Boiardo, Matteo Maria
Scandiano [Reggio Emilia] 1440/1441–1494
Presentazione
L’armoniosa duplicità biografica del conte Matteo Maria Boiardo, feudatario estense con incarichi di governo del territorio e brillante letterato cortigiano, si riflette in modo coerente su quanto ci resta della sua scrittura. Il primo ruolo genera infatti una notevole quantità di documenti, e soprattutto lettere (→ 4-6), la cui natura istituzionale garantisce una buona possibilità di sopravvivenza presso gli archivi, ma si tratta solo in percentuale minima di pezzi autografi. Alcune missive boiardesche cominciarono a essere pubblicate almeno dai primi decenni del secolo XIX (si veda già Venturi 1822: 86-88) e uscirono alla spicciolata in varie sedi fino all’importante sistemazione procurata da Naborre Campanini (1894): in appendice agli atti del primo convegno celebrativo scandianese, lo studioso pubblicò un corpus di 150 lettere, di cui 80 inedite, corredandolo di una tavola che segnalava le collocazioni dei cimeli, e inserì nel contributo il facsimile dell’epistola autografa al duca Ercole d’Este del 6 agosto 1494. A quell’altezza cronologica, le lettere note di mano boiardesca erano otto e nessuna ne aggiungeva la silloge curata qualche decennio più tardi da Angelandrea Zottoli (Boiardo 1936-1937). La successiva edizione di Pier Vincenzo Mengaldo (Boiardo 1962) incrementava il bottino di una sola unità, comunque rilevante perché rappresenta ancora oggi il documento più antico tra quelli rintracciati (missiva a Ercole d’Este, 26 agosto 1481, → 4a), e metteva a fuoco il problema dell’autografia. In precedenza (cfr. per esempio Venturi 1883: 231 e Campanini 1894: 360) gli appunti si erano limitati all’esplicita ammissione di autografia nella lettera a Ercole d’Este del 26 agosto 1494: « Ma de queste [gente] che sono hoggi passate ho delibrato per questa de mia mano dare adviso a la S(ignoria) Vostra » (Boiardo 1962: 296-98), mentre Mengaldo isolava le nove testimonianze autografe e, con buona ragione, scioglieva in « propria manu » la formula fortemente abbreviata sotto la firma del conte, fino ad allora ignorata o interpretata come un semplice « et cetera » (Boiardo 1962: 450). La ricognizione, per altri versi proficua, mirata al codice diplomatico di Monducci-Badini 1997 non ha invece portato alla luce nuovi materiali di mano del conte. Non è autografa la lettera che Danzi 1998: 772-75 (tav. vi) segnala come tale a Firenze, ASFi, Mediceo avanti il Principato, 96: è stata in realtà vergata dalla mano di un segretario boiardesco tra i più assidui.
L’esame del corpus epistolare ha permesso a Gemma Guerrini di delineare l’immagine del piccolo cosmo scrittorio gravitante attorno a Boiardo, il cui nucleo è evidentemente costituito dalle nove lettere autografe distribuite su un arco cronologico che dall’agosto del 1481 giunge all’agosto del 1494, pochi mesi prima della morte dell’autore. I tratti distintivi della grafia del conte sono assai caratteristici. Se Mengaldo attribuiva alla gotta da cui Boiardo era affetto e alla poca chiarezza del suo ductus il frequente ricorso ai segretari anche per messaggi riservati, Guerrini (1988: 18) ha riconosciuto nelle carte boiardesche i tratti peculiari di una scrittura corsiva usuale, eseguita magari senza intenti estetizzanti ma con abilità. Identificata così la mano del signore di Scandiano, il resto del corpus rivela l’esistenza di una cancelleria composta di scrivani professionisti appartenenti a tradizioni grafiche diverse (Guerrini Ferri 1998: 513).
Per quanto riguarda il Boiardo letterato, la situazione è solo in parte simile. L’aspetto che qui più interessa è certamente la totale scomparsa degli originali, con i suoi evidenti effetti sul piano ecdotico. Come si sa, le conseguenze sono particolarmente gravi soprattutto per l’Inamoramento de Orlando, perché anche le editiones principes delle due redazioni, rispettivamente in due (1482 o 1483) e tre libri (1495) sono andate completamente perdute. Neppure ci è giunto alcun libro, manoscritto o a stampa, postillato da Boiardo o proveniente dalla sua biblioteca. Questo vuoto può essere stato determinato da sventurate vicende ereditarie, e la sfortuna critica del poema – presto oscurato dall’Orlando furioso – non ha certo favorito la conservazione dei materiali del conte. Qualche documento può tuttavia darci notizie indirette sul suo metodo di lavoro e sull’aspetto degli originali perduti. Per esempio il reggiano Bartolomeo Crotti, che per primo stampava i Pastoralia (composti tra il 1463 e il 1464, ma editi postumi nel 1500) servendosi probabilmente di manoscritti usciti dalla casa del poeta, informava nella prefazione alla princeps che l’esemplare da cui traeva il testo portava in origine un’estesa variante scritta su un cartiglio fissato a cera sulla versione primaria e poi caduto. Difficile dire se il manoscritto fosse autografo o idiografo, ma il dato non è da trascurare in vista di future ricognizioni (Boiardo 1500: d1v; Carrai 1992: 180-81). Dagli archivi viene qualche lume anche sul problematico originale dell’Inamoramentode Orlando e sul suo rapporto con le più antiche copie diffuse. Il primo marzo 1479, Andrea da le Vieze, capo dello scriptorium estense, si rivolgeva al duca Ercole perché sollecitasse Boiardo a inviare un nuovo segmento del romanzo, in quanto la parte a disposizione sarebbe stata copiata in 10 o 15 giorni. Nell’occasione Andrea faceva richiedere pure la conclusione del volgarizzamento dell’Asino d’oro apuleiano, cui Boiardo stava attendendo (Bertoni 1903: 26-27). Il 6 ottobre 1486 era Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, a interpellare Boiardo per avere quanto era già stato composto del terzo libro, farlo copiare e inviarlo al futuro genero Guidubaldo di Montefeltro (Reichenbach 1921: 150; Canova 2007). Molto celebre, infine, lo scambio epistolare dell’agosto del 1491 tra Boiardo e Isabella d’Este, quando il poeta rispose alla marchesa, che voleva leggere gli ultimi sviluppi del romanzo: « al presente non ho copia alcuna se non l’originale de mia mane che seria difficile de legere; ma ne fazo fare una copia e fra sei giorni la mandarò per uno cavalare a posta a Vostra S(ignoria) » (Luzio 1883: 164; Boiardo 1962: 239). È perciò ragionevole pensare che il conte tenesse sempre vicino a sé la copia di lavoro, alquanto tormentata dall’elaborazione in corso e magari anche vergata in una scrittura veloce, non diversa da quella adoperata nelle lettere autografe (Guerrini 1989: 444-45). In ogni caso, la linea di condotta abituale da parte di Boiardo sembra essere stata quella di far trarre belle copie dai suoi originali entro l’atelier domestico e così diffondere le proprie opere o porzioni di esse.
