Zanobi da Strada
Firenze 1312 [?]–Avignone 1361
Presentazione
Nacque a Strada dell’Impruneta, a 12 km. da Firenze, verosimilmente nel 1312 (Guidotti 1930: 249-50). Il padre, Giovanni di Domenico Mazzuoli da Strada, aveva una scuola di grammatica; tra i suoi allievi Niccolò Acciaioli e anche Giovanni Boccaccio, come narra Filippo Villani e conferma la sottoscrizione del discendente Giovanni Mazzuoli, detto lo Stradino, sul Livio in volgare Firenze, BNCF, II I 113 (Branca 1977: 10-11; Villani 1997: 100). Nel 1332, alla morte del padre, Zanobi e il fratello Eugenio gli subentrarono nell’insegnamento, come attesta Matteo Villani (Villani M. 1995: 641-42), compito abbandonato per meglio dedicarsi alla poesia e quindi all’attività diplomatica, su consiglio di Petrarca, che nel 1352 lo sollecitava all’impegno letterario anche a nome di Niccolò Acciaioli (Familiare, xii 3).
Nominato segretario della regina Giovanna e del re Luigi di Taranto già nel novembre 1349 (Sabatini 1975: 88 e 112), si trasferì alla corte di Napoli dal 1352 (forse già dal 1350 per Tocco 2001: 100-1; Cursi 2007: 24). L’Acciaioli lo fece nominare cantore della basilica di San Nicola a Bari e rettore della chiesa di San Pietro in Corte a Salerno (Forcellini 1912: 260-62; Léonard 1934: 12; Palmieri 1934: 79; e cfr. Città del Vaticano, ASV, Reg. Vat. 240, cc. 17v e 75v); resta traccia anche di un canonicato a Treviso (Gargan 1965: 119). L’episodio centrale nella biografia letteraria di Zanobi è costituito dall’incoronazione poetica ottenuta il 24 maggio 1355 a Pisa, dall’imperatore Carlo IV di Boemia, principalmente in virtù dell’intervento strategico del suo potente protettore (Guidotti 1930: 262-65; Tocco 2001: 206-7). Intanto il 18 marzo 1355 Angelo Acciaioli, cugino di Niccolò e già vescovo di Firenze, veniva eletto vescovo di S. Germano e Montecassino (D’Addario 1960: 76). Ancora cancelliere del regno di Sicilia, egli nominò suo vicario Zanobi, che si trasferì alle pendici del monastero, a San Germano, rimanendovi fino alla morte del vescovo, avvenuta il 23 ottobre 1357 (Guidotti 1930: 269-71). Qui Zanobi si distinse per il buon operato, ma non mancò di coltivare interessi culturali, sfruttando adeguatamente la straordinaria opportunità di accedere ai tesori librari della grande biblioteca benedettina. Nel 1359 risulta tra gli esecutori del secondo testamento dell’Acciaioli (Tanfani 1863: 127; Palmieri 1934: 79; Tocco 2001: 378), quindi lasciò Napoli per recarsi presso la corte papale di Avignone e divenire segretario apostolico di Innocenzo VI, subentrando al napoletano Francesco Calvo, deceduto il 9 febbraio 1359. Il riconoscimento per i suoi uffici emerge dalle bolle papali con cui nel 1360 veniva conferito al fratello Andrea il priorato di San Salvatore a Firenze (Guidotti 1930: 275). Nella città papale morì di peste all’età di 49 anni, nell’estate del 1361 (ma Filippo Villani dice 1363, cfr. Villani 1997: 373), e lì venne sepolto.
Petrarca ne pianse la morte (Seniles, i 2 1 e iii 3 2), consacrando il suo ricordo di cultore delle Muse per i letterati delle generazioni future. L’umile maestro di grammatica si trovò infatti affiancato alle tre corone nel canone degli scrittori fiorentini cui veniva riconosciuto il ruolo di continuatori dei classici, prestigio di Firenze erede di Roma. Più che i reali meriti letterari dovettero contare in ciò l’amicizia e la corrispondenza con Petrarca e Boccaccio e l’episodio della laurea, che tuttavia scatenò il risentimento di Boccaccio (Boccaccio 1992b: 668) e di Francesco Nelli (Cochin 1901: 81). Petrarca gli inviò le Familiari, xii 3 e 17, xiii 9 e 10, xv 3, xvi 9 e 10, xix 2, xxii 6, la Senile, vi 6, le Metriche, iii 8 e iii 9, le Varie, 2 e 7 (cfr. Forcellini 1912: 242 e 248-53); Boccaccio le epistole vi e ix. Petrarca, in particolare, riconobbe più volte le abilità zanobiane sul fronte della retorica politica, invitandolo nel 1352 a sollecitare la pace tra Niccolò Acciaioli e Giovanni Barrili (Familiare, xii 17), congratulandosi poi per il successo ottenuto nella Familiare, xiii 9 (Forcellini 1912: 254-60). Ancora nel 1353 gli chiese di farsi promotore presso l’Acciaioli di un intervento a sostegno della Certosa di Montrieux (Familiare, xvi 9). Gli rimproverò però l’accettazione della nomina a segretario pontificio per sete di ricchezza, abbandonando così gli studi letterari (Familiare, xx 14, e Senile, vi 6; cfr. Guidotti 1930: 272-74), scelta deprecata anche da Marchionne di Coppo Stefani (1903: 249) e da Domenico di Bandino, che ricava il profilo di Zanobi da quello precedentemente steso in due redazioni da Filippo Villani nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus (Villani 1997: 96-99, 202, 371-73). Il ritratto di Zanobi figurava nella serie degli uomini famosi fiorentini che addobbava la Saletta di Palazzo Vecchio, il cui programma iconografico, di cui oggi non resta nulla, e i superstiti tituli delle immagini, in tetrastici esametrici, si devono a Coluccio Salutati (Hankey 1959: 363-65; Salutati 2008: 183-86). Analogamente le effigi dei poeti del canone villaniano vennero dipinte fra il 1375 e il 1406 sulle pareti della sala delle udienze della sede dell’Arte dei Giudici e dei Notai. Anche in questo caso i ritratti erano accompagnati da tituli in tetrastici di esametri, composti da Domenico Silvestri (Silvestri 1973: 171; Donato 1988: 307-8, 312-17, 339-40; Salutati 2008: 106-8).
Il giovane Zanobi partecipò al circolo di cultori dei classici che si radunò attorno a Sennuccio del Bene (Billanovich 1994b: 74-75; Piccini 2004: xl-xlii) e quindi, insieme a Boccaccio, Francesco Nelli, Lapo da Castiglionchio (altro suo corrispondente), Bruno Casini, Francesco Bruni, a quello sorto attorno ad Angelo Acciaioli e dedito al culto di Petrarca (Azzetta 1996: 147-48; Fubini 2005: 11-12). L’esiguità della sua produzione letteraria è imputabile soprattutto alla precoce interruzione per i subentrati impegni di corte, ma forse anche all’incuria dei legati testamentari, come lamenta Filippo Villani. Certo qualcosa dovette andare perduto, se l’Acciaioli chiese al segretario di Zanobi, Landolfo Caiazza, di salvare «lo suo registro nello quale ipso faciea ponere le chose più dengnie che emanabano del suo divino spirito», aggiungendo quindi che Zanobi aveva tralasciato di copiarvi «moltissime chose delle sue scritture» (Tanfani 1863: 204). Alla preistoria poetica di Zanobi appartenne, teste ancora Filippo Villani, un progetto di poesia epica dedicata all’Africano, opera interrotta appena Zanobi seppe dell’Africa petrarchesca (Guidotti 1930: 260; Villani 1997: 97 e 371). Così, i lacerti della sua produzione poetica si concentrano in occasione dell’evento della laurea. L’11 ottobre 1355 rispose a un perduto carme gratulatorio di Boccaccio con la metrica Quid faciam, que vita michi (Boccaccio 1928: 298-99). Boccaccio replicò con il testo Si bene conspexi, in cui gli suggeriva di scegliere per i futuri impegni letterari argomenti ora antichi ora moderni (Boccaccio 1992a: 436-38), tra cui doveva figurare anche il progetto di una genealogia degli Acciaioli (Pomaro 1988: 274). Sempre in occasione della laurea, gli inviarono epistole metriche Petrarca (iii 8) e Domenico Silvestri (Silvestri 1973: 159-64). Completano la restante produzione poetica di Zanobi i cinque versi citati nell’orazione per la laurea, i carmi Non possum non esse tuus e la satira Longius expectans tacui (Hortis 1879: 344-45). Due sue sentenze vennero fatte incidere dall’Acciaioli sul proprio monumento funebre (Tanfani 1863: 156; Chiarelli 1984: 18-19; Tocco 2001: 377).
All’esile attività poetica si intreccia quella in prosa, prevalentemente esercitata nella forma dei volgarizzamenti dai classici e dai Padri. Prima del 1348 Zanobi aveva già tradotto il Somnium Scipionis di Cicerone su richiesta di Giovanni Villani (Brambilla 1994 e 2000). Nel 1352-1353 l’Acciaioli gli impose la versione degli enormi Moralia in Iob di Gregorio Magno (Dufner 1958: 13-31; Zanobi da Strada-Giovanni da San Miniato 2005), incarico che non dovette apprezzare particolarmente, se una lettera del siniscalco del dicembre 1353 lo richiama al suo impegno (Léonard 1934: 8; Dufner 1958: 16-17). La versione verrà condotta fino al cap. xviii del libro xix e la fatica di Zanobi dopo la sua morte sarà conclusa da Giovanni da Samminiato (Pelloni 2001: 211). Della sua corrispondenza epistolare, che dovette essere fitta (l’Acciaiuoli parla in merito di «recholende lettere» piene di «alto stilo»: Tanfani 1863: 203), sono sopravvissute solo quattro lettere: le tre autografe presenti in Firenze, BML, Ashb. 1830 e quella (Ex literis geminis) trascritta da Boccaccio nello Zibaldone magliabechiano (Ciampi 1830: 100-3) e da Francesco Bruni in un suo copialettere, Firenze, BNCF, Magl. VIII 1439, cc. 6v-7r (Witt 2000: 298; Fubini 2005: 21; Boschi Rotiroti 2011).
La produzione oratoria contempla due testi: il primo è il sermone in latino Audite me beati tenuto a Firenze prima del 1348 e, in segno di amicizia, inviato anche a Boccaccio, che lo ringraziò nell’epistola Quam pium, comunicandogliene la trascrizione nello Zibaldone magliabechiano (Ciampi 1830: 104-30). Più celebre l’orazione Stat sua cuique composta per la laurea pisana, declamata solo nelle sezioni iniziale e conclusiva durante la cerimonia, quindi interamente al termine del pranzo celebrativo e ricordata in una lettera successivamente inviatagli dall’imperatore (Guidotti 1930: 264-65). Il discorso (Veselovskij 1919: ii 639-60) sviluppa Aeneis, x 467-69 e, come la precedente orazione, esibisce citazioni bibliche, classiche (tra cui l’Apuleio narrativo: Petoletti 2000: 51) e di alcuni testi petrarcheschi.
Di altri scritti zanobiani reca tracce la tradizione indiretta. Nell’epistola Longum tempus effluxit Boccaccio allude a un carme dell’amico contro i fiorentini (Hortis 1879: 272; Guidotti 1930: 278) e lo invita a celebrare in versi sia le qualità del defunto Lorenzo Acciaioli sia l’eccezionale fortezza e contegno del padre: forse tali versi furono realmente scritti e posti in calce all’orazione per la laurea (Guidotti 1930: 278; Boccaccio 1992b: 788). Nel 1348 fra Giovanni dall’Incisa trasmise a Petrarca due lettere, una di Bruno Casini e una di Zanobi, entrambe corredate da versi e contenenti il rimprovero, condiviso da tutti gli amici fiorentini, per la lontananza da Firenze del poeta. Petrarca rispose a Giovanni con la Familiare, vii 10, e ai versi di Zanobi con la Metrica, iii 9, in cui sottolineava l’ostilità di Firenze nei suoi confronti (Foresti 1977: 214-15 e 221-26). Nel dialogo si inserì quindi un’altra epistola di Zanobi in prosa, cui fece seguito la Varia, 2, del 6 aprile 1351: in essa Petrarca confermava il suo affetto a Zanobi, che si era risentito per non aver ricevuto una lettera inviata a tutti gli amici fiorentini; sollecitava l’amico all’uso del tu umanistico nelle epistole e soprattutto rispondeva in merito a una duplice richiesta di prestito: un brano di una lettera a Cola di Rienzo (forse Familiare, vii 7 o xiii 6) e un testo di argomento omerico (Feo-Martellotti 1983). Nella Familiare, xx 14 26, si allude quindi a una perduta lettera in cui Zanobi biasimava la scelta di Petrarca di recarsi a Milano, come del resto in un ancor precedente componimento in versi si era stupito della sua volontà di rimanere lontano dall’Italia, in quella Babilonia d’Occidente in cui, ironizza Petrarca, si troverà poi egli stesso invischiato. Ancora Petrarca accenna a una metrica perduta di Zanobi nella Familiare, xii 17 1: testo che Petrarca ha apprezzato, ma che rimanda all’amico corredato da un segno posto a individuazione di un errore prosodico. Domenico Silvestri nel De insulis cita estratti da una lettera di Zanobi riguardanti la Sicilia e frammenti di versi (Silvestri 1955: 265). Coluccio Salutati in De laboribus Herculis, iv 1 4 afferma che Zanobi prima della laurea pisana tenne nella cattedrale di Firenze un’orazione pubblica sul tema della discesa agli inferi, commentando Aeneis, vi 126 (Salutati 1951: ii 483-86; Ullman 1963: 42-43; Feo 1974: 176-77; Salutati 2008: 43, 122).
Le proposte di attribuzione annoverano un volgarizzamento da Sallustio (Ciampi 1816; perplessa in merito Guidotti 1930: 283); quello della lettera di Petrarca all’Acciaioli per l’incoronazione di re Luigi (Sorio in Zanobi da Strada 1852: xliv); la versione in francese della Storia dei Normanni di Amato Cassinese, anch’essa eseguita su richiesta dell’Acciaioli (Léonard 1944: 118); il poemetto Delle cose della sfera, cioè una traduzione in ottava rima dei Commentarii di Macrobio (Guidotti 1930: 277). Zanobi potrebbe aver composto la lettera del re di Napoli a Bernabò Visconti in risposta a una lettera di questi scritta da Petrarca (Codici latini 1991: 472). Il suo nome ricorre anche nella tradizione dei commenti danteschi: il quattrocentesco Firenze, Riccardiano 1036 contiene la Commedia corredata da una serie di note esegetiche in volgare di mano di Bartolomeo Ceffoni, proprietario del codice; a c. 179v il Ceffoni stende una memoria informativa, fitta però di imprecisioni, sui principali commentatori dell’opera dantesca, assegnando genericamente a Zanobi un commento o una pubblica lettura del poema, notizia non suffragata da alcun altro documento (Bellomo 2004: 207, 391-92; Mazzucchi 2011: xxiii; Corrado 2011: 66-68). Da rifiutare la proposta (Tosti 1865: xvii-xviii) di attribuire a Zanobi il corpus di chiose in latino che accompagna la Commedia sul ms. 512 dell’Archivio dell’Abbazia di Montecassino: le cosiddette Chiose cassinesi infatti sono ormai state identificate come un recupero di materiale esegetico da altri commenti, in particolare dall’ultima redazione di quello di Pietro Alighieri (Bellomo 2004: 216-17, 391; Abardo 2011: 155, 158).
Più che per la scarna attività letteraria superstite, la rilevanza culturale di Zanobi è dovuta al ruolo fondamentale da lui svolto nella scoperta e nel primo studio degli illustri codici cassinesi, mentre probabilmente limitata fu la sua attività presso la biblioteca papale di Avignone, dove pure ebbe abbondanza di copisti e materiale scrittorio, rifornendosi ad esempio dal «pergamenarius» ebreo Salveto Stella (Schäfer 1914: 781, 908; Billanovich 1994a: 191-92). Da Montecassino Zanobi trasse innanzitutto il Laurenziano Plut. 68 2 (Tacito e Apuleio) e il Laurenziano Plut. 29 2 (Apuleio), al centro di complesse vicende di annotazione, prima e dopo il XIV secolo, in cui spicca lo studio di Boccaccio (Mazza 1966: 66-67; Ferrari 1999: 195-96). A lungo si è pensato che Boccaccio sostasse a Montecassino studiandovi e asportandovi importanti codici (Sabbadini 1905: 29-30), ruolo poi con forza rivendicato da Billanovich a Zanobi (Billanovich 1994a: 186-87; Billanovich 1994b: 38; Dell’Omo 2007: 69-70). Il certaldese infatti raggiunse la straordinaria biblioteca solo nel 1362-1363, dopo la morte dell’amico e con l’abbazia ormai in quello stato di degrado descritto dal romanzesco racconto di Benvenuto da Imola (Benvenuto 1887: v 301-2). È plausibile invece che Zanobi accedesse ai tesori di Montecassino sin dall’inizio del suo incarico di sostituto di Angelo Acciaioli, cioè dal 1355 (de la Mare 1973: 18; Dell’Omo 1999: 254-55). Nei due anni lì trascorsi egli dispose di tempo e dell’aiuto del segretario Giovanni da Firenze (o dal Casentino, citato in Firenze, BML, Ashb. 1830, I 116), anche per gli impegni di studio (Billanovich 1994a: 189, 198; Carteggio Acciaioli 1996: 86). Tuttavia precedenti contatti sono ipotizzabili, se già nel 1348 Boccaccio aveva sollecitato Zanobi perché gli procurasse una copia dall’archetipo cassinese del De lingua Latina di Varrone, opera che poté essergli inviata solo nel 1355, conservata insieme alla Pro Cluentio di Cicerone dall’attuale Laurenziano Plut. 51 10 (Codici latini 1991: tav. iv, c. 1r; Dell’Omo 1999: fig. 150; Vicario 1994b: 152-53, tav. 27; Billanovich 1994b: 36-37; Piras 2007-2008: 840-43), privo di note di Zanobi e poi passato al Niccoli; Boccaccio a sua volta subito trasmise la preziosa scoperta a Petrarca (Billanovich 1994a: 189-90).
Zanobi dovette avere qualche ruolo anche nella riscoperta del De architectura di Vitruvio: anche in questo caso la vicenda interesserebbe un codice cassinese e i prestiti tra Boccaccio e Petrarca, il cui codice di Vitruvio ha lasciato tracce in un apografo (Ciapponi 1960: 91-92; Billanovich 1994a: 193-94). Vanno invece eliminati dal novero dei codici glossati da Zanobi il Giustino Laurenziano Plut. 66 21 e il Cicerone Leiden, Bibliotheek der Rijksuniversiteits, B.P.L. 118, entrambi illustri testimoni in beneventana provenienti da Montecassino. Sul primo, che reca l’Epitome historiarum Pompei Trogi di Giustino, una mano in gotica corsiva, dubitativamente identificata con quella di Zanobi (de la Mare 1992: 121, 142; da qui Billanovich 1994a: 186; Ferrari 1999: 196), pone note e supplisce al testo mancante (de la Mare segnala le cc. 35v, 40v, 53v, ma in realtà 40v non ha note e il testo mancante è a c. 43v; escludo anche che possano essere attribuite a Zanobi le note alle cc. 44v-45r, 95). La proposta è da scartare, così come quella di interventi di Zanobi sul Cicerone leidense (Cicero 1912), passato come il precedente codice alla libreria di Cosimo de’ Medici (Ferrari 1999: 186; Petoletti 2012: 5). Parimenti estraneo a Zanobi l’illustre manoscritto in beneventana Laurenziano Plut. 66 1 (con Giuseppe Flavio e le Historiae dello pseudo Egesippo), recante annotazioni (fitte fino a c. 53v), maniculae e disegni a lungo contesi tra la paternità di Boccaccio (difesa per primo da Di Benedetto 1971: 106-9) e quella zanobiana (Billanovich 1994a: 198). L’accurato confronto tra le due simili notulari (Fiorilla 2005: 75-81) conferma la tesi di Di Benedetto (Petoletti 2012: 5).
Da escludere la presenza della mano di Zanobi anche per alcuni codici indicati da Billanovich: è il caso di Venezia, BNM, It. Z 34, che reca aggiunte in corsiva alla prima redazione della Nuova Cronica di Giovanni Villani (Billanovich 1994a: 195-96; da qui in Porta 1995: 125-28; Azzetta 1996: 131; l’attribuzione è rifiutata da Cursi 2006: 151). Anche l’Apuleio Ambrosiano N 180 sup. risulterebbe postillato da Zanobi per Billanovich 1994b: 24 (identificazione non accolta da Ferrari 1999: 193-94; Petoletti 2000: 51-52; Petoletti 2012: 5; torna ora dubitativamente a riproporla Piccioni 2011: 172-73). Dell’attività di segretario papale ad Avignone danno testimonianza alcuni registri di lettere in parte o in tutto trascritti, come indicano le rubriche, direttamente da quel perduto «Registrum litterarum apostolicarum tam patentium quam clausarum […] editarum et compilatarum per magistrum Zenobium». Si tratta di tre manoscritti, tutti copiati dalla medesima mano transalpina: Città del Vaticano, ASV, Reg. Vat. 240 e 241 (lettere papali relative agli anni 1359-1360, settimo e ottavo del pontificato di Innocenzo VI: Gasnault 1972: 77-79; Manfredi 2007: 373); Roma, Archivio di Stato, Acquisti e doni, 23 4 (lettere relative al 1361, nono del pontificato: Martène-Durand 1717: 841-1072; Catalogue 1967: 50-51; Del Piazzo 1967: 550-51; Gasnault 1972: 80-97; Billanovich 1994a: 192, che lo ritiene autografo di Zanobi; Manfredi 2007: 373-74).
Nel testamento Zanobi aveva disposto che i suoi libri e scritti fossero affidati ai parenti, perché venissero riportati a Napoli e consegnati all’Acciaioli. Costui alla morte del fedele funzionario scrisse un’accorata lettera a Landolfo Caiazza, segretario e amico di Zanobi, chiedendogli di raccoglierne gli scritti, di produrne copie e di inviargliele tramite Ruggero di Sanseverino, siniscalco di Provenza (Tanfani 1863: 128-29 e 201-5; Tocco 2001: 305-8; Tocco 2006-2007: 365-67). Non aiuta a identificare libri di Zanobi il catalogo della biblioteca dell’Acciaioli, datato 1359 (Gargan 2012); essi comunque dovettero solo in parte passare alla Certosa del Galluzzo, presso Firenze (Billanovich 1965: 43; Chiarelli 1984: 52-55), che lo stesso Acciaioli stava edificando dal 1341 e dove venne seppellito nel 1365 come da disposizioni testamentarie (Léonard 1960: 88). Altri testi giunsero a Boccaccio e a Niccolò Niccoli e da lui al convento domenicano di San Marco (Ferrari 1999: 190), altri infine presumibilmente non si mossero dal sud Italia (Petoletti 2012: 22-23).
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Nota paleografica
La scrittura di Z. si presenta in varie tipologie, che hanno una certa uniformità di tratti: l’elegante noturalis adottata per le postille; una variante della medesima, in forma più corsiveggiante; la gotica corsiva documentata dal manoscritto di Napoli; la cancelleresca delle lettere. Gli autografi superstiti si dispongono però entro un arco cronologico piuttosto limitato, coincidente con gli ultimi anni di vita: le lettere recano le date 1354-1355 e 1360, i manufatti cassinesi sono stati raggiunti sicuramente a partire dal 1355, forse qualche anno prima. I postillati consegnano un sistema di annotazione standardizzato: Z. pone quasi esclusivamente fittissimi notabilia, attenti a registrare sia gli aspetti grammaticali del testo (particolari forme verbali, sostantivi, etimologie, elenchi di sinonimi) sia quelli eruditi (nomi di persona, toponimi geografici, leggi e cariche pubbliche, dati storici). I rapporti genealogici dei vari personaggi o elenchi che presentino altri elementi di affinità sono evidenziati da graffe e schemi; con v tagliato sono identificati i versi. Posizionate nell’interlinea (soprattutto nel caso dei sinonimi proposti a spiegazione dei vocaboli) o a margine del rispettivo rigo, le note sono quasi sempre racchiuse tra due puntini, talora sottolineate (i lemmi sono sottolineati in rosso sia nel testo che a margine nel codice di Napoli e nel Vat. Lat. 1860), sempre attentamente incolonnate una sotto l’altra. A volte sono accompagnate da segni di richiamo, in forma di lettere alfabetiche, cerchietti e trattini muniti di puntini; talvolta sono collegate al testo tramite linee; quando si distendono in forme più ampie sono di solito introdotte da un segno di paragrafo, di forma sia tondeggiante sia spigoloso, a forma di L capovolta. Raramente la nota riassume il testo, per lo più riutilizzandone le parole; in qualche caso propone rimandi interni, brevi commenti o riflessioni di carattere personale, assai rari i riferimenti ad altre auctoritates. Dal Vat. Lat. 1860 emerge il comprensibile interesse antiquario per i luoghi della geografia campana, tra l’altro in linea con quanto si evince dall’epistola viii di Boccaccio, forse indirizzata proprio a Z. Il Vat. Lat. 5859 e il codice di Napoli tradiscono attenzione per la mitologia (ma anche per astronomia, zoologia e in genere per la terminologia tecnica), soprattutto il Laurenziano Plut. 68 2 quella per magia e prodigi.
