Beccadelli (Panormita), Antonio
Palermo 1394–Napoli 1471
Presentazione
Dell’Hermaphroditus, la salace raccolta epigrammatica che tanto scandalo e tanto interesse suscitò per lungo tempo dopo la sua divulgazione (1426), non sono stati identificati autografi, fra i numerosissimi manoscritti che tramandano l’opera (secondo il censimento presentato in Panormita 1990, 46 contengono l’intera opera e 57 porzioni di essa: ma bisogna considerare l’azione distruttrice della censura), a fronte di una tradizione a stampa che ha comprensibilmente inizio solo nell’ultimo decennio del XVIII secolo (cfr. Panormita 1790 e 1791; un’antologia censurata è quella dei carmi editi, con le epistole, a Venezia alla metà del Cinquecento: cfr. Panormita 1553).
Ma il Panormita curò con attenzione il perfezionamento e la diffusione della propria opera, rivedendola nel tempo, affidandosi all’amico Giovanni Lamola come a un agente pubblicitario, facendo copiare due elegantissimi codici pergamenacei da Giacomo Curlo (cfr. Coppini in Panormita 1990: cxiii-cxvi, clxxxiv-clxxxv): il primo è il codice di dedica a Cosimo de’ Medici (Firenze, BML, Plut. 34 54: esibisce lo stemma mediceo e le note di possesso di Cosimo e Piero); il secondo (ivi, Plut. 33 22) rappresenta con ogni evidenza una seconda edizione dell’opera, curata dallo stesso autore, che vi aggiunge le lettere-recensioni di due fra i più prestigiosi intellettuali dell’epoca (Guarino e Poggio Bracciolini) e la propria risposta a Poggio, un’ampia apologia che giustifica, con l’argomentato ricorso a precedenti antichi, l’oscenità della raccolta; e infine fa seguire strategicamente i propri versi dai Priapea – allora attribuiti a Virgilio – per ribadire che certi argomenti non furono disdegnati dal più grande poeta latino e, stabilito il confronto fra se stesso e il modello antico, riesce implicitamente a presentarsi come colui che sarà in grado di comporre un poema epico a glorificazione dei potenti.
I citati manoscritti laurenziani non possono essere considerati idiografi, ma furono in qualche modo allestiti sotto la direzione dell’autore, e al diretto suggerimento dell’autore, se non alla sua mano, saranno dovute due correzioni su rasura che si leggono nel Plut. 33 22: concubuisse in luogo di consuevisse e tundis in luogo di fodis (rispettivamente in Hermaphroditus, i 22 4 e ii 36 21: cfr. Panormita 1990: 40, 134). In una lettera indirizzata a Giovanni Toscanella, che si trovava a Firenze, infatti (pubblicata da Sabbadini 1903: 109) il Panormita invita l’amico a correggere i due errori prosodici – sicuramente suoi, ma attribuiti a qualche copista (cfr. Coppini in Panormita 1990: cxxviii-cxxix).
Proprio a partire dall’allestimento dei due codici laurenziani possiamo cominciare a ravvisare nel Curlo una specie di alter ego grafico del Panormita: sono noti i successivi rapporti dei due (cfr. Sabbadini 1890: 169; De Marinis 1947-1969: i 2, 4, 14, 35 n. 126, ii 25-26; Regoliosi 1981; Regoliosi in Valla 1981: lviii-lxix), e a Napoli (dove fu a partire dal 1445 come “scrittore” del re) il Curlo copiò, in un codice ora perduto o non ancora identificato, il De dictis et factis Alphonsi regis del Beccadelli (opera risalente al 1455: cfr. de la Mare 2000: 87), come si ricava da una lettera dello stesso Curlo al Panormita (cfr. De Marinis 1947-1969: i 13, ii num. 968). Un altro manoscritto di quest’opera, insieme a un’orazione per la spedizione contro i Turchi scritta in nome di Alfonso e al Triumphus Alfonsi regis (BAV, Vat. Lat. 3373), fu erroneamente ritenuto autografo del Panormita da Fulvio Orsini (cfr. de Nolhac 1887: 223; De Marinis 1947-1969: ii 25; Kristeller: ii 319; Basile 1987: 90-91); il codice copiato da Pietro Cennini nel 1469, Venezia, BNM, Lat. XIV 107 (4708), con lo stesso trittico di opere, è dichiarato « ab eo sumptum et transcriptum exemplari quod Antonius ipse Panormita […] dono dederat Joanni seu potius Joviano […] Pontano »: potrebbe così essere esistito un codice di mano del Panormita di queste opere (cfr. Zeno 1752: 307-8; Morelli 1776: 80-84; Colangelo 1820; De Marinis 1947-1969: i 26 n. 21; Resta 1954: 28; Kristeller: ii 264; Basile 1987: 95-97). Il Curlo copiò anche altri manoscritti probabilmente commissionati dal Panormita o comunque da mettere in relazione con la sua figura, fra cui il Livio ora Vat. Lat. 11463, postillato dall’umanista (→ P 22). In particolare nei codici Vat. Lat. 3346 e 3349 la scrittura del Curlo, una elegante corsiva, presenta analogie con quella del Panormita e nei codici laurenziani sono rispettati – o condivisi – gli usi grafici dell’umanista attestati dai sicuri autografi.
Le tracce del Curlo si perdono a Napoli dopo il 1459 (cfr. Petti Balbi 1985): forse per questo il Panormita si fece in seguito copista di se stesso. Non sono stati ritrovati suoi scartafacci, o materiali di lavoro, ma “belle copie” delle sue più importanti opere vergate dalla sua propria mano: il manoscritto Vat. Lat. 3371 (→ 3), sicuramente successivo al 1465 (data dell’ultima raccolta ivi presente), che comprende le tre sillogi canoniche di epistole beccadelliane, e il manoscritto A 54 della Biblioteca Comunale di Bitonto (→ 1), che presenta il Rerum gestarum Ferdinandi regis liber, opera storico-encomiastica degli ultimi anni di vita del poeta. I due codici mostrano la stessa tipologia: cartacei, scritti elegantemente, puliti (anche se presentano – in misura maggiore il Vaticano – aggiunte e correzioni marginali e interlineari, che ne confermano l’autografia) e ornati da miniature: questo indurrebbe a ravvisare nel codice dei Gesta Ferdinandi un esemplare di dedica. L’opera rimase inedita finché non fu pubblicata da Gianvito Resta (cfr. Panormita 1968), mentre la vulgata delle lettere, tralasciando l’attendibilissimo autografo e l’incunabolo da esso derivato (cfr. Panormita 1474-1475), ha alla base la stampa cinquecentesca, manipolata dagli editori (cfr. Panormita 1553 e 1746, su cui cfr. Resta 1954: 88-92; Coppini in Panormita 1990: lxvii-lxx).
Ragioni intrinseche al testo e l’identità di grafia dei due manoscritti inducono a ritenerli autografi: nel Vat. Lat. 3371 « si incontrano infatti continue correzioni marginali e interlineari, aggiunte marginali con gli opportuni richiami nel testo per l’inserimento, parole corrette sui margini ma non cancellate nel testo, perché, evidentemente, l’autore era dubbioso sulla scelta della lezione: il tutto della stessa mano che ha scritto il testo. Opera minuta di revisione, che non può risalire se non allo stesso autore, e che infatti è attestata dalla presenza delle lezioni corrette e dei brani aggiunti negli altri manoscritti » (Resta 1954: 60). Tale autografia era stata già affermata da Fulvio Orsini (alla cui biblioteca il codice appartenne, per passare poi alla Vaticana) con la nota che si legge a c. 1r del manoscritto: « Liber Bibliothecae Fulvi Ursini / scriptus manu Antonii Panhormitae ». Non parrebbe invece di mano del Panormita – se non nella firma – la lettera scritta in nome di re Ferdinando al Duca di Milano (Milano, ASMi, Potenze estere, Napoli, c. 198, → 4), definita da Resta (1954: 19) «sicuramente autografa», e per questo confrontata con la grafia del codice Vaticano. Si tratta di una littera clausa, firmata in basso a destra dal segretario, che poteva però averla dettata a uno scrivano: in anni lontani la mia impressione che non si trattasse di un autografo del Panormita (per via dell’aspetto generale della grafia e della forma di alcune specifiche lettere, diversa dalle abitudini scrittorie dell’umanista attestate dal codice Vat. Lat. 3371, sicuramente riconducibile alla sua mano), fu confermata da Emanuele Casamassima, cui mi rivolsi per un’expertise lavorando alla mia tesi di laurea.
Lettere sparse, antologie, raccolte di corrispondenti del Panormita ci sono tramandate da una nutrita serie di codici (cfr. Resta 1954). L’autografia della raccolta epistolare nel Vat. Lat. 3371 ne rafforza l’aspetto di assetto definitivo della corrispondenza, sancito dall’ultima volontà dell’autore, che, come quasi tutti gli umanisti, sul modello di Cicerone e Seneca, e soprattutto di Plinio il giovane, Simmaco e Sidonio Apollinare, e dopo Petrarca, desiderò costruire con le sue lettere realmente inviate, storicamente collocabili, modificandole e ordinandole, ma anche eliminandone alcune, un “epistolario” come opera letteraria.
I Gesta Ferdinandi ci sono giunti incompleti per un guasto meccanico, ma il codice di Bitonto era destinato a rappresentarne la veste definitiva, anche con le sue ordinate correzioni probabilmente operate inter scribendum. Dell’opera non ci restano testimonianze anteriori. Per quanto, dopo Petrarca, la copiatura in pulito di proprie opere da parte di un autore non stupisca, non si tratta nemmeno di un procedimento usuale, anche considerando che invece non si sono rintracciati esemplari autografi di stadi redazionali di opere del Panormita antecedenti al definitivo, o di abbozzi.
Altre opere di discreta diffusione composte dal Beccadelli a Napoli tuttavia (il prosimetro intitolato Poematum et prosarum libri e la raccoltina De poematis, per cui cfr. Coppini 2010) sono affidate alla mano di copisti, come la breve e decisamente oscena silloge epigrammatica di Edicta hostiaria, risalente al periodo pavese dell’umanista, scritta contro Antonio da Rho, attestata, secondo lo stato attuale delle antonio panormita (antonio beccadelli) 279 ricerche, dall’unico ms. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, A D XI 44, cc. 61r-62r (pubblicata in appendice a Coppini 2009: 97-100).
Numerosi sono i codici di autori classici appartenenti alla biblioteca del Panormita, molti dei quali, omogenei nella fattura e nella ornamentazione, verosimilmente fatti eseguire da lui a Napoli: la provenienza dal Panormita è indicata per molti di questi dall’inventario della biblioteca di Fulvio Orsini, l’erudito bibliofilo e collezionista (1529-1600) che acquistò i codici del Beccadelli insieme a fondi librari provenienti da altri umanisti e redasse un inventario della propria biblioteca, poi confluita in Vaticana (cfr. de Nolhac 1887; l’inventario si legge nel codice Vat. Lat. 7205); altri gli sono stati assegnati da de Nolhac 1887: quasi tutti presentano tracce della mano del Beccadelli, che può manifestarsi nella semplice nota di possesso come in varianti marginali e annotazioni più o meno ampie. La biblioteca del Panormita (sicuramente, ma non solo, quella “ideale”, posseduta nella memoria) era indubbiamente più ampia di quella attestata dai libri dell’Orsini, ma essi corrispondono in ogni caso agli interessi dell’umanista, alcuni in modo conclamato, come Marziale (→ P 7), modello dell’Hermaphroditus, o laCiropedia di Senofonte nella traduzione di Poggio (→ P 17), modello per i Gesta Ferdinandi, opera in cui compaiono tracce anche degli altri storici presenti nei codici posseduti dall’umanista; o le lettere di Cicerone (→ P 3), prototipo per l’epistolografia umanistica, o Plauto (→ Dubbi 4, P Dubbi 1 e 2), autore a cui il Panormita dichiara a più riprese di comporre un commento. Ma è da notare che il codice di Plauto forse postillato dal Panormita, soprattutto con l’inserimento marginale di varianti testuali (Vat. Lat. 3304), e datato 1449 a c. 96v, non comprende le nuove commedie scoperte dal Cusano, che pure il Panormita all’epoca aveva conosciuto. Solo le “8 commedie” contengono anche il Vat. Lat. 3303, in cui la mano del Panormita è individuata da Questa 1985, e la prima parte dell’Escorialense T II 8, attribuita all’umanista da Tontini 1996 (→ Dubbi 4). Da verificare l’incidenza delle orazioni di Isocrate, tradotte da Lapo da Castiglionchio (→ P 20) e dedicate al Beccadelli, sulle orazioni del Panormita stesso. Significativo l’interesse per Lucrezio (Vat. Lat. 3276, datato 1442: → P 5), pure postillato ai fini di una restituzione testuale. In particolare conferma il collegamento fra i libri della biblioteca e il lavoro dell’umanista l’annotazione a De rerum natura, vi 672, in cui il manoscritto legge retulerunt in luogo ditetulerunt. In questa variante il Panormita trova autorizzazione, o impulso, a un suo uso di retulit in luogo di rettulit, «prima syllaba brevi. Quod nos secuti in Elegia», come annota in margine a c. 191v, con evidente riferimento al v. 19 dell’elegia al Lamola: «Sensit Amor mentem nostram retulitque puellae». Nel codice Vat. Lat. 3273 (→ 2) il Panormita evidenzia il termine scrivendolo in capitali nel testo, e riscrivendolo in margine ancora in capitali e in rosso (cfr. anche Butrica 1984: 91).
L’insieme dei libri posseduti e annotati ci offre un quadro vivace e mosso della vita culturale del Panormita e delle sue relazioni, ma anche dell’attività intellettuale che si svolgeva alla corte napoletana: il Curlo, amico del Panormita e del Facio, copia le loro opere, e testi classici per loro uso; per impulso del Panormita il suo amico Antonio Cassarino traduce Platone e Plutarco, ma il Beccadelli non si accontenta e rivede il testo di queste traduzioni ricorrendo a quelle del Filelfo; lo studio di Livio suscita rivalità e polemiche fra il trio Panormita-Facio-Curlo da una parte e Lorenzo Valla dall’altra: il codex regius donato da Cosimo de’ Medici ad Alfonso (ora Besançon, Bibliothèque de la Ville, 837, 838 e 839: ma la parte centrale non è originale) viene emendato nella terza Decade liviana dal Panormita, che poi fa sparire le carte per sottrarsi alle critiche del Valla (cfr. Billanovich-Ferraris 1958 e Regoliosi 1981); ma è annotato dal Panormita anche l’attuale Ottob. Lat. 1450 (→ P 1). E anche per tutti gli altri libri possiamo immaginare l’interesse non solo del possessore e postillatore, ma di tutti i partecipanti alle dotte riunioni intorno al re e all’Accademia panormitana: al Pontano, ad esempio, sembrano attribuibili alcune annotazioni sul codice Vat. Lat. 3273 di Properzio copiato per intero dalla mano del Panormita (→ 2 e cfr. Buonocore 1995: 83-84).