Mancando gli autografi integrali, gli interventi diretti del poeta – perlopiù di piccola estensione – vanno dunque cercati in manoscritti copiati da altri, e cioè ancora da scribi di mestiere attivi presso la rocca di Scandiano, secondo lo schema già osservato per le lettere. Stando a quanto riusciamo a capire, d’altra parte, Boiardo non fu mai assillato dal raggiungimento di una forma ne varietur per le sue opere e anzi preferì un lavorìo talvolta minuto e comunque non sistematico sulle copie “a buono” prodotte nel suo atelier. Ne abbiamo esempi fin dai componimenti giovanili, come i già ricordati Pastoralia: il ms. Barberiniano Lat. 1879 (→ 1) proviene dallo scriptorium di casa Boiardo ed è opera di tre (Carrai 1992: 193) o quattro (Guerrini 1989: 459-60) mani diverse. Una di esse, che impiega un inchiostro più scuro, è con ogni probabilità proprio quella del poeta, come peraltro già sospettava Salvadori (1905: 933). Nel codice, Boiardo aggiunge tre epigrammi latini, inserisce alcune postille marginali e corregge su rasura in vari punti (Guerrini 1989: 472; Carrai 1992: 195-99). Analoga la condizione del testimone unico che tramanda i Carmina in Herculem, di poco più tardi dei Pastoralia e comunque successivi al gennaio del 1463: il ms. Cl. I 318 della Biblioteca Ariostea di Ferrara (→ 2) è opera di un copista piuttosto accurato ma si apre con un epigramma latino di tre distici, autografo e firmato da Boiardo (Antonelli 1884: 163- 64; Tissoni in Boiardo 2010: 189, 194).
L’approdo alla poesia volgare, dopo gli esordi latini, non comportò per Boiardo un significativo cambiamento nel rapporto con le copie manoscritte licenziate dal laboratorio posto sotto il suo controllo. Se già Mengaldo (Boiardo 1962: 347) pensava che le postille dei due codici più importanti degli Amorum libri tres, il canzoniere allestito tra il 1469 e il 1474, fossero latrici di varianti d’autore, le indagini paleografiche degli ultimi decenni hanno permesso di precisare le tracce fisiche dell’attività revisoria del poeta. Il ms. Canon. It. 47 della Bodleian Library di Oxford (→ 7) è in gran parte opera di due amanuensi professionali, un terzo appone le didascalie latine in inchiostro rosso in testa ai componimenti, ma una quarta mano dal ductus meno sciolto corregge il testo – su rasura e no – e aggiunge marginalia in latino adoperando un inchiostro più scuro, come si è già osservato nel caso dei Pastoralia. Il confronto con il Barberiniano Lat. 1879 induce a riconoscere in questo scrivente ancora Boiardo all’opera sul proprio canzoniere (Guerrini 1989: 453-57, 471-73; Zanato in Boiardo 1998: xxxv-xxxvi; Zanato in Boiardo 2002: xxvi, cc-cci). È infine merito di Tiziano Zanato aver offerto una più attenta analisi del ms. Egerton 1999 della British Library di Londra (→ 3), datato 4 gennaio 1477 e impiegato dagli editori degli Amorum libri tres dalla fine dell’Ottocento (cfr. Solerti per Boiardo 1894). Una prima mano piuttosto elegante copia il codice e poi vi opera correzioni sparse, ma una seconda interviene emendando e integrando con il solito inchiostro più scuro. Il procedere desultorio di questa e, soprattutto, le sue caratteristiche di esecuzione la annettono al dossier delle testimonianze autografe boiardesche: tra gli elementi di rilievo si impongono alcune scrizioni ben riconoscibili « dalla a ‘a mascherina’ » (su cui si veda Guerrini 1989: 456) « alla r peculiare usata in fine di parola, spiccante per l’asta verticale molto lunga e per l’ampio svolazzo orizzontale » (Zanato in Boiardo 2002: clxxviii; e si vedano anche le osservazioni dello stesso Zanato in Boiardo 1998: xxxv-xxxvi e in Boiardo 2012: 23-27).
Bibliografia
Antonelli 1884 = Giuseppe A., Indice dei manoscritti della Civica Biblioteca di Ferrara. Parte prima, Ferrara, Taddei.
Bertoni 1903 = Giulio B., La Biblioteca Estense e la coltura ferrarese ai tempi del duca Ercole I (1471-1505), Torino, Loescher.
Boiardo 1500 = Matteo Maria B., Bucolicon carmen, in Bartholomei Crotti Epigrammatum elegiarumque libellus - Matthei Marie Boiardi Bucolicon carmen, Reggio Emilia, Ugo Ruggeri, 1500 (istc ic00979000).
Boiardo 1894 = Le poesie volgari e latine di Matteo Maria Boiardo, a cura di Angelo Solerti, Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua.
Boiardo 1936-1937 = Tutte le opere di Matteo M. Boiardo, a cura di Angelandrea Zottoli, Milano, Mondadori, 2 voll.
Boiardo 1962 = Matteo Maria B., Opere volgari. Amorum libri, Pastorale, Lettere, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Bari, Laterza.
Boiardo 1998 = Id., Amorum libri tres, a cura di Tiziano Zanato, Torino, Einaudi.
Boiardo 2002 = Id., Amorum libri tres, a cura di Tiziano Zanato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura.
Boiardo 2010 = Opere, vol. i. Pastoralia. Carmina. Epigrammata, a cura di Francesco Tissoni e Stefano Carrai, Novara-Scandiano, Interlinea-Centro Studi Matteo Maria Boiardo.
Boiardo 2012 = Id., Amorum libri tres, a cura di Tiziano Zanato, Novara, Interlinea-Centro Studi Matteo Maria Boiardo.
Boiardo e il mondo estense 1998 = Il Boiardo e il mondo estense nel Quattrocento. Atti del Convegno internazionale di Scandiano-Modena-Reggio Emilia-Ferrara, 13-17 settembre 1994, a cura di Giuseppe Anceschi, Tina Matarrese, Padova, Antenore, 2 voll.
Campanini 1894 = Naborre C., Lettere edite ed inedite di Matteo Maria Boiardo, in AA.VV ., Studi su Matteo Maria Boiardo, Bologna, Zanichelli, pp. 357-464.
Canova 2007 = Andrea C., L’ ‘Inamoramento de Orlando’ da Mantova a Urbino (con una postilla mantegnesca), in «Lettere italiane», xlix, pp. 226-35.
Carrai 1992 = Stefano C., La tradizione manoscritta e a stampa dei ‘Pastoralia’ di Boiardo, in «Italia medioevale e umanistica», xxxv, pp. 179-213.
Danzi 1998 = Massimo D., Altre lettere di Matteo Maria Boiardo, in Boiardo e il mondo estense 1998: ii 769-76.
Guerrini 1988 = Gemma G., Il codice trasformato. Il Vat. Lat. 11255 da miscellanea poetica a libro di famiglia, in «Alfabetismo e cultura scritta», n.s., 1, pp. 10-22.
Guerrini 1989 = Ead., Scrivere in casa Boiardo: maestri, copisti, segretari, servi e autografi, in «Scrittura e civiltà», 13, pp. 441-73.
Guerrini Ferri 1998 = Gemma G. F., Il Boiardo: libri e scritture intorno al signore di Scandiano, in Boiardo e il mondo estense 1998: i 501-14.
Luzio 1883 = Alessandro L., Isabella d’Este e l’ ‘Orlando innamorato’, in «Giornale storico della letteratura italiana», ii, pp. 163-67.
Monducci-Badini 1997 = Elio M.-Gino B., Matteo Maria Boiardo. La vita nei documenti del suo tempo, Modena, Aedes Muratoriana.
Reichenbach 1921 = Giulio R., Il matrimonio del Boiardo. Nota seconda, in «Giornale storico della letteratura italiana», lxxviii, pp. 147-50.
Salvadori 1905 = Olinto S., Le ecloghe latine di M.M. Boiardo. (Un codice ignorato di esse e alcuni epigrammi inediti del Poeta), in «Rivista d’Italia», viii, 2 pp. 915-34.
Venturi 1822 = Giambattista V., Storia di Scandiano, Modena, G. Vincenzi e Compagno.
Venturi 1883 = Giambattista V., Relazioni dei governatori di Reggio al Duca Ercole I in Ferrara, in «Atti e Memorie delle rr. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie modenesi e parmensi», s. iii, ii, pp. 225-387.
Nota paleografica
È opportuno distinguere la duplice attività scrittoria di B. anche in sede di analisi paleografica. Per quanto riguarda le lettere, le minuziose indagini di Gemma Guerrini Ferri hanno consentito di definire la scrittura del conte « una corsiva destrogira di andamento molto veloce, eseguita con mano abile, rapida ed esperta » (Guerrini 1988: 18). Pur scevra da ambizioni calligrafiche, essa si adegua al modello della “cancelleresca all’antica” e ne presenta i fatti tipici; in sintesi: la a è sempre corsiva; la s e la f legano anche a sinistra raddoppiando le aste (talvolta con occhiello); la e ha forma angolare o in tre tratti, eseguiti in uno o due tempi; la d cancelleresca ha l’asta raddoppiata per legare a destra dall’alto oppure dritta e senza occhiello. Più caratteristici dell’uso boiardesco l’appesantimento dell’occhiello inferiore della g (talvolta con intervento secondario); la rara inserzione di z maiuscole nel corpo delle parole e lo sporadico impiego di una r dalla fisionomia simile a quella della “antiqua”, cui è però annesso un piede rivolto verso destra. Nella datatio epistolare le serie di quattro numerali romani riferiti alle decine (x) condotti in un solo tempo scendono progressivamente sotto il rigo. In generale la rapidità di esecuzione rende molto frequenti le legature tra le lettere. Per le abbreviazioni è usato solo il punto a mezza altezza (Guerrini 1989: 447-48).
Le poche testimonianze note e sicure di scrittura libraria boiardesca ci mettono davanti un’umanistica corsiva ben dominata e di piccolo modulo. I campioni più consistenti sono rappresentati dagli epigrammi latini dei codici dell’Ariostea e della Vaticana, che denotano peraltro anche una certa sapienza nell’impaginazione. Degni di nota pure gli interventi autografi di piccola entità (sotto forma di correzioni o di postille) in manoscritti copiati da professionisti: qui emerge la minore scioltezza di B. sia nel ductus sia nell’accuratezza delle eventuali rasure, come anche nell’emulazione delle mani esperte. La lettera più caratterizzata – e quella che finora è stata più utile nelle operazioni di riconoscimento – è la a cosiddetta “a mascherina”, così tratteggiata: « inizia […] dall’alto e prosegue con andamento sinistrogiro a chiudere verso il punto d’avvio; ma, invece di fermarsi nel punto in cui interseca il punto d’avvio, il tracciato prosegue e, incrociando la linea iniziale, che risulta lievemente sporgente verso destra, prosegue verso l’alto; da qui, incurvandosi verso destra e poi in basso, prosegue fino a toccare il rigo con un piccolo piedino d’appoggio » (Guerrini 1989: 456). Per il resto, si distinguono la ç in assenza di dittongo; le aste lunghe sotto il rigo della f e della s (di quest’ultima anche in posizione finale); la g con occhiello inferiore abbassato e largo; la x condotta in uno o due tempi, il cui secondo tratto scende molto sotto il rigo e poi risale descrivendo una stretta ansa. Va anche menzionata la rin fine di parola, che talvolta presenta, oltre alla lunga asta verticale, il ricciolo sviluppato in uno svolazzo.
Bibliografia
Guerrini 1988 = Gemma G., Il codice trasformato. Il Vat. Lat. 11255 da miscellanea poetica a libro di famiglia, in «Alfabetismo e cultura scritta», n.s., 1, pp. 10-22.
Guerrini 1989 = Ead., Scrivere in casa Boiardo: maestri, copisti, segretari, servi e autografi, in «Scrittura e civiltà», 13, pp. 441-73.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 1879
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I 318
- London, The British Library, Egerton 1999
- Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie, Letterati 10
- Modena, Archivio di Stato, Cancelleria Ducale, Rettori dello Stato, Scandiano, 2
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 833 (alfa G 1 15), 32
- Oxford, Bodleian Library, Canon. It. 47
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 28 novembre 2025 | Cita questa scheda