Conversini, Giovanni
Buda 1343–Venezia 1408
Presentazione
Nato a Buda nel 1343 da Conversino del Frignano, medico personale di Luigi d’Angiò, re d’Ungheria, Giovanni fu portato in Italia ancora in tenera età e affidato alle cure dello zio francescano Tommaso del Frignano, fratello di Conversino, che lo fece ospitare dalle suore di San Paolo a Ravenna, città che egli adotterà come seconda patria, facendosi chiamare Giovanni da Ravenna, come un altro suo coetaneo ravennate meno famoso, Giovanni Malpaghini, con il quale sarà a lungo confuso (Witt 1995; Signorini 2007). Attese agli studi grammaticali e retorici dapprima nella stessa Ravenna con Donato Albanzani (1349 e 1353-1355) e quindi a Bologna con i maestri Alessandro del Casentino e Pietro da Forlì (1349-1353 e 1359), a Ferrara con il baccelliere francescano Giacomino Cortesi (1356) e a Padova con Pietro da Moglio (1363-1364); e nel 1360-1362 seguì dei corsi di diritto a Bologna, conseguendo il diploma di notaio, che in seguito gli consentirà di alternare all’attività di maestro di grammatica e retorica, che gli era più congeniale, l’esercizio di cariche pubbliche. Tenne infatti scuola a Bologna (1364-1365), a Ferrara (1366), a Treviso (1367 e 1369-1370), nello Studio di Firenze (1368-1369), a Conegliano (1371-1372), a Belluno (1374-1379), a Venezia (1383, 1388-1389 e 1404-1406), a Udine (1389-1393), nello Studio di Padova (1393) e a Muggia, in Istria (1406-1408); e fu notaio pubblico a Firenze, nella curia del podestà, nel 1368-1369, e a Ragusa (Dubrovnik), in Dalmazia, tra il 1384 e il 1387; mentre a Padova fu per alcuni anni segretario e familiare di Francesco il Vecchio da Carrara (1380-1382) e quindi, per un lungo periodo, cancelliere di Francesco Novello (1393-1404). La morte lo colse a Venezia nel 1408 (Sabbadini 1924; Kohl 1983; Nason in Conversini 1986: 9-12; Gargan 2006: 472-75; Gargan 2011c: 211-12).
Il rapido succedersi di eventi, luoghi, date e persone, che qui è stato possibile solo richiamare, pone subito in evidenza una delle note più caratteristiche dell’esistenza del Conversini, che, sempre insoddisfatto della propria condizione, continuò a peregrinare da un luogo all’altro per tutta la sua vita, prendendo più o meno consapevolmente a proprio modello Francesco Petrarca, alla cui clientela egli era comunque destinato già dall’istruzione che aveva ricevuto da Donato Albanzani, che l’avrebbe presentato e raccomandato al poeta a Venezia all’inizio del 1364, dalle conversazioni che aveva avuto da ragazzo con il Boccaccio a Ravenna nel 1353 e a Firenze nel 1357, e dall’amicizia che unì al Petrarca il suo zio e tutore Tommaso del Frignano (Billanovich 1947: 341 n. 2). Subito dopo la morte del poeta, egli non poté quindi esimersi dall’inviare a Donato Albanzani una lunga lettera piena di sconforto, dove rievocava, tra l’altro, il suo primo incontro con quel grande, di cui era diventato subito familiare: «Eius quippe summa virtus et humanitas me, qua, te largiente, suscepit, suavis etiam familiaritas, quam in dies auctum iri videbam, causant ne queam siccare lacrimas et amputari suspiria» (in Nason 1978; e in Bianca 1996: 301-2). E non è certo un caso che l’incipit della sua lunga confessione autobiografica, intitolata Rationarium vite, riprenda, variandolo, quello del Secretum (Nason in Conversini 1986: 3 n. 9 e 51 e n. 1) e che il suo Memorandarum rerum liber, scritto negli ultimi mesi della sua vita, riecheggi sin dal titolo l’analoga opera petrarchesca (Zaccaria 1947-1948).
Non deve invece sorprendere che le numerose opere di genere diverso, composte dal Conversini nei vari periodi della sua vita, abbiano trovato scarsissima udienza fra i letterati del Quattrocento (cfr. Cortesi 1979: 116), se solo si pensa all’oblio in cui venne lasciata cadere la produzione letteraria di maestri trecenteschi anche più celebri di lui al sorgere dei nuovi astri dell’Umanesimo. Dobbiamo ritenerci anzi fortunati che sia giunta fino a noi l’edizione delle sue opere fatta allestire a Padova subito dopo la sua morte, forse per iniziativa del suo allievo veneziano Francesco Barbaro (Leoncini 2003), che sono state distribuite in tre diversi manoscritti: il ms. 288 del Balliol College di Oxford, che contiene il Rationarium vite, il De consolatione in obitu filii, l’Apologia, il De primo eius introitu ad aulam, il De fortuna aulica, il De dilectione regnantium, il De lustro Alborum in urbe Padua, la Violate pudicitie narratio e la Dolosi astus narratio; il Par. Lat. 6494, dove figurano la Dragmalogia de elegibili vite genere, la Conventio inter podagram et araneam, il Memorandarum rerum liber, l’Historia Ragusii e la Familie Carrariensis natio; e il ms. II C 21 dell’Accademia di Zagabria, che ci ha conservato l’Epistolario. Sono invece stati esclusi dalla raccolta tre brevi opuscoli, il De miseria humane vite, il De Christi conceptu e il De fato, che si possono leggere, insieme ad alcune delle opere precedenti, nel ms. IX 11 della Fondazione Querini Stampalia di Venezia (sec. XV in.), l’Himnus sancti Iohannis evangeliste, tramandato dal Marciano XIV 224 (= 4341) (sec. XV in.) e il Dialogus inter Iohannem et literam, di cui il codice di Zagabria conserva solo l’inizio, e che ci è invece stato tramandato in forma completa dai manoscritti D 155 del New College di Oxford e Pal. Lat. 970 della Biblioteca Vaticana, che risultano assai vicini all’autore (ma, contrariamente a quanto ipotizzato da Ullman 1963: 200 e Kohl 1975: 354, quest’ultimo codice non presenta integrazioni autografe), e 3449 della Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (sec. XV) (Weiss 1948; Kohl 1975; Nason in Conversini 1986: 41-43; Eaker-Kohl in Conversini 1989: 13-15).
Di nessuna opera del Conversini sembrano dunque esserci rimaste copie autografe. In compenso nell’Archivio di Stato di Firenze sono stati recuperati alcuni registri di sua mano, che ci hanno consentito di conoscere la sua scrittura di tipo cancelleresco, mentre le glosse più o meno numerose presenti nei codici della sua biblioteca costituiscono altrettanti esempi della sua scrittura libraria. In qualità di notaio pubblico a Ragusa (Dubrovnik), tra il 1384 e il 1387, il Conversini ha lasciato altresì interventi autografi in registri documentari ora conservati nell’Archivio di Stato della città dalmata (segnalati da Kniewald 1957): non si esclude che ulteriori indagini in situ, oltre a chiarire le sezioni effettivamente autografe da quelle in cui intervengono altri notai, potrebbero incrementare il numero dei documenti propria manu del Conversini.
Quanto agli autografi fiorentini, possiamo qui ricordare che era stato lo stesso Conversini ad informarci nel Rationarium vite di aver trascorso un intero semestre a Firenze, esercitando contemporaneamente le mansioni di professore di retorica dello Studio e di notaio della curia del podestà (Conversini 1986: 127-29); tutto ciò veniva puntualmente confermato dal decreto della sua nomina a maestro del 17 novembre 1368, dove veniva specificato che egli avrebbe potuto insegnare pubblicamente all’università e insieme svolgere il proprio ruolo di Notaio del maleficio nella curia del podestà, che consisteva nell’ascoltare «litium contestationes, responsiones et confessiones et dicta testium», verbalizzando poi il tutto in appositi registri (Gherardi 1881: 333). Ma la sorpresa, assai gradita, è stata quella di poter verificare che sei di questi registri, divisi in due serie, entrambe costituite da un Liber litium contestationum, da un Liber testium ad offensam e da un Liber testium ad defensam, oggi si conservano all’Archivio di Stato di Firenze: Archivio del Podestà, 1970, 1971, 1972 e 2073, 2074, 2075 (cfr. Gargan 2011b: 3 n. 1; Gargan 2011c: tav. ixa). Con la certezza che viene dai documenti d’archivio, le due serie di quaderni ci hanno permesso di stabilire che il semestre che il Conversini dice di aver trascorso a Firenze è compreso tra il novembre del 1368 e l’aprile del 1369 e non tra il luglio e il dicembre del 1368, come aveva supposto Sabbadini (1924).
Ma, più che per questa minima precisazione biografica o per il contenuto vero e proprio dei volumi, dove vengono evocati crimini di ogni genere, i sei registri fiorentini hanno per noi un interesse del tutto particolare per quello che sono in grado di dirci sull’ortografia del giovane Conversini, che, pur tra le molte incertezze e oscillazioni dell’epoca, in parecchi casi si presenta sicura e corretta o almeno più corretta di quella di altri notai contemporanei. Il confronto di una pagina del nostro Giovanni con quella analoga di un collega del suo stesso ufficio, il notaio Paolo di Giovanni Malpaghini da Ravenna, di cui pure ci sono pervenuti alcuni registri, è senza dubbio a favore del primo. Si prenda l’intitolazione del quaderno autografo del Conversini, Firenze, ASFi, Archivio del podestà, 2074, c. 1r, e la corrispondente del quaderno di Paolo, Firenze, ASFi, Archivio del podestà, 2072, c. 1r. Si noteranno per esempio in Paolo forme come atestaciones, deposiciones, intencionibus, excellsso, trecentessimo, sessagesimo, aposui, scritte correttamente in Giovanni attestationes, depositiones, intentionibus, inquisitionibus, excelso, trecentesimo, sexagesimo, apposui.
Passando ora dai registri notarili autografi del Conversini a quanto è stato possibile accertare intorno ai libri della sua biblioteca, è sempre Giovanni a dirci (e non c’è alcun motivo per non credergli) che nel 1348 il re Luigi d’Ungheria, sceso in Italia per vendicare l’assassinio del fratello Andrea, aveva donato il «tesoro preziosissimo di libri» di re Roberto d’Angiò, morto cinque anni prima, a suo padre Conversino, e che una trentina d’anni dopo egli aveva ricevuto a sua volta in dono dallo zio Tommaso del Frignano quello che ancora era rimasto della terza parte di questa celebre raccolta che lo stesso Conversino aveva lasciato in custodia al fratello Tommaso (Gargan 2011d). Il dono dovette essere particolarmente gradito al Conversini, che per i libri nutrì sempre una vera e propria devozione, custodendoli gelosamente e portandoli sempre con sé nelle sue lunghe peregrinazioni scolastiche. Nel 1401, scrivendo il De consolatione in obitu filii per la morte del figlio Israele, accennava ancora una volta ai codici del fondo angioino e si mostrava preoccupato per la sorte di questi libri e degli altri che egli si era andato via via procurando.
E il suo timore era del tutto fondato, perché dopo la sua morte gli eredi ed esecutori testamentari si affrettarono a mettere in vendita l’intera raccolta. Dalla generale dispersione della biblioteca del Conversini si sono salvati almeno sette manoscritti e per una singolare coincidenza ben sei di questi codici si sono potuti identificare grazie alla presenza di una particolare nota di dogana caratterizzata dal termine «conduxit», che riporta a Padova e sta a significare che il proprietario del manoscritto al quale viene fatto riferimento, quasi sempre uno studente o un maestro, lo poteva «condurre» e cioè recare con sé in città per uso personale senza essere obbligato a pagare alcun dazio. In questo modo veniamo a sapere che il 27 febbraio 1380 il Conversini «condusse» a Padova un De animalibus di Aristotele nella versione di Michele Scoto (oggi Lolliniano 7 della Biblioteca del Seminario di Belluno) e un De vita et moribus philosophorum dello pseudo Walter Burley (oggi Ambrosiano S 72 sup.), che riportò nuovamente a Padova il 10 maggio 1393 insieme ad altri due suoi libri, gli attuali Vaticano Pal. Lat. 1520 (con il De natura deorum di Cicerone e il De monarchia dello pseudo Apuleio) e il ms. VII A 45 della Biblioteca Nazionale di Napoli (con il Chronicon di Guillaume de Nangis). Sono sempre tali note doganali a informarci che il 20 maggio 1393 il Conversini recò con sé a Padova un esemplare del Dragmaticon philosophiae di Guglielmo di Conches (oggi Laurenziano Ashb. 173) e il 3 giugno successivo un codice con opere ciceroniane (oggi Modena, BEU, Lat. 13 = α Q 5 11).
Come ci si poteva aspettare, da buon maestro di grammatica, il Conversini era solito postillare più o meno fittamente i libri della sua biblioteca. Tra i sette manoscritti finora recuperati quello che presenta il maggior numero di postille di sua mano è l’Ambrosiano S 72 sup., con il De vita et moribus philosophorum dello pseudo Walter Burley, che ci ha fornito anche la chiave per riconoscere con assoluta certezza la scrittura di cui il Conversini faceva uso nell’annotare i propri codici. La lunga glossa su Aristotele che si legge nel margine inferiore della c. 25r e reca infine la data 1393 non può infatti che appartenere al nostro grammatico, che, come abbiamo appena visto, risulta aver «condotto» questo codice a Padova una prima volta nel 1380 e una seconda proprio nel 1393. In tutto il manoscritto ricorrono parecchie annotazioni con questa stessa scrittura; ma si dovranno attribuire al Conversini anche quasi tutte le numerose altre note marginali e interlineari presenti nel codice che a prima vista potrebbero sembrare di altre due o tre mani, perché a un esame più attento esse si rivelano tipi diversi di una medesima scrittura, che è la caratteristica «scriptura notularis» impiegata nelle glosse. In questo modo veniamo a scoprire nel Conversini un interesse assai vivace e prolungato nel tempo per questa celebre raccolta di biografie di filosofi, che fu a lungo attribuita al filosofo inglese Walter Burley, ma che oggi si ritiene composta all’inizio del Trecento da un autore anonimo, forse dell’Italia settentrionale (Petoletti 2006: 338-39). Oltre a segnalare nell’interlinea numerose varianti, il Conversini utilizzò infatti a più riprese i margini di molte carte del codice per integrare l’opera con annotazioni spesso molto lunghe, costituite prevalentemente da citazioni di testi antichi e medievali, che dovevano derivare quasi sempre da esemplari della sua biblioteca privata, come nel caso del De monarchia dello pseudo Apuleio, che egli possedeva nel Vaticano Pal. Lat. 1520, e che qui utilizza tre volte, dimostrando di ritenerlo autentico. Tra le altre opere citate figurano il De architectura di Vitruvio, i Florida, il De magia e le Metamorfosi di Apuleio e i Saturnalia di Macrobio, mentre un passo del libro x dell’Institutio oratoria di Quintiliano, che egli assegna al libro viii, sta a dimostrare che, oltre al frammento tratto dai primi due libri contenuto nell’attuale codice Marciano Lat. XIV 129, il Conversini doveva possedere un altro esemplare di Quintiliano con il testo ridotto alla proporzione di otto libri (Gargan 1983: 18; Gargan 2011d; Gualdo Rosa 1999; Heullant-Donat 2000).
Bibliografia
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Cortesi 1979 = Paolo C., De hominibus doctis, a cura di Giacomo Ferraú, Palermo, Il Vespro.
Gargan 1983 = Luciano G., L’enigmatico «conduxit». Libri e dogana a Padova fra Tre e Quattrocento, in «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», xvi, pp. 1-41.
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Gargan 2011a = Id., Libri e maestri tra Medioevo e Umanesimo, Messina, Centro interdipartimentale di studi umanistici.
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Heullant-Donat 2000 = Isabelle H.-D., Une affaire d’hommes et des livres. Louis de Hongrie et la dispersion de la bibliothèque de Robert d’Anjou, in La noblesse dans les territoires angevins à la fin du Moyen Âge. Actes du colloque international organisé par l’Université d’Angers, Angers-Saumur, 3-6 juin 1998, réunis par Noël Coulet et Jean-Michel Matz, Rome, École Française de Rome, pp. 689-708.
Kniewald 1957 = Dragutin K., Iohannes Conversini de Ravenna dubrovački notar, 1384-1387, in «Glas. Académie Serbe des sciences. Classe de litérature et de philologie», ccxxix, n.s., iii, pp. 39-160.
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Petoletti 2006 = Marco P., Les recueils “de viris illustribus” en Italie (XIVe-XVe siècle), in «Exempla docent». Les exemples des philosophes de l’Antiquité à la Renaissance. Actes du Colloque international de Neuchâtel, Université de Neuchâtel, 23-25 octobre 2003, édités par Thomas Ricklin, Paris, Vrin, pp. 335-54.
Sabbadini 1924 = Remigio S., Giovanni da Ravenna, insigne figura d’umanista (1341-1408). Da documenti inediti, Como, Ostinelli.
Signorini 2007 = Maddalena S., Malpaghini, Giovanni (Giovanni da Ravenna), in DBI, vol. lxviii pp. 266-69.
Ullman 1963 = Berthold Louis U., The Humanism of Coluccio Salutati, Padova, Antenore.
Weiss 1948 = Roberto W., Il codice Oxoniense e altri codici delle opere di Giovanni da Ravenna, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», cxxv, pp. 133-48.
Witt 1995 = Ronald Gene W., Still the Matter on the Two Giovannis. A Note on Malpaghini and Conversino, in «Rinascimento », xxxv, pp. 179-99 (rist. con la stessa numerazione di pagine in Id., Italian Humanism and Medieval Rhetoric, Aldershot, Ashgate, 2001).
Zaccaria 1947-1948 = Vittorio Z., Il ‘Memorandarum rerum liber’ di Giovanni di Conversino da Ravenna, in «Atti dell’Ist. veneto di scienze, lettere ed arti», cvi, 2 pp. 221-50.
Nota paleografica
Se non sono stati rintracciati finora autografi delle molte opere letterarie composte dal C., la possibilità di verificare direttamente le caratteristiche della sua scrittura è offerta da un numero piuttosto abbondante di carte vergate di suo pugno in relazione alla sua attività di notaio a Firenze e a Dubrovnik e da molti marginali depositati sui libri transitati sul suo leggio, con particolare rilievo nell’Ambrosiano S 72 sup. (tavv. 3-6), abbondantemente postillato con significativi rimandi a varie auctoritates, classiche e medievali, testimonianza preziosa della sua ampia cultura. La scrittura impiegata nei registri di cancelleria è fondamentalmente una gotica corsiva con qualche elemento cancelleresco, perfettamente compatibile con gli usi del tempo e senza rimarchevoli particolarità. La prova dell’autografia è offerta in primo luogo dalle sottoscrizioni, spesso molto elaborate, come quella che si vede a c. 12v di Firenze, ASFi, Archivio del Podestà, 1971, c. 12r, seguita da un elegante segno di tabellionato parlante: «Ego Iohannes filius quondam magistri Conversini de Ravenna, imperiali autoritate notarius, predicta omnia et singula in presenti libro contenta manu propria scripsi et signum meum consuetum apposui in horum testimonium» (tav. 1). Analoghe considerazioni si estendano ai numerosi autografi conservati nell’Archivio di Stato di Dubrovnik (anche in questo caso la testimonianza esplicita di sottoscrizioni consente agevolmente di distinguere la mano del C. da quella di altri notai attivi negli stessi volumi). Più posata, sebbene di modulo minore, la scrittura corsiva adoperata nelle postille (tavv. 2-8): nei margini del ms. Ambrosiano S 72 sup., a causa dell’esiguità dello spazio, il C. è però costretto a compattare ulteriormente la grafia e a impiegare una scrittura ancor più minuta, in alcuni casi con una sviluppata tendenza alla corsivizzazione. Le dotte citazioni lasciate a commento dei testi consultati (per es. Marziale nel Vat. Pal. Lat. 1520, c. 30r, tav. 2) spalancano le porte sulla biblioteca del C., e rendono auspicabile che alcuni volumi non ancora rintracciati possano venire in futuro recuperati: accanto alle prove paleografiche e filologiche possono soccorrere nell’identificazione le note di dogana dove compare la parola «conduxit» e segnalano l’ingresso di un volume nella città universitaria di Padova senza il pagamento di dazi (tav. 3). Molto significativa la lunga nota nel margine inferiore di c. 25r ancora del codice Ambrosiano, dove, dopo una lunga citazione di Averroè a proposito di Aristotele, il C. conclude con un richiamo puntuale all’anno in cui scrisse la postilla: «Averois fuit anno Christi mclxxiiii et sic videntur esse usque nunc, quando sunt anni Christi 1393, ab Aristotile anni 1879 et sic ante Christum 486 annis» (tav. 6).
Censimento
- Dubrovnik, Državni Arhiv, Diversa cancellariae, 26 (1385-1387)
- Dubrovnik, Državni Arhiv, Liber dotium, 2 (1380-1394)
- Dubrovnik, Državni Arhiv, Testamenta notariae, 7 (1381-1391)
- Dubrovnik, Državni Arhiv, Venditiones cancellariae, 4 (1382-1386)
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del Podestà, 1970
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del Podestà, 1971
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del Podestà, 1972
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del Podestà, 2073
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del Podestà, 2075
- Firenze, Archivio di Stato, Archivio del podestà, 2074
- Belluno, Biblioteca Capitolare Lolliniana, 7
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. Lat. 1520
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 173
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, S 72 sup.
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Lat. 213 (alfa Q 5 11)
- Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», VII A 45
- Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XIV 129 (4334)
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda