Franco (Matteo Della Badessa), Matteo

Firenze 1448–Pisa 6 settembre 1494

Presentazione

Un fedele cortigiano dei Medici, questo fu in primo luogo Matteo Franco. Pronto a tutti i servizi, spedito spesso al seguito di questo o quell’altro membro della famiglia, non di rado in sedi lontane e disagiate, vide ricompensata la sua fedeltà con un corposo numero di benefici ecclesiastici, fino all’elezione, alla fine del 1493, a rettore dello Spedale Nuovo di Pisa.

Le lettere che di lui si conservano, tutte autografe, rappresentano un interessante documento delle sue funzioni di tuttofare al servizio dei Medici. Gli stessi destinatari, quando non coincidono coi patroni Lorenzo il Magnifico e suo figlio Piero (più una lettera a Giovanni, futuro papa Leone X, per conto della madre Clarice Orsini), sono i loro cancellieri e stretti collaboratori ser Piero e Bernardo da Bibbiena e Niccolò Michelozzi. La natura meramente strumentale di queste epistole è efficacemente provata dalla lettera scritta a Roma tra il 19 e il 20 gennaio 1492, diretta a ser Piero da Bibbiena: giunto alla fine della lunga epistola, il Franco si avvide che il verso della carta era già occupato da appunti e annotazioni. Dopo averli almeno in parte cancellati, giustificò con una curiosa aggiunta l’aspetto trascurato della carta: « Era prima scritto, che non me n’ero aveduto; et perché mi pare faticha a rrischrivere, ve lo becherete così » (Franco 1990: 118).

Lettere di servizio, in gran parte, da stracciare appena svolta la funzione per cui sono state redatte (cfr. Franco 1990: 98: « Et questa per l’amor d’Iddio, purgato ch’ela m’à, stracciate, et in questo mezo guardate non vada male »), spesso ispirate a una vivace vena ironica, si aprono non di rado allo « stravolgimento scherzoso […] nel senso della parodia, della battuta sboccata, spesso crudamente realistica » (Frosini in Franco 1990: 235), che contagia molti degli scritti del Franco. Per esemplificare tale consuetudine si può citare l’annotazione autografa aggiunta in calce a un documento redatto dal notaio pisano Antonio di Rinieri Chiavelli (10 maggio 1494) per l’acquisto di una casa dal pittore Benozzo Gozzoli in Firenze, dove ser Matteo stigmatizza un errore di scrittura dell’estensore dell’atto: « Costui ha scripto Via Largha per ecc. per fretta et cacasangue di furia fattoli anche noi, tanto è che lunedì soneranno a gloria e cogloni del Francho, che se li sono stasera fitti in culo per la paura, pur che e ducati suonino loro come s’è promesso et basti » (sul documento, riprodotto fotograficamente in Fortuna- Lunghetti 1977: 156, si veda anche Frosini in Franco 1990: 56-57).

A questa intensa attività del Franco sono da ricondurre anche le non poche lettere scritte per conto d’altri, in ossequio a una pratica di delega della scrittura piuttosto usuale per le donne della famiglia Medici (cfr. Miglio 2008: 133-62). Matteo Franco prestò la sua opera di scrivano per la madre di Lorenzo Lucrezia Tornabuoni, al Bagno a Morbo nel 1477, per Clarice Orsini negli anni Ottanta e soprattutto per Maddalena (la figlia di Lorenzo andata in sposa al figlio di papa Innocenzo VIII, Franceschetto Cybo), che accompagnò come maestro di casa e cappellano nei suoi lunghi soggiorni romani (→ 8-9, 11, 16, 18-21).

Nelle epistole scritte per Lucrezia Tornabuoni si coglie una cura maggiore che produce un risultato grafico non disprezzabile, frutto anche di una diversa modalità di scrittura. L’esecuzione verosimilmente sotto dettatura potrebbe aver causato i non pochi errori che vi si riscontrano (ad esempio, nella lettera del 20 maggio 1477: « basta habiate fermormo el buono affecto ») e le numerose correzioni: nella lettera citata si hanno varie cassature indotte da aggiunte inter scribendum del tipo: « Salutate la brigata per mia parte e a‹tt› Lorenzo e a tutti mi racomandate ». In altri casi (lettera del 22 maggio 1477), la presenza di sali comici screzia il tono ossequioso e meramente informativo solitamente usato dalla madre di Lorenzo e vien da sospettare che l’iniziativa sia decisamente nelle mani dello scrivano, che non per niente viene menzionato alla fine della lettera: « Monna Costanza rovinò, non cadde, e propagginò el capo inn una machia tal che la tornò su col viso a ghale, cagione della stretta sella che gl’à levato el lastrico del culo; e la nocte cuopre el guanciale con un viso, e ’l dì coll’altro, e ’nfino a ttavola observa questa regola. Escie pocho fuori, sempre per casa com’un pollo sciolto di fresco. Tutte hanno un poco dello smelato, sì son dolci in sul sedere. El Francho è tutto vostro ed èssi toso ».

All’amicizia con Angelo Poliziano si deve invece ricondurre la stesura di propria mano di un atto (conservato a Firenze, Archivio Capitolare, Scritture varie I, cc. 180-99) con cui l’umanista assume in qualità di cappellano della chiesa di San Paolo ser Cherubino di Niccolò Lottini (Picotti 1915: 445 n. 1; Frosini in Franco 1990: 35).

Il quadro appena descritto fa sì che non risulti affatto sorprendente che il giacimento di gran lunga più corposo di autografi di lettere di Matteo sia il fondo Mediceo avanti il Principato dell’Archivio di Stato di Firenze, seguito dal fondo Ginori Conti della Biblioteca Nazionale Centrale, dove è confluito il carteggio di Niccolò Michelozzi. Resta fuori da questo prevedibile percorso soltanto una lettera, finita nelle raccolte Piancastelli di Forlì, ma proveniente anch’essa dal fondo Mediceo (Franco 1990: 76-77 num. iii).

Più che per le lettere, che pure costituiscono un interessante documento di lingua e risultano storicamente preziose, il nome del Franco viene tuttora ricordato per la produzione poetica, in gran parte catalizzata dall’acre tenzone che Matteo ebbe con un altro e più celebre cliente mediceo, Luigi Pulci. Il Libro dei Sonetti pubblicato da Giulio Dolci nel 1933 (vd. Pulci-Franco 1933), che costituisce ancora l’edizione di riferimento per questa raccolta, ignora di fatto le complesse problematiche ecdotiche poste dall’opera. I cinque testimoni utili per la costituzione del testo, infatti, si dividono in due famiglie ben distinte per canone, ordinamento e lezione, benché l’assetto testuale si dimostri singolarmente instabile e in continua evoluzione. La silloge dell’editio princeps (Firenze, Bartolomeo de’ Libri, ca. 1490: ISTC if00304600: BL ), affiancata dal manoscritto cinquecentesco Milano, BTriv, 965 (T), rappresenta un canone più sbilanciato a favore del Pulci, di cui conserva molti pezzi assenti dal resto della tradizione; gli altri tre codici, tutti riconducibili allo scrittoio di Tommaso Baldinotti (1451- 1511), copista e poeta pistoiese operante in ambito fiorentino, D (Firenze, BNCF, Nuove Accessioni, 1470), B (Città del Vaticano, BAV, Barb. Lat. 3912) e P (Parma, BPal, 1336), esibiscono invece una scelta e un montaggio dei pezzi probabilmente predisposti da Matteo Franco, che certamente collaborò alla realizzazione di questa raccolta, come provano una postilla del Baldinotti in P (c. viv: « quere de aliis apud Francum »), le annotazioni autografe lasciate sullo stesso Palatino e l’inserzione in D, dopo la scrittura del testo dei sonetti, delle rubriche, che forniscono dettagliate informazioni sulle occasioni che generarono i sonetti e sulle circostanze spesso solo alluse nei testi poetici (cfr. Decaria- Zaccarello 2006: 145; Decaria 2008: 257 n. 36, e – in questo volume – la scheda Tommaso Baldinotti alle pp. 13-29).

Delle suddette raccolte fanno parte, oltre ai sonetti direttamente connessi alla tenzone, altri componimenti dei due rimatori. Il resto della produzione del Franco presenta i caratteri tipici della poesia d’occasione, come testimoniano le rubriche che accompagnano i testi, quasi tutti di corrispondenza o comunque indirizzati a un patrono o a un destinatario privilegiato, spesso riconducibile al solito circolo di letterati, amici e clienti medicei: Lorenzo e Giuliano de’ Medici, Clarice Orsini, Niccolò Michelozzi, Marsilio Ficino, Guglielmo Becchi, Niccolò Martelli.

La nuova ricognizione ha portato però un frutto significativo, ovvero la scoperta del finora unico sonetto del Franco di cui si è conservato l’autografo. Il reperto consiste in un foglio volante incluso, in tempi presumibilmente recenti, nel codice della Nazionale di Firenze segnato Palatino da ordinare 1190, striscia 1355, collettore già noto di rarità d’ambiente mediceo (→ 22). Il foglio, che presenta diverse piegature che lasciano intuire la sua originaria destinazione missiva, contiene un sonetto indirizzato al « vescovo alexandrino auditore primo di ruota per purghare la intrusione » (così la rubrica che lo introduce): il destinatario è dunque identificabile col futuro cardinale Giovanni Antonio da Sangiorgio di Piacenza (1439/1442-1509). Il documento si segnala per la presenza, oltre che della preziosa rubrica, di due note marginali, anch’esse autografe, incaricate di spiegare alcune allusioni contenute nel testo. Benché si tratti di un sonetto sin qui ignoto, esso risulta apparentabile ad altri componimenti indirizzati dal Franco a potenti personaggi per ottenerne favori o benefici; la scoperta, pertanto, permette di farsi un’idea, sia pur sommaria, della forma fisica in cui solitamente circolava la produzione poetica di Matteo Franco.

Altre lettere, di cui pure si ha notizia, devono essere andate perdute: di una parla il Poliziano in un’epistola del 26 agosto 1478, da Pistoia, a Lorenzo de’ Medici; di un’altra riferisce il Ficino il 7 novembre del 1482 (per entrambe cfr. Frosini in Franco 1990: 30 e n. 2). Nell’Ottocento Isidoro Del Lungo poté consultare e fornire il testo di una lettera spedita dai Bagni di Stigliano il 6 maggio 1488 e indirizzata a ser Piero Dovizi da Bibbiena (cfr. Del Lungo 1869: 48-52, da cui discende il testo di Frosini per Franco 1990: 86-89 num. vi): è probabile che il documento sia attualmente conservato in una collezione privata.



Bibliografia
Decaria 2008 = Alessio D., Il Pulci ritrovato e nuove ipotesi sul ‘Libro dei sonetti’, in «Bollettino storico della Svizzera italiana», cxi, pp. 247-81.
Decaria-Zaccarello 2006 = Id.-Michelangelo Z., Il ritrovato “Codice Dolci” e la costituzione della vulgata dei ‘Sonetti’ di Matteo Franco e Luigi Pulci, in «Filologia italiana», iii, pp. 121-54.
Del Lungo 1869 = Isidoro Del L., Una lettera di ser Matteo Franco, in «Archivio storico italiano», s. iii, ix, pp. 32-52.
Franco 1990 = Matteo F., Lettere, a cura di Giovanna Frosini, Firenze, Accademia della Crusca.
Miglio 2008 = Luisa M., «Perché ho charestia di chi scriva». Delegati di scrittura in ambiente mediceo, in Ead., Governare l’alfabeto. Donne, scrittura e libri nel Medioevo, prem. di Armando Petrucci, Roma, Viella, pp. 133-62 (già in Le statut du scripteur au moyen âge. Actes du xiie Colloque scientifique du Comté international de paléographie latine, Cluny, 17-20 juillet 1998, réunis par Marie-Clotilde Hubert, Emmanuel Poulle, Marc H. Smith, Paris, École des Chartes, 2000, pp. 193-215).
Picotti 1915 = Giovan Battista P., Aneddoti polizianeschi, in Studi di storia e di critica dedicati a Pio Carlo Falletti dagli scolari […], Bologna, Zanichelli, pp. 433-49.
Pulci-Franco 1933 = Luigi P.-Matteo F., Il ‘Libro dei Sonetti’, a cura di Giulio Dolci, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società anonima editrice Dante Alighieri.

Nota paleografica

La documentazione della mano di M.F. è tutta epistolare, con due sole, tarde eccezioni e la seconda solo apparente: le rubriche aggiunte nel cosiddetto codice Dolci (tav. 3) e il sonetto Lo stato mio (tav. 4), che ha viaggiato accluso a una lettera, perduta. La scrittura delle brevi rubriche e del sonetto comunque non è diversa da quella epistolare, soltanto più ordinata. In quanto sopravvive degli autografi di F. si distinguono abbastanza nettamente due momenti grafici che in parte trovano giustificazione o corrispondenza nel ruolo giocato da F., scrittore per delega di varie signore di casa Medici (in quasi la metà delle lettere) o scrittore in proprio. Se quella di F. non è, in generale, una gran mano (almeno nel senso comune: fortemente mescidata, con lettere eseguite senza badare alla qualità del disegno, spesso disordinata, disattenta ai rapporti modulari o a come la scrittura si dispone nella pagina), le prove peggiori – comunque le meno interessanti – sono paradossalmente quelle più disciplinate o conformiste, quelle in cui è più intenso lo sforzo di trovare una misura e di adeguarsi alla moda umanistica imperante in ambiente mediceo. È quanto succede soprattutto nella fase che va dal 1474 (data della prima lettera autografa a Lorenzo dei Medici, → 6) fino alla metà degli anni ’80. In questo primo periodo F. usa una scrittura che vuole essere “all’antica” e anche in certa misura posata, ma in cui la vernice umanistica non riesce a nascondere la base corsiva né la presenza di numerosi elementi del repertorio morfologico “gotico” e forse di tradizione mercantesca. Nelle lettere delle tavv. 1 e 2 si può osservare, seppur tenuto più sotto controllo rispetto a quanto succederà dall’85 in poi, il campionario di elementi contraddittori che è tratto caratterizzante della mano di F., con una comprensibile differenza di grado imputabile al fatto che nella seconda lettera (ma lo stesso vale per gli analoghi casi) l’autore ha la responsabilità di scrivere per altri, in nome cioè di Lucrezia Tornabuoni: si osservino le tre varianti di d (quella con asta diritta, le due “gotiche” con asta inclinata o con occhiello, in un tempo), talora usate insieme in una stessa parola (tav. 1 r. 3: drieto, r. 4: crede, r. 14: addì; r. 6: considerando, r. 12: per l’amor d’Iddio); le due non proprio varianti, ma varietà morfologiche di g (di nuovo quella “umanistica”, tav. 1 r. 3: me ne verghognio, tav. 2 r. 1:vantaggiato; e quella di tradizione “gotica”, più funzionale alla legatura, tav. 1 r. 8: vigore, r. 12: gli gocciolono; tav. 2 r. 9: di maggio); i due allografi per il suono z (tav. 1 r. 2: Lorenço, tav. 2 r. 1: da Poggibonzi) che si affiancano alla grafia colta ti (tav. 1 r. 1: Quinti Curtii, tav. 2 nella firma, Lucretia), avvertendo però che la forma ç tende poi a scomparire. Accanto a queste oscillazioni (che si ripetono identiche nella tav. 4: titolo del Francho, auditore, v. 2: magra, v. 6: taglo; nella lettera del 1485, tav. 5 r. 1: ad me, r. 4: di rasotané, r. 6: e donaglili, r. 1: grata, r. 2: ogni modo) va registrato l’uso sporadico della nota tachigrafica per et (7) per la congiunzione, l’uso quasi regolare del gruppo ch con h dotata di prolungamento nella parte finale, anche dove non si realizzi la legatura (tav. 1 r. 1: Plutarchii, r. 4: che crede che io; tav. 2 r. 1: fiaschi, r. 4: benché, r. 5: perché ). Si deve inoltre notare che alcune lettere sono scritte con un modulo più grande di altre (soprattutto c e z: tav. 1 r. 9: Questa campana, r. 10: dalla vostra cava; tav. 2 r. 6: credo l’arete caro, r. 8: speranza), cosa che si sarebbe portati a registrare come indizio di inabilità dello scriba, se non fosse che a partire dal 1485 il gigantismo di queste e altre lettere, o meglio l’alternanza modulare, è eletta a sistema, diventando la cifra stilistica della mano di F. Dalla metà degli anni ’80 F., se mai si era illuso di scrivere all’antica, sembra rinunciare a ogni conformismo (ma compare, come non prima, la legatura &) e muoversi in totale libertà. Per certi versi, in questa seconda fase, la scrittura di F. – ora decisamente corsiva, magmatica e barocca – ricorda (senza però alcuna sovrastruttura antiquaria) la mano di Ciriaco d’Ancona (ess. significativi sono la lettera a Piero di Lorenzo dei Medici del 22 marzo 1494, → 3 e in particolare il blocco delle missive a Piero Dovizi, → 11, 14-15, 17). L’alternanza modulare (un es., ma non il più significativo, nella tav. 5) si esaspera con l’uso di varianti maiuscole con funzione di minuscola (A: tav. 4, v. 4: a nota a nota; D: ivi, v. 2: debole; M: ibid. magra; R: ivi, v. 5: ruota; T: ivi, v. 8: tutto). A proposito delle maiuscole (tutte normalmente di derivazione capitale, dunque “umanistiche”, eseguite corsivamente) è importante segnalare che F. assegna loro un’importante funzione espressiva, usandole per mettere in evidenza notizie o nomi (→ 14, r. 15: « A 4 miglia ci raggiunse MARTINO GHEZO et MARTINO MORO») o espressioni colorite, quando non francamente sboccate (→ 17, lettere a ser Piero Dovizi del 29 marzo e 17 aprile 1494, nella prima r. 3: « cosce et cvli et ca. », nella seconda r. 7: « li abbiamo in modo rotto el forame »).

Censimento

  1. Firenze, Archivio Capitolare, Scritture varie I
  2. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 15, num. 106 (olim 113)
  3. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 19, num. 75 (olim 76), 266 (olim 257 bis), 581 (olim 576)
  4. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 25, num. 604 (olim 611)
  5. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 26, num. 538 (olim 543)
  6. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 30, num. 227 (olim 229)
  7. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 33, num. 1 (olim 137, 365)
  8. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 34, num. 129 (olim 130) e num. 132 (olim 133)
  9. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 35, num. 513 (olim 514) e num. 541 (olim 542)
  10. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 37, num. 223 (olim 220)
  11. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 41, num. 331 (olim 335) e num. 507 (olim 514)
  12. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 60, num. 87 (olim 86)
  13. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 68, num. 590 (olim 613)
  14. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 72, num. 5
  15. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 89, num. 226 (olim 238-238 bis), 228 (olim 240) e 352 (olim 368-368 bis)
  16. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 100, num. 111 (olim 130)
  17. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 124, num. 51 (olim 78), num. 103 (olim 130), num. 165 (olim 195), num. 171 (olim 201), num. 187 (olim 220)
  18. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 137, num. 529 (olim 536)
  19. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 138, num. 146 (olim 144) e num. 147 (olim 145)
  20. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Ginori Conti 29, 36 2-5
  21. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Ginori Conti 29, 38 bis 23 e 35
  22. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. da ordinare 1190 (striscia 1355), ins. d
  23. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 23, Franco, Matteo
  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuove Accessioni, 1470
  2. Parma, Biblioteca Palatina, 1336

Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 30 novembre 2025 | Cita questa scheda