Pagliaresi, Neri Di Landoccio

Siena 1350 ca.–12 marzo 1406

Presentazione

La miniatura incipitaria del ms. BAV, Barb. Lat. 4063 rappresenta Caterina da Siena nell’atto di dettare le parole del Dialogo a tre uomini seduti intorno a lei: secondo le Memorie di Cristoforo di Gano Guidini, stese negli ultimi anni del Trecento, si tratterebbe di Barduccio Canigiani, Stefano Maconi e Neri Pagliaresi (Guidini 1843: 37; vd. anche Fawtier 1921-1930: ii 10-14).* Quest’ultimo, di nobile famiglia e membro del Concistoro nel 1371 e nel 1375 (Siena, Archivio di Stato, Concistoro 60, c. 55r e Concistoro 75, c. 2r; vd. Fawtier 1921-1930: ii 114), fu discepolo di Caterina che conobbe intorno al 1372-1373, che seguì in varie città e dalla quale fu miracolosamente guarito a Genova, durante il viaggio di ritorno da Avignone, nella primavera del 1377 (Raimondo da Capua 1675: ii 8 263; Fawtier 1921-1930: ii 11). La parte più cospicua delle carte attribuite a Neri è appunto legata alla intricata vicenda della tradizione manoscritta dell’epistolario della santa; un’altra parte, non meno interessante, all’attività di rimatore in volgare, per la quale era ricordato e lodato già dai suoi contemporanei.

Nel ventennio che precedette la morte, Neri si sarebbe ritirato a vita solitaria presso l’eremo di Porta Nuova in territorio senese, dedicandosi anche a riordinare le sue carte: al 9 ottobre del 1386 risale la procura generale data dal Pagliaresi a Buzio di Paolo e a Battista di Corrado Maconi per il disbrigo degli affari correnti e in particolare per la risoluzione di una lite relativa a un’ipoteca (Siena, Archivio di Stato, Diplomatico Archivio generale dei contratti, 1106: la pergamena, di pugno e con sottoscrizione di Cristoforo di Gano Guidini, non era finora citata negli studi sul Pagliaresi); al 1391 è datata la prima lettera indirizzata a Neri all’eremo di Porta Nuova (vd. Caterina 1860: vi 109-14, num. 34). Pagliaresi avrebbe quindi disposto di lasciare le sue carte al monastero di Monte Oliveto, vicino a Asciano, secondo quanto ricorda Tommaso di Antonio Caffarini: «cum autem ad fratres de Monte Oliveto vehementer esset affectus, eisdem dimisit omnes libellos suos, tam pertinentes ad virginem quam ad alios sanctos» (Caffarini 1974: 391); sulla consistenza del lascito, per quanto riguarda la parte cateriniana, Francesco di Vanni Malavolti, interrogato dal Caffarini in occasione del “Processo castellano” (l’indagine voluta nel 1411 dal vescovo di Castello Francesco Bembo per appurare la liceità della devozione a Caterina), rispondeva che «in loco maiori dictorum fratrum sunt legende virginis et etiam liber quem Spiritus Sanctus ipsius virginis ore compegit, et adhuc quidam liber de epistolis eiusdem virginis, quos libros ibidem dimisit dulcis Nerius Landoccii quando ex hac vita migravit» (Processo 1942: 61).

Nelle testimonianze del processo, l’espressione «legende virginis» è in genere riferita alla Legenda maior, compilata in latino da Raimondo da Capua: il Supplementum ci informa che, negli ultimi anni della sua vita, Neri aveva accettato dal Caffarini l’incarico di volgarizzarne il testo ma, «morte preventus, eandem [scil. legendam] complere non valuit» (Caffarini 1974: 391). È possibile in ogni caso che il manoscritto ricordato dal Malavolti corrisponda all’autografo della traduzione di Neri, oggi perduto. Sempre dal Supplemento sappiamo che l’incarico passò poi, per il tramite di Stefano Maconi, allora priore della certosa di Milano, a un «sapienti viro de Placentia», il quale fece il lavoro daccapo. Il primo esemplare della traduzione completa fu offerto dal Maconi a Margherita del Portico, moglie di Francesco di Arrigo dei Sandei, lucchese residente a Venezia (vd. Lazzareschi 1912: 34-42). Un manoscritto contenente la Legenda «vulgarizata partim in vulgari placentino partim in vulgari senensi» è tra i codici presenti a Venezia nella collezione del lucchese Niccolò Guidiccioni all’epoca del processo castellano (Processo 1942: 55): qualcuno si era dunque assunto l’incarico di “montare” sul testo parziale di Neri la conclusione dell’opera dell’anonimo piacentino, segno della volontà della cerchia cateriniana di tramandare la memoria del contributo del Pagliaresi. Per volontà del Caffarini, i manoscritti conservati dal Guidiccioni (o più probabilmente copie tratte da questi, fatte eseguire dal Caffarini nello scrittorio del convento veneziano di S. Zanipolo) furono quindi trasferiti a Siena, in S. Domenico in Camporeggi, e di qui passarono alla Biblioteca comunale della stessa città, dove costituiscono le attuali serie T I-III (vd. Fawtier 1921-1930: i 102). Il codice del volgarizzamento è segnato T II 1 (vd. Grottanelli 1868: xi-xiii); un secondo manoscritto, ritenuto l’antigrafo del codice senese, è conservato a Parigi, BnF, It. 2178: su di esso si basa la princeps, stampata a Ripoli nel 1477; «anche la versione dell’anonimo piacentino, ad ogni modo, dovette conoscere, nella sua forma integrale, una certa diffusione: essa comparve infatti in edizione a stampa a Milano, nel 1488» (Walsh 1989 e vd. Auvray 1910 e Cencetti 1939).

Il solo Supplementum dà notizia di un «libellus contra fraticellos de opinione» composto da Giovanni Dalle Celle, «scriptus per manus cuiusdam Nerii Landocci de Senis» e conservato all’epoca (1417) «hic in Venetiis apud sorores ordinis de Penitentia beati Dominici» (Caffarini 1974: 389). Si tratta probabilmente di 4 lettere, databili tra il 1378 e il 1381 e considerate dall’autore stesso come un unico «libricciuolo» per l’identità dell’argomento trattato, la polemica contro i “Fraticelli della opinione”, movimento dissidente francescano che si era riorganizzato in quel periodo (vd. Gennaro 1999). Le lettere del «dossier antifraticellesco», numerate da 31 a 34 nell’edizione critica (Dalle Celle 1991: ii 379-468), sono trasmesse da un unico testimone, il BNCF, Magl. XXXV 199 (sec. XV): stando alla descrizione del manoscritto (Giambonini in Dalle Celle 1991: i 42-45), le carte che qui interessano sarebbero state vergate da mani diverse, e comunque non prima del 1418, la data più antica che reca il codice, sul recto del piatto superiore. Non si tratta perciò del libellus esemplato da Neri.

Perduto è anche il secondo manoscritto ricordato dal Malavolti, probabilmente la copia pagliaresiana del Dialogo della divina provvidenza: il liber venne compilato in prima redazione intorno alla fine del 1377 e poi rivisto da Caterina con l’aiuto dei tre segretari durante buona parte del seguente 1378 (secondo la ricostruzione di Dupré Theseider 1941: 161-70) o soltanto tra agosto e ottobre (vd. Fawtier 1921-1930: ii 338-52). I manoscritti più antichi a oggi noti del Libro non recano comunque traccia di interventi autografi di Neri (vd. Cavallini 1999: 102 e l’elenco dei testimoni del dialogo, peraltro incompleto, in Fiorilli 1912: 420-36).

Il terzo autografo menzionato nella deposizione del Malavolti, il «liber de epistolis», è stato identificato da Eugenio Dupré Theseider (1932) nel manoscritto Wien, ÖN, Pal. 3514, che conserva il testo di 221 lettere di Caterina. Sono due le prove che portano a riconoscere il «liber de epistolis» nel codice viennese, siglato Mo e datato alla fine del secolo XIV: la prima è costituita dalla nota presente sul recto della attuale quarta carta di guardia anteriore, pergamenacea e risalente alla rilegatura originaria: «Iste lib(er) [est] mon(asterii) Mo(n)tis Oliveti de Haccona». La seconda è la sottoscrizione che si legge sul verso della stessa carta (che, insieme alla prima guardia posteriore, anch’essa pergamenacea, dovette costituire, «almeno per un certo tempo, la coperta del volume», Frosini 2006: 100): «Io Neri di Landoccio voglio che questo libro sia| doppo la mia vita del monasterio di S(an)c(t)a Maria | di Monte Oliveto, el quale è presso al castello di | [Chiu]sure del contado di Siena. (E) questo è la mia | ultima volontà (e) testamento quanto a[d] questo | libro». Questa seconda nota rappresenta l’unica testimonianza certa della scrittura di Neri: l’importanza del documento non ha però avviato l’auspicabile revisione dei criteri attributivi dell’intero corpus delle carte pagliaresiane, fino al ritrovamento di Mo basati sulla problematica sottoscrizione del cod. T iii 3 della Comunale di Siena (vd. infra). Di qui l’urgenza e il peso decisivo del nuovo esame paleografico condotto per questa scheda da Gabriella Pomaro a partire dalla nota di Mo. Nessun dubbio invece sul rilievo del codice per gli studi cateriniani: esaminato a piú riprese da Dupré Theseider (1932, 1933, 1940), che lo pose alla base del primo volume (e unico pubblicato, nel 1940) della nuova edizione dell’epistolario da lui curata, Mo è considerato il principale testimone di una delle tre grandi collezioni delle lettere di Caterina, «che si sarebbero fissate attraverso filtri e intermediari e raccolte parziali in un arco di tempo ipotizzato […] fra il 1380 e i primissimi anni del Quattrocento» (Frosini 2006: 93, e vd. Dupré Theseider 1940: xxiii-lvi; Fawtier 1921-1930: ii 81-108).

Una di queste raccolte parziali è stata individuata nelle 22 lettere conservate nel cod. BNCF, Magl. XXXViii 130 (olim Strozzi IV 249), siglato F4 (→ 1): sono attribuite alla mano di Neri le attuali cc. 1-55r; di mani successive invece le poesie religiose da c. 55v alla fine. La parte non attribuibile al Pagliaresi è da considerare, sulla base anche del nuovo esame condotto da Gabriella Pomaro, come aggiunta o ampliamento non codicologicamente differenziabile rispetto alla sezione che si conclude a c. 55r. Le lettere trascritte in questa prima parte sono, a eccezione di una, indirizzate a destinatari con cui Neri ebbe o poté avere rapporti diretti e presso i quali facilmente, dopo la morte di Caterina, poté ottenere copia delle missive originali. Precede le lettere una raccolta di rime di argomento religioso: tra queste, pubblicate da Giorgio Varanini col titolo di Rime sacre (vd. Pagliaresi 1970), sono concordemente assegnati a Neri, in qualità di autore, il poemetto in ottave Istoria di Sancta Eufrosina e la lauda Su al cielo è ritornata, entrambi adespoti. Le carte dedicate alle rime rappresentano inoltre una testimonianza interessante della particolare sensibilità musicale e artistica del Pagliaresi che, raccogliendo i componimenti, indicò il rinvio a ben 15 incipit di poesie profane le cui musiche potevano essere «utilizzate per intonare altrettante laudi; alcune di queste sono presenti anche nelle fonti scritte, musicali e letterarie» (Ziino 1998: 516). Questi dati hanno contribuito ad assegnare al codice il «carattere di libro privato di Neri, nel quale il pio personaggio trascrive in ordine perfetto e in buona grafia scritture sue e non sue che gli sembra opportuno tenere sotto mano» (Varanini in Pagliaresi 1970: 13). Il fatto poi che tutte le lettere di F4 siano presenti anche in Mo, e in particolare 16 di queste si trovino nella identica successione in entrambi i codici, induce a considerare F4 come una raccolta di materiali preparati per una circolazione ristretta tra un gruppo di amici, dato che potrebbe documentare «una fase importantissima di raccordo tra gli originali e le grandi sillogi, fase della quale finora non s’è trovata quasi nessun’altra traccia» (Leonardi 2006: 78). In realtà i rapporti tra i due manoscritti non sono cosí lineari: alcuni dati, quali le differenze negli interventi correttori e la «presenza o meno delle parti di disposizioni e saluti personali alla fine delle lettere», verificano la sostanziale indipendenza del testo delle lettere di F4 rispetto a Mo (Frosini 2006: 121 sgg.). Diverse probabilmente anche le vicende della trasmissione dei due codici in quanto, a differenza di Mo, F4 non reca traccia di nota di possesso olivetana: secondo Gabriella Pomaro questo dato, considerata l’attenta prassi biblioteconomica di Monte Oliveto, porrebbe di per sé forti ipoteche sull’effettivo lascito del manoscritto alla biblioteca del monastero senese; rimarrebbero perciò da appurare i passaggi che portarono le carte dell’attuale Magliabechiano alla biblioteca di Carlo Strozzi, al quale probabilmente si deve l’assemblamento dei due fascicoli originari in codice unico.

