Altilio, Gabriele
Caggiano [Salerno] 1436–Policastro [Salerno] 1501
Presentazione
Intellettuale di spicco della corte aragonese di Napoli – al punto da diventare precettore e poi segretario di Ferdinando II – e membro rilevante dell’Accademia Pontaniana (tanto da essere il dedicatario del De Magnificentia del Pontano e del De Podagra del Galateo), Gabriele Altilio è autore di opere che ebbero una circolazione molto limitata. Dopo la morte, il suo nome rimase legato in particolare all’Epitalamio composto nel 1489 per il matrimonio d’Isabella d’Aragona con Gian Galeazzo Sforza (celebrato a Napoli nel 1488), che fu pubblicato in appendice all’edizione aldina del De partu Virginis di Sannazaro del 1528. Dell’Altilio circolarono poi, a stampa o manoscritti, pochi altri carmi di varia natura: una Lamentatio in Christum sepultum, un’elegia consolatoria Ad Actium Syncerum et M. Antonium Sannazarios fratres in matris funere, cinque epigrammi, e un’epistola al Cariteo, che si possono leggere riuniti nell’edizione ottocentesca dell’Epitalamio curata dal Tafuri (Altilio 1803).
Il punto di svolta nella storia degli studi sull’Altilio fu segnato dalla scoperta di Erasmo Percopo, che nel 1894 individua nel ms. Palatino Vindobonense 9977 dell’Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (→ 3) numerosi componimenti del poeta sino ad allora sconosciuti. Il manoscritto è composito, costituito da diversi fascicoli, e nel complesso è chiaramente riconducibile all’ambiente letterario partenopeo, in quanto, oltre ai carmi dell’Altilio, contiene opere di altri umanisti operanti a Napoli: Pontano, Sannazaro, Carbone, Marullo. Nei vari fascicoli sono riconoscibili diverse mani che vi hanno lavorato fra XV e XVI secolo. Sappiamo, comunque, che il codice è appartenuto al filologo ungherese Giovanni Sambuco, benché non sia chiaro come egli sia pervenuto in suo possesso: se lo abbia ricevuto a Roma dal cardinale Sirleto, di cui fu ospite intorno al 1563 (Altilio 1978), oppure se ne abbia assemblato i diversi fascicoli in occasione di una sua tappa napoletana (Luppino 1985; Vecce 1998).
Per quanto riguarda Altilio, dal codice emerge un’attività poetica che prende forma in carmi di vario genere (amorosi, encomiastici, funerari, ma anche epigrammi, epistole in versi) e diverso metro (distici, esametri, gliconei, endecasillabi). Della produzione altiliana il Vindobonense 9977 costituisce la testimonianza manoscritta più importante non solo perché ci ha trasmesso carmi inediti, ma anche perché è il primo autografo di Altilio ad essere stato individuato. In mancanza di altri autografi con cui operare un confronto paleografico, l’autografia è stata stabilita – dapprima da Lamattina (in Altilio 1978) e poi, con una dimostrazione estremamente approfondita, dalla Luppino (1985) – principalmente sulla base di considerazioni di ordine contenutistico. I carmi di Altilio, sparsi per tutto il codice, sono vergati sempre dalla stessa mano e si presentano sotto forma di abbozzi, stesure provvisorie, minute, accompagnati di frequente da note e interventi attribuibili sempre alla stessa mano, tutti elementi che solitamente segnalano l’autografia di un codice. A suffragare l’ipotesi dell’autografia è, infine, la nota apposta da Sambuco nella c. 89r, « Manus Alt(ilii) », che attribuisce esplicitamente la grafia ad Altilio.
Nell’ampio materiale di lavoro testimoniato dal manoscritto è possibile individuare, per più componimenti, diverse fasi redazionali. Alcuni carmi si trovano, infatti, in due redazioni, una per così dire provvisoria, l’altra successiva e apparentemente definitiva. Nella prima fase sono riconoscibili i segni di un’attività compositiva in fieri: carmi lasciati adespoti, ductus corsivo e nervoso, abbreviazioni irregolari, numerose correzioni marginali e interlineari, una sottile linea di cancellatura sui fogli. Nelle seconde versioni il ductus diventa posato, le abbreviazioni si diradano, intervengono varianti migliorative, il tipo e formato dei fogli cambia (Luppino 1985). Quello contenuto nell’autografo altiliano è, dunque, un work in progress, destinato tuttavia a rimanere tale, perché i carmi presenti nel manoscritto non troveranno mai una sistemazione organica e compiuta in una raccolta definitiva e rimarranno in ombra per secoli, sottraendo alla conoscenza dell’attività letteraria di Altilio la maggior parte della sua produzione.
Sono stati sinora due i tentativi moderni di edizione del corpus di carmi altiliano sulla base del Vindobonense 9977, ma essi si sono confrontati in modo molto difficoltoso con il particolare carattere di codice di lavoro proprio di tale manoscritto: d’Angelo (Altilio 1914) pubblica solo i carmi inediti ricavati dal manoscritto viennese e lo fa senza dar conto delle diverse stesure attestate nel codice; Lamattina (Altilio 1978) include anche carmi con diverse redazioni e, in più, riporta in apparato le lezioni delle prime versioni, ma commette molti errori di lettura e trascrizione e, a volte, non conserva una rigorosa distinzione fra le due fasi redazionali. Il rigoroso lavoro preparatorio per l’edizione critica curato dalla Luppino (1985) è invece rimasto, purtroppo, senza seguito.
Se il Vindobonense 9977 risulta di fondamentale importanza per la conoscenza della produzione poetica di Altilio (oltre che della sua grafia), a un altro manoscritto viennese, il Vindobonense 9477 (→ 2), si deve una seconda testimonianza autografa, che documenta altri aspetti e interessi dell’attività intellettuale dello scrittore lucano: alle cc. 91r e 94r del codice è infatti contenuta una traduzione latina del De fato di Alessandro d’Afrodisia, in cui Vecce (1989) ha riconosciuto la mano di Altilio; la stessa mano, secondo lo studioso, opera anche nelle cc. 138-139 e 139a, contenenti due abbozzi di elegie (una dedicata alla vittorie militari di Alfonso duca di Calabria, l’altra alla morte del Cardinale di San Sisto) e in una sezione di excerpta geografici (cc. 53r-70r, 71r-90r).
Il codice 9477, così come il 9977, è di provenienza napoletana: appartenne al Sannazaro (che vi ha vergato alcuni propri componimenti ed alcuni excerpta antiquari) e poi pervenne nelle mani di Sambuco, che vi ha assemblato materiali di diverso contenuto e diversa scrittura. Anche i fogli contenenti il repertorio di estratti geografici (cc. 71r-90r), la traduzione di Alessandro d’Afrodisia (cc. 91r-94r) e le due elegie (cc. 138-139a) erano stati tradizionalmente attribuiti a Sannazaro (Tabulae codicum 1873), benché in realtà essi presentino una grafia diversa da quella dell’umanista napoletano, finché Carlo Vecce, operando un confronto tra la scrittura di queste carte e quella dei carmi autografi del Vindobonense 9977, li ha ricondotti proprio alla mano dell’Altilio (Vecce 1989; Vecce 1992; Vecce 1998). L’attribuzione è ulteriormente confermata da un foglio di dimensioni minori, presumibilmente aggiunto qualche tempo dopo l’allestimento del volume, rilegato tra le cc. 93 e 94, in cui sono contenuti due abbozzi di una breve lettera scritti in greco e vergati da due mani diverse. In entrambe le versioni è menzionato Altilio nell’intestazione iniziale « Sergio ad Altilio » (« Σέργιος Ἀλτιλίῳ »). Vecce ipotizza che si tratti di un esercizio di scrittura in greco, con un testo che viene dapprima scritto dall’allievo (Gabriele) Altilio sotto dettatura del maestro Sergio (con tutta verosimiglianza Sergio Stiso da Zollino) e poi ripetuto in forma più corretta dal maestro stesso. La mano che ha vergato il primo abbozzo di lettera è la stessa che ha apposto il titolo in greco alla traduzione del De fato e che l’ha eseguita (Vecce 1992), e il confronto con l’autografo Vindobonense 9977 conferma l’identificazione con quella di Altilio. D’altra parte, anche la sezione geografica del codice 9477 contenuta alle cc. 53r-70r e 71r-90r, ci restituisce preziose informazioni sull’interesse dell’autore per la cultura greca in quanto contiene, oltre a testi liviani e pliniani, estratti da Strabone, che l’umanista ricopia seguendo per lo più la traduzione di Guarino (Vecce 1998). Il fascicolo composte dalle cc. 53r-70r contiene, anzi, esclusivamente la traduzione di Strabone, secondo la versione di Guarino, con frequenti interventi interlineari.
