Gherardi da Prato, Giovanni

Prato 1360/1367 ca.–1442/1446 ca.

Presentazione

L’attuale fortuna di Giovanni Gherardi da Prato è soprattutto legata al cosiddetto Paradiso degli Alberti, dato alle stampe nel 1867 da Aleksandr Nikolaevic] Veselovskij (1838-1906), testo fino ad allora sconosciuto al pubblico, se si eccettuano quelle novelle verosimilmente estrapolate dai dialoghi, manipolate ed edite da Gaetano Cioni sotto le fantomatiche spoglie di Giraldo Giraldi nel 1796 e nel 1819 (sull’operazione editoriale compiuta dall’accademico fiorentino vd. Guerrieri 2004: 7-8 e n. 2). « Lavorando nelle biblioteche di Firenze alla ricerca di materiali per una storia letteraria degli ultimi lustri del Trecento » (Veselovskij in Gherardi 1867: i to. i 17) nel corso del suo secondo soggiorno italiano, protrattosi dal 1864 al 1867, il filologo e comparatista moscovita s’imbatté nel manoscritto Riccardiano 1280 (→ 2), testimone unico – acefalo, adespoto, anepigrafo e lacunoso – di quello « strano parto letterario » (Spagnesi 1979: 72) che volle suggestivamente intitolare Il Paradiso degli Alberti, dal nome della villa suburbana di Antonio Alberti, chiamata Il Paradiso, in cui sono ambientati, a partire dal terzo libro, i dotti conversari di una scelta cerchia sociale, intellettuale e politica in cui spiccano, fra le altre, le figure di Coluccio Salutati e Luigi Marsili (sul titolo cfr. almeno Bausi 1999: 563; Guerrieri 2004: 10-12; Martelli 2007: 658). Il Paradiso degli Alberti costituisce la seconda unità codicologica del fattizio Riccardiano 1280 (la prima unità tramanda invece una leggenda di santa Domitilla, alle cc. 1r-18v) ed è certamente copia di lavoro vergata dall’autore: le frequenti correzioni inter scribendum, e le integrazioni, le cancellature, le riscritture interlineari e marginali attestano sia un intenso lavorìo sul testo, peraltro incompiuto, sia una stesura che si è a lungo protratta nel tempo (la mano, infatti, non soltanto appare ora più posata ora più corsiva, ma, in alcuni punti, anche meno sicura). Veselovskij, combinando considerazioni stilistico-letterarie, argomentazioni storico-biografiche e perizie paleografiche (cfr., al riguardo, la discussione critica in Guerrieri 2004: 33- 37), ha eseguito una ricerca ad ampio spettro che gli ha permesso non soltanto di individuare l’autore del Paradiso in Giovanni Gherardi da Prato, ma anche di delineare i contorni di un particolare milieu intellectuel a cavallo fra Trecento e Quattrocento, come ebbe a sottolineare Giosue Carducci, che aveva curato, insieme con Alessandro D’Ancona, la revisione delle bozze della princeps del Paradiso: « Wesselofky, […] in un saggio premesso al Paradiso degli Alberti, romanzo di Giovanni da Prato da lui prima edito, ha dato, egli russo, all’Italia una propria e vera storia letteraria della seconda metà del trecento, con altrettanta erudizione di biblioteche e d’archivi quanta dottrina di critica storica, con altrettanta diligenza squisita de’ minimi e riposti particolari, quanta mostra acutezza di vista nel distinguere e segnare i confini tra il medio-evo e il rinascimento, quanta mostra sicurezza nell’abbracciar collo sguardo le configurazioni e le attinenze del suo, per così dire, territorio » (Carducci 1870: 468).

L’indagine attributiva di Veselovskij suscita, a mio parere, alcune perplessità, giacché è stata condotta, da un punto di vista paleografico, sul raffronto del Riccardiano 1280 con alcune testimonianze che, per differenti motivi, risultano infide: alcune certificazioni fiscali di Gherardi e il ms. BNCF, Magl. VII 702 (→ 1), che tramanda la Philomena, incompiuto poema allegorico in terza rima (cfr. Gherardi 1867: i to. ii 87-88). Le denuncie fiscali in questione (la portata al Catasto del 1430 e il campione dei cittadini del 1431) non sono infatti riconducibili alla mano di Gherardi (al riguardo vd. almeno Novati 1886: 162- 63; Guerrieri 2004: 35-36), mentre le riserve che gravano sulla Philomena non sono dovute tanto a questioni d’ordine paleografico (la mano che copia e corregge il manoscritto, pur con differenti tipologie scrittorie, pare la stessa che ha esemplato il Riccardiano 1280), ma riguardano invece l’identità dell’autore. Lo specchio di scrittura della c. 2r del ms. Magl. VII 702 è stato diligentemente coperto con uno strato d’inchiostro nero che rende molto difficoltosa la lettura della rubrica e del proemio che precedono l’invocatio ad Musas; entrambi (rubrica e proemio) sono tuttavia accessibili attraverso l’altro testimone noto della Philomena, il Magl. VII 141 (segnalato in Garilli 1972: 47 num. 3), che tramanda il primo libro del poema. Da quest’ultimo manoscritto si ha conferma che la Philomena è « Opera del venerabile huomo Giovanni di Gherardo da Cigniano » (Magl. VII 141, c. iv). Veselovskij, che per primo ha pubblicato ampi estratti del testo, ipotizzò – in ciò seguìto dagli studiosi che si sono poi occupati del poema –, che Cignano/Cicignano fosse una contrada nei pressi di Prato. Francesco Bausi ha evidenziato che tale località non è tuttavia registrata nei dizionari storico-geografici né trova riscontro nelle denuncie fiscali di Giovanni Gherardi; ha inoltre avanzato l’ipotesi che il poema possa essere ascritto a un esponente della famiglia fiorentina dei Da Cignano, « tanto più che, nel canto vii del primo libro, si afferma che l’autore fu battezzato a Firenze, in S. Giovanni ». Queste e altre difficoltà legate alla paternità della Philomena, assegnata dalla tradizione manoscritta a Giovanni di Gherardo da Cignano e non a Giovanni da Prato, sono state messe in rilievo da Bausi, che ha comunque riconosciuto a Giovanni da Prato l’autografia di parte del Magl. VII 702 e rilevato che i tratti stilistici del poema e l’ambiente culturale in cui esso si inscrive sembrano ricondurre a quello stesso autore (Bausi 1999: 565-66). Stando ai dati fin qui reperiti (riportati in Guerrieri 2004: passim), dai quali risulta che Gherardi si qualifica o è designato sempre come “da Prato” e non come “da Cignano”, si potrebbe, con tutte le cautele che il caso impone, avanzare l’ipotesi che Giovanni da Cignano sia persona diversa da Giovanni da Prato e che il primo sia autore del poema, esemplato – e forse anche in parte rimaneggiato – dal secondo. Era del resto allora quasi una prassi che uomini « di qualche lettera » si prestassero a copiare codici, specialmente se afflitti da cronici problemi economici come fu Giovanni Gherardi da Prato; ser Lapo Mazzei, ad esempio, riferendosi a un non meglio specificato copista, scriveva il 12 luglio 1394 al mercante pratese Francesco di Marco Datini: « Tanto ho cerco, che ho trovato un bello scrittore, buona persona e fedele, fuor delle Stinche: e lunidì si comincia il libro vostro » (Mazzei 1880: i 61). La questione – che rimane tuttavia aperta – potrebbe forse essere chiarita attraverso un supplemento d’indagine sul ramo pratese dei Da Cignano, come suggerisce Bausi (1999: 556).

L’indagine attributiva di Veselovskij è stata in seguito corroborata dall’individuazione di altri autografi gherardiani d’ambito prettamente documentario: una pergamena realizzata durante la vivacissima fase di progettazione della Cupola del Duomo di Firenze (→ 3), scoperta ed in primis edita da Cesare Guasti (1874); una lettera indirizzata a Guido Manfredi da Pietrasanta (→ 6), segnalata e pubblicata da Francesco Novati (1886); infine, dodici lettere rivolte a Francesco di Marco Datini e ad alcuni suoi stretti collaboratori (→ 4-5), scoperte e date alle stampe in parte da Renato Piattoli (1929), e in parte da chi scrive (Guerrieri 2004).

Il 16 aprile 1420 Filippo Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti e il capomastro Battista d’Antonio furono eletti « ad providendum, ordinandum et construi, ordinari, fieri et hedificari faciendum, a principio usque ad finem, ipsam maiorem Cupolam »; in quell’occasione Giovanni di Gherardo da Prato fu nominato vice-provveditore di Ghiberti (Guasti 1857: 35-37 num. 71). L’attività di Gherardi quale provveditore vicario di Ghiberti per la progettazione della Cupola è attestata dai registri delle deliberazioni e degli stanziamenti dell’Opera almeno fino al febbraio 1426 (Guasti 1857: 26-27 num. 46, 33 num. 60, 71-72 num. 178-79, 181) e dalla pergamena in cui sono presenti ben tre disegni – la tribuna maggiore, una pianta del tamburo ottagonale e una sezione verticale condotta lungo il diametro del tamburo stesso – accompagnati da alcune chiose, in una delle quali l’autore dichiara il proprio nome e ribadisce l’ufficialità del suo ruolo: « Io Giovanni di Gherardo Gherardi fo noto et manifesto, che sendo qui nell’Opera richiesto a dire il mio parere intorno al volgere della Cupola, come io dicho intorno a cciò in questa forma ». Come già rilevato in altra sede, la pergamena è importante per molti motivi: essa, a quanto mi risulta, è il solo documento iconografico tràdito sulla fase di progettazione e costruzione della Cupola; attesta inoltre le competenze architettoniche di Gherardi e i suoi rapporti, certamente non idilliaci, con Brunelleschi, il cui progetto, che risultò vincente, è liquidato nelle chiose gherardiane con un laconico « istrane fantasie sanza fondamento » (cfr. Guerrieri 2004: 28-29 e n. 86).

Con la lettera a ser Guido Manfredi da Pietrasanta, segretario del signore di Lucca Paolo Guinigi, Giovanni di Gherardo raccomanda il suo « singolarissimo amicho » « Benvenuto vinattieri da Pisa », socio di Neri di Gino Capponi « a certo traffico di malvagia », e creditore di un tale che è stato poi imprigionato a Lucca. La lettera, priva di indicazione millesimale, fu collocata da Novati in un’ampia griglia cronologica, i cui estremi sono l’anno di insignorimento di Paolo Guinigi e quello della fuga di ser Guido (1400-1420/1422; cfr. Novati 1886: 167 e n. 20). Al riguardo, il terminus ante quem della lettera può essere maggiormente definito e individuato nel 19 maggio 1421, giorno in cui morì Gino Capponi (Mallet 1976: 29), che nella lettera è ricordato come vivo (« Et sì anchora muovere vi dee assai per cui fatto la chosa è, cioè di Gino Chapponi tanto buono servidore al signiore insieme co’ suoi figliuoli tanto buoni e chari cittadini »).

Le ultime acquisizioni autografe di Gherardi sono dodici lettere, conservate presso l’Archivio di Stato di Prato; nove di esse risultano composte fra il 1392 e il 1394, le restanti sono invece prive di data. Dieci sono indirizzate da Giovanni a Francesco di Marco Datini, le altre due, rispettivamente, a Cristofano di Bartolo Carocci – dapprima fattore del fondaco pisano di Datini e in seguito anche suo socio nelle aziende di mercatura di Catalogna (Guerrieri 2004: 44 n. 142) – e a Simone di Andrea di Matteo Bellandi, nipote di ser Lapo Mazzei e imparentato con Datini, del quale fu fattore nei fondaci di Prato e Pisa, nonché fattore e socio nel fondaco di Barcellona (Guerrieri 2004: 19 n. 41). Tali lettere, che restituiscono un vivace spaccato della vita di fine Trecento fra Firenze e Prato e arricchiscono di una nuova tessera l’accidentato mosaico della vita di Gherardi, sono, come del resto quella a Guido Manfredi, meri strumenti di comunicazione di fatti o notizie. Gherardi appare una sorta di factotum della famiglia Datini: si fa mediatore dei tumultuosi rapporti che intercorsero fra il mercante pratese e alcuni « dipintori », fra i quali Niccolò Gerini; acquista sciroppi e velluti per monna Margherita, moglie di Francesco di Marco, e per le altre donne di casa; riferisce quanto appreso sui costumi e sul governo dei « paoni » e delle « pagonesse »; informa sulle manovre del gonfalone Leone Rosso per inserire il “contadino” Datini nei ruoli d’imposta cittadini, ecc. Tuttavia anche in queste lettere, che hanno il sapore umile della vita quotidiana, un sermo cotidianus talora anche sciatto, ma funzionale a un rapido scambio di informazioni, si giustappone alla magniloquente allure letteraria di Gherardi, che, ad esempio, così consola il mercante, oppresso dai residui del gonfalone: « con forte animo passare si vuole, imperò a mme certissimo è ch’el paradiso in questo mondo non sia altro ch’avere patienza, e questa patienza ci mena dopo la vita al vero e etternale Paradiso » (Guerrieri 2004: 50 num. 9).

Le fonti documentarie fin qui identificate sono soprattutto preziose per le ricadute letterarie, poiché, come già anticipato, avvalorano le indagini attributive condotte da Veselovskij. La sfuggente e poliedrica figura di Giovanni Gherardi pare riflettersi nel suo altrettanto complesso e multiforme usus scribendi. A un primo sguardo, nel Riccardiano 1280 e ancor più nel Magl. VII 702 sembra di poter individuare due differenti mani, perché si constata l’utilizzo di differenti tipologie scrittorie. Ma a una più attenta analisi, che trova conferma nelle lettere, si osservano anche affinità nel ductus, che pare compatibile con un’unica mano. Alcuni dubbi certamente rimangono, e si assommano ai molti dati contradditori riguardanti il nostro autore. Gherardi pare infatti assumere le caratteristiche di uomo universale: agrimensore, esperto d’arte, consulente giuridico e fiscale, factotum di un grande mercante, lettore della Commedia e delle canzoni morali di Dante allo Studio fiorentino e, nello stesso torno di anni, provveditore vicario per la progettazione della Cupola di Santa Maria del Fiore.

Infine, le stringatissime postille presenti nel Riccardiano 1176 (→ P 1) – talora semplici sigle (ad esempio, a c. 13v, dove si legge « Pla, Ari, Epyc ») – non offrono, a mio parere, materiale sufficiente per poter attribuire un nome alla mano che le ha vergate.



Bibliografia
Bausi 1999 = Francesco B., Gherardi, Giovanni, in DBI, vol. liii pp. 559-68.
Carducci 1870 = Giosue C., Musica e poesia nel mondo elegante italiano del secolo XIV, in «Nuova Antologia», xiv, pp. 463-82; xv, pp. 5-30 [rist. in Id., Studi letterari, Livorno, Vigo, 1874, pp. 371-447, e in Id., Opere, vol. ix. I trovatori e la cavalleria, Bologna, Zanichelli, 1936, pp. 293-391, 404-6].
Garilli 1972 = Francesco G., Cultura e pubblico nel ‘Paradiso degli Alberti’, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxlix, pp. 1-47.
Gherardi 1867 = Giovanni [G.] da Prato, Il Paradiso degli Alberti. Ritrovi e ragionamenti del 1389. Romanzo di Giovanni da Prato, a cura di Alessandro Wesselofsky, Bologna, Romagnoli, 3 voll. in 4 to. [rist. anast., Bologna, Forni, 1968].
Guasti 1857 = Cesare G., La Cupola di Santa Maria del Fiore illustrata con i documenti dell’Archivio dell’Opera secolare, Firenze, Barbéra, Bianchi e Comp.
Guasti 1874 = Id., Un disegno di Giovanni di Gherardo da Prato poeta e architetto concernente alla Cupola di Santa Maria del Fiore, in Id., Belle Arti. Opuscoli descrittivi e biografici, Firenze, Sansoni, pp. 107-28.
Guerrieri 2004 = Elisabetta G., Giovanni Gherardi da Prato e Francesco di Marco Datini (con dodici lettere, di cui nove inedite, di Giovanni a Francesco di Marco & Co.), in «Interpres», xxiii, pp. 7-53.
Mallet 1976 = Michael M., Capponi, Gino, in DBI, vol. xix pp. 26-29.
Martelli 2007 = Mario M., Zapping di varia letteratura. Verifica filologica. Definizione critica. Teoria estetica, Prato, Gli Ori.
Mazzei 1880 = ser Lapo M., Lettere di un notaro a un mercante del secolo XIV con altre lettere e documenti, per cura di Cesare Guasti, Firenze, Successori Le Monnier, 2 voll.
Novati 1886 = Francesco N., Giovanni Gherardi da Prato. Ricerche biografiche, in «Miscellanea fiorentina di erudizione e storia», i, 11 pp. 161-71.
Piattoli 1929 = Renato P., Un mercante del Trecento e gli artisti del tempo suo [parti v-vii], in «Rivista d’arte», s. ii, xi, pp. 537-79 [rist. in Id., Un mercante del Trecento e gli artisti del tempo suo, Firenze, Olschki, 1930].
Spagnesi 1979 = Enrico S., Utiliter edoceri. Atti inediti degli Ufficiali dello Studio Fiorentino (1391-96), Milano, Giuffrè.

Nota paleografica

Osservato dalla prospettiva della scrittura G. è uomo profondamente ancorato alla tradizione del secondo Trecento, non però incapace di cogliere il senso del cambiamento che investe la cultura grafica fiorentina (e non solo) all’inizio del secolo successivo. Solo così si spiegano e si superano certe radicali differenze di mano negli autografi certi o in ciò che gli viene non senza incertezza attribuito: differenze non soltanto diacroniche, ma osservabili anche all’interno di un medesimo documento (tav. 2a-b) e imputabili all’intento che guida l’atto scrittorio. Una tale esperienza di pluralità di scritture è tutt’altro che sconosciuta (si veda in questo volume il caso di Pulci, molto più avanti nel secolo), specie tra chi si trova a vivere, come il G., a cavallo fra due diverse età della scrittura o, più semplicemente, tra chi sa per mestiere che le scelte in materia di scrittura fanno i conti con i testi e la loro funzione (e con i destinatari). E G. ha un’esperienza professionale fondata sulla scrittura: anche se non risulta immatricolato all’Arte dei giudici e notai, è ricordato da Antonio Manetti come « giudice […] non meno per fama d’altra litteratura che di leggi notissimo », ed è comunque certo che al servizio del mercante pratese Francesco Datini (1392- 1394) si occupava di contratti e che nel secondo decennio del Quattrocento lavorò a Firenze come notaio e giurisperito dei Capitani di Orsanmichele « ad faciendum scripturas pertinentes ad dictam societatem » e « ad faciendum scripturam testamentorum et ultimarum voluntatum ». Se non bastassero queste notizie, sono gli autografi stessi a dichiarare quale sia la cultura grafica di base del G. Se si confrontano la lettera del 1393 a Cristofano di Bartolo Carocci (tav. 5) e la c. 33r del Magl. VII 702 (tav. 1b) risulta chiaro non solo che sussiste quasi perfetta parità cronologica tra le due testimonianze, ma anche che in quella particolare carta del ms. Magliabechiano la scrittura è, quasi senza adattamenti, la medesima della lettera: una corsiva come se ne trovano tante nell’ultimo quarto del Trecento, senza particolari qualità e forse perfino un po’ attardata, ma di indubbia matrice notarile (si osservino la rastrematura di f e s, l’andamento degli occhielli di b, d e l, la forma della lettera g e come nell’interlineo i segni abbreviativi richiamino i prolungamenti di h, m, n); è la stessa scrittura che, in forme più sobrie (perché qui G. scrive per sé), ritroviamo in alcune sezioni dell’autografo del Paradiso degli Alberti (tav. 2b). Nelle lettere a Francesco Datini (degli anni 1392-1394, visibili sul sito dell’Archivio di Stato di Prato), G. dà prova di notevole flessibilità grafica e, per così dire, di una certa sensibilità ambientale: accanto alla consueta notarile (Fondo Datini, num. 132366) e a una scrittura quasi libraria (tav. 4: di corsivo rimangono solo f e s che scendono sotto il rigo e il prolungamento di h) usata da G. quasi nelle stesse forme anche nella c. 6r del Magl. VII 702 (tav. 1a), troviamo anche una corsiva atteggiata in senso mercantesco (Fondo Datini, num. 132364, 132367, 132368: la legatura ch è nella forma con h semplificata; f e s sono realizzate col tipico ampio raddoppiamento del primo tratto e sono prive di rastrematura). Senza questa capacità di declinare la scrittura in forme così diverse, adattandola ai testi e agli interlocutori, non si capirebbe la successiva trasformazione della mano del G., avvenuta per conoscenza di quanto si era realizzato nel circolo di Salutati (che è anche personaggio del Paradiso): nelle tavv. 2a, 3 e 6a la scrittura di G. presenta infatti notevolissime affinità con quella dell’anziano cancelliere tra fine Trecento e primi anni del Quattrocento o con quella dei suoi numerosi allievi e coadiutori: si noti in particolare la forma di g nella tav. 2a e la sua successiva trasformazione in senso “umanistico” nella tav. 6a. Alla luce di queste testimonianze e in particolare delle note del G. che accompagnano i disegni della Cupola (tav. 3), ritengo che vada presa in seria considerazione l’ipotesi di attribuire alla mano del G. anche la trascrizione della lettera della Signoria Fiorentina ai Pisani alla c. 32r del ms. Riccardiano 1176 (→ P 1), contraddistinto da una nota di possesso che è già di per sé un fortissimo indizio.

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1176

Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 30 novembre 2025 | Cita questa scheda