Bellebuoni, Matteo (Mazzeo)
Pistoia [?] anni Settanta del sec. XIII–ante 1350
Presentazione
Mazzeo o, meglio, Matteo Bellebuoni nacque probabilmente a Pistoia negli anni Settanta del secolo XIII; trascorse la vita nella città toscana, dove esercitò la professione di notaio, già svolta dal padre ser Giovanni Bellebuoni (per cui vd. una copia di un suo atto in Firenze, ASFi, Diplomatico, Pistoia, Comune [e S. Iacopo, opere], Normali, 7 maggio 1282). Il più antico documento in cui compare il suo nome è datato 22 dicembre 1298 e lo vede coinvolto insieme al fratello Iacopo nella vendita di un terreno (Firenze, ASFi, Diplomatico, Pistoia, Comune [e S. Iacopo, opere], Normali, 22 dicembre 1298); in quell’anno dunque egli doveva avere già raggiunto l’età adulta necessaria a realizzare una vendita, il che induce a porre la sua data di nascita negli anni Settanta del secolo XIII. D’altra parte in questo documento, in cui il padre risulta già defunto e il fratello è connotato con l’appellativo «magister» (svolse infatti la professione medica, secondo quanto registrato in Pistoia, Archivio di Stato, Priorista Franchi, 2 B, 1a parte, c. 275v), il nome di Mazzeo non è preceduto dal distintivo «ser», segno che solo successivamente a questa data egli svolse la professione notarile. La sua attività risulta ampiamente documentata tra il 1307 e il 1348, infatti in questo periodo prese attivamente parte alla vita del Comune, per il quale fu spesso impegnato nell’esercizio di incarichi diversi.
La ricostruzione dettagliata di un suo profilo biografico, che ancora attende di essere compiutamente realizzata, dovrà porre attenzione a evitare la confusione con l’omonimo e contemporaneo notaio pistoiese ser Matteo (o Mazzeo) di Vanni, di cui pure sopravvivono sia atti autografi, sia documenti che finora sono stati erroneamente ricondotti al Bellebuoni (Zaccagnini 1910: 44-46). Nel maggio 1348 dettò il proprio testamento, da cui si ricava che abitò a Pistoia in un palazzo posto in cappella di San Giovanni Fuoricivitas; vi si stabiliva inoltre che la sepoltura avvenisse nella chiesa di San Domenico, corredata delle armi e dello stemma dei Bellebuoni (Zaccagnini 1907: xxix; Zaccagnini 1910: 46-48); nel 1350 i lasciti del notaio pistoiese risultano già in possesso degli eredi.
Strettamente legata alla sua professione notarile è la redazione dello statuto latino dell’Opera di S. Iacopo, realizzata dal Bellebuoni tra il 5 e il 19 gennaio e approvata il 20 gennaio 1313, e il volgarizzamento che subito ne approntò traducendo fedelmente l’originale latino (Ciampi 1814; Gai-Savino 1994). Questa duplice fatica bilingue, compiuta in quanto notaio dell’Opera, si conserva nel manoscritto Pistoia, Archivio di Stato, S. Iacopo, 237: un codice vergato da un copista professionista in una «littera textualis» di modulo grande e di aspetto regolare, che, proprio per l’alto livello di formalizzazione, è difficilmente comparabile con la scrittura corsiva del Bellebuoni, alla cui mano dunque il codice non può essere attribuito. Esso tuttavia si configura quale copia idiografa, eseguita cioè sotto la diretta sorveglianza dell’autore che al termine del testo latino, l’unico ad avere valore di «autenticum», provvide a vergare di proprio pugno il suo segno di tabellionato e la sottoscrizione «Ego Matheus condam ser Iohannis Bellebuoni, inperiali auctoritate iudex ordinarius et notarius, predicta statuta et quelibet eorum legi in Consilio populi suprascripto et approbationi eorundem interfui et ideo me subscripsi et publicavi» (c. 36v).
Se gli autografi del Bellebuoni, tutti in latino e legati all’esercizio della professione notarile, documentano senza eccezione che egli si firmò sempre con il nome di «Matheus», nella storia della letteratura italiana il posto che gli è stato riservato, per quanto assai defilato, è rubricato sotto il nome «Mazzeo». È questa infatti la forma, poi comunemente accolta, che ricorre nel colophon nel più antico dei due testimoni che tramandano l’unica opera di carattere letterario che sia riconducibile al Bellebuoni: il volgarizzamento, compiuto nel 1333, dell’Historia destructionis Troie di Guido delle Colonne, in gran parte ancora inedito (ed. parziali: Gorra 1887: 443-57, 518-23; Zaccagnini 1909: 130-43). Esso è tràdito dai manoscritti Firenze, BRic, 1095, terminato il 22 dicembre 1399 dal notaio Marco di Ghino da Prato, e Firenze, BRic, 2268, vergato intorno alla metà o nel terzo quarto del secolo XIV da una mano probabilmente pistoiese; si tratta di una traduzione eseguita direttamente sul testo latino di Guido delle Colonne e che pare non abbia goduto di alcuna fortuna, forse perché di poco posteriore quella, più fortunata, realizzata nel 1324 dal notaio fiorentino Filippo Ceffi che, come il collega pistoiese, tradusse direttamente il testo latino di Guido, senza ricorrere, come fecero invece Binduccio dello Scelto e l’autore dell’Istorietta troiana, al Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure (Segre 1965). Quanto all’attribuzione al Bellebuoni della stesura della seconda parte delle Storie pistoresi, che riguardano gli anni dal 1330 al 1348, l’ipotesi, avanzata dubitativamente e in assenza di solide argomentazioni, fu ritrattata dallo stesso proponente (Zaccagnini 1910: 48-53; Zaccagnini 1918: 16).
Bibliografia
Ciampi 1814 = Statuti dell’Opera di S. Jacopo di Pistoia volgarizzati l’anno 1313 da Mazzeo di ser Giovanni Bellebuoni con due inventari del 1340 e del 1401 […] pubblicati da Sebastiano C., Pisa, R. Prosperi.
Gai-Savino 1994 = Lucia G.-Giancarlo S., L’Opera di S. Jacopo in Pistoia e il suo primo statuto in volgare (1313), Pisa-Pistoia, Comune di Pistoia-Pacini.
Gorra 1887 = Egidio G., Testi inediti di Storia trojana preceduti da uno studio sulla leggenda trojana in Italia, Torino, Loescher.
Segre 1965 = Cesare S., Bellebuoni, Mazzeo, in DBI, vol. vii p. 624.
Zaccagnini 1907 = Guido Z., I rimatori pistoiesi dei secoli XIII e XIV, Pistoia, Tip. Sinibuldiana [rist. an. Bologna, Forni, 1979].
Zaccagnini 1909 = Id., Studi e ricerche di antica storia letteraria pistoiese. i. Il volgare pistoiese dall’VIII al XIV secolo, in «Bullettino Storico Pistoiese», xi, pp. 111-43.
Zaccagnini 1910 = Id., Studi e ricerche di antica storia letteraria pistoiese. ii. Rimatori e prosatori pistoiesi dal sec. XIII al XV, in «Bullettino Storico Pistoiese», xii, pp. 33-57.
Zaccagnini 1918 = Id., Cino da Pistoia. Studio biografico, Pistoia, Pagnini.
Nota paleografica
La scrittura di M.B. è nota soltanto attraverso i suoi autografi documentari, vergati in qualità di iudex et notarius tra il primo e il quarto decennio del XIV secolo. Le realizzazioni attestate differiscono per la velocità dell’esecuzione, che produce assetti più o meno accurati, ma restano tutte omogenee nelle strutture grafiche. M., competente dei mezzi espressivi della littera cursiva di tradizione notarile, padroneggia un repertorio grafico che ammette più varianti per la stessa lettera, spesso tracciate currenti calamo; in catena grafica realizza numerose legature tra lettere in successione (negli assetti più accurati privilegia quelle dall’alto verso il basso, con movimento destrogiro) e utilizza anche alcuni nessi di curve contrapposte (soprattutto dopo d e p). La sua corsiva professionale, pur essendo priva di atteggiamenti calligrafici, è ben connotata nelle proporzioni del corpo delle lettere, che hanno aspetto rotondeggiante e quasi inscrivibile in un quadrato. Alcuni fatti relativi alla morfologia delle lettere dotate di aste consentono di precisare la sua cultura grafica. Per le lettere f, s, p e q egli infatti alterna soluzioni di tradizione duecentesca, cioè dalle aste tozze e dotate di occhielli di forma arrotondata, con varietà più moderne, che caratterizzano la scrittura notarile del Trecento, allungate sotto il rigo e spesso desinenti con un occhiello appuntito. Elementi duecenteschi si rilevano anche nelle lettere b, d, h e l, che sono spesso dotate di occhielli di forma arrotondata, ampi generalmente quanto il corpo della lettera, ma che non di rado sono realizzate anche secondo soluzioni “semplici”, vale a dire secondo la morfologia originaria. Suggeriscono un’educazione grafica tardo-duecentesca anche le varietà con cui è attestata la lettera g, riconducibili a due modelli: quello tipicamente corsivo, in cui la sezione inferiore, aperta, tende a chiudere sul corpo della lettera, risalendo verso l’alto, e quello dotato di una coda estesa in orizzontale sotto il corpo della lettera. Altri elementi utili all’identificazione della mano di M. sono: la semplificazione della lettera e, spesso tracciata in soli due tratti oppure in un tempo solo, generando una forma chiusa; la forte riduzione della cauda di molte ç, costituita da due tratti obliqui di modesta estensione sotto il rigo; l’esecuzione in un tempo solo di s finale, in legatura con l’ultimo tratto della lettera precedente; la tendenza a tracciare il titulus che segnala la contrazione di seguito all’ultimo tratto della lettera sottostante, senza staccare la penna dal foglio, generando un occhiello schiacciato in orizzontale.
Censimento
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Pistoia, Comune (e S. Iacopo, opere), 13 dicembre 1307
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Pistoia, Comune (e S. Iacopo, opere), 14 maggio 1331
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Pistoia, S. Lorenzo (agostiniani), 8 gennaio 131(?)
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Pistoia, S. Lorenzo (agostiniani), 23 luglio 1321
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Volterra, Comune, 29 agosto 1315
- Pistoia, Archivio di Stato, S. Iacopo, 31
- Pistoia, Archivio di Stato, S. Iacopo, 237
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 27 ottobre 2025 | Cita questa scheda