Di Ricco, Mazzeo
ante 1252–post 1260
Presentazione
Il nome del poeta della Scuola di Federico II di Svevia e la cronologia dalla sua attività letteraria sono stati oggetto di diversa discussione. Almeno la prima delle due questioni appare ora delimitata con maggiore limpidezza grazie ai documenti recentemente resi noti e meglio di quanto la critica non avesse fatto in tre secoli di ardita speculazione: se si era infatti giunti, in prima battuta, persino a mettere in dubbio il nome della famiglia del poeta («de Riso» per Torraca 1894: 464, «Di Riccio» o «Rizzo» per Scandone 1900: 27), le sottoscrizioni autografe, tutte concordi, autorizzano senza esitazioni la forma «di Ricco». Tale forma, ora dimostrata dall’evidenza documentaria, era stata già prudentemente suggerita dallo Zenatti che aveva indicato a Messina la presenza di una famiglia “di Ricco” (Zenatti 1895: 24), ma, a ben vedere, era anche garantita nei testi da una rima della canzone che Guittone d’Arezzo inviò, in data imprecisata, al siciliano: «Poi Mazeo di Rico, / ch’è di fin pregio rico, / mi saluta, mi spia» (Amor tanto altamente, vv. 89-91: cfr. Guittone 1940: 89).
I documenti autografi soccorrono anche circa la professione esercitata dal poeta: la qualifica di «notarius» ricorre infatti sia nella carta pisana (Pisa, Archivio Arcivescovile, Luoghi vari 97; tav. 1) sia in una delle carte palermitane (Palermo, Archivio di Stato, Tabulario S. Maria di Malfinò 55 [A]: tav. 2); anzi nel primo documento, integralmente autografo, se ne esplicita chiaramente àmbito e localizzazione: «Matheus de Ricco Regius puplicus Messane notarius». L’escatocollo contiene oltre alla firma del rogatario, il notaio Mazzeo, quella del giudice e di tre testimoni: l’atto è dunque conforme alle norme federiciane secondo le quali «il notaio non era investito di una piena facoltà certificatrice bensì ne condivideva la responsabilità con il giudice, che per tale ragione venne indicato come “giudice ai contratti”. In base alla norma De fide instrumentorum (i 82), infatti, il documento privato doveva recare obbligatoriamente la sottoscrizione del giudice, del notaio e inoltre quelle di due o tre testimoni […] i testes dovevano essere “bone et probate fidei” e, se possibile, “scientes litteras”» (Caravale 1994: 340). La forma del documento è corretta, costruita secondo il latino formulare tipico di tali contratti. La datazione è secondo lo stile dell’incarnazione. Quanto alla forma del nome proprio è da sottolineare che qui, come negli altri autografi essa sia sempre «Mattheus / Matheus» e che la forma universalmente promossa, «Mazzeo», è di fatto propria alle sole rubriche del ms. Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3793 (cfr. ad es. «Mazeo di rico dimessina», c. 23v) anche se – almeno nel ms. Firenze, BML, Redi 9 (l’unico a premettere al nome, in un’occorrenza, il titolo di «messer») – è attestata la forma «Matteo» («Matheo derricco damessina», c. 77r).
Appartenente con più verisimiglianza alla cosiddetta seconda generazione poetica – la forbice cronologica testimoniata dai documenti conduce al periodo successivo alla morte dell’imperatore, ma ciò di fatto non dimostra che l’attività poetica non possa essere ad essi anche antecedente – Mazzeo appartenne con probabilità al circolo messinese: in effetti la documentazione lo dimostra in stretto contatto con personaggi isolani (Guido delle Colonne, anzitutti), ma con significativi legami anche con la Toscana. Le notizie che si ricavano dall’atto da lui rogato nell’esercizio della sua professione notarile (e da quelli da lui sottoscritti) risultano in tal senso determinanti per la ricostruzione dei luoghi in cui svolse la sua attività: nella carta pisana egli interviene come notaio e dinnanzi a lui e al giudice «Perronus Guercius» compare il fiorentino Giovanni di Aldobrandino Gualtelli per cedere a suo fratello Baldo – un fiorentino trapiantato in Sicilia, a Messina – la sesta parte di una casa sita a Firenze nella cerchia delle mura antiche. Val la pena sottolineare che il giudice era forse un esponente della famiglia pisana dei Guerci, commercianti attivi anche nell’Oriente crociato, ma soprattutto che lo stesso giudice «Perronus» compare fra i testimoni di un altro documento, rogato sempre a Messina l’11 ottobre 1257, ove appone la sua firma autografa, fra gli altri, anche il poeta siciliano Guido delle Colonne (Brunetti 2008a: 116).
Tale circolo ristretto di uomini, ciascuno compreso nella sua funzione civile ma anche legato alla corte sveva e alla poesia siciliana, è confermato da altri particolari. Il documento del giugno 1253 ove Mazzeo interviene come testimone è rogato dal notaio messinese Leone «de Sancto Matheo Grecorum», in contatto col giudice Nicola «Maraldus» che compare come sottoscrittore assieme al Notaro Giacomo da Lentini di un altro atto del 1240. Infine nel documento del 27 maggio dello stesso anno 1252 (sottoscritto anch’esso dal poeta Mazzeo di Ricco), atto in cui il Ministro dei frati Minori di Sicilia attesta un acquisto di tale Maria di Calofina, è nominato il testamento della suddetta Maria sottoscritto a sua volta dal giudice Guglielmo da Lentini cioè dal medesimo personaggio che compare nel già citato atto ove ritroviamo la firma autografa del Notaro (Brunetti 2009: 12-13). La filigrana che riunisce gli attori dell’esercizio quotidiano del potere svevo, «protagonisti della cultura scritta urbana» (Bartoli Langeli 2006: 15), e gli autori della Scuola poetica siciliana non potrebbe riuscire più eloquente. Così come significativo risulta, a partire dai documentati contatti coi toscani, la peculiare condizione di tramite di Matteo fra la tradizione poetica isolana in volgare e quella continentale.
Di Mazzeo di Ricco la tradizione ci consegna sette testi, sei canzoni (Amore, avendo interamente voglia, Lo core inamorato, La benaventurosa inamoranza, Madonna, de lo meo ’namoramento, Sei anni ò travagliato, Lo gran valore e lo pregio amoroso) e un sonetto (Chi conoscesse sì la sua falanza), nessuno dei quali giunge autografo. Le poesie sono tràdite da tutti i maggiori canzonieri antichi, ma anche da altri testimoni (i mss. vaticani Chig. L VIII 305 e il Vat. Lat. 3214, il fiorentino BNCF, Magl. VII 1208 e il ms. Valladolid, Biblioteca Universitaria y de Santa Cruz, 332). Particolarmente istruttivo nella recensio, per la diffusione dei testi di Mazzeo in area emiliana e bolognese, il frammento della canzone Lo gran valore trasmesso dal ms. 14389 della Österreichische Nationalbibliothek di Vienna, di sicura confezione felsinea (Brunetti 2008b). Tali elementi rafforzano una nuova idea del “trapianto” della poesia nata nella corte federiciana, così come poi quella dei rapporti fra poesia siciliana e stilnovo (Coluccia 2008: xxxv). La prospettiva implica riflessi significativi anche sulle cronologie già invalse («uno dei più tardi rimatori della scuola»: Contini in Poeti 1960: 149) e ora da riconsiderare (Antonelli 2004: 118 n. 16).
La pubblicazione integrale degli autografi, benché tutti di natura documentaria, incoraggia l’auspicabile, e di fatto solo apparentemente ingenua prospettiva che in futuro possano emergere codici, latini e volgari, postillati dal notaio Mazzeo e non ancora riconosciuti.
Bibliografia
Antonelli 2004 = Roberto A., Dal Notaro a Guinizzelli, in Da Guido Guinizzelli a Dante. Nuove prospettive sulla lirica del Duecento. Atti del Convegno di Padova-Monselice, 10-12 maggio 2002, a cura di Furio Brugnolo e Gianfelice Peron, Padova, Il Poligrafo, pp. 107-46.
Bartoli Langeli 2006 = Attilio B. L., Notai. Scrivere documenti nell’Italia medievale, Roma, Viella.
Brunetti 2008a = Giuseppina B., Una carta autografa del poeta siciliano Mazzeo di Ricco, in «L’Ellisse. Studi storici di letteratura italiana», iii, pp. 163-70 e tav. xiv.
Brunetti 2008b = Ead., Versi ritrovati, versi dimenticati (con un’aggiunta ancora ai Siciliani), in L’ornato parlare. Miscellanea di studi dedicata a Furio Brugnolo, Padova, Esedra, pp. 285-314 e tavv. i-iv.
Brunetti 2009 = Ead., Gli autografi del Notaro, in «L’Ellisse. Studi storici di letteratura italiana», iv, pp. 9-42 e tavv. i-xviii.
Caravale 1994 = Mario C., Notaio e documento notarile nella legislazione normanno-sveva, in Civiltà del Mezzogiorno d’Italia. Libro scrittura documento in età normanno-sveva. Atti del Convegno dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Napoli-Badia di Cava dei Tirreni, 14-18 ottobre 1991, a cura di Filippo D’Oria, Salerno, Carlone, pp. 333-58.
Coluccia 2008 = Rosario C., Introduzione, in I poeti della Scuola siciliana, vol. iii. Poeti siculo-toscani a cura dello stesso, Milano, Mondadori, pp. i-cii.
Guittone 1940 = G. d’Arezzo, Le Rime, a cura di Francesco Egidi, Bari, Laterza.
Poeti 1960 = Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi.
Scandone 1900 = Francesco S., Ricerche novissime sulla scuola poetica siciliana del sec. XIII, Avellino, G. Ferrara.
Torraca 1894 = Francesco T., La scuola poetica siciliana, in «Nuova Antologia», s. 3, liv, pp. 235-50, 458-76.
Zenatti 1895 = Albino Z., Ancora sulla scuola siciliana, Messina, D’Amico.
Nota paleografica
Quella di M. di R. è una minuscola cancelleresca accurata, di modulo medio. Benché la pergamena pisana non presenti tracce di rigatura, la scrittura mantiene con equilibrio la disposizione orizzontale (tav. 1). L’Ego in forma di particolare monogramma (con eg agglutinate) e il signum sono assai ricchi, specie nel documento integralmente autografo, ed al confronto confermano l’identità di mano e l’autografia delle sottoscrizioni palermitane (il signum è riprodotto, ma non commentato in Cannizzaro 2001: 49 n. 5) (tavv. 2-5c). Nella pergamena conservata a Pisa il primo rigo di scrittura, secondo usi cancellereschi noti, presenta gli abbellimenti tipici, svolazzi e maiuscole ritoccate, che rendono più solenne e ornato l’aspetto complessivo della carta, pure semplice documento privato.
Il sistema interpuntivo e l’uso delle maiuscole sono coerenti alla sintassi e rispettano, sottolineandole, le partizioni documentarie. M. adopera con scioltezza una serie coerente di abbreviazioni: et e cum tironiani, il titulus per nasali e contrazioni, la lineetta ondulata per abbreviare ar, er, quella più tipica per -ra- (cfr. contra, extra); distingue le abbreviazioni usuali di per, par, pro, usa la r tagliata per -rum, ma lo stesso, elegante, segno allungato, intersecando l’ultimo grafo può servire da abbreviazione generica (Manfredo). Sono presenti anche abbreviazioni con letterina soprascritta (quo, aliqua). Per -us si adopera sia l’apostrofo sia il doppio punto, il segno a 2 per -ur, -er, -re finali (dicitur, possidere, defendere). Frequente lo scambio -ti-/-ci- (vendicionibus). Alla fine del testo pisano come nelle firme si rinviene l’usuale, documentario, doppio punto seguito da lineetta, normale in ambito sia librario sia documentario.
Bibliografia
Cannizzaro 2001 = Alessandra C., Signa e subscriptiones del sec. XIII nel tabulario di S. Maria di Malfinò, in «Schede medievali», xxxix, pp. 31-54.
Censimento
- Palermo, Archivio di Stato, Tabulario S. Maria di Malfinò 20 [A], 27 maggio 1252
- Palermo, Archivio di Stato, Tabulario S. Maria di Malfinò 23 [A], giugno 1252
- Palermo, Archivio di Stato, Tabulario S. Maria di Malfinò 55 [A], 12 novembre 1259
- Pisa, Archivio Arcivescovile, Luoghi vari 97 (olim 155), Messina 14 aprile 1260
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda