de’ Rossi, Nicolò

Treviso 1290 ca.–Venezia post 1348

Presentazione

Le notizie sulla vita dell’autore sono piuttosto scarse e frammentarie. Nato a Treviso verso la fine del XIII secolo, studia a Bologna dove consegue la laurea in legge nel 1317 (Marchesan 1892: 126; Marchesan 1923: ii 294; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 3). Tornato nella sua città natale, diventa professore di diritto civile nello Studio trevigiano nel 1318 superando nelle valutazioni l’altro candidato, Cino da Pistoia (Marchesan 1923: ii 294; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 3). Nicolò è inoltre variamente attivo nelle complesse vicende cittadine come giudice e avvocato ed è anche impegnato nell’attività diplomatica del Comune partecipando a diverse missioni fino al 1329, anno in cui Treviso viene conquistata da Cangrande della Scala. Le notizie su Nicolò si perdono fino al 1338, quando lo si ritrova presso la corte pontificia ad Avignone (Marchesan 1923: ii 295; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 4 n. 2). Nello stesso anno viene nominato pievano della chiesa di S. Apollinare in Venezia, dove entra ufficialmente in carica nel 1339 (Marchesan 1923: ii 295-96; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 4 n. 3). Nel 1348 il suo nome compare per l’ultima volta nel catalogo dei parroci di S. Apollinare. Non si hanno notizie sull’anno della morte, che con ogni probabilità avvenne a Venezia; Nicolò lasciò quanto possedeva al priorato cittadino di S. Maria della Misericordia (Marchesan 1923: ii 294-99; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 4; Brugnolo 1980: 172 n. 2, 173 n. 28).

Nicolò è senz’altro «il più prolifico e significativo rappresentante della cultura volgare trevisana del Trecento» ed entra direttamente in contatto con la tradizione lirica toscana e emiliana durante il periodo di studi a Bologna (Brugnolo 1980: 157). La sua produzione poetica è collocabile in poco più di un decennio, dal 1317-1318 al 1328-1329, a partire quindi da un momento appena successivo al suo ritorno a Treviso fino alla conquista scaligera della città. Lo svolgimento cronologico può essere seguito anno per anno grazie ai riferimenti contenuti negli stessi testi e per una data esplicita, il 1328, presente in uno di essi. Il suo canzoniere è costituito da 438 componimenti (4 canzoni e 433 sonetti oltre a una canzone di dubbia attribuzione). Se si escludono otto sonetti presenti nel ms. El Escorial, Real Biblioteca de S. Lorenzo Lat. e III 23, c. 81v, per lungo tempo ritenuti illeggibili e solo da poco recuperati e pubblicati da Roberta Capelli (Capelli 2006: 73-78; Capelli 2008), e alcuni manoscritti quattro e cinquecenteschi, il canzoniere si trova tramandato da due testimoni, parzialmente autografi, allestiti fra il 1325 e il 1338. Sulla base della situazione interna del testo dei sonetti non è possibile stabilire quale dei due codici sia stato compilato prima (De Robertis 1954; Favati 1957; Brugnolo in De Rossi 1974-1977: i xxxvii, xlii, xlvii-xciii, ii 9-16, 17-27; Brugnolo 2001: 247; De Robertis 2002: 715-20; De Robertis T. 2009: 25, 28, 38; Brugnolo 2010a). Il primo codice è il ms. Città del Vaticano, BAV, Barb. Lat. 3953 (tavv. 1-4), composito, costituito da due unità codicologiche sostanzialmente coeve, allestito dallo stesso Nicolò in collaborazione con altri tre copisti. Secondo Brugnolo il poeta avrebbe prodotto la prima sezione a Treviso fra il 1325 ed il 1329, in origine con l’intenzione di destinare il manoscritto a Guecello Tempesta (progetto non andato poi a buon fine per la mutata situazione politica trevigiana) e successivamente avrebbe unito questa sezione alla seconda realizzata nel frattempo (Brugnolo 2010a). Il manoscritto tramanda un’ampia antologia di rime di poeti del tardo Duecento e del primo Trecento, in massima parte toscani, e include anche 75 sonetti e quattro canzoni di Nicolò. L’altro testimone è il codice Sevilla, Biblioteca Capitular y Colombina 7 1 32 (tavv. 5-8); contiene 425 composizioni e si può ritenere un vero e proprio “canzoniere d’autore”: trasmette infatti quasi per intero il corpus delle rime di Nicolò de’ Rossi disposte in ordine cronologico, con la sola eccezione di due canzoni e 13 sonetti mancanti nel manoscritto per la caduta di alcune carte; la mano β, attribuibile a Nicolò de’ Rossi, alle cc. 49r-51v ha inoltre realizzato articolati esperimenti di poesia “visiva” o figurata (tavv. 6-7).

La questione dell’autografia dei due manoscritti e della partecipazione di Nicolò alla loro realizzazione fu posta già alla fine dell’Ottocento, contemporaneamente alle prime pubblicazioni dei testi contenuti nel Barberiniano Lat. 3953 (Marchesan 1892). Fra tutte le mani che hanno partecipato alla scrittura dei due manoscritti una sola è presente in entrambi: γ nel codice vaticano (tavv. 1-4), e β nel Colombino (tavv. 5-8). Gino Lega è stato il primo ad esaminare compiutamente il Barberiniano Lat. 3953, identificando fra le mani presenti quella di Nicolò (Lega in Canzoniere 1905: xxiv-xxxiii); questa tesi è stata successivamente accolta anche da altri studiosi (Massèra 1920: ii 103; Favati 1957: 179-81). Le argomentazioni più convincenti a sostegno della parziale autografia sono contenute nei numerosi studi dedicati da Furio Brugnolo al poeta ed al suo canzoniere, nei quali il filologo ribadisce che la mano in questione non solo è responsabile di cospicue parti di testo, ma interviene anche con correzioni e integrazioni nelle sezioni scritte dagli altri copisti (tavv. 4, 8). Nel Colombino 7 1 32 la mano di Nicolò si presenta inoltre come la più corretta e controllata, priva di errori o ripensamenti (Brugnolo in De Rossi 1974-1977: i xliii; Brugnolo 2001: 233 n. 22). All’attribuzione a Nicolò hanno rinviato anche Paola Supino Martini (senza però concentrarsi in modo specifico sulla mano γ: vd. Supino Martini 1998: 253) e Arianna Punzi (Punzi 2004).

Si segnala che alcuni studiosi hanno espresso perplessità o addirittura negato l’autografia (Corti 1967: 129-30; Banfi 1978: 459-61; Petrucci 1985: 290 n. 5; Petrucci 1988: 1228). Altri hanno invece suggerito la possibilità dell’idiografia prospettando l’attività di un copista di particolare fiducia, un correttore che avrebbe guidato e revisionato l’intervento degli altri scribi e che avrebbe operato sotto l’attento controllo dell’autore stesso: Jole Scudieri Ruggieri sottolinea la mancanza di elementi sicuri per sostenere la diretta partecipazione di Nicolò alla scrittura del Barberiniano Lat. 3953, del quale sarebbe stato invece l’ordinatore, mentre non sarebbe stato neppure ordinatore del codice Colombino (Scudieri Ruggeri 1955: 35-37; replica in Favati 1957: 182-86; cfr. anche Belletti 1973 e Brugnolo in De Rossi 1974-1977: ii 17-21; Brugnolo 1986: 64-80). Corrado Bologna, riassumendo la diversità delle posizioni, ritiene più probabile che ad intervenire sui manoscritti sia stato un «sodale o vicino, comunque un ammiratore», rimanendo sostanzialmente indimostrato e forse difficilmente dimostrabile un intervento diretto della mano di Nicolò nella preparazione del canzoniere (Bologna 1986: 528-31). Vittorio Formentin, ritornando sui problemi intorno alla tenzone tridialettale, ritiene sicuramente prossimo a Nicolò il codice Colombino, anche per l’eccellente qualità della lezione e l’accuratezza delle correzioni su rasura, e, pur con molta cautela, non esclude l’ipotesi che almeno in qualche caso particolare possa contenere delle varianti d’autore (Formentin 2009: 57).

L’ipotesi della parziale autografia appare più che fondata e regge alla prova nel quadro complessivo che risulta ora dall’analisi autoptica dei due manoscritti, per quanto attiene alla loro struttura fisica, ai testi che contengono, al periodo in cui furono prodotti, alla scrittura e revisione, ove si riconoscono ripetuti e fondamentali interventi da parte della medesima mano in entrambi i codici, quella mano che, per il Barberiniano, è direttamente responsabile dell’allestimento finale, come attestano anche i richiami apposti al termine di alcuni fascicoli. I due manoscritti testimoniano insomma proprio quel modello di lavoro e di produzione del libro descritto da Petrucci che vede «la partecipazione diretta dell’autore alla fattura materiale dei propri testi, sia in fase di redazione, sia in fase di trasformazione del testo in libro» (Petrucci 1984: 400).



Bibliografia
Banfi 1978 = Luigi B., Recensione a De Rossi 1974-1977, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», clv, pp. 456-61.
Belletti 1973 = Gian Carlo B., Aspetti storico-critici del ‘Canzoniere’ di Nicolò de’ Rossi, in «Studi e problemi di critica testuale», vii, pp. 58-89.
Bologna 1986 = Corrado B., Tradizione testuale fortuna dei classici italiani, in Letteratura italiana. Storia e geografia, dir. Alberto Asor Rosa, vol. vi. Teatro, musica, tradizione dei classici, Torino, Einaudi, pp. 445-928.
Brugnolo 1980 = Furio B., La cultura volgare trevisana della prima metà del Trecento, in Tomaso da Modena e il suo tempo. Atti del Convegno internazionale di studi per il 6° centenario della morte, Treviso, 31 agosto-3 settembre 1979, Treviso, Comitato manifestazioni Tomaso da Modena, pp. 157-84 (poi in Brugnolo 2010b: 288-333).
Brugnolo 1986 = Id., La tenzone tridialettale del ‘Canzoniere’ Colombino di Nicolò de’ Rossi. Appunti di lettura, in «Quaderni veneti», iii, pp. 41-83 (poi ripubblicato, con due Postille, in Brugnolo 2010b: 362-421).
Brugnolo 2001 = Id., La poesia del Trecento, in Storia della letteratura italiana, dir. Enrico Malato, vol. x. La tradizione dei testi, coordinato da Claudio Ciociola, Roma, Salerno Editrice, pp. 223-70.
Brugnolo 2010a = Id., Ancora sui canzonieri di Nicolò de’ Rossi (e sul destinatario del Barberiniano), in Letteratura e filologia tra Svizzera e Italia. Miscellanea di studi in onore di Guglielmo Gorni, a cura di Maria Antonietta Terzoli, Alberto Asor Rosa, Giorgio Inglese, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, vol. ii pp. 63-86 (poi ripubblicato, con Appendice, pp. 452-56, di Roberto Benedetti, in Brugnolo 2010b: 422-58).
Brugnolo 2010b = Id., Meandri. Studi sulla lirica veneta e italiana settentrionale del Due-Trecento, Roma-Padova, Antenore.
Canzoniere 1905 = Il canzoniere Vaticano Barberino Latino 3953 (già Barb. 45. 47), a cura di Gino Lega, Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua.
Capelli 2006 = Roberta C., Sull’Escorialense (lat. e.III.23). Problemi e proposte di edizione, Verona, Fiorini.
Capelli 2008 = Ead., Gli otto sonetti leggibili di Nicolò de’ Rossi nel codice Escorial e.III.23, in «L’ornato parlare». Studi di filologia e letterature romanze per Furio Brugnolo, a cura di Gianfelice Peron, Padova, Esedra, pp. 589-612.
Corti 1967 = Maria C., Una tenzone poetica del sec. XIV in veneziano, padovano e trevisano, in Dante e la cultura veneta. Atti del Convegno di studi organizzato dalla Fondazione «Giorgio Cini», Venezia-Padova-Verona, 30 marzo-5 aprile 1966, a cura di Vittore Branca e Giorgio Padoan, Firenze, Olschki, pp. 129-42.
De Robertis 1954 = Domenico D. R., Il Canzoniere Escorialense e la tradizione “veneziana” delle rime dello Stil novo, Supplem. n. 27 al «Giornale Storico della Letteratura Italiana».
De Robertis 2002 = Id., I documenti, in Dante Alighieri, Rime a cura di D.D.R., Firenze, Le Lettere, vol. i.
De Robertis T. 2009 = Teresa D. R., Descrizione e storia del canzoniere escorialense, in Il canzoniere escorialense e il frammento marciano dello Stilnovo. Real biblioteca de El Escorial, e.III.23-Biblioteca Nazionale Marciana, IT.IX.529, a cura di Stefano Carrai e Giuseppe Marrani, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, pp. 11-48.
De Rossi 1974-1977 = [Nicolò De R.,] Il Canzoniere di Nicolò de Rossi, vol. i. Introduzione, testo, glossario, vol. ii. Lingua, tecnica, cultura poetica, a cura di Furio Brugnolo, Padova, Antenore.
Favati 1957 = Guido F., Ancora sull’Escurialense e.III.23 e su un gruppo di sonetti di Nicolò de’ Rossi. Rapporti col Chigiano L.VIII.305, in «Filologia romanza», xiii, pp. 176-90.
Formentin 2009 = Vittorio F., Noterelle sulla tenzone tridialettale del codice Colombino di Nicolò de’ Rossi, in «Filologia italiana», vi, pp. 51-73.
Marchesan 1892 = Angelo M., L’Università di Treviso nei secoli XIII e XIV, e cenni di storia civile e letteraria della città di quel tempo, Treviso, Pio Istituto Turazza.
Marchesan 1923 = Id., Treviso medievale: istituzioni, usi, costumi, aneddoti, curiosità, Treviso, Tip. Funzionari Comunali, 2 voll. (rist. an. con pres. e aggiornamento bibliografico a cura di Luciano Gargan, Bologna, Atesa, 1977).
Massèra 1920 = Aldo Francesco M., Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Bari, Laterza, 2 voll.
Petrucci 1984 = Armando P., Minuta, autografo, libro d’autore, in Il libro e il testo. Atti del Convegno internazionale di Urbino, 20-23 settembre 1982, a cura di Cesare Questa e Renato Raffaelli, Urbino, Univ. degli Studi di Urbino, pp. 397-414.
Petrucci 1985 = Id., La scrittura del testo, in Letteratura italiana, dir. Alberto Asor Rosa, vol. iv. L’interpretazione, Torino, Einaudi, pp. 285-308.
Petrucci 1988 = Id., Storia e geografia delle culture scritte (dal secolo XI al secolo XVIII), in Letteratura italiana. Storia e geografia, dir. Alberto Asor Rosa, vol. ii. L’età moderna, Torino, Einaudi, pp. 1193-292.
Punzi 2004 = Arianna P., Le metamorfosi di Darete Frigio: la materia troiana in Italia (con un’appendice sul ms. Vat. Barb. lat. 3953), in «Critica del testo», vii, 1 pp. 163-211.
Scudieri Ruggeri 1955 = Jole S. R., Di Nicolò de’ Rossi e di un suo canzoniere, in «Cultura neolatina», xv, pp. 35-91.
Supino Martini 1998 = Paola S. M., Per la storia della “semigotica”, in «Scrittura e civiltà», xxii, pp. 249-64.

Nota paleografica

In entrambi i manoscritti la componente “giuridica-notarile” della grafia emerge con evidenza, rivelando il profilo professionale dei vari copisti, tutti provenienti dall’ambiente notarile, particolarmente vivace «lungo il meridiano tosco-emiliano» con centri a Firenze e Bologna (De Robertis T. 2010: 2). In questo contesto la mano di N. de’ R. si distingue nettamente. Si tratta di una scrittura cancelleresca, decisamente influenzata, nella tecnica esecutiva, dalla textualis, con lettere per lo più tracciate in modo frazionato e scomposte nei tratti fondamentali, sostanzialmente con asse verticale o leggermente inclinato a sinistra, molto regolare e controllata. Nel commento in latino a Color di perla (tav. 2) e nella traduzione latina, con testo interlineare, della canzone di Bindo Bonichi (Barb. Lat. 3953, pp. 28-36) e nel ms. Colombino, c. 40v, N. utilizza anche una scrittura di modulo minore, più serrata, realizzata con penna temperata sottile e priva di chiaroscuro. Nella morfologia le lettere mostrano significativi e ben riconoscibili elementi stilistici fortemente personali. La lettera h offre la struttura più complessa, che può essere presa come campione, contenendo caratteristiche riscontrabili in altre lettere: dalla parte superiore dell’asta si sviluppa un ampio svolazzo disposto quasi orizzontalmente rispetto alla riga di scrittura, con tendenza a chiudere verso l’asta; il secondo tratto si sviluppa sotto la riga con un caratteristico andamento sinuoso che ritroviamo anche nella variante più “corsiva” della lettera g (ma è presente anche la g chiusa di tipo testuale nelle sezioni di testo con scrittura di modulo più ampio, ad esempio a nel ms. Barb. Lat. 3953, p. 36, r. 10: alegreçça), nel prolungamento dell’ultimo tratto di m e di n, della lettera y, della ç e anche come elemento accessorio di qualche maiuscola (ad es. nel ms. Colombino a c. 21v). L’elemento che correda il primo tratto di h si riscontra anche in l e b (con aste leggermente arcuate a sinistra e chiuse nelle sezioni di testo con modulo ridotto e nel codice di Siviglia); la lettera l presenta inoltre alla base un tratto di stacco che va a toccare la lettera successiva; in s e f il tratto superiore è decisamente sviluppato, tracciato orizzontale o con tendenza a salire verso l’alto a destra. Il contrasto fra i sottili tratti orizzontali presenti in h, l, d, s, f, e i tratti verticali più pesanti danno alla scrittura un aspetto senz’altro mosso, spigolosa in virtù del ductus delle lettere l, b, s e f, i cui tratti si connettono ad angolo retto. Particolare la forma di i con tratto decisamente curvilineo (tav. 1 r. 2: intellecto, e r. 6: intenso; p. 28 r. 16: inpacientia e nel Colombino, c. 82r nell’aggiunta). Da osservare come due aste affiancate (es. ff, ll, pp, ss) siano tracciate molto ravvicinate tra loro; il corpo delle lettere tonde o con occhielli come ad es. a, e, g, o, p, sono d’ampiezza decisamente ridotta in rapporto alle aste e ai tratti orizzontali, che emergono con decisione per la loro maggiore dimensione. Nello sviluppo della catena grafica le singole lettere mantengono la propria autonomia, risultando sempre bene individuabili e talvolta separate tra di loro da spazi bianchi anche all’interno di parola. Del sistema della testuale vengono di massima rispettati: l’uso dei nessi a curve contrapposte (ad es.: de, he, po), l’impiego dir rotonda (in compresenza con r dritta) dopo curva (ad es. or, pr ma anche ar, er), la chiusura delle lettere aperte a destra sulla lettera successiva (çe, ci, co, ti), la compiuta individuazione della parola grafica. Ne emerge una scrittura articolata e consapevolmente raffinata, messa ulteriormente in risalto nelle carte contenenti gli esperimenti di poesia “visiva” o figurata (tavv. 6, 7), un prodotto grafico di grande leggibilità con ampia interlinea e dove gli spazi bianchi prevalgono decisamente sul nero del testo, anche in quelle sezioni dei manoscritti dove la mano di N. appare di modulo più ridotto o in compresenza con altre mani.



Bibliografia
De Robertis T. 2010 = Teresa D. R., Scritture di libri, scritture di notai, in «Medioevo e Rinascimento», xxiv, n.s. 21, pp. 1-27.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 3953
  2. Sevilla, Biblioteca Capitular y Colombina, 7 1 32

Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda