Ciriaco d'Ancona (Ciriaco de' Pizzicolli)
Ancona 1391–Cremona 1452
Presentazione
L’aspetto più interessante della ricca personalità di Ciriaco è certamente il suo ruolo di antesignano delle ricerche archeologiche sul mondo greco. Anche se gran parte degli studi a lui dedicati si soffermano principalmente sulla sua attività di raccoglitore di epigrafi, Ciriaco non può essere considerato un esponente dell’umanesimo filologico: la sua formazione irregolare, il suo legame con la tradizione medievale, il suo trilinguismo (che lo conduceva spesso a mescidare e a fondere inscindibilmente italiano, latino e greco), spiegano le sue « sperimentazioni non accademiche » (Pontani 1994: 44), lontane dalla sensibilità degli umanisti più ortodossi. E tuttavia i suoi interessi per la cultura e l’erudizione classica, anche al di là della dimensione archeologico-epigrafica, lo portarono a trascrivere testi rari, della cui tradizione è sovente testimone imprescindibile. Tali peculiarità rivelano la sua unicità e rendono anche conto della mancanza di veri continuatori della sua opera e della sua eredità culturale, e quindi – in ultima analisi – spiegano la dispersione delle sue carte.
Nel corso dei suoi numerosi viaggi in Dalmazia, Grecia, Egitto e nel Mediterraneo orientale Ciriaco aveva raccolto una grande quantità di statue, medaglie, manoscritti e soprattutto epigrafi, delle quali trascriveva sistematicamente il testo. I risultati di questo enorme lavoro di recupero archeologico, raccolti nei sei volumi manoscritti dei Commentarii, dopo la sua morte andarono dispersi. L’ipotesi di Sabbadini (1910: 240-41) che l’intero corpus (ad eccezione del fascicolo conservato nell’Ambrosiano Trotti 373) fosse andato distrutto nel rogo della biblioteca di Alessandro Sforza signore di Pesaro nel 1514 ha tenuto il campo per anni. Ma una traccia reperita da Cappelletto (1998) porterebbe invece a ipotizzare la presenza delle sue carte presso la corte aragonese, grazie alla testimonianza di Pietro Ranzano, che nei suoi Annales omnium temporum (Palermo, Biblioteca Comunale, 3 Qq C 54-60, vol. iii, i 15, c. 423v) afferma: « Vidi ego Neapoli tria volumina, quae sua ipsius manu exaraverat, notans cuncta mira quae viderat. Multa quoque vidi quae non solum mandaverat literis, sed pinxerat etiam ipse, ut statuas quasdam, vel hominum vel beluarum, columnasque atque colossos melius ante oculos poneret ».
Al ruolo, da tempo noto, che nella trasmissione della biblioteca di Ciriaco ebbero Matteo de’ Pasti e Pietro Dolfin (De Rossi 1888: 371b, 375b), bisogna aggiungere quello di Cristoforo da Rieti (su cui ha richiamato l’attenzione Pontani 1994: 103-18), che riunì negli attuali Parigini Gr. 425 e Gr. 2489 diversi opuscoli, e comprò dal nipote di Ciriaco gli odierni Vat. Gr. 1309, Vat. Urb. Gr. 2 e Vallicelliano E 22 (→ P 1, 7, P 6).
L’attività letteraria stricto sensu di Ciriaco documentata da suoi autografi si riduce a ben poco: oltre ad un manipolo di epistole, di testi poetici in volgare (« degni di attenzione non certo per pregi stilistici ma per le molte cognizioni relative all’antichità classica », Di Benedetto 1998: 23) e di epigrafi da lui composte, ci restano la Caesarea laus, la lettera a Eugenio IV nota come Itinerarium e la Naumachia Regia, di cui sono attestate tre fasi redazionali: la prima autografa in Roma, Biblioteca Alessandrina, 253 (→ 28), la seconda idiografa nel Corsiniano Rossiano 214 (→ 27), la terza e definitiva nell’autografo Ambrosiano R 93 sup. (→ 21). Nell’elenco dei suoi autografi spiccano infine le serie alfabetiche latine e greche, spesso inserite in fogli aggiunti a codici da lui acquistati. Al di là dell’interesse per la sua personalissima scrittura (uno degli elementi che hanno più attirato l’attenzione degli studiosi, a partire dall’epoca immediatamente successiva alla sua morte), va ricordato che Ciriaco, intellettuale ancora fortemente legato al versante bizantino della cultura medievale, introdusse modalità grafiche che diedero un contributo di ampia portata alla cultura umanistica, dando origine a un modello che si impose in tutto l’Occidente.
Bibliografia
Cappelletto 1998 = Rita C., Ciriaco d’Ancona nel ricordo di Pietro Ranzano, in Ciriaco d’Ancona 1998: 71-80.
Ciriaco d’Ancona 1998 = Ciriaco d’Ancona e la cultura antiquaria dell’Umanesimo. Atti del Convegno internazionale di Ancona, 6-9 febbraio 1992, a cura di Gianfranco Paci e Sergio Sconocchia, Reggio Emilia, Diabasis.
De Rossi 1888 = Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores, edidit Ioannes Baptista De Rossi, Romae, Ex Off. Libr. Philippi Cuggiani, vol. ii to. 1.
Di Benedetto 1998 = Filippo Di B., Il punto su alcune questioni riguardanti Ciriaco, in Ciriaco d’Ancona 1998: 17-46.
Pontani 1994 = Anna P., I “Graeca” di Ciriaco d’Ancona (con due disegni autografi inediti e una notizia su Cristoforo da Rieti), in «Thesaurismata», xxiv, pp. 37-148.
Sabbadini 1910 = Remigio S., Ciriaco d’Ancona e la sua descrizione autografa del Peloponneso trasmessa da Leonardo Botta, in Miscellanea Ceriani. Raccolta di scritti originali per onorare la memoria di A. M. Ceriani, Milano, Hoepli, pp. 183-247 (ripubblicato senza i disegni in Id., Classici e umanisti da codici ambrosiani, Firenze, Olschki, 1933, pp. 1-48).
Nota paleografica
Il primo codice dell’inventore delle litterae « copulatae et colligatae et invicem connexae atque contextae » è del 1427 (Vat. Lat. 10672, Ovidio, → 11): la scrittura è una semicorsiva “all’antica” di indubbia impronta guariniana, abbastanza disciplinata ma con intarsi sistematici di lettere di derivazione capitale o onciale a fine riga, come a volte nei codici di poesia del sec. XII. A distanza di pochi anni, alla metà degli anni ’30, una furia antiquaria trasforma la scrittura di C., che parla e scrive il greco e raccoglie iscrizioni, in un impasto di lettere e legature latine e ricavate (o suggerite) dalla minuscola bizantina, di maiuscole usate a piene mani nel corpo della parola, di nessi epigrafici. L’esperimento è personalissimo e bizzarro, ma non nasce dal nulla.
Non l’unico, ma uno degli aspetti che meglio chiariscono la diversità tra la prima tradizione umanistica fiorentina e quella padano-veneta è rappresentato dalla morfologia e dall’uso delle lettere distintive. Se il paradigma delle maiuscole di Niccoli, di Poggio e dei loro seguaci è orientato ad un principio di coerenza, cioè all’ordinata riproposizione di un alfabeto capitale che ammette solo minime varianti, quello usato in codici dell’Italia settentrionale (ammesso che si possa parlare di paradigma) è fondato sulla variatio, sulla combinazione di lettere di diversa matrice e antichità: maiuscole latine e greco-bizantine, lettere capitali e onciali, di tradizione libraria o epigrafica, talora eseguite in acrobatici nessi o intrecci, in forme dal ductus non sempre attendibile, più spesso stravaganti e pittoresche. Normalmente queste forme rimangono confinate ai titoli, ma tra secondo e terzo decennio del Quattrocento, sotto la penna di copisti particolarmente estrosi (fra cui Salvatico, Borsa, in vario modo legati a Guarino Veronese), finiscono col contaminare anche la scrittura del testo, ad essere usate nel corpo o in fine di parola, quindi sganciate da ogni funzione distintiva. Tutto ciò costituisce la premessa senza la quale non si spiegherebbe la scrittura di C. nell’Ovidio del 1427. È indubbio però che C. da questa premessa ha tratto conseguenze personalissime ed estreme. La sua scrittura e il sottinteso mito dell’antico rappresentano infatti l’episodio più avventuroso e radicale, ma alla fine velleitario e fragile, della storia del recupero delle litterae antiquae formae.
Figlio di mercante, mercante lui stesso di traffici imprecisati, curioso d’antichità, prototipo del viaggiatore-esploratore, eclettico autodidatta, C. è uno scriptor iperbolico e creativo, sostenuto da una non comune manualità e da un’acuta capacità di osservare i fatti grafici e di comprenderne i meccanismi. La scrittura appresa nell’ambiente familiare e usata per gli affari (→ 30) è una corsiva come se trovano tante lungo la fascia adriatica, rapida e con tratti mercanteschi dovuti forse all’influenza veneziana o imputabili a una sorta di koinè scrittoria del mondo dei commerci. A partire dalla metà degli anni ’30, per la diffusione delle proprie opere e per la corrispondenza letteraria, C. inventa qualcosa di mai visto, di tanto sbalorditivo per i suoi contemporanei quanto ancora per noi: una scrittura che è un esaltante, parossistico ma anche compiaciuto e instabile pastiche, che si traduce in un flusso corsivo (in cui si avverte l’abitudine a scrivere in greco) che miracolosamente riesce a rendere omogenei e a sincronizzare materiali grafici di diversa tradizione ed età.
Impossibile elencare, se non commentando alla lettera (e pagina per pagina), tutti gli ingredienti che formano l’instabile composto. Tentando una classificazione di massima, incentrata sulla scrittura del testo, si può almeno dire che C. opera su tre livelli: sulle varianti di lettera, sulle legature, sugli schemi di ordinamento. Quanto al primo aspetto, il dato che immediatamente colpisce è la varietà del paradigma morfologico messo in opera da C., che contempla, accanto alle normali minuscole, varianti maiuscole (ma trattate corsivamente) di derivazione capitale (tav. 1: a, l, m, r, s; tav. 3: h) o onciale (tav. 3: a, g, t), lettere greche usate per latine (m scritta come mi) e varianti ambivalenti, che stanno a cavallo tra i due sistemi (a corsiva, u in un tempo), tanto che non sempre è facile accorgersi, a uno sguardo superficiale, quando C. cambia registro linguistico/grafico, passando davvero al greco (tav. 4 r. 3: « villam καìριαν nomine »). Le legature, anche nelle pagine più intricate, sono meno numerose di quanto a prima vista non appaia e quelle “normali” (che hanno cioè un qualche radicamento nella tradizione latina) sono quasi tutte eseguite dall’alto (ovvero a partire da un tratto orizzontale, il che avviene per e e t, più raramente per r e c), mentre sono del tutto scomparse quelle virgulariter et inferius del sistema “gotico”, tracciate dal basso e riguardanti in primo luogo i, m, n e u. Questa povertà è compensata dai nessi di ispirazione epigrafica (si intende quelli usati nel testo, senza funzione distintiva), di cui C. sembra riscoprire una funzione per così dire dinamica (tav. 1 r. 7: praestantissime), e dai molti prestiti o calchi dal greco e anche legature d’invenzione, ma coniate forzando princìpi di base bizantina: come quelle che coinvolgono la variante maiuscola di s (tav. 2 r. 4: doctissime, r. 6: melius) o che nei gruppi sp, upi, xp o sq prevedono il rovesciamento del ductusdi p e q (tav. 3 r. 13: Spagna; tav. 1 r. 9: christianissimi; tav. 3 r. 2 del marg. usque); oppure il sintagma uro modellato sul corrispondente υρο (tav. 3 r. 13: Europa) e legature che interessano o, che può essere inclusa nel corpo della lettera che precede in co (tav. 3 r. 12: contigerat), ho e ko, mentre in mo, no e ro è eseguita sul prolungamento in orizzontale dell’ultimo tratto della lettera anteriore. Quanto infine agli schemi di ordinamento, si deve osservare come C. usi le une accanto alle altre lettere enfaticamente ingrandite o diminuite (tav. 1 rr. 6 e 9), indipendente dal fatto che siano maiuscole o minuscole (sempre che questa distinzione abbia senso in un tale contesto), oppure disponga entro uno schema bilineare le minuscole e le maiuscole in uno schema quadrilineare. Così facendo C. mette in discussione il principio base dell’estetica grafica medievale (e non solo), secondo il quale la qualità di una scrittura o di una mano si misura sulla sua regolarità (che vuol dire allineamento, equidistanza, rigorosa disciplina delle proporzioni e delle dimensioni delle lettere); nello stesso tempo, utilizzando lettere in nesso, soprascritte o incluse, fa saltare anche il postulato dell’ordinamento in orizzontale e quello della successione da sinistra a destra. Il gusto di scardinare le regole basilari della scrittura si rivela anche nell’alternarsi, all’interno di uno stesso testo, di schemi di impaginazione diversi o di differenti strategie di sfruttamento di un medesimo schema, oppure nel rinnovare il repertorio cromatico degli inchiostri, di cui si ampliano uso e funzione (in C. gli inchiostri colorati – verdi, gialli, azzurri, rosa e violetti, contro i tradizionali rossi e blu – si alternano anche nella scrittura del testo, senza funzione demarcativa e decorativa).
Censimento
- Berlin, Staatsbibliothek, Gr. quarto 89
- Berlin, Staatsbibliothek, Hamilton 254
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 86
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. H V 174
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottob. Lat. 1586
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. Lat. 1603
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Gr. 2
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 218
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 1484
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5237
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 10672
- Dubrovnik, Državni Arhiv, Statuta, 3
- Eton, Eton College, 141
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 12, num. 188
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 28 15
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 28 26
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 80 22
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 90 inf. 55
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II V 160
- London, The British Library, Harley 5693
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, R 93 sup.
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, Trotti 373
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Gr. 144 (alfa T 8 12)
- Oxford, Bodleian Library, Canon. lat. misc. 378
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Gr. 425
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Gr. 2489
- Roma, Biblioteca Universitaria Alessandrina, 253
- Roma, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, Rossi 214
- Sevilla, Biblioteca Capitular y Colombina, 7 1 13
- Venezia, Archivio di Stato, Scuola di Santa Maria del Rosario, Commissaria Girardi, 29
- Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Gr. 517 (= 886)
- Cesena, Biblioteca Malatestiana, D XXVII 2
- Cesena, Biblioteca Malatestiana, D XXVII 3
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Gr. 1309
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3630
- Oxford, Bodleian Library, Canon. Gr. 48
- Roma, Biblioteca Vallicelliana, E 22
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 28 novembre 2025 | Cita questa scheda