia autografi autoriali (edizioni di opere proprie in stato redazionale più o meno avanzato) sia autografi editoriali (trascrizioni di opere altrui) (Battaglia Ricci 2010: 125); il secondo è costituito da una piccola serie di registri del tribunale della Mercanzia, di cui P. fu Guardiano degli Atti tra il 1371 e il 1382 (Robins 2000); proprio uno di questi registri (quello delle Capitudini, nel quale si annotavano coloro che erano temporaneamente esclusi dalla rielezione alle cariche di Consiglieri o Consoli) conserva l’unica sottoscrizione esplicita di sua mano: «scritti per me Antonio Pucci o per altro tenente questo luogo» (tav. 1a). Una così spiccata diversità di funzioni comportò un’inevitabile varietà nelle forme librarie adottate per accogliere testi tanto difformi tra loro: dal libro da bisaccia, di formato tascabile, in membrana, per il Tesoretto (Magl., VII 1052), ai libri-zibaldoni, di dimensioni medie, su carta, per i più impegnativi testimoni della sua cultura letteraria (BRic, 1050; BML, Tempi 2); dal Memoriale della Mercanzia, cartaceo e di piccole dimensioni (Mercanzia 14150), ai registri delle Emancipazioni (Mercanzia, 10828) e delle Capitudini (Mercanzia 14159), alti e stretti, rispettivamente in membrana e in carta. Se dal punto di vista codicologico si registra una notevole varietà di scelte, in ottica paleografica il quadro d’insieme si presenta molto più uniforme. P., in piena coerenza con la natura monolingue – e dunque monografica – della sua formazione culturale, utilizza senza alcuna esitazione un’unica scrittura per tutte le tipologie testuali con le quali viene a confrontarsi. La sua mercantesca contrastata e un po’ angolosa, ben caratterizzata e facilmente riconoscibile, è una scrittura totale, polivalente, adatta ad ogni esigenza (Miglio 1994: 146-47). In mancanza di sicuri punti di ancoraggio cronologico (l’unico riferimento certo è offerto dalla data 1362 – o 1363? –, interna al Libro di Varie Storie: tav. 1b), non essendo possibile allo stato attuale degli studi cogliere una linea evolutiva dal punto di vista morfologico, sarà opportuno segnalare almeno alcune lettere caratterizzanti. La a è eseguita in due o tre tempi, con l’ultimo tratto che discende obliquo fino al rigo di base di scrittura e talvolta è leggermente staccato dal corpo della lettera (tav. 1c r. 5). La e presenta occhiello sempre chiuso e tratto finale che si allunga in orizzontale (tav. 2a r. 4). La f e la s alternano la forma diritta, con asta che discende al di sotto del rigo diminuendo leggermente il suo spessore, e quella raddoppiata, con angolo di chiusura dell’occhiello acuto (tav. 2b). La g mostra due morfologie: la prima tonda, con l’occhiello inferiore chiuso formato da due tratti, il primo dei quali ha il suo punto d’attacco al di sopra del nucleo della lettera; la seconda angolosa, con occhiello inferiore formato da tre tratti (tav. 3a). L’h presenta il tratto finale che discende al di sotto del rigo, in verticale o accennando una curva, volta in fondo verso destra o verso sinistra (tav. 3b rr. 5 e 6). La z è formata da due tratti: il primo ha una forma a comma e termina il suo percorso al di sotto del rigo di base di scrittura, il secondo discende verso il basso, curvando leggermente verso destra (tav. 3c r. 4). La congiunzione et è resa con nota tironiana a forma di 7, con il tratto orizzontale uncinato e ondulato e il tratto discendente fortemente arcuato. Tra le maiuscole al tratto, si notino la A ad alfa, tipicamente mercantesca (tav. 3c), talvolta dotata di traversa semplice (tav. 4b r. 2) o doppia (tav. 4c rr. 4 e 5); la D a doppio occhiello sovramodulata (tavv. 2a, 2b); la G ad alambicco (tav. 4a r. 4); la L occhiellata con tratto di base orizzontale (tav. 4a r. 3); la T di modello gotico con lungo apice d’attacco (tav. 4b); la U/V nelle varianti acuta e a cuore (tav. 4c). La destinazione privata e domestica degli autografi autoriali ed editoriali di P. determinò la scelta di non ricorrere a miniatori professionisti per le iniziali, ma di eseguirle in prima persona, con esiti non sempre felici. Tracciate in inchiostro bruno (tavv. 1a, 2b, 5a) o delineate in bruno e poi riempite di rosso (tavv. 2a, 3b), esse presentano talvolta al loro interno immagini di volti umani (tav. 6a), ad attestare una certa inclinazione al disegno, mostrata anche dall’apposizione di semplici motivi decorativi intorno ai richiami del Libro di varie storie (tav. 5b) e da alcuni schizzi aggiunti ai registri della Mercanzia. Tra di essi spiccano – nel volume delle Capitudini – la raffigurazione, ad ante chiuse, di uno degli armari che contenevano i libri, con accanto l’annotazione dei nomi delle Parche («Lachesis, Cloto, Antropos»: tav. 6b) e soprattutto il disegno di un personale emblema araldico, immaginato, forse non senza ironia, come uno scudo recante tre teste di gallo, sormontate dalla scrittura del proprio nome: «Antonio Pucci» (tav. 6c).



Bibliografia
Battaglia Ricci 2010 = Lucia B.R., Edizioni d’autore, copie di lavoro, interventi di autoesegesi: testimonianze trecentesche, in «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlí, 24-27 novembre 2008, a cura di Guido Baldassarri, Matteo Motolese, Paolo Procaccioli, Emilio Russo, Roma, Salerno Editrice, pp. 123-57.
Miglio 1994 = Luisa M., Criteri di datazione per le corsive librarie italiane dei secoli XIII-XIV. Ovvero riflessioni, osservazioni, suggerimenti sulla lettera mercantesca, in «Scrittura e civiltà», xviii, pp. 143-57.
Robins 2000 = William R., Antonio Pucci, Guardiano degli Atti della Mercanzia, in «Studi e problemi di critica testuale», 61, pp. 29-70.

Censimento

  1. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 187
  2. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 1181
  3. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 10828
  4. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 11770
  5. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 14150
  6. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 14158
  7. Firenze, Archivio di Stato, Mercanzia, 14159
  8. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Tempi 2
  9. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1052
  10. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1050
  11. Roma, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, 44 F 26

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda