Lanfreducci, Niccolò

Pisa 1346 ca.–ante 1412

Presentazione

Letterato piuttosto oscuro, attivo negli ultimi anni del secolo XIV, Niccolò Lanfreducci non ha goduto di particolare attenzione negli studi, sebbene la sua opera latina, la Disputatio de uxore divite, una sorta di libello autobiografico che si trasforma in un pesante attacco alle donne e ai loro vizi, meriti più attenta considerazione (Panagia 1955; Materazzi 1998; Petoletti i.c.s.). Nato a Pisa da Lapo in data imprecisata (intorno comunque al 1346, se nel 1376 fu eletto Anziano di Pisa, carica alla quale si poteva accedere soltanto dopo aver compiuto i trenta anni di età), si addottorò a Bologna, che nel suo trattato chiama sua dolce madre sulla strada delle virtù. Nel 1373 fu eletto giudice nella sua città e, a partire dal 1376, per più volte, fece parte della magistratura degli Anziani. Nel 1387 fu nominato Capitano del popolo e del comune di Perugia: in quell’anno proprio a Perugia fu confezionato il ms. Ambr. E 146 sup. che gli appartenne e da lui fu postillato. Nel 1392 per incarico degli Anziani prese parte una missione diplomatica presso il re di Tunisi; nel 1394 la documentazione attesta la sua presenza a Todi come podestà. Frattanto Pisa dal 21 ottobre 1392 era governata da Iacopo d’Appiano, protagonista, in negativo, della Disputatio. Il Lanfreducci infatti, che si era sposato in seconde nozze con Guiduccia di Mone del Cionarino, che gli diede quattro figli, fu imprigionato per una complessa questione di debiti e di eredità per dieci mesi (in un periodo compreso tra 1397 e 1399): alla sua cattura non furono estranee le trame della consorte e del tiranno di Pisa. Non si hanno notizie sulla sua vita per il periodo posteriore alla sua liberazione. Morì comunque entro il 1412 quando nell’elenco dei contribuenti alla taglia la moglie Guiduccia, che fu per altro perdonata dal marito, è indicata come vedova (Banti 1971: 111-12, 129 n. 26, 300 n. 25; Materazzi 1998: 234-35).

La sua unica opera, il Libellus seu qualisqualis disputatio de uxore divite et privigno marito infestis, fu concepita durante la prigionia per difendersi dalle accuse rivolte e denunciare, come autentica causa dei suoi mali e della sua prigionia, l’avidità di Iacopo d’Appiano, che intendeva impossessarsi dei suoi beni, e la fatuità della moglie, attenta più agli inganni dei sobillatori che alla salvezza del marito. Il primo libro della Disputatio, di vaste proporzioni, ripercorre la propria storia, dal matrimonio all’arresto e alla successiva liberazione: qui il Lanfreducci accompagna il racconto personale a varie digressioni sui vizi imperanti e sugli incomodi del matrimonio e dedica alcuni ritratti ai protagonisti del suo tempo, Iacopo e Gherardo d’Appiano e Gian Galeazzo Visconti, che acquistò Pisa nel 1399 divenendone di fatto signore. Al Visconti è riservato un elogio solenne. Il secondo libro, assai più breve, si configura come una sorta di Corbaccio in latino, dove il Lanfreducci, attingendo al repertorio della letteratura misogina patristica e medievale, descrive i vizi e le depravazioni dell’universo femminile. Il Lanfreducci avrebbe voluto dedicate la sua opera a Gian Galeazzo, ma per timidezza decise di indirizzarla al luogotenente del Visconti a Pisa, Giovanni Capogallo, vescovo di Feltre e dal 1402 vescovo di Novara (su di lui Tuniz 1969; Uginet 1975; Manfredi 1997). Alla Disputatio è allegata una lettera al giurista Benedetto da Piombino, incaricato di provvedere alla correzione dei passi bisognosi di rettifica: ma lo stesso Benedetto è poi accusato di essere in realtà uno di quei falsi amici che contribuirono alla cattura del Lanfreducci.

La Disputatio, scritta in uno stile vivace e colorato, con un uso sapiente di un lessico esotico, spesso recuperato dalla lettura di s. Girolamo, è una delle opere più interessanti tra quelle che furono composte sul declinare del Trecento. Ampio e variegato è il numero di fonti utilizzate dal Lanfreducci; accanto a testi classici e mediolatini assai diffusi, si riscontra la presenza di alcune rarità: segnalo appena, tra gli antichi, Tibullo, la cui conoscenza fu probabilmente mediata dai florilegi, e Apuleio narrativo; tra i moderni, il poco diffuso Teleutelogio di Ubaldo di Gubbio, composto negli anni venti del Trecento e dedicato al vescovo di Firenze Francesco Silvestri da Cingoli (si vd. in questo volume la scheda Ubaldo di Bastiano da Gubbio, pp. 301-4). Scambi culturali tra Niccolò Lanfreducci e il cancelliere fiorentino Coluccio Salutati sono provati dal ms. Firenze, ASFi, Carte Strozziane, II 46, cc. 11-36, seconda metà del secolo XIV, che trasmette il De finibus di Cicerone; a c. 11r una nota attesta che il domenicano Domenico da Peccioli († 1408), commentatore delle Epistulae di Seneca, ottenne il volume in prestito dal cancelliere fiorentino e che a sua volta il frate lo passò al Lanfreducci: «Iste liber est domini ser Coluccii de Stignano, quem michi fratri Dominico de Peccioli prestitit, et ego presto domino Nicholao Lanfreduccii de Pisis».

I due testimoni della Disputatio, che presentano significative varianti, passarono tra le mani del Lanfreducci stesso; il primo Novara, Biblioteca Capitolare, XCIV (89), è completamente autografo: la presenza a Novara si spiega con il fatto che il vescovo della città, Giovanni Capogallo, possessore di una discreta biblioteca, fu il dedicatario dell’opera. Non è un manufatto particolarmente sontuoso, pur essendo membranaceo e confezionato con una certa dignità, né è un codice di lavoro: si tratta con ogni probabilità della copia ad usum lectoris sottoposta all’acribia del Capogallo. Miniato e più formale è sicuramente il secondo manoscritto, Firenze, BNCF, Magl. XXI 138 bis, copiato da un elegante amanuense professionale in gotica libraria, ma integrato nei margini da interventi autografi del Lanfreducci: il libro, che reca la redazione definitiva della Disputatio, ha tutte le caratteristiche di un codice di dedica. Alla biblioteca, ancora tutta da scoprire, di Niccolò Lanfreducci, appartenne un altro volume trecentesco, il citato Ambrosiano E 146 sup., copiato a Perugia nel 1387. È un ricchissimo testimone delle Tragedie di Seneca, elegantemente miniato nella cerchia di Matteo di Cambio, che fu commissionato dal Lanfreducci, secondo una nota, profondamente erasa, a c. 203v; è il protagonista di un’affascinante “storia nascosta”, soltanto recentemente svelata (Petoletti 2007). I margini sono costellati da numerosissime postille, talune di notevole estensione, in cui il Lanfreducci completa il commento trascritto dal copista con glosse ricavate dall’esegesi del domenicano Nicola Treveth e aggiunge altre note erudite, con citazioni dai classici e dai Padri della Chiesa. Le molte fonti tratte a profitto dal Lanfreducci nell’elaborazione della sua Disputatio, cui si aggiungono quelle affiancate ai versi senecani nell’Ambr. E 146 sup., rendono auspicabile e probabile che in futuro il numero dei libri riconducibili alla sua biblioteca possa arricchirsi con nuovi riconoscimenti.



Bibliografia
Banti 1971 = Ottavio B., Iacopo d’Appiano. Economia, società e politica del Comune di Pisa al suo tramonto (1392-1399), Pisa-Livorno, Il Telegrafo.
Manfredi 1997 = Antonio M., Per la storia del Vat. lat. 451, decorato da Michelino da Besozzo, e di qualche altro codice posseduto dal vescovo Giovanni Capogallo, O.S.B., in «Aevum», lxxi, pp. 401-16.
Materazzi 1998 = Cristina M., La ‘Disputatio’ di Niccolò Lanfreducci: una singolare fonte per la storia della società pisana alla fine del ’300, in «Bollettino Storico Pisano», lxvii, pp. 233-46.
Panagia 1955 = Maria P., Un’opera ignota dell’ultimo Trecento: la ‘Disputatio’ di Niccolò Lanfreducci, in «Aevum», xxix, pp. 210-36.
Petoletti 2007 = Marco P., Una storia nascosta: il Seneca Ambrosiano E 146 sup., in Nuove ricerche su codici in scrittura latina dell’Ambrosiana. [Atti del Convegno di] Milano, 6-7 ottobre 2005, a cura di Mirella Ferrari e Marco Navoni, Milano, Vita e Pensiero, pp. 141-52.
Petoletti i.c.s. = Id., La ‘Disputatio de uxore’ di Niccolò Lanfreducci, ed. critica e commento, i.c.s.
Tuniz 1969 = Dorino T., Giovanni Capogallo vescovo di Novara 1402-1413. Le vicende e i libri di un prelato italiano fra il Tre e il Quattrocento, in «Novarien», iii, pp. 126-53.
Uginet 1975 = François-Charles U., Capogallo, Giovanni, in DBI, vol. xviii pp. 653-55.

Nota paleografica

La scrittura del L. è una littera textualis semplificata, non professionale, ma piuttosto elegante. Il ductus delle singole lettere è disteso, tanto da dare l’impressione di una certa separazione tra i tratti. Questa stessa scrittura è utilizzata non soltanto nell’autografo di Novara (tavv. 3-4), probabilmente destinato al vescovo Capogallo, e nelle aggiunte marginali del codice di dedica oggi a Firenze (tavv. 1-2), dove il copista principale adotta una bellissima textualis, alleggerita da grazie e sottili tratti di penna ascendenti, ma anche nelle postille marginali a Seneca tragico (tavv. 5-7), dove è appena da segnalare, rispetto agli altri due testimoni, una netta riduzione del modulo, che non sorprende nelle glosse depositate a fianco del testo, e l’uso più frequente della s finale diritta. Elegantissima, in tutte gli autografi identificati, la g minuscola, di derivazione cancelleresca. Peraltro, a commento del teatro senecano, L. integra sui margini dell’Ambr. E 146 sup. molto materiale tratto dal commento, allora ben diffuso e, per così dire, normativo, del domenicano Nicola Treveth, identificato spesso con la sigla Ny (tav. 6). Accanto all’esegesi altrui l’autore della Disputatio non si astiene dall’allegare considerazioni tratte dalle sue personali letture, come nel caso del passo da s. Gerolamo (Ep., 140 9) accostato a Seneca, Phaedra, 761-72 (tav. 5). Le molte pagine autografe sono altresì testimonianza di usi ortografici fondamentalmente corretti.

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXI 138 bis
  2. Novara, Biblioteca Capitolare di S. Maria, XCIV (89)
  1. Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 146 sup.

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda