Alberto della Piagentina
Firenze ultimo quarto del sec. XIII–Venezia 1332 ca.
Presentazione
Le poche notizie relative ad Alberto della Piagentina si ricavano dagli atti da lui rogati nell’esercizio della sua professione notarile e da quanto si legge in un sonetto biografico che in due testimoni accompagna il suo volgarizzamento del De consolatione philosophiae di Boezio. Nato probabilmente a Firenze nell’ultimo quarto del secolo XIII, ereditò il mestiere di notaio dal padre, quel ser Guglielmo di Gherardo della Piagentina, del quale è bene documentata l’attività, che nel 1301, pochi mesi prima che il poeta fosse colpito dall’esilio, collaborò con Dante Alighieri nel sovrintendere i lavori di raddrizzamento e allargamento della via di San Procolo, che dal borgo della Piagentina portava all’Affrico. La documentazione superstite consente di verificare che la famiglia di ser Alberto abitò nella contrada detta Piagentina, che si stendeva da Sant’Ambrogio fin di fianco a Santa Croce e oltre, e che il notaio esercitò la sua professione a Firenze per tutto il terzo decennio del Trecento. Nel luglio del 1330 ser Alberto si trovava a Venezia, come testimonia un documento autografo «actum Venetiis in Rivo Alto» (Firenze, ASFi, Diplomatico, Normali, Gondi (dono), 7 luglio 1330: cfr. Azzetta 2009: 76-79). La notizia del soggiorno nella città lagunare e l’assenza di altri documenti che attestino un ritorno del notaio a Firenze sembrano non opporsi a quanto si legge nel sonetto biografico Io sono Alberto della Piasentina, secondo il quale Alberto avrebbe compiuto nel 1332 la traduzione del prosimetro boeziano, chiosandone anche i primi libri, e quindi sarebbe morto in carcere a Venezia, ricevendo sepoltura nella chiesa dei frati Eremitani, cioè nella chiesa di Santo Stefano; la data di morte è comunemente indicata appunto intorno al 1332 (Marti 1960: 747; Azzetta 2009: 65-67). Tuttavia, la ricostruzione di un profilo biografico di ser Alberto, che ancora attende di essere realizzata, dovrà verificare la bontà di queste informazioni; soprattutto andrà vagliata con attenzione l’informazione, al momento ignorata dalla critica e non suffragata da parte del proponente da alcun supporto documentario, che ser Alberto morì intorno al 1339 lasciando una figlia di nome Filippa (Milanesi 1869: 5).
A partire dal secolo XVII e ancora fino agli anni Settanta del Novecento ser Alberto fu erroneamente ritenuto autore del volgarizzamento delle Eroidi ovidiane, la cui paternità spetta invece a Filippo Ceffi (Zaggia in Ovidio 2009: 102-3); quindi fu indicato quale autore di due canzoni sulla scorta di quanto si legge nel manoscritto vergato da Antonio Pucci (Firenze, BRic, 1050, cc. 64v e 67v): Quanto parlando al mondo, in realtà seconda strofa della canzone di Bindo Bonichi Del tempo l’uom passato (Bettarini Bruni 1978: 192); e Patrïa degna di trïunfal fama (Breschi 1978), canzone di ispirazione dantesca (a Dante infatti fu a torto assegnata) la cui attribuzione ad Alberto non è forse inverosimile. Indubitabile invece è che Alberto della Piagentina sia l’autore di un fortunato volgarizzamento del De consolatione philosophiae di Boezio, oggi attestato in oltre quaranta testimoni, parte dei quali tramandano anche un corredo di glosse esplicative in volgare che è probabile risalga anch’esso al notaio fiorentino (Boezio 1929; per la storia della tradizione: Favero 2006 e 2007). La versione di Alberto risulta notabile per motivi diversi. Innanzitutto tra i molti volgarizzatori due-trecenteschi del De consolatione, Alberto è l’unico a rispettare la struttura originaria del testo nella sua alternanza tra prosa e verso, scegliendo per la resa dei metri boeziani la terzina dantesca, di cui colse la versatilità e il cui impiego costituisce la prima attestazione della fortuna al di fuori della cerchia dei commentatori della Commedia; il volgarizzamento d’altra parte mostra chiaramente di quali letture si sia nutrito il suo autore: la Bibbia, le Epistulae morales di Seneca, l’Exposicio super Boecio ‘De consolacione’ di Nicolas Trevet; in ambito volgare è fondamentale la conoscenza matura e assidua di molte opere dell’Alighieri: la Commedia, le Rime, il rarissimo Convivio (Ricklin 1997: 274-76; Brancato 2000: 235-70; Azzetta 2009: 67-76). A fronte di queste letture, parte di una più ampia biblioteca frequentata da ser Alberto, l’identificazione di alcuni suoi autografi, benché tutti di natura documentaria, rende probabile l’ipotesi che in futuro possano emergere codici da lui posseduti o postillati a tutt’oggi non ancora individuati.
Bibliografia
Azzetta 2009 = Luca A., Tra i piú antichi lettori del ‘Convivio’: ser Alberto della Piagentina notaio e cultore di Dante, in «Rivista di studi danteschi», ix, pp. 57-91.
Bettarini Bruni 1978 = Anna B. B., Notizia di un autografo di Antonio Pucci, in «Studi di filologia italiana», xxxvi, 187-95.
Boezio 1929 = Il Boezio e l’Arrighetto nelle versioni del Trecento, intr. e note di Salvatore Battaglia, Torino, Utet.
Brancato 2000 = Dario B., Appunti linguistici sul ‘Boezio’ di Alberto della Piagentina, in «Atti della Accademia Peloritana dei Pericolanti. Classe di Lettere, Filosofia e Belle Arti», lxxvi, pp. 127-276.
Breschi 1978 = Giancarlo B., «La canzone d’un guelfo bianco», in Testi e interpretazioni. Studi del seminario di filologia romanza dell’Università di Firenze, Milano-Napoli, Ricciardi, pp. 257-88.
Favero 2006 = Alessandra F., La tradizione manoscritta del volgarizzamento di Alberto della Piagentina del ‘De consolatione philosophiae’ di Boezio, in «Studi e problemi di critica testuale», lxxiii, pp. 61-115.
Favero 2007 = Ead., Possibili varianti redazionali nel prologo del volgarizzamento di Alberto della Piagentina del ‘De consolatione philosophiae’ di Boezio, in «Critica del testo», x, 2 pp. 169-86.
Marti 1960 = Mario M., Alberto della Piagentina, in DBI, vol. i pp. 747-48.
Milanesi 1869 = Gaetano M., Documento inedito e sconosciuto che riguarda Dante Alighieri, in «Archivio Storico Italiano», s. iii, ix, pp. 3-9.
Ovidio 2009 = Ovidio, Heroides. Volgarizzamento fiorentino trecentesco di Filippo Ceffi, vol. i. Introduzione, testo secondo l’autografo e glossario, a cura di Massimo Zaggia, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo.
Ricklin 1997 = Thomas R., «… Quello non conosciuto da molti libro di Boezio ». Hinweise zur ‘Consolatio philosophiae’ in Norditalien, in Boethius in the Middle Ages. Latin and Vernacular Traditions of the ‘Consolatio philosophiae’, edited by Maarten J.F.M. Hoenen and Lodi Nauta, Leiden-New York-Köln, Brill, pp. 267-86.
Nota paleografica
La cultura grafica di A. della P. è nota soltanto attraverso la sua scrittura professionale, attestata da quattro documenti da lui stesso rogati e redatti in mundum nel corso del terzo decennio del Trecento. Nelle quattro realizzazioni la scrittura di A. non presenta sostanziali alterazioni, è coerente con la tradizione grafica notarile del tempo ed ha piena competenza di tutti i mezzi espressivi della littera cursiva, sul piano delle strutture grafiche così come su quello dell’esecuzione. Testimoniano tale competenza la ricchezza del repertorio grafico, che ammette più varianti per la stessa lettera, spesso realizzate currenti calamo; la capacità di organizzare con sicurezza i rapporti tra lettere in successione in catena grafica mediante un’ampia gamma di legature, tracciate sia dall’alto, con movimento destrogiro, sia dal basso, con movimento sinistrogiro; la realizzazione (com’è normale aspettarsi nelle scritture documentarie rapide e legate) di un numero ridotto di nessi di curve contrapposte (in particolare do e de). Sul piano dell’esecuzione e dello stile, la corsiva di A. è tracciata velocemente e senza particolari attenzioni calligrafiche, tanto che la forma di molte lettere è semplificata e in alcuni casi appare come schiacciata sulla base di scrittura. Consentono di precisare il profilo paleografico di A. alcuni fatti relativi alle lettere dotate di aste e alla forma di altri segni. Le lettere con aste sono sempre tracciate secondo quelle forme che nella tradizione dei notai fiorentini sono attestate a partire dagli anni Ottanta del Duecento e che gradualmente diventano prevalenti nel corso dei primi Trenta-Quaranta anni del Trecento: nelle aste inferiori si possono osservare sia le forme di f, s, p e q ampiamente allungate sotto il rigo e spesso provviste di una inchiostratura nella parte superiore dell’asta, che produce un effetto di rastrematura, sia la forma stretta e appuntita degli occhielli di f e s (un po’ più tozza e arrotondata nella p), che trae origine dall’esecuzione currenti calamo delle lettere; le aste superiori sono pressoché sempre dotate di occhielli, frutto della legatura fra i tratti costitutivi delle singole lettere, che si estendono in larghezza per un’ampiezza pari al corpo della lettera, più raramente a quella di due lettere, e che possono avere forma arrotondata o triangolare (quest’ultima ricorre regolarmente nei gruppi ll e lb). Tra gli altri segni caratteristici della scrittura di A., si segnalano: la presenza di alcune a di morfologia corsiva il cui primo tratto è tracciato dal basso verso l’alto; sempre riguardo alla lettera a, l’esecuzione che talvolta caratterizza l’ultimo tratto della lettera, prolungato verso destra e sospeso rispetto al rigo, con andamento quasi orizzontale; la morfologia di numerose e, il cui primo tratto è come adagiato sulla base di scrittura, il secondo tracciato verticalmente e il terzo prolungato in orizzontale; la regolare presenza di varietà di g dalla sezione inferiore aperta e che tende a risalire verso l’alto (più rara la soluzione con “coda”); la presenza, benché non regolare di una forma di l di morfologia simile a quella maiuscola, il cui ultimo tratto è vistosamente prolungato in orizzontale e sospeso rispetto al rigo di base; l’inversione del ductus di alcune s, tracciate dall’alto, in un tempo solo e dall’asta leggermente incurvata a destra e desinente con un piccolo uncino. Le forme appena descritte non sono utili soltanto al riconoscimento della mano di A., ma consentono anche di collocare la sua educazione grafica negli ultimi dieci-quindici anni del XIII secolo: esse sono infatti ampiamente diffuse presso i notai fiorentini la cui prima attestazione grafica si colloca nell’ultimo decennio del Duecento. Altri elementi utili all’identificazione della mano del nostro scrittore sono: la presenza di alcune r dall’ultimo tratto prolungato in orizzontale e di altre in cui la lettera assume una forma simile a una v, in cui cioè il tracciato currenti calamo produce la divaricazione dei tratti; la compresenza di due forme per la v iniziale, una il cui primo tratto è ampiamente incurvato a sinistra e il secondo ripiegato sul primo; l’altra il cui primo tratto è dotato di un ampio occhiello dislocato a destra, sopra il corpo della lettera; la forma caratteristica della cauda di ç, costituita da un piccolo tratto rettilineo discendente sotto il rigo con un’inclinazione di circa 45°, che prosegue verso destra, con andamento orizzontale, per poi protendersi in verticale incurvandosi verso destra; la A maiuscola in due tratti realizzati in due tempi, di cui il primo discende sotto il rigo, mentre il secondo attacca con un ampio tratto curvo e poi termina sulla base di scrittura incurvandosi a destra.
Censimento
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Gondi (dono), 7 luglio 1330
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Menozzi (acquisto), gennaio 1321 (= 1322)
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Pistoia, Comune (e S. Iacopo, opere), 17 febbraio 1322 (= 1323)
- Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Prato, Misericordia e Dolce (ospedali), 28 marzo 1324
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 27 ottobre 2025 | Cita questa scheda