Più incerta invece l’attribuzione alla mano dell’Altilio delle due elegie che compaiono nel codice alle cc. 138-139 e 139a: il componimento in lode di Alfonso, ad esempio, lasciò incerto già il Sambuco che sulla c. 139v annotò prima il nome di Sannazaro e poi quello di Altilio (Vecce 1998).
Le carte altiliane del Vindobonense 9477, al pari di quelle contenute nel codice 9977, trasmettono, quindi, materiale di lavoro approssimativo e non finito, come è mostrato, del resto, anche dal carattere letterale e poco elegante della traduzione (Vecce 1989). Il codice, inoltre, aggiunge nuove informazioni al quadro degli interessi e delle ricerche letterarie dell’umanista, restituendo l’immagine di Altilio studioso antiquario e traduttore di greco, oltre che poeta.
Sull’attività di traduttore di Altilio ci informa un ulteriore manoscritto, il Vindobonense 3503 (→ 1), in cui è presente ugualmente una traduzione di Altilio dal greco al latino. Anche questo codice appartenne al Sambuco e contiene per lo più materiale di lavoro del Sannazaro (fra cui una traduzione della prima Olimpica di Pindaro: cfr. Vecce 1998), per cui per molto tempo si è pensato che fosse interamente autografo dell’umanista napoletano (Tabulae codicum 1869, Percopo 1931, Altamura 1951, Gualdo Rosa 1984). Si deve, come nel precedente caso, a Vecce (1998) il merito di avere invece riconosciuto la mano di Altilio nella traduzione del discorso pseudoisocrateo Ad Demonicum contenuta alle cc. 61r-68v, un’attribuzione basata sia sull’identità delle caratteristiche grafiche di questo testo con la testimonianza autografa del Vindobonense 9477, sia sulle peculiarità formali della traduzione, anche in questo caso molto vicina alla lettera dell’originale greco, sia – infine – sul valore didascalico di questo testo che ben si prestava all’educazione del principe Ferdinando d’Aragona, di cui Altilio era precettore: d’altra parte, ulteriore e definitiva prova, in una sua lettera Galateo informa Ferrandino di aver trasmesso al suo precettore Altilio l’epistola Ad Demonicum perché la traduca in latino e la proponga all’allievo come insegnamento grammaticale e morale (Vecce 1998).
Bibliografia
Altamura 1951 = Antonio A., Iacopo Sannazaro, Napoli, Viti.
Altilio 1803 = Gabriele A., Epitalamio di Gabriele Altilio, a cura di Michele Tafuri, ristampato con la traduzione di Gian Batista Carminati, Napoli, Stamperia Simoniana.
Altilio 1914 = Gabrielis Altilii Carmina, edidit Eligio Raffaele d’Angelo, Napoli, Ardia.
Altilio 1978 = Gabriele A., Poesie, a cura di Gaetano Lamattina, Salerno, Scuola Arti Grafiche dell’Ist. Maschile Umberto I.
Gualdo Rosa 1984 = Lucia G.R., La fede nella “paideia”. Aspetti della fortuna europea di Isocrate nei secoli XV e XVI, Roma, Ist. Storico Italiano per il Medio Evo.
Luppino 1985 = Maria Teresa L., La tradizione manoscritta e a stampa dei ‘Carmina’ di Gabriele Altilio, in «Quaderni dell’Ist. Nazionale di Studi sul Rinascimento Meridionale», ii, pp. 49-78.
Percopo 1894 = Erasmo P., Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi. xi. Gabriele Altilio, in «Archivio storico per le province napoletane», 19, pp. 561-574.
Percopo 1931 = Id., Vita di Jacobo Sannazaro, in «Archivio storico per le province napoletane», n.s., xvii, pp. 561-74.
Tabulae codicum 1869 = Tabulae codicum manu scriptorum praeter Graecos et Orientales in Bibliotheca Palatina Vindobonensi asservatorum, Vindobonae, Geroldi, vol. iii [rist. an. Graz, Akademische Druck- und Verlagsanstalt, 1965].
Tabulae codicum 1873 = Tabulae codicum manu scriptorum praeter Graecos et Orientales in Bibliotheca Palatina Vindobonensi asservatorum, Vindobonae, Geroldi, vol. vi [rist. an. Graz, Akademische Druck- und Verlagsanstalt, 1965].
Vecce 1989 = Carlo V., Esercizi di traduzione nella Napoli del Rinascimento. i: Sannazaro e Pindaro, in «Annali dell’Ist. Universitario Orientale di Napoli. Sezione romanza», xxi, 2 pp. 309-29.
Vecce 1992 = Id., Alexander Aphrodisiensis. Addenda, in Catalogus Translationum et Commentariorum: Medieval and Renaissance Latin Translations and Commentaries, ediderunt Paul Oskar Kristeller et Ferdinand Edward Cranz, Washington, The Catholic University of American Press, pp. 296-98.
Vecce 1998 = Id., Gli zibaldoni di Iacopo Sannazaro, Messina, Sicania.
Nota paleografica
Di A. è rimasto un piccolo nucleo di carte di lavoro venute direttamente dal suo scrittoio (carmi latini e brevi traduzioni dal greco, cui si aggiungono una raccolta di excerpta geografici e un esercizio di scrittura greca) che si sono conservate, frammiste a testi di altri autori e di mani diverse, in tre grossi zibaldoni allestiti in ambiente napoletano e poi approdati nelle mani dell’umanista ungherese Giovanni Sambuco. La natura composita ed eterogenea di queste raccolte ha comportato qualche difficoltà nel riconoscere i materiali di sicura paternità altiliana e fra loro gli autografi, per isolare i quali, in assenza di un termine di raffronto certificato da una firma, è stato fondamentale il ms. Vind. 9977, in cui si leggono composizioni poetiche dell’A. in varie stesure: minute e prime redazioni tormentate (tav. 1) se non veri e propri abbozzi scritti di getto (tav. 4), redazioni seconde con un testo pressoché stabilizzato (tavv. 2-3), spesso annullate da un tratto di penna a indicare che si è infine provveduto ad un’ulteriore e più accurata trascrizione (tav. 5). Ai primi tre livelli la scrittura di A. è una corsiva tanto rapida quanto poco impegnata sul piano esecutivo, in ogni caso con sicuri tratti comuni. In un tessuto molto diseguale e talora francamente disgregato, si riconosce e prevale una innegabile componente “gotica”, che non è irragionevole imputare al momento e all’ambiente di formazione dell’A.: si osservino le d col secondo tratto obliquo, anche ad occhiello; l’uso sovrabbondante di r nella forma che si definisce tonda; s che in fine di parola è talora maiuscola e anche eseguita in un tempo; per non dire dell’impostazione generale della catena grafica e della preferenza accordata a una penna a punta non troppo sottile, teoricamente poco funzionale ad una scrittura fitta di collegamenti; il tutto appena temperato – come è normale che possa accadere nella seconda metà del secolo – dall’intarsio di qualche accessorio umanistico (s minuscola in fine di parola, non però esclusiva, e iniziali di verso in più di un caso di forma capitale, sebbene di esecuzione molto approssimativa). La coerenza d’insieme dei fogli direttamente collegabili al lavoro di A. sui propri testi rende problematica l’identificazione della sua mano anche nella tav. 5 (in cui si noterà invece come sicuramente autografa la variante invectus in corrispondenza del v. 9). e non perché sia impossibile un salto qualitativo di tale intensità e in direzione squisitamente umanistica, ma perché gli elementi attraverso i quali la metamorfosi si sarebbe compiuta non sembrano del tutto compatibili con la mano di A. per come è testimoniata negli autografi certi. Si noterà come s sia, in ogni posizione, sempre maiuscola (non così nella variante a margine), r sempre “tonda” e d solo nella variante umanistica con asta diritta. Accanto ai dati morfologici c’è anche un modo diverso di impostare i tratti alti di b, d, h, l che sono tutti leggermente flessi, così come alla base dei tratti che discendono sotto il rigo compaiono, come mai negli altri ess., terminazioni ricurve; e si può anche aggiungere una fin troppo drastica riduzione delle abbreviazioni e, ove sopravvivono, un diverso rapporto tra lettere e segni abbreviativi (si confrontino «felicisque» e «aurasque», tav. 5 ultimo v., con «utque», tav. 2 r. 9).
Censimento
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Vind. Pal. 3503
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Vind. Pal. 9477
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Vind. Pal. 9977
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 15 gennaio 2026 | Cita questa scheda