Nelle sue note Z. adotta una gotica corsiva regolare, di modulo piccolo, elegante e ordinata, con lettere ben proporzionate separate tra loro, aste poco sviluppate e talora abbellite da filetti ornamentali (un trattino verso sinistra dall’apice di b, d ed l). La A è sia a due piani sia corsiva; la d è sempre di tipo onciale, con l’asta talora munita di svolazzo; f e s scendono sotto al rigo, talora f è raddoppiata. La S finale è quasi sempre bassa rotonda, ma anche aperta e, talora, a forma di 6. Di tipo librario, chiusa, è la g, a forma di 6 se maiuscola. All’inizio di parola u è sempre acuta, con il primo tratto spesso alto e curvato verso sinistra. Laz è normale o a forma di 3. Nel sistema maiuscolo spiccano A, talora priva di traversa; C, E e T, raddoppiate; caratteristica la T, sempre munita di un ricciolo che dalla base dell’asta verticale si richiude all’interno. M è di forma onciale e, come N, riproduce con modulo più grande la forma minuscola. M maiuscola ha l’ultima gamba arcuata e discendente sotto il rigo, come accade spesso per il secondo tratto di h, x e y minuscole. B e R maiuscole hanno un uncino in alto che si ripiega a sinistra. Particolarmente elaborate le maiuscole negli elenchi incolonnati sul Vat. Lat. 5859. La linea di abbreviazione è netta, spesso lunga e convessa, sempre incurvata per r; il segno tachigrafico per et è di tipo italiano, con possibilità di chiusura a ricciolo sia del tratto superiore sia di quello verticale, assumendo così la forma di 2. Alcune note, forse perché relative a termini da porre in rilievo, sono in modulo più grande o scritte in maiuscolo.
Z. non si limitò a postillare i codici cassinesi, ma innanzitutto svolse nei loro confronti un primo esercizio filologico: ripristinò, talora per intere colonne, la sbiadita scrittura beneventana, mostrando abilità nella sua lettura, che costituirà un problema ancora per gli umanisti; corresse il testo in interlinea, tramite linee e puntini sottoscritti di espunzione e per lo più con un segno di inserzione a v rovesciata; operò rasure; forse intervenne con trattini per dividere o ricomporre parole indebitamente separate o unite e aggiunse i segni diacritici in caso di fraintendimenti; propose a margine varianti introducendole con ał, c e co (verosimilmente corrigatur o corrige o correctus). Del sistema di annotazione fanno parte anche un caratteristico monogramma per Nota, tre puntini posti a triangolo con il vertice in alto, introdotti a margine del rigo forse come segno di collazione (tav. 2) e cruces; assenti invece le maniculae. Nell’insieme, si tratta di un sistema di annotazione assai simile a quello di Boccaccio, forse ereditato alla scuola del padre, e invece diverso da quello appreso ad Avignone da Petrarca.
La notularis sin qui descritta si arricchisce, sempre in àmbito testuale, di una significativa variante, tesa a distinguere i notabilia dagli argumenta: il Vat. Lat. 5859 presenta infatti una serie di annotazioni in formato più grande, sempre poste nel margine inferiore, caratterizzate da innovazioni nel tracciato di alcune lettere (come G, M, P maiuscole) e da tratti più eleganti. Questa scrittura è anche segnata da elementi cancellereschi: la forma della f; la g chiusa con occhiello inferiore ampio; la d con doppio occhiello; la s doppia, l’aggiunta di svolazzi (tav. 7).
Un documento di particolare interesse per studiare la corsiva di Z. è offerto dal codice Napoli, BNN, V F 21, ove egli si produsse nella scrittura non solo delle note, ma anche del testo (tav. 5). Cartaceo e piuttosto dimesso, il manoscritto presenta i notabilia stesi nell’abituale scrittura di glossa, mentre il testo principale è in una grafia meno curata, con alcuni tratti più corsiveggianti (soprattutto nelle cc. 1v-38r, poi torna a essere più posata) e maggior legamento tra le lettere: d è di forma onciale ma anche chiusa a doppio occhiello; g è per lo più chiusa; s è lunga o testuale, quest’ultima con i tratti superiore e inferiore spesso richiusi a cerchio; z è a forma di 3 con la curva inferiore aperta; raro l’uso di ç con cauda, costituita da un tratto obliquo che scende sotto al rigo per poi risalire a semicerchio. F, i e s iniziali scendono sotto il rigo, mentre h se ne mantiene per lo più al di sopra (o se scende lo fa con una modesta curva); le aste sono poco sviluppate e prive di filetti. Nelle maiuscole si distinguono E e C, raddoppiate; O e Q, tracciate come un cerchio tagliato a metà da una linea verticale. Il segno di paragrafo, presente anche all’interno del testo e talora posto prima dei notabilia, è in due forme, una tondeggiante e una triangolare. I notabilia sono compresi tra i consueti due puntini, la nota tironiana 7 è a forma di 2, l’abbreviazione per m finale e per que è a forma di tre un po’ ruotato verso destra.
Anche la scrittura documentaria si presenta posata, con poche varianti per la stessa lettera, priva di tipici elementi cancellereschi quali i prolungamenti enfatici dei tratti finali di i, m, n. Le aste superiori di b, d, h, l presentano un occhiello chiuso, raramente d è aperta, per lo più chiusa a bandiera verso destra o ripiegata a occhiello verso sinistra. Nel raddoppiamento di l le aste non si fondono. Il secondo tratto di h scende sotto al rigo, dritto o piegato verso sinistra; r diritta non scende sotto il rigo, il tratto superiore si prolunga verso la lettera successiva; negli esiti più corsivi presenta la divaricazione dei tratti, assomigliando a una v, o è in due tratti, il primo trasversale e arricciato sugli apici; non è mai presente r tonda dopo linea curva a destra. Negli esiti più corsivi la i iniziale è inclinata verso destra e può scendere sotto il rigo, così come un elemento di corsività è la discesa sotto il rigo di f e s. E può assumere una forma aperta, con il tratto superiore che lega con la lettera seguente. Per le lettere iniziali si nota: la A è priva di traversa, tracciata in due tratti; la c è raddoppiata; la g è maiuscola, a forma di 6, in corpo di parola è per lo più aperta; la s può essere lunga ma per lo più presenta la pancia bassa schiacciata e le due estremità che si chiudono a cerchio. La V iniziale è di tipo angolare con il primo tratto più alto del secondo, che si chiude sul precedente con una curva a sinistra. Soprattutto in unione di lettere che possono generare fraintendimenti, su i è presente il segno diacritico (puntino o trattino obliquo verso sinistra).
Discussa l’attribuzione di alcuni disegni presenti sul Laurenziano Plut. 66 1 e sul Vat. Lat. 1860. Andrà assegnata a Z. almeno la faccina disegnata sulla N di Nero (scritto da lui, in modulo particolarmente grande) sul Laur. Plut. 68 2, c. 39r.
Censimento
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 1830, I 116
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 1830, II 501
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 1830, II 502
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 1830, II 503
- Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», V F 21
- Assisi, Biblioteca Comunale, 706
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 1860
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5859
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 10690
- El Escorial, Real Biblioteca del Monasterio, R I 4
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 29 2
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68 2
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 6366
Fonte: Le Origini e il Trecento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda