Francesco d'Assisi
Assisi 1181/1182–1226
Presentazione
Nacque tra la fine del 1181 e l’inizio del 1182. La madre lo fece battezzare col nome di Giovanni; il padre, un mercante di panni, tornato dalla Francia qualche tempo dopo, gl’impose il nome di Francesco, ossia “il Francese”. Per inciso, l’assisano fu il primo nella storia a chiamarsi così: esisteva a quel tempo in Italia meridionale una stirpe che portava il gentilizio Francesco (Franciscus, Francisius), ma era appunto un nome parentale, non un nome personale.
Abbandonate le orme paterne, Francesco si converte alla penitenza e alla vita evangelica intorno al 1205. Lo segue a breve un piccolo gruppo di fratres. Nel 1209, a Roma, ottiene da papa Innocenzo III l’assenso al suo propositum e il permesso di predicare. La crescita esponenziale dei seguaci impone una sistemazione normativa, in dialettica costante con la Curia romana e in particolare col cardinale Ugo d’Ostia, futuro papa Gregorio IX. Dopo un primo tentativo nel 1221, fallito, nell’ottobre 1223 una nuova regola ottiene l’approvazione pontificia: si costituisce l’ordine dei Frati minori, con regola propria. Gli ultimi anni di vita di Francesco – già nel settembre 1220 egli aveva rinunciato alla guida della fraternità – sono segnati dall’isolamento e dalla sofferenza, alleviata dalla compagnia di pochi frati (in primo luogo Leone, suo socius d’elezione) e dall’affetto di Chiara, abbadessa di San Damiano. Nel settembre 1224, sulla Verna, riceve «visionem et allocutionem seraphym et impressionem stigmatum Christi in corpore suo» (parole dell’unico testimone diretto, frate Leone). Muore nella chiesa di S. Maria della Porziuncola nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226.
Subito canonizzato da Gregorio IX (la cerimonia pubblica si ebbe in Assisi il 16 luglio 1228), fu ed è oggetto di un culto straordinario. Il suo nome è legato, oltre che agli ordini religiosi a lui risalenti (dei Frati minori, articolati oggi nelle tre “famiglie” dei conventuali, Minori simpliciter dicti e Cappuccini, delle Clarisse, dei Terziari), a un grandioso rinnovamento culturale, letterario e artistico. La novitas intrinseca della sua esperienza religiosa si manifesta appieno nel cosiddetto Cantico delle creature, la lauda «Altissimu onnipotente bonsignore», da lui composto o almeno finito probabilmente nella primavera del 1225 «cum esset infirmus apud Sanctum Damianum». Al Cantico si accompagnano due altri testi in volgare, di attribuzione tuttavia non unanime: la breve prosa rimata Audite poverelle, diretta a Chiara e alle sue sorores di San Damiano, e l’ancor più breve Preghiera davanti al Crocifisso.
Sono questi i tre testi in volgare – i primi testi d’autore della letteratura italiana (o, se non tre, due; se non due, uno) – compresi nel canone degli “scritti” ovvero “opuscula” di Francesco, fissato nelle edizioni critiche di Kajetan Esser (ed. Esser 1976) e di Carlo Paolazzi (ed. Paolazzi 2009), per il resto composto di ventisette testi in latino, più o meno lunghi. Un corpus cospicuo, specie se si considera che esso proviene da un “autore” che si qualificava ignorante e illetterato («ignorans sum et idiota»: Epistola toti Ordini missa, 39: ed. Esser 1976: 262; ed. Paolazzi 2009: 218). Questo paradosso si deve al suo profondissimo «senso religioso della parola» (Baldelli 1987: 36). Egli intese come suo compito diffondere i divina verba, anzi dirli, poiché “divine” considerava le sue parole di lode a Dio. Lo fece attraverso un ricco registro di varianti espressive, composto di dicta, scripta, verba cum cantu. Questa forza comunicativa poggiava su una competenza linguistica non indifferente: alle sue due lingue native, il volgare assisano e il francese, che gli consentivano di farsi capire ovunque, egli aggiunse il latino: quello dell’alfabetizzazione primaria e della corrente pratica cristiana, ma soprattutto quello biblico, portato dalla consuetudine con la Scrittura che egli maturò nella vita religiosa. Una consuetudine dell’ascolto, poiché frate Francesco, che non era prete, ascoltava la messa e la lettura del breviario da frate Leone, che prete era.
Nell’ultimo periodo sulla pratica orale prese di necessità il sopravvento lo scribere e lo scribi facere: la malattia infatti gli impedì la predicazione itinerante e lo costrinse a ricorrere allo scritto. «Cum sim servus omnium, omnibus servire teneor et administrare odorifera verba Domini mei. Unde, in mente considerans quod, cum personaliter propter infirmitatem et debilitatem mei corporis non possim singulos visitare, proposui litteris presentibus et nuntiis verba domini nostri Iesu Christi, qui est Verbum Patris, vobis referre, et verba Spiritus Sancti, que spiritus et vita sunt» (Epistola ad fideles, ii 2-3: ed. Esser 1976: 207-8; ed. Paolazzi 2009: 186). La conversione forzata alla scrittura accentuò, se possibile, la sacralità dell’atto comunicativo. Per frate Francesco i divina verba scripta, nella loro materialità, rappresentano corporalmente il Cristo, come si vede dalle sue ripetute esortazioni a venerare «sanctissimum corpus et sanguinem domini nostri Iesu Christi et sacratissima nomina et verba Eius scripta, que sanctificant corpus», poiché «nihil habemus et videmus corporaliter in hoc seculo de ipso Altissimo nisi corpus et sanguinem, nomina et verba per que facti sumus et redempti de morte ad vitam» (Epistola ad clericos, 1 e 3: ed. Esser 1976: 164; ed. Paolazzi 2009: 140). Di qui altri atteggiamenti caratteristici, come la benedizione a chi farà copiare i suoi scritti («hoc scriptum ut melius debeat observari, sciant se benedictos a Domino Deo qui illud fecerint exemplari», suona ad esempio la chiusa della lettera appena citata: Epistola ad clericos, 15: ed. Esser 1976: 165; ed. Paolazzi 2009: 140) o la proibizione di toccare, correggere o glossare quanto sta scritto (nel Testamentum, 35-39: i responsabili dell’Ordine «teneantur in istis verbis non addere vel minuere», e i frati «non mittant glossas in regula neque in istis verbis […] sed sicut dedit mihi Dominus simpliciter et pure dicere et scribere regulam et ista verba, ita simpliciter et pure sine glossa intelligatis»: ed. Esser 1976: 443-44; ed. Paolazzi 2009: 402).
Cosicché Francesco molto scrisse e molto dettò. Numerose ad esempio sono le attestazioni di suoi biglietti, piccole missive, litterulae. Ne restano due, dette cartulae (foglietti di pergamena), conservate l’una nella chiesa di S. Francesco in Assisi, l’altra nel Duomo di Spoleto. Esse presentano, scritti di suo pugno, tre testi: quella assisana, usuratissima e mutila nel bordo inferiore, porta sulle due facce le Laudes Dei altissimi e la Benedictio a frate Leone; il quale medesimo è il destinatario della letterina vergata sul solo lato carne del foglietto di Spoleto. Entrambi gli autografi furono dunque scritti per frate Leone, il quale – unico tra i destinatari dei molti biglietti di frate Francesco – le conservò, come attestazioni del “suo” santo. Mentre la cartula spoletina restò per lungo tempo ignota (la prima notizia risale al 1604; di nuovo dimenticato, il foglietto fu recuperato dal folignate don Michele Faloci Pulignani nel 1893: cfr. Bartoli Langeli 2000: 19), a quella assisana Leone riservò un altro destino: dopo averla tenuta su di sé per più di trent’anni, tra il 1257 e il 1260 egli, ormai anziano, la donò, come reliquia del beatus pater, all’abbadessa di Santa Chiara, postillandola con note memoriali in inchiostro rosso (note che, l’avesse Leone tenuta su di sé fino alla morte, come sovente si dice, non avrebbero senso: Frugoni 1993: 72-78); successivamente, al più tardi nel 1338, la cartula pervenne al Sacro Convento di Assisi; di qui la successiva tradizione, abbastanza ricca (ed. Paolazzi 2009: 108-11).
Francesco scrisse le Laudes Dei altissimi e la Benedictio immediatamente dopo la ricezione delle stimmate nel settembre 1224, sulla Verna, come testificato da frate Leone: prima, sul lato carne, le Laudes in ringraziamento al Signore «de beneficio sibi collato»; poi, sul lato pelo, la Benedictio a frate Leone. Il perché di quest’ultima è narrato in alcune legendae di Francesco (principalmente Tommaso da Celano, Vita ii, 49), con localizzazione sulla Verna ma senza riferimento alla stimmatizzazione: un frate socius, sofferente per una grave tentazione dello spirito, desiderava da Francesco «aliquod recreabile scriptum manu sua de verbis Domini»; aveva timore di chiederglielo; ma il santo, ispirato da Dio, gli dice «porta mihi cartam et atramentum, quoniam verba Dei et laudes eius scribere volo, que meditatus sum in corde meo». Dopo aver scritto, Francesco consegna la carta al socius, raccomandandogli di serbarla. Cosa che farà frate Leone (naturalmente era lui il socius in crisi). Nel merito, la Benedictio a frate Leone, scritta in seconda battuta, cambia la natura del foglietto, da preghiera di Francesco in lode del Signore a scritta protettiva per il socius; il quale infatti, invertendo la gerarchia lato carne-lato pelo, tenne il foglietto ripiegato in modo tale da proteggere appunto la Benedictio, il che condannò le Laudes al completo deterioramento.
In effetti il testo delle Laudes risulta fortemente compromesso dall’usura della membrana. Lo scritto consiste di trenta pericopi inizianti con Tu es. Numerosi i luoghi critici; si discute in particolare se e come emendare l’ultima pericope della r. 10, tu es omnia [aggiunto in sopralinea] divitia nostra asuficientia: Paolazzi (2000) e Breschi (2010) intendono «tu es omnia, divitia nostra a(d) suficientiam»; chi scrive non toccherebbe nulla, supponendo un “falso” neutro plurale. Sul verso della cartula è la Benedictio: centrata nella metà superiore è la formula, ripresa da Numeri, vi 24-26 (la benedizione di Mosè ad Aronne); nella metà inferiore è disegnato un signum thau cum capite (il Tau è disegnato in maniera geometrica e in posizione centrata, sfruttando la piegatura; esso esce dalla bocca di Francesco stesso, se, come pare, quel caput è una sorta di autoritratto [cfr. Frugoni i.c.s.]). L’asta del Tau è intersecata dal nome proprio: f. Leo. Nel riquadro destro del Tau è posta la formula di benedizione a quattro membri, dnus-bene-te-dicat, leggibili in tutte le combinazioni. Intercalate sono le rubriche dichiaratorie di mano di frate Leone, che attestano l’autografia (« Beatus Franciscus scripsit [o fecit] manu sua»): la prima e più lunga riferita alle Laudes scritte nella facciata retrostante, la seconda riferita alla benedictio, la terza al «signum thau cum capite».
La lettera spoletina, che non presenta alcun elemento utile alla datazione, dovrebbe risalire agli ultimi anni di Francesco, al più presto al 1223, probabilmente al 1225 o 1226, in uno dei rari momenti in cui frate Leone era lontano da lui.
I tre testi qui contenuti sono in latino, un latino assai semplice (sul quale in generale vd. Pozzi 2000). Quello sintatticamente più complesso, perché discorsivo, è l’epistola; la Benedictio risponde a un formulario biblico e a uno schema grafico elaborati appositamente, così pare, da frate Francesco per le sue litterae benedictionis; le Laudes Dei altissimi consistono in una sequenza di versetti tutti inizianti con Tu es, indicativi al massimo grado del «rigore terminologico», della «coerenza lessicale» di Francesco, «dove nessuna parola significativa sopporterebbe di esser sostituita da un sinonimo» (Menichetti 2010: 508 e 510; lo stesso vale, ad esempio, per il Cantico delle creature). Si tratta di un latino sufficientemente corretto, non privo però di cadute: errori corretti, con una sorta di pietas grammaticale e ortografica, dal più colto Leone.
Al di là delle molte attestazioni delle legendae sui gesti di scrittura (ma più di dettatura) di Francesco, l’erudizione francescana ha lasciato alcune menzioni di altri suoi autografi, perduti o non accertabili: ad esempio nel 1623 Lucas Wadding affermava di aver visto ad Assisi, quattro anni prima, la Regola definitiva «ipsius Francisci manu exaratam» (B. P. Francisci Assisiatis Opuscula, Antverpiae, ex officina Plantiniana 1623, p. 169). Un autografo troppo rilevante perché possa averlo visto solo ed esclusivamente lui.
A proposito della Regola, dovrebbe esser considerato apografo di una stesura di mano di Francesco il testo di essa inserto nella lettera pontificia di conferma, da cui il nome di Regula bullata (papa Onorio III, 29 novembre 1223: originale ad Assisi; copia nel Registro Vaticano 12, cc. 155r-156v, num. cclxi). La lettera dovrebbe essere stata emessa, com’era prassi, su petitio scritta dei destinatari, che sono (al dativo) «dilectis filiis fratri Francisco et aliis fratribus de ordine fratrum minorum». Perciò, ragionando per sillogismo e lasciandosi incoraggiare da Wadding, si dovrebbe dedurne essere stato Francesco a scrivere la petitio. Il che (a prescindere dai rimaneggiamenti che il testo elaborato dall’Ordine dovette subire in curia) è massimamente improbabile.
Né vanno trattati come apografi i testi francescani raccolti nel famoso ms. Assisi, Biblioteca Comunale, Fondo antico, 338 (sezione seconda; il codice è composito), risalenti direttamente o indirettamente a frate Leone (qui, alle cc. 33r-34r, il Cantico). Li avesse costui trascritti da autografi del beatus pater, non avrebbe mancato di dirlo nelle sue rubriche dichiaratorie; e va notato che nella raccolta sono assenti le Laudes Dei altissimi e la Benedictio a lui stesso diretta, nella cartula che egli teneva su di sé. Si tratta di testi “leoniani”, nel senso che fu frate Leone a scriverli, o a suo tempo sotto dettatura di Francesco, come suo scriba e secretarius, oppure a distanza, a memoria (com’è probabile per il Cantico).
Hanno parvenza di apografi diretti di scritture di mano di Francesco quattro testimoni unici di suoi testi. Li si elenca secondo ordine cronologico di attestazione e secondo ordine di plausibilità crescente.
1) Nel 1778 veniva segnalata al conventuale padovano Francesco Antonio Benoffi una pergamena conservata allora nel convento di Kosljun nell’isola di Krk (it. Veglia), portante un intervento autografo di Francesco datato 1212 – e non solo di lui: seguirebbe analogo intervento di Antonio di Padova datato 1216. Il documento, oggi conservato a Zagabria, è in realtà una scrittura risalente al 1539 (Bartoli Langeli 2000: 14-15). Ipotesi più ottimistica, un apografo; ipotesi più realistica, un’invenzione cinquecentesca. Ad ogni modo quel breve testo non è stato mai accolto nel novero degli Scritti di Francesco, e nemmeno discusso dagli editori di essi.
2) Accettata invece unanimemente è la Exhortatio ad laudem Dei (Paolazzi in Francesco d’Assisi 2009: 36-37; Ferrari 1982: 6-7). A stare al manoscritto quattrocentesco Napoli, BNN, VI G 33, l’unico che la tramanda (da esso riprende Wadding, benché con varianti), Francesco l’avrebbe scritta o incisa su una tavola lignea, alla base di un dipinto da lui fatto eseguire nell’eremitorio di Cesi, presso Terni.
3) L’Epistola ad custodes è tràdita in due versioni, entrambe rarefatte. Mentre la ii redazione ha una tradizione assai periclitante (proverrebbe da una miscellanea duecentesca raccolta a Saragozza, da cui una traduzione in castigliano, a sua volta “ritradotta” in latino da Wadding), la prima appare affidabile. La tramanda infatti isolatamente un codice del terzo quarto del secolo XIII: Volterra, Biblioteca Guarnacci, 225 (Paolazzi in Francesco d’Assisi 2009: 144-45).
4) Sicuramente trascrizione diretta di una lettera originale di mano di Francesco è il testo della i redazione della Epistola ad clericos che sta a c. 117r del ms. Roma, Biblioteca Vallicelliana, B 24 (Oliger 1913). Il manoscritto è un messale del monastero di Subiaco: dunque il testo francescano non proviene da un contesto minoritico, il che è prova della sua autonomia di tradizione. Nelle pagine rimaste bianche dopo la fine del messale, vari monaci sublacensi appuntarono, a mo’ di cronaca avventizia («velut registrum actorum», Oliger 1913: 5), alcune notizie riguardanti il monastero. La nuda trascrizione della lettera di Francesco è subito dopo una nota datata 1219; seguono due note non datate e una nota datata 17 novembre 1238. Correttezza vuole che si dia quest’ultimo come terminus ante quem, comunque molto alto; però sicuramente quella trascrizione va avvicinata più al 1219 che al 1238. Non vi si fa il nome di Francesco; ma (oltre a una croce potenziata all’inizio) è riprodotto un signum thau, che campeggia al centro dello spazio bianco inferiore. Il Tau poggia su un disegno che può alludere, semplificato com’è, a quel caput autoritratto con figura nella Benedictio a frate Leone. Il Tau era la “firma” di Francesco: «familiare sibi signum thau pre ceteris signis, quo solo et missivas cartulas consignabat et cellarum parietes ubilibet depingebat» (Tommaso da Celano, Tractatus de miraculis, iii 4). Si hanno tutti i motivi per ritenere che Francesco, passando per Subiaco nel 1219 o nel 1220 (andando o, rispettivamente, tornando dall’Egitto), abbia lasciato ai monaci quella sua epistola autografa Attendamus omnes clerici, e che un pio amanuense l’abbia assai presto trascritta in quella pagina bianca, invitante e insieme appartata.
Bibliografia
Baldelli 1987 = Ignazio B., La letteratura dell’Italia mediana dalle Origini al XIII secolo, in Letteratura italiana. Storia e geografia, dir. Alberto Asor Rosa, vol. i. L’età medievale, Torino, Einaudi, pp. 26-63.
Bartoli Langeli 2000 = Attilio B. L., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Turnhout-Firenze, Brepols-Fondazione Ezio Franceschini.
Breschi 2010 = Giancarlo B., Padre Carlo Paolazzi editore di san Francesco, in Aldo Menichetti, G.B., Marco Guida, Presentazione della nuova edizione critica degli ‘Scripta’ di Francesco d’Assisi a cura di Carlo Paolazzi, in «Studi francescani», cvii, pp. 515-33.
Esser 1976 = Die Opuscula des hl. Franziskus von Assisi. Neue testkritische Edition, hrsg. von Kajetan Esser, Grottaferrata, Editiones Collegii s. Bonaventurae ad Claras Aquas [2a ed., hrsg. von Englebert Grau, ivi, id., 1989].
Ferrari 1982 = Mirella F., Le lodi di Dio Altissimo e gli autografi di san Francesco, in Divo Barsotti, Le lodi di Dio Altissimo, Milano, Edizioni O.R., pp. 5-9.
Frugoni 1993 = Chiara F., Francesco e l’invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Torino, Einaudi.
Frugoni i.c.s. = Ead., «Istud signum tau cum capite»: qualche riflessione in merito, in «Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria», cix, i.c.s.
Menichetti 2010 = Aldo M., Una nuova edizione degli ‘Scripta’ dopo quella di Kajetan Esser, in A.M., Giancarlo Breschi, Marco Guida, Presentazione della nuova edizione critica degli ‘Scripta’ di Francesco d’Assisi a cura di Carlo Paolazzi, in «Studi francescani», cvii, pp. 508-15.
Oliger 1913 = Livarius O., Textus antiquissimus epistolae s. Francisci de reverentia corporis Domini in missali Sublacensi (cod. B.24 Vallicellianus), in «Archivum franciscanum historicum», vi, pp. 3-12.
Paolazzi 2000 = Carlo P., Per gli autografi di frate Francesco: dubbi, verifiche e riconferme, in «Archivum franciscanum historicum», xciii, pp. 3-28 (poi in Id., Studi su gli ‘Scritti’ di frate Francesco, Grottaferrata, Editiones Collegii s. Bonaventurae ad Claras Aquas, pp. 101-26).
Paolazzi 2009 = Francesco d’Assisi, Scritti, ed. critica a cura di Carlo Paolazzi, Grottaferrata, Frati editori di Quaracchi-Fondazione Collegio S. Bonaventura.
Pozzi 2000 = Giovanni P., Lo stile di san Francesco, in «Italia medioevale e umanistica», xli, pp. 7-72.
Nota paleografica
La grafia di F. è inquadrabile nella classe delle scritture “elementari di base”. È questa una categoria introdotta in paleografia da Armando Petrucci nel 1972 da lui stesso teorizzata nel 1979, e precisata poi da Maddalena Signorini nel 1998. Petrucci la dice caratterizzata «dalla identificazione autonoma dei singoli elementi, dalla conseguente assenza di legamenti corsivi o di nessi fra loro, dal parco o nullo uso di abbreviazioni, dalla mancanza di elementi di inquadramento, separazione ed esplicitazione del discorso (uso di maiuscole, punteggiatura, segni diversi ecc.)» (Petrucci 1972: 25). Caratteristiche ben visibili nelle prove grafiche di F., che però presentano due differenze rispetto alla definizione: per un verso una certa capacità di variazione, se è vero che la formula della Benedictio è ben più ordinata e accurata (anche nell’uso dei segni d’interpunzione) delle Laudes e dell’epistola a frate Leone; per l’altro una buona confidenza col sistema abbreviativo, poiché negli autografi i compendi sono numerosi e idonei: si riscontrano il titulus generico per la nasale, sulla t per -t(er) e per alcune contrazioni; il segno simile a 2 sullau per v(er) e sulla t per t(ur); i segni alla p e alla q.
Sostanziale invece il primo carattere enunciato da Petrucci: la «identificazione autonoma dei singoli elementi» (da cui la qualifica di “elementare”), ossia l’invarianza e separatezza degli elementi alfabetici, la ripetizione costante delle stesse forme di lettera a prescindere dal contesto grafico. Una sorta di canone alfabetico. F. scrive per lettere: pensa la frase, isola le parole che la compongono, scrive ciascuna parola lettera dopo lettera tracciata singolarmente e sempre allo stesso modo. Negli autografi di F. occorrono diciotto delle venti lettere dell’alfabeto latino medievale: assenti infatti la h (integrata in due luoghi da frate Leone) e la z/ç. Alle lettere dell’alfabeto si aggiungono il nesso st, grafema autonomo, e il segno per et. L’alfabeto di F. è tutto e solo minuscolo (alcune lettere sono rese maiuscole da frate Leone); una certa enfatizzazione si nota nelle tre f della lettera di Spoleto (tav. 3 r. 1). Unica eccezione all’uniformità alfabetica è la u di u(er)ba nel medesimo testo (ivi, r. 4), di forma angolare anziché minuscola come in tutti gli altri casi (basti uerbo subito dopo, ivi, r. 5).
La scrittura di F. viene direttamente dalla sua prima alfabetizzazione, oggi diremmo dalla sua istruzione “elementare”. Una scrittura che resta immobile una volta appresa, incapace di progressione. F. è un semicolto, un appena alfabetizzato («ignorans sum et idiota» non è professione di umiltà francescana, è presa d’atto realistica); ma non per una presunta incompiutezza di curriculum scolastico, come saremmo portati a giudicare la scrittura di un semialfabeta di oggi, quanto perché strutturalmente elementare era stata la sua formazione grafico-culturale. La scrittura che usa, le lettere che realizza separatamente sono il patrimonio grafico organico alla sua condizione culturale: una alfabetizzazione minimale e pratica, da laico, intendendo con ciò un’educazione grafica non orientata in senso professionale, specialistico, quale è quella dei clerici e degli amanuensi.
Il modello di base della scrittura di F. è la minuscola comune, invalsa nell’alfabetizzazione primaria nei secoli centrali del medioevo, però in una specificazione particolare, la minuscola comune dell’area appenninica. L’identificazione di questa tipologia grafica si deve ad Alessandro Pratesi: egli individuava un «tipo di scrittura notarile del contado» nelle carte folignati dell’XI secolo (Pratesi 1973: xvii); e, trattando dell’epistola spoletina di F., vi riconosceva l’afferenza «a un tipo di scrittura notarile assai diffuso in Umbria tra XII e XIII secolo soprattutto nel contado o in centri cittadini di scarsa o nulla tradizione culturale» (Pratesi 1984: 20). Si tratta della minuscola pesante, semplificata e disarticolata di molti notai attivi in luoghi umbri e marchigiani ai due lati della dorsale appenninica. Agli italianisti è familiare la carta di Fiastra del 1141 (Castellani 1976: 149-54); si possono addurre molte altre testimonianze, da Fabriano e da Fonte Avellana, da Foligno e dalla stessa Assisi (Bartoli Langeli 2000: 23-28). Sono scritture che presentano la ricorrenza di quegli stessi elementi che si riscontrano negli autografi di F.: segni caratteristici (i più appariscenti sono la r e il segno di et), durezza del tratto per effetto di uno strumento poco elastico, grossezza e separazione delle lettere, allineamento incerto.
A parte i notai “rustici” e i loro documenti, abbondano le testimonianze di scrittura elementare in latino prodotte da scriventi semicolti, chierici e laici, nei secoli centrali del Medioevo, prima cioè dello scrivere volgare. Esse appartengono generalmente ai tipi delle sottoscrizioni testimoniali (in documenti) e delle note avventizie (in libri) (Bassetti 2001). F. fu uno dei pochi a forzare questi limiti, perché usò la sua mediocre scrittura e il suo mediocre latino per produrre veri e propri testi, di una forza e autonomia comunicativa inversamente proporzionali alla debolezza della sua competenza grafica e linguistica.
Bibliografia
Bartoli Langeli 2000 = Attilio B. L., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Turnhout-Firenze, Brepols-Fondazione Ezio Franceschini.
Bassetti 2001= Massimiliano B., Per la storia dei manoscritti atlantici: scritture ai margini dei ‘Moralia in Iob’ di Todi, in «Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria», xcviii, pp. 275-364.
Castellani 1976 = Arrigo C., I piú antichi testi italiani, Bologna, Pàtron, pp. 149-54.
Petrucci 1972 = Armando P., Libro, scrittura e scuola, in La scuola nell’Occidente latino dell’alto medioevo, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, pp. 313-37 (poi, col titolo Alle origini dell’alfabetismo altomedievale, in A.P.-Carlo Romeo, “Scriptores in urbibus”. Alfabetismo e cultura scritta nell’Italia altomedievale, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 13-44).
Petrucci 1979 = Id., Funzione della scrittura e terminologia paleografica, in Palaeographica diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 4-30.
Pratesi 1973= Alessandro P., Prefazione a Le carte dell’abbazia di S. Croce di Sassovivo, vol. i: 1023-1115, a cura di Giorgio Cencetti, Firenze, Olschki, pp. v-xxii.
Pratesi 1984 = Id., L’autografo di san Francesco nel Duomo di Spoleto, in San Francesco e i francescani a Spoleto, Spoleto, Accademia Spoletina, pp. 17-26 (poi in Id., Frustula palaeographica, Firenze, Olschki, 1992, pp. 285-96).
Signorini 1998 = Maddalena S., Osservazioni paleografiche sull’apprendimento della scrittura in ambiente ecclesiastico. Alcuni esempi in latino e in volgare, in Libro, scrittura, documento della civiltà monastica e conventuale nel basso medioevo (secoli XIII-XV). Atti del Convegno dell’Associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti, Fermo, 17-19 settembre 1997, a cura di Giuseppe Avarucci, Rosa Marisa Borraccini Verducci e Giammario Borri, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, pp. 263-83 e tavv. i-x.
Censimento
- Assisi, Sacro Convento di S. Francesco, Cappella delle reliquie, senza segnatura
- Spoleto, Duomo, Cappella delle reliquie, senza segnatura
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda