Silvestri, Domenico

Firenze 1335 ca.–1411 ca.

Presentazione

Nato a Firenze attorno al 1335, Domenico Silvestri fu, secondo la testimonianza del primo biografo, il contemporaneo Filippo Villani, «vir sane plebei ordinis», uomo di famiglia popolana (Villani 1997: 109). Esercitò la professione notarile: fu notaio dei Priori, dei Gonfalonieri, degli Atti, della gabella delle Porte, della Condotta, della Camera, dei Difetti, della gabella del Vino, della Torre, ecc. Ebbe due mogli: la prima fu Selvaggia di Micuccio de’ Lucardesi; la seconda, monna Scotta, risultava ancora vivente, «d’anni 80 o più», secondo la testimonianza del figlio ser Bartolomeo Silvestri, nel 1430 (Ricci 1999: 100). L’ultima notizia relativa a Domenico risale al 17 febbraio 1411; fu sepolto presso S. Jacopo Sopr’Arno (Ricci 1999: 105).

Silvestri crebbe e si formò nel culto delle glorie letterarie toscane, in particolar modo Petrarca e Boccaccio; per entrambi questi autori privilegiò il versante erudito e la produzione latina, in poesia e in prosa. Fu solerte nel recuperare e copiarsi le loro opere; le studiò approfonditamente e ne approntò una scaltrita revisione testuale, che rivela uno spiccato acume filologico: emendò il testo affidandosi talvolta alla collazione con altri testimoni e, più spesso, avanzò egli stesso proposte per medicare qualche verso giudicato imperfetto, soprattutto nell’aspetto metrico-prosodico. Focalizzò il suo interesse soprattutto alla produzione bucolica, un genere letterario che, dopo l’esordio “epistolare” di Dante e Giovanni del Virgilio nel secondo decennio del Trecento, stava conoscendo una feconda rinascita “umanistica” grazie al Petrarca. Nei codici fin qui pervenuti della sua biblioteca il notaio fiorentino riunì una preziosa collezione di egloghe, abbinando antichi e moderni: affiancò i bucolica carmina di Petrarca e Boccaccio a una preziosa rarità, le egloghe dei cosiddetti “bucolici latini minori”, Calpurnio e Nemesiano, riscoperti intorno al 1360 nel circolo degli amici veronesi del Petrarca, Rinaldo Cavalchini da Villafranca e Guglielmo da Pastrengo.

Silvestri medesimo fu autore di egloghe, come riferì il Villani: «in poeticis septem clarus eglogis» (Villani 1997: 110). Una produzione di poesia pastorale è dichiarata peraltro dallo stesso Silvestri al v. 36 di un’epistola metrica all’amico Francesco Piendibeni da Montepulciano: «Sepe ego pastorum modulabar arundine cantus» (Silvestri 1973: 148). Il suo Liber di bucoliche non è pervenuto fino ai nostri giorni, ma fu catalogato nel 1451 nell’inventario della «parva libraria» del convento fiorentino di Santo Spirito: «Item in eodem banco iii liber iii. Boccolicum et gloga et quadam epistula Dominici Silvestri conpletus ligatus et copertus corio albo, cuius principium est Cum hora tonit‹…› tam longa, finis ‹vero› penultime carte quod ab omnibus eius libertatem» (Mazza 1966: 27). I disiecta membra del Bucolicum carmen del Silvestri si possono rintracciare sparsi in alcuni manoscritti: un’egloga, l’Eryplois, è trasmessa dal ms. Firenze, BNCF, II IV 109; è inoltre verosimilmente opera del Silvestri la bucolica che si legge a c. 74 del ms. Laurenziano Plut. 90 inf. 12, autografo dello stesso notaio fiorentino.

Per quanto concerne il culto di Petrarca e Boccaccio, Silvestri non mancò di prestare il proprio calamo per la divulgazione delle petrarchesche Invective contra medicum: ne allestì infatti un volgarizzamento che godette di una certa fortuna, almeno in ambiente fiorentino, trasmesso in tre testimoni manoscritti:Firenze, BML, Plut. 90 sup. 63; BNCF, II III 402 e Nuovi Acquisti 1006 (Petrarca 1978; Ricci 1999: 101). Per le Genealogie deorum gentilium di Boccaccio scrisse un sommario in 18 esametri, che si legge a c. 45r del ms. Laurenziano Plut. 90 inf. 13, codice miscellaneo collettore di un numero cospicuo di poesie del Silvestri. Questo carme ebbe un certo successo e fu trascritto in molti testimoni manoscritti e nell’edizione a stampa del 1472 delle Genealogie (Ricci 1999: 107; Silvestri 1973: 180-81).

Silvestri mostrò spiccata vocazione per la poesia latina, della quale fu il maggiore esponente fiorentino nell’ultimo quarto del Trecento. Tra i numerosi componimenti, trasmessi per lo più dal solo Laurenziano Plut. 90 inf. 13, di grande interesse i 39 esametri indirizzati al Petrarca pro Africa, ovvero una sollecitazione alla pubblicazione dell’Africa, definita con l’epiteto divina, proprio come Stazio aveva chiamato l’Eneide virgiliana nel congedo della sua Tebaide. Con questo componimento Silvestri inaugura il filone tutto fiorentino delle epistole metriche pro Africa con le quali i devoti del culto petrarchesco, Boccaccio e Salutati, si rivolgeranno a Petrarca e ai suoi eredi per sollecitare la pubblicazione del poema. Questo breve carme rivela altri motivi di interesse, poiché informa significativamente della repentina divulgazione a Firenze del Bucolicum carmen di Petrarca attraverso i buoni uffici di Boccaccio. Silvestri riferisce infatti di avere letto il Bucolicum carmen (vv. 19-21), ma di non averlo trascritto poiché al corrente del divieto imposto dallo stesso autore a Boccaccio (vv. 22-24): «[…] At ipsum / scribere non licuit: domino precepta Iohanni / vestra quidem prohibent» (Silvestri 1973: 141). Questa informazione trova precisa corrispondenza con quanto Petrarca aveva scritto al Certaldese nella Familiare, xxii 2, dell’8 ottobre 1359, nella quale ammoniva l’amico a non copiare il Bucolicum carmen e a non darne copia a Francesco Nelli, priore dei Santi Apostoli. Nella prospettiva di questo contubernio poetico che lega il Silvestri a Petrarca per il tramite di Boccaccio, appare verosimile il suggerimento dello Wilkins, che ipotizzò di identificare nel Silvestri uno dei «tres pyerii spiritus» di Firenze, ricordati nella lettera a Omero (Familiare, xxiv 12 31), i soli devoti del poeta greco in una città dedita esclusivamente al lucro (Wilkins 1958: 216).

Nel solco del magistero del Boccaccio si colloca il De insulis et earum proprietatibus (Silvestri 1955; Ricci 1956; Milanesi 1993; Montesdeoca Medina 2003), opera di erudizione geografica, per la quale Villani non lesinò roboanti parole di elogio: «sermone soluto omnes maris insulas pervagatur salustiano persimili stilo» (Villani 1997: 110). Fu elaborata nel corso di alcuni lustri, all’incirca dal 1385 al 1406: nelle voci Cipro e Maiorca Silvestri fa riferimento alle vicende dell’assedio Pisa, che i Fiorentini fecero capitolare il 9 ottobre 1406, data da considerare come terminus post quem, almeno per la composizione di limitate sezioni dell’opera (Silvestri 1955: 23). Il modello, dichiarato fin dalle primissime battute della Prefatio, è il De montibus di Boccaccio, che il De insulis si propone di completare con una “monografia” dedicata alle isole, secondo il medesimo intento e schema strutturale: raccogliere in un solo volume informazioni e notizie attraverso una compilazione delle voci in ordine alfabetico modellata su un testo antico, il De fluminibus di Vibio Sequestre, uno dei geografi latini minori “riscoperti” e divulgati nel Trecento dal Petrarca (Pastore Stocchi 1963: 17-18; Billanovich 1993: 168). È altamente significativo che il De insulis abbia recepito le istanze filologiche illustrate dal Boccaccio nell’epilogo del De montibus: la necessità di un vaglio rigoroso delle fonti con la piena consapevolezza della «dissonantia autorum» e, nello stesso tempo, degli errori occorsi nella tradizione manoscritta, definita con l’efficace espressione «crebra corruptio librorum» (Silvestri 1955: 33).

Si conoscono tre codici autografi del notaio fiorentino: Firenze, BML, Plut. 90 inf. 12; Oxford, BodL, Bodley 558, e Torino, BNU, I III 12. Il ms. Laurenziano, riconosciuto autografo del Silvestri da Albinia de la Mare alla luce del confronto con il codice oxoniense (comunicazione personale della studiosa in Reeve 1978: 233), è una preziosa antologia di poesia bucolica vergata sul finire del Trecento. Riunisce, secondo il detto petrarchesco, «le antiche e le moderne carte» (RVF, xxviii 77): il Bucolicum carmen di Petrarca e le egloghe di Calpurnio Siculo e Nemesiano. Il testo del Bucolicum carmen è testimonianza importante del percorso redazionale dell’opera petrarchesca. La facies testuale mostra che Silvestri non utilizzò il testo del 1358 (che Petrarca raccomandò a Boccaccio di non fare trascrivere), bensì una redazione posteriore con le lezioni “aggiornate” di qualche anno dopo, databili, grazie agli studi di Mann (1977, 1987, 1991), intorno al 1365, quando Petrarca fece circolare la propria opera presso gli amici Neri Morando, Moggio Moggi, Pietro da Moglio e Boccaccio. Il Bucolicum carmen trascritto dal Silvestri ha accolto le due modifiche suggerite dallo stesso Petrarca nella sopracitata Familiare, xxii 2 a Boccaccio dell’ottobre 1359 e, soprattutto, le “grandi giunte” a Laurea occidens presentate in una lettera a Benintendi Ravegnani nel 1364. Il notaio fiorentino corredò il testo, seppure in modo non sistematico, con glosse di commento, soprattutto per l’egloga x; questo lavoro esegetico si affianca alle prove pressoché coeve del sodale Francesco Piendibeni, il cui commento, databile al 1394, è trasmesso autografo nel ms. Vat. Lat. 1729, o del più noto Benvenuto da Imola, o altri lavori anonimi presenti in altri codici. Alla c. 42 Silvestri compila diligentemente l’elenco di scrittori antichi identificati nell’egloga x del Bucolicum carmen segnalando i «Nomina poetarum et autorum qui sunt in egloga decima Laurea cadens»: curioso come contamini, forse inconsapevolmente, il participio presente del titolo petrarchesco «Laurea occidens» con l’omologo dell’egloga v del Buccolicum carmen del Boccaccio «Silva cadens» (sagace lettore di entrambe Silvestri riconosceva certamente la stretta dipendenza “intertestuale” di quest’ultima dalla prima). Alle cc. 42v-44r Silvestri ha copiato «ad evidentiam» di ciascuna egloga petrarchesca i fortunati riassunti al Bucolicum carmen presenti in un buon numero di codici, noti per lo più come epithomata che, in virtù dell’attribuzione presente nel ms. Firenze, BML, Plut. 52 33, sono stati ascritti a Donato Albanzani, amico di Petrarca e di Boccaccio (Mann 1987: 23-24). Alle cc. 45r-54v Silvestri copiò inoltre il testo del Culex e delle Dirae dell’Appendix virgiliana: la collazione mostra che non li trasse dall’esemplare autografo del Boccaccio, il ms. Firenze, BML, Plut. 33 31, dove tali opere sono copiate alle cc. 17r-28v. Questo autografo del Silvestri è inoltre testimone fondamentale nella tradizione delle bucoliche di Calpurnio e Nemesiano, copiate alle cc. 55r-74v, e si ricollega verosimilmente alla copia, ora perduta, di Boccaccio, un tempo conservata presso la Biblioteca di Santo Spirito (Castagna 1976: 275-78).

L’autografia del manoscritto di Oxford, BodL, Bodley 558, segnalata a suo tempo da Massèra (in Boccaccio 1929: 265), si evince dalle due sottoscrizioni presenti a c. 63r. Dopo aver terminato di copiare la lettera di Boccaccio a Martino da Signa, Silvestri appose la subscriptio: «Scriptum per ser Dominicum Silvestricum cui reddatur». La seconda, decisamente posteriore, si legge appena dopo: nello spazio bianco Silvestri riportò tre coppie di distici elegiaci ad libellum in rima alternata (incipit: «Hunc michi qui scripsi librum, Deus inclite, parce») segnalando in calce: «Eiusde‹m› ser Dominici versus». Quale ideale completamento dell’antologia del Laurenziano, questo codice oxoniense si concentra sulla produzione bucolica del Boccaccio, cui abbina opere di Petrarca o comunque di interesse petrarchesco. Si apre con il Buccolicum carmen del Certaldese (cc. 1r-58v), in una facies testuale che testimonia uno stadio redazionale molto antico (Silvestri si preoccupa qua e là di “aggiornare” attraverso la collazione con altri codici). Il Buccolicum carmen è accompagnato dall’epistola explanatoria di Boccaccio al frate eremitano Martino da Signa (cc. 59r-63r). Nello spazio bianco alla c. 58v, subito dopo il Buccolicum carmen, Silvestri trascrisse i quattro esametri dell’autoepitaffio di Boccaccio; il testo copiato dal notaio fiorentino reca però una significativa innovazione nell’esametro incipitario «Conspicui sub mole iacent hac ossa Iohannis» in luogo dell’attacco «Hac sub mole iacent cineres ac ossa Iohannis» del testo che fu inciso sulla lapide di Certaldo, riportato in numerosissimi codici del Tre e Quattrocento (Boccaccio 1929: 303; Boccaccio 1992: 454 e 464). Notevole la presenza nel codice di Oxford dei Versus ad Affricam di Boccaccio, un’epistola metrica “incitatoria” alla pubblicazione del poema: il codice di Oxford trasmette alle cc. 63v-67r un testo con significative varianti rispetto all’altro testimone trecentesco, il ms. Venezia, BNM, Lat. XIV 223 (4340), a lungo ritenuto autografo del medico Giovanni Dondi dell’Orologio, amico padovano del Petrarca. Anche per questi versi il notaio fiorentino non manca di proporre miglioramenti testuali, in un paio di esametri viziati da difficoltà prosodiche. Segue un nucleo di interesse petrarchesco: l’Itinerarium, trascritto alle cc. 51r-77v, è nello stadio redazionale corrispondente a quello del ms. Firenze, BML, Plut. 26 sin. 9, autografo di frate Tedaldo della Casa. Alle cc. 77v-79r si leggono i riassunti al Bucolicum carmen petrarchesco, i cosiddetti epithomata attribuiti all’Albanzani che Silvestri copiò anche nel Laurenziano Plut. 90 inf. 12, questa volta però con il titolo di intentiones (Mann 1987: 24).

Il terzo codice è il manoscritto Torino, BNU, I III 12, autografo del De insulis, pesantemente danneggiato dall’incendio del 1904 che lo rende non di rado di ardua lettura. Questo esemplare, la cui autografia fu riconosciuta da Aldo Francesco Massèra e ribadita da Carmela Pecoraro in virtù del confronto con il codice oxoniense (Massèra in Boccaccio 1929: 265 n. 5; Pecoraro in Silvestri 1955: 7), è l’unico testimone sopravvissuto dell’enciclopedia geografica del Silvestri. Si tratta una transcriptio in ordine effettuata negli ultimi anni di vita del poeta, probabilmente per allestire un esemplare definitivo e completo dell’opera; tuttavia ser Domenico, non resistendo alla volontà di correggersi, la punteggiò di cancellature, rettifiche e integrazioni testuali, trasformandola inevitabilmente in una copia provvisoria, una sorta di “brogliaccio d’autore”. A differenza dell’opinione vulgata fin dai tempi di Lorenzo Mehus (in Traversari 1759: 326), non è questo l’esemplare del De insulis attestato nella «parva libraria» del convento fiorentino di Santo Spirito (Hecker 1902: 28; Ricci 1999: 108; Silvestri 1955: 8; Mazza 1966: 27-28). Non corrisponde infatti al libro così descritto nell’inventario del 1451: «Item in eodem banco iii liber 2. De insulis et earum proprietatibus conpletus et ligatus et copertus corio albo, cuius principium est Cum pluries mecum revo ‹…›, finis vero penultime carte pacificum est nulli nocens». La penultima carta del codice (c. 169r) non termina infatti con le parole «pacificum est nulli nocens» conclusive della voce relativa all’isola di Zanzibar. Queste si leggono all’incirca a metà foglio, alla r. 23 della c. 169r, mentre l’ultima riga (r. 34) finisce con le parole «in Hibernia» della voce Zecata. L’errata identificazione con il codice collocato nel terzo banco di Santo Spirito, esemplare segnalato da Michele Poccianti nel Catalogus scriptorum Florentinorum della seconda metà del XVI secolo (Poccianti 1589: 48), risale allo Hecker, che non vide direttamente il codice, ma ne ottenne informazioni dall’allora direttore della Biblioteca Nazionale di Torino (Hecker 1902: 28). Alla c. 170r si legge la nota di acquisto: «Hunc librum emi ego Io. de R[eate] a Pieraccino feneratore cum pluribus aliis libris die […] mccccxxi Florentie» (Ricci 1999: 108; Silvestri 1955: 6-7). Siccome la carta è danneggiata, è quasi illeggibile il nome dell’acquirente che ottenne il libro a Firenze da un usuraio di nome Pieraccino: Francesco Novati, che consultò il codice prima dell’incendio, lesse il nome di Giovanni da Rieti (Novati 1887: 417). A questo possessore si deve ricondurre la nota “dantesca” che si legge a c. 38v (tav. 5) in margine alla voce Cyrce: «Unde Ulixes “disse: ‘Quando / mi dipartii da Circe che soctrasse / me più di un anno presso a Gaieta / prima che sì Enea la nominasse”. Dantes 26 capitulo Inferni» (con riferimento a Inferno, xxvi 90-93).



Bibliografia
Billanovich 1993 = Giuseppe B., Ancora dall’antica Ravenna alle biblioteche umanistiche (1956), in «Italia medioevale e umanistica», xxxvi, pp. 107-74.
Boccaccio 1929 = Giovanni B., Opere latine minori, a cura di Aldo Francesco Massèra, Bari, Laterza.
Boccaccio 1992 = Id., Carmina, a cura di Giuseppe Velli, in Giovanni Boccaccio, Opere, a cura di Vittore Branca, Milano, Mondadori, vol. v to. 1 pp. 375-492.
Castagna 1976 = Luigi C., I bucolici latini minori. Una ricerca di critica testuale, Firenze, Olschki.
Hecker 1902 = Oskar H., Boccaccio-Funde, Braunsweig, Westermann.
Mann 1977 = Nicholas M., The Making of Petrarch’s ‘Bucolicum carmen’: A Contribution to the History of the Text, in «Italia medioevale e umanistica», xx, pp. 127-82.
Mann 1987 = Id., In margine alla quarta egloga: piccoli problemi di esegesi petrarchesca, in «Studi petrarcheschi», n.s., iv, pp. 17-32.
Mann 1991 = Id., Un’antologia di Domenico Silvestri: le egloghe del Petrarca fra testi antichi, in Codici latini del Petrarca nelle biblioteche fiorentine. Catalogo [della Mostra, Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 19 maggio-30 giugno 1991], a cura di Michele Feo, Firenze, Le Lettere, pp. 79-80.
Mazza 1966 = Antonia M., L’inventario della “parva libraria” di Santo Spirito e la biblioteca del Boccaccio, in «Italia medioevale e umanistica», ix, pp. 1-74.
Milanesi 1993 = Marica M., Il ‘De insulis et earum proprietatibus’ di Domenico Silvestri (1385-1406), in «Geographia Antiqua», ii, pp. 133-46.
Montesdeoca Medina 2003 = José Manuel M.M., Los islarios en la época del humanismo. El ‘De insulis’ de Domenico Silvestri. Edición y tradución, La Laguna, Universidad de La Laguna.
Novati 1887 = Francesco N., recensione a Arthur Goldmann, Drei italienische Handschrifenkataloge s. XIII-XV, in «Centralblatt für Bibliothekwesen», iv, 1887, pp. 137-55, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», x, pp. 413-25.
Pastore Stocchi 1963 = Manlio P. S., Tradizione medievale e gusto umanistico nel ‘De montibus’ del Boccaccio, Padova, A. Milani.
Petrarca 1978 = Francesco P., Invective contra medicum, testo latino e volgarizzamento di ser Domenico Silvestri, ed. critica a cura di Pier Giorgio Ricci, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura.
Reeve 1978 = Michael D. R., The textual tradition of Calpurnius and Nemesianus, in «Classical Quarterly», xxviii, pp. 233-38.
Ricci 1956 = Pier Giorgio R., recensione a Silvestri 1955, in «Lettere italiane», viii, pp. 332-36.
Ricci 1999 = Id., Per una monografia su Domenico Silvestri (1950), in Id., Miscellanea petrarchesca, a cura di Monica Berté, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 97-111.
Silvestri 1955 = Domenico S., De insulis et earum proprietatibus, a cura di Carmela Pecoraro, Palermo, Accademia di scienze, lettere e arti.
Silvestri 1973 = Id., The latin poetry, edited by Richard C. Jensen, München, W. Fink.
Traversari 1759 = Ambrosii Traversarii Latinae epistolae, ediderunt Lorenzo Mehus et Pietro Canneti, Firenze, Tip. Cesarea.
Villani 1997 = Philippi Villani De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus, edidit Giuliano Tanturli, Padova, Antenore.
Wilkins 1958 = Ernst Hatch W., Petrarch’s Eight Years in Milan, Cambridge (Mass.), The Medieval Academy of America.

Nota paleografica

Nei tre codici autografi noti, databili tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, D.S. realizza assetti grafici di matrice corsiva che con ogni probabilità costituiscono adattamenti al libro della propria scrittura professionale, di cui non conosciamo nessuna testimonianza. L’adattamento al libro non si traduce nell’adozione di particolari accorgimenti calligrafici: sono tutte realizzazioni disimpegnate, di solito tracciate con penna fine e dal tracciato fluido e scorrevole. Tutte dimostrano una sicura competenza dei mezzi espressivi della littera cursiva trecentesca, per quanto riguarda sia le strutture grafiche, sia i fatti di esecuzione, cioè la produzione concreta dei segni, sia i fatti di stile. Ser Domenico padroneggia un repertorio che ammette più varianti per la stessa lettera, spesso tracciate currenti calamo, e dimostra di conoscere come organizzare i segni in catena grafica mediante legature, interne ed esterne, dall’alto e dal basso (mentre sono più rari, come è normale aspettarsi in scritture di matrice notarile, i nessi di curve contrapposte). Il pieno radicamento della cultura grafica del S. all’interno della tradizione notarile emerge inoltre dalla presenza di interpretazioni stilistiche differenti della stessa materia grafica, dovute a gradazioni diverse di velocità e a selezioni di forme e atteggiamenti differenti. Sulla base di queste scelte le realizzazioni del S. possono essere raggruppate in tre principali assetti grafici. Il primo (adottato per la copia del testo del ms. Firenze, BML, Plut. 90 inf. 12 e Oxford, BodL, Bodley 558) si caratterizza per la presenza regolare di varianti di lettera la cui origine documentaria è evidente non solo nella morfologia ma anche nell’esecuzione, genuinamente corsiva. Tra queste si segnalano innanzitutto quelle forme che denunciano un’educazione grafica radicata nella tradizione notarile del pieno Trecento: le lettere con aste superiori (b, h e l) dotate di occhielli tracciati currenti calamo, di modesta estensione (cioè ampi, al massimo, quanto il corpo della lettera) e di forma triangolare; la d, anch’essa con occhiello corsivo, ma di forma spesso stretta e arrotondata, e dall’asta quasi verticale; le lettere dotate di aste inferiori (f, s, p e q) di forma allungata e appuntita, la cui esecuzione currenti calamo spesso produce, specie nella sezione superiore di f e s, un’inchiostratura o un raddoppiamento dell’asta; le numerose varietà di g, tutte riconducibili al modello tipicamente documentario, la cui sezione inferiore, aperta, tende a risalire verso l’alto e a chiudersi sul corpo della lettera; la presenza di una forma di l di origine tardoduecentesca, dalla morfologia simile a quella maiuscola, il cui ultimo tratto è vistosamente prolungato in orizzontale e sospeso rispetto al rigo di base; la forma ampiamente incurvata e l’estensione sotto il rigo dei segni abbreviativi e dell’ultimo tratto di m, h, x e y. Caratteristica è inoltre la forma semplificata di numerose e, in due tratti e due tempi, e quella della nota tironiana in foggia di 7, che discende leggermente sotto il rigo e tende a risalire verso l’alto e toccare la lettera successiva. In questo assetto sono regolarmente presenti le legature dall’alto verso il basso (dopo c, e, f, g, r e t), mentre quelle dal basso, con movimento sinistrogiro, non sono tracciate tutte le volte che sarebbe possibile perché l’ultimo tratto di numerose a, i, m, n e u, anziché terminare con quella virgula di stacco che consente la congiunzione con la lettera successiva, si arresta pari sulla base di scrittura. In numerose glosse di commento si riconosce un assetto molto vicino a quello appena osservato, differente per il modulo, minore, per la presenza di un numero consistente di legature, sia dall’alto sia dal basso, e, più in generale, per il tracciato fluido e disimpegnato, che produce la semplificazione e l’appiattimento di molti segni sul rigo di base (es. Firenze, BML, Plut. 90 inf. 12, c. 5v). Solo nel terzo e ultimo assetto grafico si può riconoscere il tentativo da parte di S. di conferire alla propria scrittura una maggiore dignità e non è forse un caso che sia ampiamente documentato, anche se ad un livello esecutivo molto basso e con frequenti slittamenti verso soluzioni corsive, dall’autografo del De insulis (Torino, BNU, I III 12). Senza introdurre nessuna nuova forma grafica, il S. tende a preferire, all’interno del repertorio grafico già noto, forme e atteggiamenti che possano avvicinare la propria scrittura a quella del libro e, allo stesso tempo, tende a limitare quegli elementi di chiara origine documentaria. In catena grafica, questo tentativo si traduce nell’esecuzione spaziata delle lettere, che anche se non elimina molte legature, dà alla pagina scritta un aspetto più arioso. Quanto alle singole lettere, si rilevano: la presenza regolare e massiccia di d senza occhiello e dall’asta decisamente inclinata, forma decisamente minoritaria negli altri codici; la realizzazione, accanto alle varianti con occhiello, di b, h e l dall’asta “semplice” e leggermente incurvata, talvolta dotata di un piccolo tratto di attacco orizzontale; la minore estensione sotto il rigo delle aste di f, s e p. Infine, si segnala la significativa riduzione degli svolazzi sotto il rigo dei segni abbreviativi e dell’ultimo tratto di numerose m, h, x e y.

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 90 inf. 12
  2. Oxford, Bodleian Library, Bodley 558
  3. Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria, I III 12

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda