Bruno, Giordano

Nola 1548–Roma 1600

Presentazione

L’inventario degli autografi noti di Giordano Bruno è, allo stato degli studi, assai esile. Più fattori hanno certamente contribuito a un bilancio così scarso: la perdita certa di materiali lungo il corso di una vita segnata dall’esilio e dalla costante precarietà delle sedi e delle condizioni di lavoro; l’abitudine a servirsi di copisti, selezionati in genere fra gli allievi; gli eventuali germi di collezionismo frenati dall’asprezza della condanna e dal silenzio presto sceso sull’uomo e sulla sua opera. La mancanza – a differenza di quanto è accaduto per le opere a stampa (Sturlese 1987a) – di un progetto di recensio sistematica non cancella l’impressione che gran parte di questo materiale sia andato irrimediabilmente perduto. Se non possediamo autografi delle opere maggiori, né manoscritti utilizzati come base per le edizioni, l’autografo bruniano più cospicuo – i due gruppi di carte contenuti nel ms. Norov 36 della Rossijskaja Gosudarstvennaja Biblioteka di Mosca – rappresenta tuttavia per gli studiosi una testimonianza di grande suggestione e interesse. Queste carte costituiscono infatti uno “scartafaccio” di carattere decisamente privato, un vero e proprio quaderno di lavoro, cui sono affidate trascrizioni, “scalette”, schemi propri di una fase progettuale, germinale del lavoro, poi destinato ad essere proseguito e rielaborato in nuove redazioni, affidate stavolta a copisti. È questo soprattutto il caso del De vinculis in genere, di cui il codice ci consegna una duplice versione: nelle prime cinque carte autografe siamo di fronte a un abbozzo, un brogliaccio; mentre alle cc. 87r-98r possiamo rileggere il testo nella versione rielaborata, ampliata (e tuttavia anch’essa incompiuta) trascritta dallo «scolaro alemano de Norimberga», e copista di Bruno, Hieronymus Besler. Questa peculiare situazione testuale rende così davvero possibile seguire da vicino l’autore nella sua “officina”, contribuendo inoltre a gettare luce sul complesso, tormentato rapporto istituito dal Nolano con i suoi autori, con le sue fonti (Scapparone-Tirinnanzi 1997). Il manoscritto, in gran parte di mano di Besler, «exporté de l’Allemagne» (e forse appartenuto a Christoph Gottlieb von Murr), viene messo in vendita a Parigi nel 1866 dal libraio Tross e quindi acquistato dal nobile moscovita Avraam S. Norov (1795-1869) (Bassi 2006).

A parte questa testimonianza fondamentale, gli altri autografi bruniani a noi pervenuti sono tessere singole, sparse in biblioteche e archivi diversi, per lo più di area germanica, e legate a episodi che attengono alla vicenda biografica dell’autore (iscrizioni nei registri accademici, lettere ad autorità politiche o religiose) piuttosto che alla sua produzione filosofica. Un capitolo a parte meritano certo le dediche apposte da Bruno su esemplari delle proprie opere: piste interessanti per contribuire a ricostruire – o ad approfondire, come è stato fatto nel caso di Tycho Brahe e degli astronomi di Kassel e Uraniburg (Sturlese 1985) – i rapporti di Bruno con ambienti e protagonisti della cultura contemporanea. Una perdita pressoché completa deve registrarsi anche per la biblioteca privata del filosofo. Fra le tessere minime di cui siamo a conoscenza spicca per più motivi l’esemplare della prima edizione (Lione 1581) del Quod nihil scitur di Francisco Sanchez rintracciato da Andrzej Nowicki nella Biblioteka Uniwersytecka di Wroclaw.

Nota paleografica

La scrittura di G. B. ha già attirato l’attenzione degli studiosi a cominciare da Tocco-Vitelli fino a Bossy, il tutto a fronte dell’estrema povertà di testimonianze autografe pervenuteci. Tra queste impressiona la più antica: quella iscrizione di mano propria al Livre du recteur dell’Università di Ginevra che ostenta, al paragone col ricco campionario di scritture di dotti del tempo lì attestate, connotati di sicura arcaicità. Nella pagina (tav. 1) si possono invero osservare saggi delle principali tipologie grafiche dell’Europa del ’500: dall’italica, nelle sue varie gradazioni di eleganza e modernità (Marco Praitnaicher, Paolo Lentulo, Lorenzo Scholzius, Giovanni Cherpontius, Giovanni Clant e Assuerus), alla minuscola con echi della spagnola cortesana (Francisco Girardo); dalla bastarda di atteggiamento francese (Giovanni Brachetus), a grafie più ibride come la veloce usuale di Federico Ostia e l’elegante cancelleresca di Balramus Mostart. Su tale sfondo variegato la rigida scrittura di B., una usuale di base italica ma pesante nel tratteggio e incerta nell’allineamento, spicca, si diceva, per gli aspetti arcaizzanti, quali il segno abbreviativo per us eseguito come la cifra araba 9, la a dal tratteggio destrogiro e occhiello staccato dal tratto verticale (Nolanus), la f e alcune s dritte e fermate sul rigo, l’assenza di tagliature al termine delle aste sotto il rigo. L’impressione di incertezza permane nella tav. 6b dove il B. erra nello scrivere la B di Bonarum ed è costretto a rimediare tramite una maldestra correzione. Qui il senso di spaesamento è provocato anche dalla resa “alfabetica” della scrittura, ovvero dall’isolamento dei singoli grafemi non uniti in una coerente successione scrittoria. E si incrementa il catalogo degli arcaismi con un & in legamento dal sapore “neo-carolino” (r. 4). Ma che sia il B. non pare lecito dubitare, a fronte di alcuni caratteri a lui peculiari: la r con piedino sul rigo, il dittongo ae con l’occhiello della seconda lettera ridotto a un puntino (r. 4 amic.ae), il cospicuo grafema brachigrafico per p(ro). Diversa però è la scrittura del B. quando non ostenta rigida compostezza. In verità di altre scritture si dovrebbe dire, vista la divergenza tra le comunicazioni ufficiali, per le quali il requisito della leggibilità gioca ovviamente un ruolo cruciale, e gli appunti stesi per uso personale (di qui la constatazione di Bossy, formalmente impropria, che B. possedesse tre distinte calligrafie). Tra le prime va compreso il motto (tav. 6c, qui non sono autografe Salus e la croce) ove si è al cospetto di un’italica finalmente spontanea e non priva di fattezze singolari: la y scritta in un solo tempo e seguendo il disegno di una r rotonda alla “moderna”; la g che ricorda, nel tratteggio sinuoso dell’occhiello inferiore, forme di tale lettera in grafie umanistiche di oltre un secolo precedenti (che non sia una realizzazione eccezionale è confermato dalla presenza dell’identico segno nelle carte della Medicina Lulliana: cfr., per es., regionib(us), 4 r. 20); la Q simile alla cifra araba 2 nel duplice tratteggio (anch’essa ritorna, cfr. 2 rr. 11 e 13); la singolare congiunzione di es legate dal basso (est, 6c r. 2, già notata da Bossy, è ripetuta di frequente, per es. in 4 rr. 14 e 15). Questa italica, ora realizzata con rapidità e dunque ricca di legamenti, è anche la scrittura della tav. 2. Si osservino qui le tre forme di r: alla “moderna” (prorector, 2 r. 1), in tre tratti secondo il modello della corsiva di base cancelleresca (Iordanus, 2 r. 2) e “mercantile” (per, 2 r. 2); la presenza del tipico dittongo ae (praesentiu(m), 2 r. 5) e del segno abbreviativo per us (adversus, 2 r. 7). Al secondo genere spetta la scrittura della tav. 3, ove si legge una minuta, velocissima corsiva, della quale si stenta a riconoscere l’archetipo grafico e che, ictu oculi, non stonerebbe tra le corsive basso-medievali, se in essa non tornassero alcune caratteristiche qualificative della scrittura del B., come appunto il segno per us e la g di cui si è detto. Tipica di questa grafia è la v iniziale alta, il massiccio segno per con, l’assenza di qualsivoglia contegno esornativo. Quanto all’ipotesi sostenuta da Bossy, ovvero che B. sia stato l’autore delle missive, di contenuto delatorio, scritte tra il 1583 e il 1586 da un tale Henry Fagot, si può senza dubbio aderire, per quanto riguarda il versante grafico, alle conclusioni ivi prospettate: «l’esame condotto sulla scrittura […] si rivela un argomento […] contro la paternità di Bruno» (ma l’autore identifica, nonostante ciò, Fagot e il Nolano).

Censimento

  1. Genève, Bibliothèque Publique et Universitaire, Fr. 151
  2. Moskva, Rossijskaja Gosudarstvennaja Biblioteka, Norov 36
  3. Stuttgart, Württembergische Landesbibliothek, Cod. hist. Oct. 10
  4. Wittenberg, Stiftung Luther-Gedenkstätte in Sachsen-Anhalt, senza segnatura
  5. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, Cod. Guelf. 360 Novorum 2°
  1. Gotha, Forschungsbibliothek, Phil. 101/2 (2)
  2. London, University College Library, Ogden A 48
  3. London, University College Library, Ogden A 50
  4. Praha, Národní knihovna Ceské Republiky, 15 K 22
  5. Roma, Biblioteca Casanatense, II XII 65
  6. Wroclaw, Biblioteka Uniwersytecka, 510268

Fonte: Il Cinquecento - Tomo I (2009)

Data ultima modifica: 15 gennaio 2026 | Cita questa scheda