Giacomo da Lentini
ante 1233–post 1240
Presentazione
Le tracce storiche, dirette e indirette, del primo grande poeta della letteratura italiana, Giacomo da Lentini, notaio siciliano della corte dell’imperatore Federico II di Svevia, sono state raccolte e discusse in almeno due secoli di ricerche (Zenatti 1896; Torraca 1902; Garufi 1903, 1904a, 1904b; Antonelli in Giacomo da Lentini 2008: xxxvi-xxxviii). Le uniche prove autografe del Notaro, realmente redatte manu propria, sono state solo di recente scoperte e si ritrovano in 2 documenti latini rispettivamente del 1233 e del 1240 (Brunetti 2009). Esse costituiscono, benché in latino, l’unico patrimonio autografo per studiare grafia, competenze ed abitudini scrittorie del poeta.
Dopo aver vagliato un numero discreto di testimonianze – che compresero anche notazioni di pura fantasia o attribuirono al lentinese tutte le carte rogate in Sicilia da un “notaio Giacomo” nella prima metà del XIII secolo – si è giunti a riconoscere come pertinenti nove documenti, il più antico dei quali è datato al marzo del 1233 e il più recente al maggio del 1240. Prima e dopo tale forbice temporale è ben possibile che il notaio abbia operato (e composto poesia), ma non ne abbiamo alcuna sicura prova archivistica. Dei nove documenti utili a tracciare il profilo biografico del poeta, ad una rinnovata indagine autoptica (Brunetti 2009: 27-31), i primi due si sono rivelati non autografi: si tratta dei documenti originali Palermo, Archivio diocesano, Fondo primo, 47 XII, giugno 1233 (non reca il nome del notaio scrivente, ma la mano è identificabile con quella di Procopio di Matera: cfr. Zinsmaier 1974: 149 e Brunetti 2009: 27-28) e Agrigento, Archivio Capitolare, pergamena 19, settembre 1233 (redatta «per manus Jacobi fidelis nostri», ma la scrittura è radicalmente diversa da quella del Notaro: vd. Zinsmaier 1983: num. 2029; Brunetti 2009: 28-29). In altri documenti, non autografi, e cioè due mandati emessi il primo a Lucera (Regesta Imperii 1881-1882: num. 2953, Huillard-Bréholles 1859: 880) e il secondo, del 1240 (Regesta Imperii 1881-1882: num. 3041) si nominano probabilmente degli omonimi: il primo indica un «Jacobus de Lentino», senza alcuna qualifica, il secondo un «Iacobus de Lentino», castellano di Carsiliato/Garsiliato. Dei restanti cinque documenti, il più alto per la cronologia attesta Giacomo in Puglia nel 1232 (Kamp 1975: 1133): di qualche interesse sottolineare che il «magister Iacobus de Lentino domini imperatoris notarius» – vi si noti, oltre a quella consueta, la qualifica di magister – compare assieme all’arcivescovo Berardo, il celebre mecenate di Pier della Vigna, ossia colui che introdusse il futuro logotheta nel 1221 come notarius alla corte di Federico II (Schaller 1989; Brunetti 2001: 665). Infine un ultimo atto dovette essere scritto di pugno del Notaro, ma di esso si conosce attualmente solo un transunto autentico: Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano Arm. I-XVIII, c. 95r, copia autentica del 30 marzo 1339 di un documento del marzo 1233, descritto nel Summarium del ms. BAV, Ottob. Lat. 2546, c. 7v (e c. 29r) e attestato in copia anche nel Liber Privilegiorum del Platina, Archivio Segreto Vaticano Arm. I-XVIII, 1288, c. 25v e 43v (vd. Brunetti 2009: 41-42 con ripr.). In conclusione: solo in quattro dei documenti si rinviene esplicitata la forma completa del nome, con qualifica e toponimico espresso «notaio Giacomo da Lentini», solo uno integralmente autografo, e – infine – solo in uno (Paris, BnF, Nouv. Acq. Lat. 2581 n. 13), è presente, preceduta dalla croce di sottoscrizione, la sua firma autografa: «† Ego Jacobus de Lentino domini imperatoris notarius testor» (tavv. 2 e 4a).
Il documento parigino che reca la firma del notaio si trova attualmente compreso in una raccolta fattizia di pergamene, diverse per età, ma tutte relative al monastero di benedettine di Santa Maria delle Moniali, situato poco fuori Messina. Il monastero era legato alla casata imperiale e vi era badessa la celebre Beatrice Lancia, zia di Manfredi. La carta in cui il poeta interviene come testimone è un documento latino particolare poiché attesta la validità di un più antico documento normanno redatto in greco e tradotto per l’occasione da un altro notaio messinese, Guglielmo da Mileto. I sottoscrittori presenti all’atto assieme a Giacomo paiono costituire un circolo specifico, umano e culturale, che comprende altri poeti della Curia: il rogatario e scrivente del documento parigino, il giudice Guglielmo da Lentini, sottoscrive anche un documento del 1252 assieme al poeta Mazzeo di Ricco (cfr. qui scheda alle pp. 233-41) e il testimone Alessandro de magistra Ruga è vicino a un altro personaggio che sottoscrive assieme al poeta Guido delle Colonne un atto del 1259 (Paris, BnF, Nouv. Acq. Lat. 2581 n. 19). Si conferma così, anche per evidenza documentaria, quell’antica idea di Scuola poetica che dovette essere anzitutto un assieme ristretto di uomini, altamente professionalizzati (in prevalenza giudici e notai), attivi in ambienti specifici.
Il documento interamente autografo di Giacomo da Lentini è conservato a Toledo (Fundación Casa Ducal de Medinaceli, Archivo, Fondo Mesina 150: tav. 1) e fu rogato a Catania nel giugno del 1233 (Brunetti 2009: 15-17). La carta riguarda ancora un monastero, quello basiliano di S. Salvatore in lingua Phari vicino Messina, sin dalla sua fondazione di età normanna direttamente legato alla casa reale, tanto che l’archimandrita poteva essere confermato nel suo ruolo solo dal re. Celeberrimo crocevia culturale, al monastero era annesso uno scriptorium attivissimo e una famosa biblioteca che comprendeva rari testi di Aristotele e di Omero (Brunetti 2009: 18-19). Questa prossimità del Notaro, sia nel documento parigino sia nel documento toledano, con uomini e fondazioni bizantine e grecofone, induce a riflettere sulla circolazione di testi greci in età sveva, di cui si ha prova anche sui margini dei manoscritti (Brunetti 2009: 18-19). L’atto scritto da Giacomo da Lentini è la conferma di un privilegio d’età normanna, concesso al monastero dall’imperatrice Costanza nel 1196 (Regesta Imperii 1881-1882: num. 2022). Il documento risponde perfettamente alle consuetudini cancelleresche, ogni partizione è distinta con maiuscole di modulo maggiore ed interpunzione specifica, nell’intitulatio artifici abbelliscono una scrittura chiara ed elegante, di ottima educazione grafica (tav. 1). Il latino è corretto e scorrevole, si segnala l’uso del cursus velox, la ricercatezza nella costruzione delle frasi raggiunta attraverso l’uso di endiadi, tricolon e figure etimologiche (Brunetti 2009: 21). Sul verso della pergamena si rinvengono tre antiche note dorsali, una delle quali è in greco ed ancora del XIII secolo. Si confermano rispetto al documento parigino alcune coordinate già prima messe in luce: Giacomo da Lentini interviene in entrambi i casi a confermare degli atti più antichi, scritti in greco; egli è prossimo a intellettuali come Guglielmo di Mileto che conoscono la lingua greca e sono in grado di tradurla; infine a Messina il Notaro appartiene alla medesima cerchia che resta attiva, un ventennio dopo, attorno ad altri poeti della Scuola, segnatamente Mazzeo di Ricco e Guido delle Colonne.
Il terzo ed ultimo documento – scritto «per manus Jacobi» – non è autografo certo. Attribuibile a Giacomo per via paleografica sulla base del confronto con l’autografo toledano e parigino (Brunetti 2009: 22-25), è conservato presso l’Archivio Segreto Vaticano con la segnatura: Armaria I-XVIII, 29 (tav. 3). Si tratta di uno splendido documento pubblico, una lettera solenne inviata al papa Gregorio IX, munita di un sigillo d’oro originale pendente con l’effigie di Federico II, uno dei più belli fra quelli conservati. Attraverso tale lettera – datata al 14 agosto 1233 e scritta nel cuore dello scontro con la cosiddetta “seconda Lega lombarda” che aveva inflitto a Federico la bruciante offesa della mancata dieta a Ravenna del 1231 – l’Imperatore rassicura il papa circa la sua volontà e quella del suo primogenito Enrico, re dei Romani, di voler mantenere fede all’accordo compromissorio, raggiunto dai cardinali, fra lo stesso Federico II e le città lombarde. La solidarietà espressa al figlio primogenito («Henrici etiam karissimi filii nostri») ha un alto valore politico: solo un anno prima, nel 1232, si era avuto quell’incontro in Friuli che aveva costituito l’unica concreta occasione di scambio fra la corte tedesca di Enrico e quella italiana di Federico II, un’adunanza significativa all’interno della quale fu emanato il celebre Statutum in favorem principum (Brunetti 2000: 53 e sgg.; Brunetti in Giacomino Pugliese 2008: 601-2). Quanto al documento inviato a papa Gregorio IX, occorre precisare che siamo qui ancora in un momento di relativa pace fra l’imperatore e la curia romana, di là da venire insomma il conflitto che condurrà anche a una vera e propria guerra fra cancellerie (Herde 1994; Brunetti 2005).
Il documento è strettamente redatto secondo perfetti canoni cancellereschi: nell’inscriptio, espressa come usualmente al caso dativo, è distinta una maiuscola incipitaria di grandezza tripla rispetto al modulo della scrittura e maiuscole doppie contrassegnano il nome del destinatario (tav. 3). L’equivalenza nella formula di salutatio non è solo retorica: come il pontefice è tale Dei gratia così Federico è imperatore eadem gratia. Maiuscole scandiscono le partizioni diplomatistiche, tutte perfettamente rispettate. Particolarmente accurata l’arenga (Et si debita solvere…) che risulta ben provvista di grazia espressiva e ornata di molteplici artifici retorici, come ad esempio endiadi (due sinonimi seguiti ciascuno dagli infiniti solvere e complere) e adnominationes (debitoribus debitum et principum maxime principale: vd. Brunetti 2009: 24), ma anche nella notificatio e nella narratio si rinvengono tratti che mostrano l’esercizio di un mestiere raffinato: l’uso della prosa ritmica, l’impiego pressoché assoluto del cursus velox, la predilezione per le assonanze e i giochi di parola, caratteristici di Giacomo, com’è noto, anche dei componimenti in volgare ove egli «usa frequentemente l’ordo artificialis, l’asindeto e le costruzioni apò koinoû» (Antonelli in Giacomo da Lentini 2008: lvii). La scrittura è più solenne e sorvegliata che nel documento di Toledo. Alcune non perfette concidenze paleografiche con il toledano inducono, per ragioni di prudenza, a collocare per ora il Vaticano tra gli autografi di dubbia attribuzione.
Anche in questo caso, la pubblicazione integrale degli autografi, benché tutti di natura documentaria, incoraggia l’auspicabile, e di fatto solo apparentemente ingenua, prospettiva che in futuro possano emergere codici, latini e volgari, postillati dal Notaro Giacomo e attualmente non ancora riconosciuti.
Bibliografia
Brunetti 2000 = Giuseppina B., Il frammento inedito ‘[R]esplendiente stella de albur’ di Giacomino Pugliese e la poesia italiana delle origini, Tübingen, Niemeyer.
Brunetti 2001 = Ead., Attorno a Federico II, in Lo spazio letterario del Medioevo. 2. Il medioevo volgare, Roma, Salerno Editrice, vol. i to. 2 pp. 649-93.
Brunetti 2005 = Ead., Epistolografia e retorica, in Enciclopedia Fridericiana, Roma, Ist. dell’Enciclopedia Italiana, vol. i pp. 535-40.
Brunetti 2009 = Ead., Gli autografi del Notaro, in «L’Ellisse. Studi storici di letteratura italiana», iv, pp. 9-42 e tavv. i-xviii.
Garufi 1903 = Carlo Alberto G., L’archivio capitolare di Girgenti. I documenti del regno normanno-svevo e il “Cartularium” del sec. XIII, in «Archivio Storico Siciliano», n.s. xxviii, pp. 123-56.
Garufi 1904a = Id., Su la curia stratigoziale di Messina nel tempo normanno-svevo. Studi storico-diplomatici, in «Archivio Storico Messinese», v, pp. 1-49.
Garufi 1904b = Id., Giacomo da Lentino notaro, in «Archivio Storico Italiano», s. v, xxxii, pp. 401-16.
Giacomino Pugliese 2008 = G.P., Poesie, ed. critica con commento a cura di Giuseppina Brunetti, in I poeti della Scuola siciliana, vol. ii. Poeti della corte di Federico II, a cura di Costanzo Di Girolamo, Milano, Mondadori, pp. 557-642.
Giacomo da Lentini 2008 = G. da L., Poesie, ed. critica con commento a cura di Roberto Antonelli, in I Poeti della scuola siciliana, Milano, Mondadori, vol. i.
Herde 1994 = Peter H., Literary Activities of the Imperial and Papal Chanceries during the Struggle between Frederick II and the Papacy, in Intellectual Life at the Court of Frederick II Hohenstaufen, edited by William Tronzo, Washington, National Gallery-Univ. Press of New England, pp. 227-39.
Huillard-Bréholles 1859 = Jean-Louis Alphonse H.-B., Historia diplomatica Friderici secundi, sive Constitutiones, privilegia, mandata, instrumenta quae supersunt istius Imperatoris et Filiorum ejus. Accedunt Epistolae Paparum et Documenta varia, collegit, ad fidem chartarum et codicum recensuit, juxta seriam annorum disposuit et notis illustravit J.-L.-A. H.-B., Paris, Pion.
Kamp 1975 = Norbert K., Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien, Bd. i. Prosographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1266, Teil 3, München, Fink.
Regesta Imperii 1881-1882 = Regesta Imperii. Die Regesten des Kaiserreichs unter Philipp, Otto IV, Friedrich II, Heinrich (VII), Conrad IV, Heinrich Raspe, Wilhelm und Richard. 1198-1272, nach der Neubearbeitung und dem Nachlasse Johann Friedrich F. Bohmer’s, neu hrsg. und ergänzt von Julius Ficker, Innsbruck, Wagner’schen Universität’s-Buchhandlung, vol. v to. 1-2.
Schaller 1989= Hans-Martin S., Della Vigna, Pier, in DBI, xxxvii, pp. 776-84.
Torraca 1902 = Francesco T., Studi su la lirica italiana del Duecento, Bologna, Zanichelli.
Zenatti 1896 = Albino Z., Arrigo Testa e i primordi della lirica italiana, Firenze, Sansoni.
Zinsmaier 1974= Paul Z., Die Reichkanzlei unter Friedrich II, in Probleme um Friedrich II., hrsg. von Josef Fleckenstein, Sigmaringen, Thorbecke, pp. 135-66.
Zinsmaier 1983 = Id., Regesta Imperii. Nachträge und Ergänzungen, Köln-Wien, Böhlau, vol. v to. 4.
Nota paleografica
Minuscola cancelleresca chiara ed elegante, di ottima educazione grafica. Nel primo autografo, pur nella esiguità della porzione grafica (tav. 4a), si evidenziano le caratteristiche della mano, il medesimo tratteggio delle singole lettere (ad es. d onciale ed L maiuscola, la forma del titulus); in particolare si sottolinea l’artificio col quale nel nome proprio si agglutina nello stesso grafo, dopo l’Ego, la a e la J, quasi a segno monogrammatico. Nel documento toledano (tavv. 1, 4b) si rinviene la medesima scrittura nitida e posata, con pochi elementi di corsività: si notino gli artifici presenti nell’intitulatio (fregio nella maiuscolaF e lettere simmetricamente sovrapposte D-E, U-S a seguire lo stesso nesso -RI-). Si notino inoltre alcuni caratteri, ad es. la tendenza a intrecciare le aste di s e d contigue (r. 6 considerantes, r. 11 eisdem), in particolare nella forma del legamento a ponte st (nostrorum, Constantie, augustorum, Monasterio, Maiestatis). L’attenzione alla cura della pagina scritta è sottolineata anche dall’uso del trattino chiudiriga (cfr. rr. 2, 9 e 10), più usuale in àmbito librario, ma attestato anche in quello documentario. Lo scrivente distingue bene maiuscole e minuscole: la maiuscola è sempre riservata, oltre che all’inizio delle differenti partizioni, all’intitulatio, ai nomina regis, ai nomi propri, agli appellativi del re (maiestatis). Si registra una certa oscillazione nell’uso di alcune lettere: ad es. la s può essere tonda o ad asta, la prima ricorre all’inizio o in fine parola (ad es. r. 1 augustus e Si; r. 2 famulantes ecc.), la seconda è generalmente interna, ma può essere anche iniziale (cfr. un es. alla r. 5 sancti Salvatoris). G. adopera regolarmente l’apice per la i e un articolato sistema abbreviativo, non il titulus generico bensì abbreviazioni diverse per terminazioni diverse: è impiegato il ricciolo per la -us (rr. 2, 3, 8, 12-14), come normale, differenziato dall’altro compendio per la -ur finale (r. 12). Si impiegano inoltre: il titulus propriamente detto (rr. 9, 12) mentre il segno abbreviativo più usuale è quello usato prevalentemente per le contrazioni, ma a volte anche per le nasali (r. 3: futurum). Sono anche presenti altri segni abbreviativi, che elenco per completezza di descrizione: il trattino che interseca le aste: l (rr. 1, 9, 13, 16-18) e d (r. 17), la q tagliata (r. 4: quod ), la p tagliata orizzontalmente per per (rr. 1, 2, 10-11, 13, 17), la r tagliata (rr. 1, 5, 9-10), la letterina soprascritta (r. 18: vero) e il compendio tironiano per et. I segni interpuntivi impiegati sono punto fermo e virgola.
Tratti caratteristici della grafia: corretto l’uso di ‹-ti-›; si rilevano infine l’impiego di ‹-gg-› in Roggeri, ‹-th-› nel toponimo Cathania (grafia che persiste poi anche nel volgare), i tre punti ad adornare il nome di Enrico VI (r. 10), la doppia maiuscola per il nome Friderico nella datatio, scritto appunto senza l’errore che, a sentir Salimbene, costò il pollice a un notaio della Curia (Salimbene 1966: 509).
Nel documento vaticano (tavv. 3 e 4c) la scrittura è più posata e solenne, trattandosi di un documento pubblico di certo rilievo inviato alla cancelleria papale. Anche la penna adoperata è diversa, ma il tracciato delle lettere caratteristiche è simile anche se non coincidente: si veda ad es. la R maiuscola (rr. 8, 19 e 17 nel documento toledano da qui in avanti: Tol.; rr. 1, 5, e 11 nel documento Vaticano, da qui Vat.); la M maiuscola (r. 4 Tol.; rr. 13, 19 Vat. ma vedi lieve variabilità della medesima mano a r. 20); la C maiuscola (r. 10 Tol.; r. 8 Vat.); la J maiuscola (rr. 1, 10, 13 Tol.; rr. 8, 19 Vat.); la g minuscola in quattro tratti (rr. 1, 8, 13 Tol.; r. 8 Vat.); il tracciato della d onciale (r. 11 Tol.; rr. 2, 13 Vat.); la n ed m col tratto finale ricurvo a sinistra, più obliquo nel Vat.; il titulus caratteristico uguale sia nella firma parigina sia nel documento toledano sia in quello vaticano. Anche qui l’attenzione alla cura della pagina scritta è sottolineato dall’uso del trattino chiudiriga (cfr. rr. 4, 6-10, 16-17), sempre in corrispondenza di parola franta nell’a capo. Lo scrivente distingue bene maiuscole e minuscole. Si registra inoltre la medesima oscillazione nell’uso di alcune lettere: ad es. la s può essere tonda o ad asta, la prima ricorre all’inizio o in fine parola (ad es. r. 2 salutem e r. 3 debemus, ecc.), la seconda è generalmente interna, ma può essere anche iniziale (cfr. un esempio alla r. 1 summo). Nel documento vaticano sono adoperate regolarmente l’apice per la i e l’articolato sistema abbreviativo, già rilevato nella carta toledana: il ricciolo per la -us (rr. 3, 5, ecc.) è diverso ad esempio da quello usato per la -ur finale (r. 7). Si impiegano inoltre: il titulus propriamente detto (rr. 3, 7, ecc.), ma il segno abbreviativo più usuale è quello consistente in un ricciolo intrecciato simile a una & (rilevato sia nella carta toledana sia nella firma) che viene impiegato prevalentemente per le contrazioni, a volte anche per le nasali (r. 5). Sono anche presenti altri segni abbreviativi: il trattino che taglia le lettere alte: l, b, d (rr. 1, 4, 6, ecc.), la q tagliata (r. 6), la p tagliata orizzontalmente per per (rr. 3, 6, ecc.), obliquamente per pro (rr. 2, 7, ecc.) la r tagliata (rr. 1, 5, ecc.), il segno a forma di 2 per -er (rr. 6, 16) la letterina soprascritta (r. 2) e i compendi tironiani per et e con. Segni interpuntivi impiegati: punto fermo e virgola. Tratti caratteristici della grafia: sempre corretto l’uso di ‹-ti-›, ‹-z-› in zizaniam, ‹-k› in karissimi, il punto che abbrevia i nomi propri dei cardinali e di Ermanno di Salza, la doppia maiuscola per il nome Friderico nella datatio, come già nella carta toledana. Alcune non perfette coincidenze fra il documento toledano e quello vaticano che emergono dal confronto (segnatamente il difforme tracciato dell’abbreviazione per -us, la conclusione discendente a sinistra nel toledano, dell’asta conclusiva della m finale, anche la m di tracciato onciale) inducono, per ragioni di prudenza, ad inserirlo tra quelli di dubbia attribuzione.
Bibliografia
Salimbene de Adam 1966 = S. de A., Cronica, a cura di Giuseppe Scalia, Bari, Laterza.
Censimento
- Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Armaria, I-XVIII, 29, Enna, 14 agosto 1233
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Nouv. Acq. Lat., 2581 n. 13, Messina, 5 maggio 1240
- Toledo, Fundación Casa Ducal de Medinaceli, Archivo, Fondo Mesina 150, Catania, giugno 1233
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda