Musuro, Marco
Candia di Creta 1475 ca.–Roma 25
Presentazione
La vicenda biografica di Marco Musuro, nato a Candia di Creta attorno al 1475, si svolse in gran parte in Italia, dove egli approdò per la prima volta nel 1492 grazie agli uffici di Giano Lascari, che aveva ricevuto da Lorenzo il Magnifico l’incarico di raccogliere giovani greci da istruire a Firenze nelle lettere greche e in quelle latine. Come molti altri eruditi bizantini attivi nell’Italia umanistica, Musuro articolò il proprio impegno intellettuale su piani diversi (un’aggiornata sintesi biografica è proposta da Pellegrini 2012; vd. anche Speranzi 2013a). Musuro fu copista di manoscritti di autori classici e bizantini, soprattutto all’epoca del soggiorno fiorentino (1492-1494/1495), all’ombra di Giano Lascari e nell’ambiente della biblioteca medicea privata. Prestò inoltre il proprio talento filologico a imprese tipografiche, collaborando non solo con Aldo Manuzio, ma anche con la stamperia di Zaccaria Calliergi e Nicola Vlasto. Per Aldo produsse alcuni dei suoi capolavori, come le principes di Aristofane (1498), degli Epistolographi Graeci (1499), di Esichio (1513), di Platone e Ateneo (1514), che uscirono con sue prefazioni in greco; un suo intervento è provato tuttavia anche per altre edizioni che non furono pubblicate a suo nome, come quella dell’Ero e Leandro di Museo (1495), che trasse il testo greco da un codice rivendicato alla sua mano soltanto di recente (→ 25; cfr. Speranzi 2013a: 99-102), o quelle di Strabone e della Bibbia in greco, pubblicate da Andrea d’Asola rispettivamente nel 1517 e nel 1518: i manoscritti usati in tipografia per queste edizioni presentano sue annotazioni apposte in vista della stampa (→ P 28, 15). A partire dall’inizio del secolo XVI fu docente di greco allo Studio di Padova (1502-1509) e alla scuola della Cancelleria ducale, a Venezia (1509- 1517), dove ricevette anche l’incarico di traduttore ufficiale delle lettere di Stato in greco; tradusse inoltre in latino alcuni commenti ad Aristotele (→ 6-7) e fu autore di un piccolo corpus poetico all’interno del quale spicca l’Inno a Platone, anteposto alla princeps degli opera omnia del filosofo (un elenco provvisorio dei suoi componimenti in Pontani F. 2002-2003: 176 nn. 2-4). Tra gli altri, fu maestro di Alberto Pio di Carpi, presso il quale soggiornò tra il 1500 e il 1502, periodo in cui ebbe anche cura di riordinare la biblioteca del principe (che aveva appena inglobato quella di Giorgio Valla, morto nel 1500), apponendo un ex libris sulle guardie dei codici e provvedendoli di un indice dei contenuti in greco e in latino. Più tardi, a Venezia, tra il 1513 e il 1516, come si spiega meglio più avanti, sovrintese a una campagna di rilegatura dei manoscritti appartenenti alla biblioteca del convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo (San Zanipolo), fondata e ampiamente incrementata qualche tempo prima dal generale dell’ordine Gioacchino Della Torre (1416/1417-1500). Negli ultimi mesi della sua vita, nominato arcivescovo di Hierapetra e Monemvasìa, fu a Roma, coinvolto da Leone X nel progetto del Gymnasium Graecum del Quirinale.
Un’esistenza così intensa e poliedrica si riflette in un vasto corpus costituito da autografi delle proprie traduzioni e dei propri testi, da manoscritti frutto della sua attività di copista, da codici e incunaboli postillati, da manoscritti preparati per la stampa, da codici su cui appose dediche o ex libris per conto di altri. La ricomposizione di tale corpus è il risultato di un’articolata vicenda critica ed è stata ostacolata da molteplici fattori, di natura diversa. È necessario sottolineare in primo luogo come non sia noto alcun documento che aiuti nella ricostruzione della biblioteca di Musuro e che i suoi autografi si sono dispersi lungo direttrici molteplici, non sempre ricostruibili nella loro interezza (alcune indicazioni in proposito in Speranzi 2013a: 141-42): nuclei più o meno consistenti di manoscritti da lui copiati o annotati si conservano a Parigi con il grosso della biblioteca del suo maestro, protettore e amico Giano Lascari, a Modena nella collezione di Alberto Pio, in Vaticano soprattutto tra i libri di Fulvio Orsini (1529-1600), a Venezia tra i manoscritti di San Zanipolo, all’Escorial nella collezione di Matteo Dandolo (1498-1570), a Firenze, dove – oltre ad alcuni manoscritti di sua mano – si reperiscono varie postille nei codici della libreria medicea privata che egli utilizzò come antigrafi quando lavorava nel centro di copia animato da Lascari (→ P 8-9, 11, 33). In secondo luogo è opportuno ricordare che per molto tempo la scrittura di Musuro è stata confusa proprio con quella di Lascari: l’equivoco risale almeno all’inventario dei libri di Fulvio Orsini, dove erano ascritte al Lascari le postille musuriane a tre incunaboli (→ P 1-3), ed è proseguito almeno fino al 2010, quando è stato restituito alla mano del Cretese un codice di estratti da Stobeo risalente agli anni tra il 1502 e il 1510 sino ad allora ritenuto lascariano (→ 26 e cfr. Speranzi 2010c). Spostandosi su un piano più strettamente paleografico, un ultimo ostacolo alla ricomposizione della lista degli autografi di Musuro è venuto dalle variazioni della sua scrittura sul piano sincronico e su quello diacronico: tali mutamenti, che allontanano decisamente i codici del periodo fiorentino dalle attestazioni più tarde, risalenti agli anni patavini e veneziani (cfr. infra la Nota sulla scrittura), hanno fatto sì che per qualche tempo un’intera sezione del corpus sia stata assegnata a un certo Μάρκος Ἰωάννου Κρὴς τὸ γένος, figura distinta da Musuro che successivi approfondimenti paleografici e, soprattutto, prosopografici hanno rivelato inesistente (status quaestionis in Speranzi 2010a). Soltanto molto recentemente è stato inoltre possibile isolare un piccolo gruppo di manoscritti che potrebbe risalire al suo primo tirocinio cretese: tali codici, contenenti autori assai frequentati nei curricula della scuola bizantina, come Licofrone, Pindaro, Dionigi Periegeta o i Prolegomena in Aristidem, sono sottoscritti da un copista che si firma Μάρκος ed utilizza il monogramma mm; la sua scrittura presenta notevoli affinità con quella di Musuro, ma non appare perfettamente sovrapponibile ad alcuna testimonianza di già provata autografia. Per quanto l’ipotesi appaia fondata su basi piuttosto salde, si ritiene tuttavia opportuno considerare per cautela ancora sub iudice la paternità musuriana di questi manoscritti, che rifletterebbero uno stadio del suo percorso grafico anteriore al 1492 e all’incontro con Giano Lascari, e costituirebbero quindi i più antichi frutti del calamo del Cretese (per un’esposizione dettagliata dei dati a supporto dell’identificazione vd. Speranzi 2013a: 27-42 e, per un elenco di tali codici, vd. infra, Autografi di dubbia attribuzione).
Non è mai stata invece in discussione l’attribuzione alla sua mano di alcune “dediche” apposte sui fogli di guardia di un cospicuo gruppo di codici dell’Appendix Marciana provenienti dal convento dei Santi Giovanni e Paolo; il loro significato è stato tuttavia chiarito soltanto da poco tempo. Su questi manoscritti, per lo più codici recenti – in parte trascritti da Musuro stesso all’epoca del suo soggiorno fiorentino (→ 32-33 e 35) –, di grandi dimensioni e in pergamena, egli scrisse al dativo i nomi di alcuni dei suoi allievi veneziani, i cosiddetti “eupatridi”, o di intellettuali della Venezia del tempo. Elpidio Mioni, cui va riconosciuto il merito del riconoscimento della paternità musuriana delle “dediche”, ritenne che si trattasse dei codici procurati dagli allievi o dalle loro famiglie per la biblioteca della scuola di Musuro (Mioni 1971: 20). Benché alcune incongruenze di questa ricostruzione fossero già state messe in evidenza da Martin Sicherl (1991), l’idea che tali manoscritti siano stati prodotti a Venezia all’inizio del secolo XVI e siano appartenuti alla biblioteca di Musuro ha trovato largo spazio nella bibliografia. Il copista principale di questo gruppo di manoscritti va tuttavia riconosciuto nello spartano Cesare Stratego, che morì per veneficio a Venezia nel corso del 1495, e fu attivo, oltre che nella città lagunare, a Creta e soprattutto a Firenze (Speranzi 2008 e 2013a). La massima parte dei codici è inoltre riconoscibile nell’inventario dei libri commissionati da Gioacchino Della Torre per il convento di San Zanipolo, tra i libri greci che dopo la sua morte erano ancora privi di legatura (vd. da ultimo Jackson 2011 e Speranzi 2013a: 130-37). Queste semplici osservazioni sono sufficienti a rendere priva di fondamento l’interpretazione delle “dediche” agli eupatridi fornita da Mioni; una di queste, quella che si legge a c. ir del Marciano Gr. VIII 7 (→ P 48), « Οὐρβανοῦ τοῦ εὐλαβεστάτου ἱερομονάχου τῆς ἁγίας φραγγιστῶν θρησκείας καὶ τοῖς πάλαι περὶ τὴν γραμματικὴν εὐδοκιμήσασι ἐφαμίλλου χερσὶ δέδεται » (‘è stato fornito di legatura grazie alle mani di Urbano, devotissimo frate del santo ordine dei Francescani ed emulo di coloro che in antico furono celebri per la grammatica’), scritta in una formulazione più ampia rispetto alle altre, rivela che i personaggi di volta in volta ricordati finanziarono la legatura dei codici di San Zanipolo: come si accennava in precedenza, Musuro evidentemente sovrintese all’operazione, sia fissando direttamente sui manoscritti il ricordo dei generosi sostenitori, sia scrivendo in alcuni casi il prezzo delle legature stesse (→ P 42-43).
Segnaliamo in questa appendice l’elenco dei mss. di Modena, BEU appartenuti ad Alberto Pio con ex libris e/o indice di mano di Musuro: Gr. 21 (a R 7 22); 26 (a P 7 26: solo indice latino a c. 1v); 28 (a P 7 9); 37 (a M 9 2); 38 (a marco musuro 249 T 9 1); 39 (a T 9 2); 40 (a T 9 6); 51 (a T 9 14); 54 (a U 9 3); 55 (a U 9 6); 57 (a U 9 8); 58 (a U 9 9); 59 (a U 9 10); 61 (a U 9 4); 70 (a W 2 5); 75 (a W 2 8); 76 (a T 9 21); 85 (a Q 5 16); 87 (a Q 5 20); 88 (a P 6 10); 89 (a Q 5 18); 93 (a U 9 22); 100 (a T 8 3); 102 (a T 8 7); 103 (a V 7 16); 107 (a P 5 18); 109 (a P 5 20); 110 (a P 5 19); 112 (a P 5 2); 114 (a P 5 7); 115 (a P 5 17); 121 (a N 5 9); 130 (a P 6 12); 131 (a W 9 6); 135 (a T 8 5); 140 (a T 8 13); 141 (a T 8 20); 145 (a V 7 17); 146 (a T 8 8); 149 (a V 7 14); 152 (a V 7 13); 164 (a W 5 16); 166 (a V 6 7); 173 (a V 7 1); 177 (a V 7 3); 191 (a N 8 8). Ad essi vanno aggiunti i codici dispersi in altre biblioteche: Città del Vaticano, BAV, Barb. Gr. 186; Ottob. Gr. 371; Vat. Gr. 1314; Vat. Gr. 1316; Vat. Gr. 2241; Milano, BAm, A 119 sup. e L 41 sup.; Holkham Hall, Library of the Earl of Leicester, 71; Napoli, BNN, III C 2; Paris, BnF, Suppl. Gr. 387; è opportuno segnalare che molti di questi codici si sono rivelati avere annotazioni di lettura di Musuro (→ P 18, 20, 22-23); il completamento dell’esame diretto dei manoscritti potrà senz’altro portare alla luce nuovi postillati.
Vanno invece considerate errate le attribuzioni dei seguenti manoscritti:
1. Città del Vaticano, BAV, Vat. Gr. 2215. • Aristoteles, Ethica Nicomachea; il restauro di questo ms. del sec. XIV, ascritto a « Μάρκος Ἰωάννου Κρὴς τὸ γένος » da Harlfinger 1971: 412, è stato correttamente ricondotto alla mano di Giorgio Balsamone da Lilla 1985. • Harlfinger 1971: 412; Sicherl 1974: 605; Lilla 1985: 199-202; Cataldi Palau 2004: 297-98 n. 10; Speranzi 2013a: num. 99.
2. Milano, BAm, A 155 sup. • Scholia in Hesiodum; in Oppianum e altri scritti di carattere metrico; in questo codice di mano di Giorgio Trivizia sono state individuate annotazioni di M. da Vassiliki Liakou Kropp (ad es. alle cc. 24r, 26r, 57v, 97r, 106r); si tratta in realtà di una mano che utilizza una « Chalkondyles-Schrift » non troppo connotata, che poco ha che vedere con la scrittura del Cretese. • Martini-Bassi 1906: i 62-64; Liakou-Kropp 2002: 142; Speranzi 2013a: num. 106 bis.
3. Milano, BAm, A 164 sup. • Proclus, In primum Euclidis Elementorum librum commentarii; l’epigramma di M. scritto all’interno della carta di guardia, considerato autografo da Annaclara Cataldi Palau (2004), è stato in seguito attribuito alla mano di Lazzaro Bonamico, che possedette il ms. e lo postillò. • Martini-Bassi 1906: i 74; Biedl 1937: 37-38; Mioni 1971: 24, 26; Sicherl 1974: 565, 571, 577; RGK 1981-1997: i num. 279; Cataldi Palau 1994: 153 n. 1; Sicherl 1997: 156 n. 7; Cataldi Palau 2004: 330, 332, 350, tav. x.2; Speranzi 2010c: 335 n. 73; Speranzi 2013a: num. 100 e tavv. 71-72.
4. Oxford, BodL, Cromwell 10. • Miscellanea di testi di teologia; in RGK 1981-1997: i num. 265 è erroneamente proposta l’attribuzione di parte del ms. a M. • RGK 1981-1997: i num. 265, 268; Cataldi Palau 2004: 350; Speranzi 2013a: num. 102.
5. Paris, BnF, Gr. 1774. • Cebes Thebanus, Tabula; le cc. 1-18 di questo ms. composito sono attribuite a M. da alcune note moderne sui fogli di guardia, ma si tratta in realtà della mano di Giano Lascari. • Omont 1886-1888: ii 140; Sicherl 1974: 571-72; Benedetti 2001: 46; Speranzi 2013a: num. 103.
6. Paris, BnF, Gr. 2726. • Aratus, Phaenomena, Prognostica; Nicander, Theriaca, Alexipharmaca; Theocritus, Idyllia, Epigrammata; Simias, Pennae e Securis; Moschus, Megara e Epitaphius Bionis; in questo codice di mano di Giorgio Trivizia Vassiliki Liakou Kropp ha individuato interventi di M. alle cc. 173r e 206r; anche in questo caso si tratta tuttavia di una mano genericamente riconducibile alla « Chalkondyles-Schrift ». • Omont 1886-1888: iii 31; Liakou- Kropp 2002, 180-83; Speranzi 2013a: num. 106 bis.
7. Venezia, BNM, Gr. IV 25 (12385). • Luciani Opera, Icones Philostrati, eiusdem Heroica, eiusdem Vitae sophistarum. Icones Iunioris Philostrati. Descriptiones Callistrati, Venezia, Manuzio, 1503; parte delle note marginali su questa aldina sono state erroneamente attribuite a M. da Mioni 1972. • Mioni 1972: 212-13; Lugato 1994: 230 num. 80 (con ripr.); Speranzi 2013a: num. 104.
8. Venezia, BNM, Gr. IX 6 (1006). • Hesiodus, Theogonia, Scutum; Cornutus, De natura deorum; Palaephatus, De incredibilibus, con scholia e altri scritti di commento; l’attribuzione a M. proposta da Elpidio Mioni (Mioni 1971: 12, 26, e 1973: 9) – ma ritrattata negli indici del suo stesso catalogo a favore di quella al « librarius Florentinus » (Sicherl 1974: 602, 604-6) alias Demetrio Damila (Paul Canart apud Harlfinger 1974: num. 75) – ha immeritatamente goduto di larga fortuna anche nella bibliografia recente. • Mioni 1971: 12, 26; Mioni 1973: 9-10; Paul Canart apud Harlfinger 1974: num. 75; Sicherl 1974: 602, 604-6; Canart 1977-1979: 337; Hobson 1989: 87, 91; Sicherl 1991: 505 n. 59, 508; Sicherl 1993: 68-73; Cataldi Palau 2004: 352; Jackson 2011: 32 num. 137; Speranzi 2013a: num. 106.
9. ★Venezia, BNM, Gr. IX 38 (1249). • Anthologia Graeca Planudea, Firenze, Laurentius Francisci de Alopa, 1494 (ISTC ia00765000); Anna Pontani ha respinto l’attribuzione alla mano di M. delle postille apposte su questo incunabolo. • Mioni 1973: 33; Mioni 1975: 298-99; Meschini 1982: 49 n. 53; Pontani A. 2003: 598 n. 5; Cataldi Palau 2004: 353; Speranzi 2013a: num. 105.
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Speranzi 2013a = Id., Marco Musuro. Libri e scrittura, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei.
Nota paleografica
Il tratto maggiormente caratterizzante dell’esperienza grafica di M. è costituito dalla variabilità sincronica e diacronica della sua scrittura che, come si accennava, ha dato luogo a notevoli problemi di identificazione. Sulla base dello studio dei dati extragrafici disponibili rispetto alle diverse testimonianze è stato possibile individuare all’interno del corpus di autografi tre gruppi omogenei dal punto di vista cronologico e grafico, a loro volta articolati sincronicamente a seconda della maggiore o minore corsività (si osservi ad es. la differente rapidità del ductus nelle tavv. 1b, 2a, tratte da un ms. prodotto a Firenze e datato 1493, → 5, o nelle tavv. 4-5, specimina entrambi riconducibili al primo decennio del sec. XVI); a questi si aggiungono i tre autografi dubbi, riconducibili al periodo cretese, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta (Speranzi 2013a, qui tav. 1a). La scrittura di questi ultimi appare molto vicina a quella di Aristobulo Apostolio, che fu il primo maestro di M.: vi compaiono varianti come il beta maiuscolo dal tratto raddoppiato all’attacco, pi minuscolo eseguito in un tempo solo, epsilon minuscolo eseguito in un tempo solo costantemente utilizzato in fine di parola, che sono largamente impiegate da Aristobulo e che non ricorrono invece negli autografi musuriani del periodo 1492-1494/1495. Sulle attestazioni del periodo fiorentino (ad es. → 5, tav. 2a) appare forte l’impronta della scrittura di Giano Lascari; fanno la loro comparsa forme rotondeggianti ed elaborate, che sfiorano i modi del barocco: sono presenti varianti caratterizzate da eleganti artifici di ascendenza cancelleresca solitamente indirizzati verso l’alto (ny minuscolo, ypsilon e omega dall’aspetto schiacciato); sono frequentemente utilizzate le legature dal basso ottenute per mezzo di un occhiello. Negli autografi degli anni 1497-1499 (ad es. → 17, tav. 3) il repertorio delle varianti e delle legature è in gran parte lo stesso dei mss. confezionati a Firenze, anche se vi si riscontrano alcune differenze come per es. l’utilizzo di alpha con spezzatura di ispirazione cancelleresca indirizzata verso il basso, di beta maiuscolo eseguito in un tempo solo a “pancia” aperta in basso, di my minuscolo ad archi retrogradi e di chi con il primo tratto ad arco diretto, di forma concava. Tali varianti ricorrono anche negli autografi databili agli anni tra il 1500 e il 1517, gli unici per i quali l’attribuzione a M. non sia mai stata messa in discussione (scrittura “classica”, vd. Speranzi 2013a: 171-82; ad es. → 26, tavv. 4-5, 6b-c): rispetto a quelli di epoca precedente, essi appaiono tuttavia caratterizzati da una maggiore rigidità, da una più notevole enfatizzazione del tratti verticali e da una minore rotondità delle forme; sono presenti e largamente – se non constantemente – impiegate alcune varianti che avevano fatto la loro comparsa negli anni tra il 1497 e il 1499, beta maiuscolo a “pancia” aperta in basso, chi con il primo tratto concavo, my ad archi retrogradi, varianti di alpha, csi e sigma con spezzatura finale indirizzata verso il basso. Nelle attestazioni più calligrafiche di questo gruppo appare inoltre un evidente contrasto tra tratti spessi e tratti più sottili, sconosciuto al M. degli anni precedenti: esse appaiono cioè realizzate con una penna di tradizione latina, la stessa utilizzata per la corsiva umanistica dei suoi autografi latini. Da osservare, in ultimo, che sulla scrittura “classica” di M. modellarono la loro scrittura greca alcuni dei suoi allievi, tra cui si ricordano almeno Girolamo Bologni (vd. in questo vol. la relativa scheda alle pp. 61-72) e Lazzaro Bonamico, la cui grafia è stata anche confusa con quella del maestro (come per il ms. Milano, BAm, A 164 sup., cfr. il num. 3 delle false attribuzioni elencate in calce alla scheda introduttiva).
Bibliografia
Speranzi 2013a = David S., Marco Musuro. Libri e scrittura, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei.
Censimento
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Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 1 dicembre 2025 | Cita questa scheda