Ancora da chiarire, infine, anche la tradizione del manoscritto Oxford, BodL, Canon. it. 53 (→ 2), che reca una versione in ottava rima della fortunata leggenda di Barlaam e Iosafas (Frosini 1996: 60; Pagliaresi 1965). La paternità del testo fu riconosciuta a Neri (e ora confermata paleograficamente dal confronto con la grafia della nota di dono di Mo) sulla base di una nota di altra mano, apposta a fine dell’attuale c. 72v, sotto l’explicit del poemetto: «Questa legie(n)da compose Neri di Landoccio Palglia|resi da Ssiena i(n) rima et p(er) sengniale di ciò vede|te e’ capoversi delle stanze e cominciate | i(n)detro alle carte 83 dove dicie: Nel fine Si|ngnior mio di questa storia; e ragunate | tutte le letere de’ capoversi insino a que|sta faccia et troverete el sopradetto nome». La composizione dell’acrostico dalla prima strofa della xiv pars dà la frase: «Neri di Landoccio Palgliaresi compose questa leggenda in rima».

Anche per questo manoscritto, come per F4 e per Mo, l’attribuzione alla mano di Neri si è basata sul confronto con la grafia della carta a p. 131 del cod. T iii 3 della Comunale di Siena (→ 3), incollata, come tutti gli originali raccolti nel codice, su un foglio piú grande, traforato; il frammento visibile del verso (dove in genere era indicato l’indirizzo del destinatario), paginato 132, permette di leggere la dicitura: «Stefano di Co», da integrare «Co[rrado]» (Maconi). Il codice fu assemblato nel 1810 da Luigi De Angelis, che dichiarò (al principio del volume, pp. 1-4) di aver ritrovato le carte nel convento senese di S. Domenico. Il testo a p. 131 è uno degli otto originali superstiti delle lettere dettate da Caterina, altri quattro dei quali si trovano nello stesso cod. T iii 3, tutti indirizzati a Stefano Maconi: presente nelle edizioni a stampa dell’epistolario fin dalla aldina del 1500 (vd. Fawtier 1921-1930: ii 76 e Zaggia 2006), soltanto a partire da quella a cura del Tommaseo (1860) la lettera compare corredata dalla sottoscrizione presente nell’originale: «Io Neri del Quattrino che ti sai ti prego che mi racoma(n)di a don [Ge]ronimo de’ f(ra)ti della Rosa | ma non pugnare quanto a frate Symone». Nessun dubbio per il curatore che l’estensore del testo, che si nomina Neri del Quattrino, e il Pagliaresi siano la stessa persona, benché la presenza di una delle non frequenti note di commento riveli un certo imbarazzo nel motivare il soprannome: «Il Pagliaresi non aveva, che si sappia, questo soprannome di casato o della proprio persona. Sarà dunque un titolo d’umiltà ch’egli impone a se stesso, com’usa Stefano Maconi, che dice sé poverello d’ogni virtú» (Tommaseo in Caterina 1860: iv 254, num. 298).

La coincidenza tra i due personaggi costituisce la cellula originaria da cui ha preso corpo via via, negli studi primonovecenteschi, la figura del Pagliaresi copista e autore. Le ricerche da me condotte per accertare positivamente questa coincidenza a livello storico-documentario non hanno sortito esito. Il nome composto o soprannome o patronimico Neri del Quattrino, come lo si voglia intendere, compare solo in questo luogo: non ve n’è traccia in altre carte attribuite al Pagliaresi, né in altri testimoni dell’epistolario (anche se purtroppo la maggior parte degli originali, come si è detto, è perduta, e in genere disposizioni finali, saluti ed eventuali sottoscrizioni non figurano negli apografi o nelle copie successive), né nelle Fontes cateriniane, né, allargando il campo della ricerca, nelle Cronache senesi (1936-1937: ho esaminato gli anni dal 1352 al 1410). Un Neri del Quattrino non compare tra gli “allirati” senesi del 1384 (Siena, Archivio di Stato, Lira 19, 20, 21: è l’elenco dei contribuenti, completo per tutti e tre i terzi della città, piú prossimo al 1378, data indicativa della stesura della lettera num. 298), né figura nei registri della gabella dei contratti, formidabile strumento per la conoscenza della vita sociale, civile e economica della città e del suo territorio, dove pure compaiono sia Neri sia il padre Landoccio (43 codici conservati per il periodo dal 1370 al 1392: Siena, Archivio di Stato, Gabella dei contratti, da 80 a 123); tanto in questi registri quanto in altri documenti conservati nell’Archivio di Stato di Siena (serie Concistoro e serie Diplomatico Archivio generale dei contratti), il nome di Neri non figura accompagnato da alcun soprannome. Aggiungo che nei codici della Gabella, che offrono una documentazione ricchissima dal punto di vista onomastico, i numerosissimi soprannomi (registrati con la formula vocatus…) sono esclusivamente riferiti a persone del popolo, mai a membri di famiglie del patriziato cittadino.

Le prove in absentia derivate dalla ricerca archivistica conducono dunque nella direzione indicata dalla nota del Tommaseo: a favore della ipotesi di un appellativo estemporaneo formulato dal Pagliaresi stesso si possono portare alcuni altri dati. In primo luogo il destinatario della lettera, Stefano Maconi, intimo amico di Neri; poi il contesto della sottoscrizione, senz’altro allusivo («che ti sai»), familiare (“frati della Rosa” erano detti colloquialmente i monaci Camaldolesi residenti in un eremo fuori Porta Tufi, chiamato Badia della Rosa per la vicinanza di un grande rosaio) e scherzoso (cosí almeno è interpretata dal Tommaseo l’espressione «non pugnare», che starebbe per «non ti brigare di raccomandarmi»). Da ultimo, l’esito del confronto con la grafia della nota di dono di Mo non lascia adito a dubbi sull’attribuzione della lettera alla mano del Pagliaresi.

Non sono pochi però i problemi che rimangono aperti, poiché la questione degli autografi di Neri, come già ricordato, è legata a filo doppio con «il problema critico» dell’epistolario di Caterina, che non si può in questa sede neppur tentare di riassumere, e con il decisivo periodo – un trentennio circa – nel quale avvenne il passaggio dagli originali delle lettere alle prime grandi raccolte, con il ruolo in esso giocato dalla cancelleria cateriniana e la parte avuta invece da una cerchia allargata di devoti, segretari e amanuensi in diversi centri dell’Italia settentrionale e della Toscana. In particolare riguardo al codice T iii 3 occorre tener presente che una parte cospicua delle carte trecentesche rinvenute dal De Angelis si trovava in San Domenico in realtà da non molti anni, forse da non prima del 1785, anno in cui venne temporaneamente soppressa la Compagnia di S. Maria della Scala sotto le volte dell’Ospedale, o Compagnia dei Disciplinati, nei cui archivi è certo che ancora nel 1745 esse fossero conservate (vd. Grottanelli 1868: xxv-xxvi; Manetti-Savino 1990 con ampia bibliografia, Catoni 2010: 9-25).

Tra queste carte, oltre a un buon numero di lettere indirizzate a Neri – e che dunque presumibilmente erano in suo possesso al momento della morte, avvenuta proprio nell’Ospedale di S. Maria della Scala – si trova anche uno scritto di un certo Luca di Benvenuto da Munistero (attuale p. 195 del codice senese: vd. Caterina 1860: vi 134-36, num. 46), con molta probabilità una copia, che narra con toni commossi la morte del Pagliaresi. Gli stretti rapporti che Caterina e alcuni membri della sua cerchia, tra i quali il Pagliaresi, il Maconi e il Guidini, intrattennero con il sodalizio – al quale appartenne anche il senese Bernardo Tolomei, fondatore del monastero di Monte Oliveto – hanno condotto Fawtier (1921-1930: ii 17) a ipotizzare l’esistenza di una «succession de Neri», operante in seno alla Compagnia dei Disciplinati o in qualche modo a essa collegata: un gruppo di persone amiche o devote che si sarebbero assunte l’incarico di custodire e trasmettere le carte sciolte di proprietà o relative al Pagliaresi, poi confluite nel T iii 3. Ma la sollecitudine di questi pii personaggi verso l’eredità pagliaresiana potrebbe non essersi limitata a una trasmissione passiva. L’esame paleografico ultimamente condotto sul cod. T iii 3 ha rilevato una sorprendente somiglianza tra la mano che scrive la lettera a p. 195 e quella che sottoscrive la carta a p. 131, con lievi differenze soltanto nell’aspetto esecutivo.

Quest’ultimo dato addensa nuovi interrogativi sul già complesso intreccio di relazioni che legano il personaggio storico di Neri alle carte che gli sono attribuite: occorreranno, per tentare di formulare risposte, una indagine a ampio raggio che contempli lo spoglio sistematico, già auspicato dal Fawtier (1921-1930: ii 17), dell’archivio della Compagnia (ora Società di esecutori di pie disposizioni), nonché complete ispezioni codicologiche, che insieme introducano a un riesame complessivo delle vicende documentarie, grafiche, testuali legate alla trasmissione delle opere di Caterina.



Bibliografia
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Caterina 1860 = [Caterina da Siena,] Le lettere di S. Caterina da Siena ridotte a miglior lezione, e in ordine nuovo disposte con note di Niccolò Tommaseo, Firenze, G. Bàrbera, 6 voll. (rist. a cura di Piero Misciattelli, ivi, id., 1970, 6 voll., da cui si cita).
Caterina 2006 = Dire ineffabile. Caterina da Siena e il linguaggio della mistica. Atti del Convegno di Siena, 13-14 novembre 2003, a cura di Lino Leonardi e Pietro Trifone, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo.
Catoni 2010 = Giuliano C., L’archivio della Società di esecutori di pie disposizioni di Siena. Inventario, Siena, Amministrazione provinciale.
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Frosini 1996 = Giovanna F., Il principe e l’eremita. Sulla tradizione dei testi italiani della storia di ‘Barlaam e Iosafas’, in «Studi medievali», s. iii, xxxvii, 1 pp. 1-63.
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Gennaro 1999 = Clara G., Giovanni Dalle Celle e i Fraticelli, in «Rivista di storia e letteratura religiosa», xxxv, 2 pp. 31-69.
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Processo 1942 = Fontes Vitae sanctae Catharinae senensis historici, vol. ix. Il processo castellano, edidit Marie-Hyachinte Laurent, Milano, Fratelli Bocca.
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Walsh 1989 = Katherina W., Della Vigna, Raimondo, in DBI, xxxvii, pp. 784-89.
Zaggia 2006 = Massimo Z., Varia fortuna editoriale delle lettere di Caterina da Siena, in Caterina 2006, pp. 127-87.
Ziino 1998 = Agostino Z., Rime per musica e per danza, in Storia della letteratura italiana, diretta da Enrico Malato, vol. ii. Il Trecento, Roma, Salerno Editrice, pp. 455-519.

* Ringrazio Patrizia Cancian per l’aiuto nella trascrizione di un documento; Giuliano Catoni, Paolo Nardi, Gabriella Piccinni per le indicazioni sulle ricerche d’archivio; Giovanna Frosini per il tempo e l’attenzione dedicati a orientare e a seguire questo lavoro.

Nota paleografica

La scrittura di N.P. è affidata in modo certo alle sei linee autografe della nota di dono a Monte Oliveto dell’attuale ms. Wien, Pal. 3514 (tavv. 5-7). Ci troviamo di fronte ad una scrittura bastarda su base libraria, semplificata, dal tratteggio tendenzialmente disarticolato, eseguita con penna tagliata larga e tenuta rigidamente, dunque senza alcun chiaroscuro. Il tessuto grafico non offre materiale di grande rilievo in quanto c’è abbondanza di lettere scarsamente utili (i, l, m, n, o), e tuttavia possiamo cogliere la peculiarità di una e tonda, larga, dalla testa decisamente sviluppata, una g aperta, una t che inizia con un chiaro attacco curvo a sinistra e una leggera inclinazione generale verso sinistra; per buona fortuna abbiamo anche un paio di (et) tachigrafiche.

Una scrittura di qualità modesta, fors’anche perché occasionale, ma che comunque denuncia in chi scrive un’abitudine all’esercizio grafico – nelle due fluide maiuscole «Io Neri di landoccio» – e la conoscenza di un elemento fondamentale del sistema grafico moderno, il nesso delle curve contrapposte, che è sempre osservato: «Landoccio, che, doppo…».

Il testo del codice viennese (in base alle due illustrazioni offerte da Dupré-Theseider; il ms. pare però corpus complesso e composito) è invece affidato ad altra tipologia grafica: questa volta siamo di fronte ad una bastarda su base notarile. La definizione non deve risultare fuorviante; nel complesso mondo delle bastarde italiane coesistono diversi filoni di scritture, con matrici cronologicamente e socialmente diverse: la bastarda su base notarile, che è forse l’esecuzione piú diffusa nel libro volgare trecentesco, si alimenta di esiti – in particolare i raddoppiamenti delle aste di d, l, h a triangolo e la g non testuale ma chiusa ed enfatizzata oppure aperta – depositatesi lungo il Trecento un po’ dappertutto e a qualsiasi livello sul territorio nazionale grazie alla centralità (sia professionale che culturale) del ceto notarile. Si tratta, nello specifico, di una scrittura piuttosto modesta; scarsa la preparazione tecnica (la penna è tagliata sottile, tenuta rigidamente, con poco peso); oltre ai raddoppiamenti sopra citati è forte la presenza di ductus peculiari, come ad es. quello della e (con testa molto presente, tonda, in due o tre tempi, che a volte lega, se ne è seguita, con l), della g (tre tempi: il primo, una sorta di 3, costruisce la metà di destra del grafema, il secondo chiude la testa, il terzo è il tratto aperto – vergato da sinistra verso destra – di quanto resta dell’ansa inferiore), della t che attacca con una leggera curva a sinistra; anche l’uso della r tonda all’interno di parola in bilanciata compresenza con la caratteristica r diritta dal secondo tratto molto morbido e discendente è elemento significativo. Come si può capire sono le lettere-guida che prospettano la possibilità di unificare copista e possessore del manoscritto sotto l’unico nome di N.P.

L’allineamento è buono, il sistema compendiario – pur se di bassa frequenza, come di regola nel mondo volgare – è correttamente usato; possiamo notare in Pal. 3514, c. 139r, il corretto uso compendiario del ventaglio lessicale di tipo devozionale: Iesus, (Ch)ristus, a(n)i(m)a e la differenziazione tra titulus generico e specifico: v(er)bo, k(ariss)imi. Anche qui, come già osservato nella nota di dono, chi scrive vuole da un lato aggiungere un livello di posatezza “librario” – e per questo i singoli grafemi sono sempre staccati, le esecuzioni sono standardizzate, i raddoppiamenti alle aste sono in piú tempi – dall’altro rivela una certa conoscenza dei criteri di allestimento di un libro: lascia lo spazio per le iniziali che poi (certo da lui stesso) verranno completate e verga con abitudinaria competenza le maiuscole dei capoversi, che poi verranno toccate di rosso.

Se troppo limitato è il materiale a disposizione nel caso del ms. “princeps” ai fini attributivi, ci soccorre un testimone analizzato de visu; il ms. BNCF, Magl. XXXViii 130 (tavv. 1 e 2). Il codice, composito, unisce due sezioni per chiari indizi grafici e codicologici all’origine indipendenti: la prima tutta della mano che abbiamo visto nel testo del testimone viennese e qualificato come bastarda su base notarile, la seconda pure ma con la prosecuzione di altre mani.

Qui nel complesso la scrittura sembra di qualità migliore, piú rattenuta, regolare e sicura che nel testimone viennese. Le lettere-guida g, e, t, il segno (et) non lasciano dubbi sul fatto che ci si trovi di fronte alla stessa mano, ma la posatezza è ancora maggiore e molto spesso, specie nell’accostamento po, abbiamo il nesso delle curve contrapposte. È ancora da notare che le cc. 35r-55r offrono un testo cateriniano scritto evidentemente in un secondo tempo (e infatti i capoversi non sono toccati di giallo) ma sempre dal nostro, che qui fa uso di una bastarda su base libraria del tutto affiancabile alla nota di dono del ms. viennese.

Indubbiamente alla stessa mano si deve il Barlaam del ms. Oxford, BodL, Canon. it. 53 (tav. 3), che – esaminato su riproduzione completa – prova ulteriormente la competenza del P.: capoversi emarginati in linea di doppia giustificazione nel solito alfabeto maiuscolo di fluida esecuzione (purtroppo, e forse significativamente, è rimasta in bianco la N che doveva iniziare il suo acronimo), richiami, titolo corrente.

Impossibile non far rientrare in questo insieme la lettera sottoscritta da «Neri del Quattrino» alle pp. 131-32 del cod. Siena, BCo, T iii 3 (tav. 4): si rilevano le stesse lettere-guida, lo stesso utilizzo competente e singolare dell’alfabeto maiuscolo (cfr. nella lettera senese, r. 20 «Di a petro» e in Oxford, c. 2v: «Ditemi savi»).

Direi che sulla reductio ad unum delle due mani non rimangono, a mio parere, dubbi; rimane invece da riprendere un approfondimento della ricerca su eventuali collaborazioni nel codice viennese; e anche per chiarire come mai chi copia la lettera di Luca di Benvenuto da Munistero (alla p. 195 del cod. T iii 3) scriva in modo cosí simile al nostro da far pensare che oltre all’eredità spirituale egli abbia anche lasciato un’eredità grafica.

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXXVIII 130
  2. Oxford, Bodleian Library, Canon. it. 53
  3. Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, T III 3
  4. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Pal. 3514

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 8 gennaio 2026 | Cita questa scheda