Il codice properziano esibisce una grafia affine a quella del Vat. Lat. 3371 (alcune differenze possono attribuirsi al notevole scarto cronologico: vd. ad es. la diversa forma dell’abbreviazione dell’enclitica -que) ed è stato giudicato autografo dall’Orsini, da de Nolhac 1887, Hosius 1891: 577, Sabbadini 1899, Butrica 1984. Presenta alcune glosse nelle prime pagine, e il titolo, «Incipit monobyblos Propertii Aurelii Nautae ad Tullum feliciter», è accompagnato dalla variante, scritta in margine verticalmente, «Vel Elegiarum secundum Nonium Marcellum » (appartenne al Panormita, di cui reca la nota di possesso, il codice di Nonio Vat. Lat. 3418: → P 19). Le elegie di Properzio sono seguite dall’elegia al Lamola dello stesso Panormita («quod lacrimis Elegiae motus fractusque ex Bononia nequierit recedere»), che sarà successivamente inserita, al primo posto, nei Poematum et prosarum libri. A un codice di Properzio restituitogli, che potrebbe essere questo, il Panormita fa riferimento in una lettera a Cambio Zambeccari (Resta 1954: num. 617), in cui anche chiede un manoscritto di Plauto; a un codice di Plauto che non è in grado di inviargli lo Zambeccari allude in una lettera del 9 agosto 1429 (cfr. Frati 1909), che sarà verosimilmente la risposta a quella del Panormita. Poiché l’elegia al Lamola venne inviata al destinatario con una lettera del 10 maggio 1427 (cfr. Sabbadini 1891: 29), potremmo restringere la data dell’allestimento del Properzio entro questi due termini. Ci potremmo chiedere perché il Panormita copiasse di sua mano Properzio: l’elegiaco latino gli era sicuramente noto anche al momento della stesura dei carmi dell’Hermaphroditus (in particolare i 30 e ii 25; cfr. Panormita 1990: 51-54 e 114-16), ma è possibile che la virata decisa dall’epigramma all’elegia costituita dalla lunga composizione al Lamola abbia rinnovato in lui l’interesse per questo autore, i cui manoscritti all’epoca non erano numerosi: Properzio sarà il modello forse più efficace per l’elegia umanistica successiva, e il codice Vaticano esercitò una grande influenza sugli umanisti (cfr. Viarre in Properce 2005: xlix-l).
Bibliografia
Basile 1987 = Tommasa B., Per il testo del ‘De dictis et factis Alphonsi regis’ di Antonio Panormita, Tesi di dottorato in Italianistica-Letteratura umanistica, Università di Messina.
Billanovich-Ferraris 1958 = Giuseppe B.-Mariangela F., Le ‘Emendationes in Titum Livium’ del Valla e il Codex Regius di Livio, in «Italia medioevale e umanistica», i, pp. 245-64.
Buonocore 1995 = Marco B., Properzio nei codici della Biblioteca Apostolica Vaticana, Assisi, Accademia Properziana del Subasio.
Butrica 1984 = James L. B., The Manuscript Tradition of Propertius, Toronto, Univ. of Toronto Press.
Colangelo 1820 = Francesco C., Vita di Antonio Beccadelli, soprannominato il Panormita, Napoli, Tip. di Angelo Trani.
Coppini 2009 = Donatella C., The Comic and the Obscene in the Latin Epigrams of the Early Fifteenth Century, in The Neolatin Epigram. A Learned and Witty Genre, ed. by Susanna De Beer, Karl A.E. Enenkel, David Rijser, Leuven, Leuven Univ. Press, pp. 83-102.
Coppini 2010 = Ead., La raccoltina ‘De poematis’ di Antonio Panormita, in Gli antichi e i moderni. Studi in onore di Roberto Cardini, a cura di Lucia Bertolini e D.C., Firenze, Polistampa, vol. i pp. 385-435.
de la Mare 2000 = Albinia Catherine de la M., A Livy Copied by Giacomo Curlo, Dismembered by Otto Ege, in Interpreting and Collecting Fragments of Medieval Books, ed. by Linda L. Brownrigg and Margaret M. Smith, Los Altos Hills-London, Anderson-Lovelace-The Red Gull Press, pp. 57-88.
De Marinis 1947-1969 = Tammaro De M., La biblioteca napoletana dei re d’Aragona, Milano-Verona, U. Hoepli, 6 voll.
de Nolhac 1887 = Pierre de N., La bibliothèque de Fulvio Orsini, Paris, F. Vieweg (rist. an. Genève, Honoré Champion, 1976).
Frati 1909 = Ludovico F., Due umanisti bolognesi alla corte ducale di Milano, in «Archivio storico italiano», s. v, xliii, 2 pp. 359-74.
Hosius 1891 = Carl H., Die Handschriften des Properz, in «Rheinisches Museum», xlvi, pp. 577-88.
Morelli 1776 = Jacopo M., Codices manuscripti Latini bibliothecae Nanianae, Venezia, Zatta.
Panormita 1474-1475 (ca.) = Antonii Panhormitae Familiarium et Campanarum epistolarum libri, [Napoli, Riessinger] (ISTC ib00291000).
Panormita 1553 = Antonii Bononiae Beccatelli cognomento Panhormitae Epistolarum libri quinque, eiusdem orationes duo, carmina praeterea quaedam quae ex multis ab eo scriptis colligi potuere, Venezia, Cesano.
Panormita 1746 = Antonii Beccatelli siculi cognomento Panhormitae Epistolarum Gallicarum libri quatuor. Accedit etiam ejusdem Epistolarum Campanarum liber; his praemittuntur epistolae sex ex codicibus manuscriptis nunc primum in lucem erutae […], Napoli, Giovanni De Simone.
Panormita 1790 = Antonii Panormitae Hermaphroditus, in Fescennina seu Antonii Panormitae ‘Hermaphroditus’, Pacifici Maximi elegiae iocosae, Ioannis Secundi ‘Basia’, nunc primum Ennii Jacodetii cura collecta, s.l., Giovanni Giraldi, pp. 1-64.
Panormita 1791 = Antonio P., Hermaphroditus, in Quinque illustrium poetarum, Antonii Panormitae, Ramusii Ariminensis, Pacifici Maximi Asculani, Jo. Joviani Pontani, Jo. Secundi Hagiensis, Lusus in Venerem, Paris, Molini, pp. 1-53.
Panormita 1968 = Antonii Panhormitae Liber rerum gestarum Ferdinandi regis, a cura di Gianvito Resta, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani.
Panormita 1990 = Eiusdem Hermaphroditus, a cura di Donatella Coppini, Roma, Bulzoni.
Petti Balbi 1985 = Giovanna P.B., Curlo, Giacomo (Iacopo), in DBI, vol. xxxi pp. 457-61.
Properce 2005 = Properce, Élégies, texte établi, traduit et commenté par Simone Viarre, Paris, Les Belles Lettres.
Regoliosi 1981 = Mariangela R., Lorenzo Valla, Antonio Panormita, Giacomo Curlo e le emendazioni a Livio, in «Italia medioevale e umanistica», xxiv, pp. 287-316.
Resta 1954 = Gianvito R., L’epistolario del Panormita. Studi per una edizione critica, Messina, Università degli Studi.
Sabbadini 1890 = Remigio S., Biografia documentata di Giovanni Aurispa, Noto, Officina tip. di Fr. Zammit.
Sabbadini 1891 = Id., Cronologia documentata della vita di Antonio Beccadelli, detto il Panormita, in Luciano Barozzi-R.S., Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze, Successori Le Monnier.
Sabbadini 1899 = Id., Notizie storico-critiche di alcuni codici latini, in «Studi italiani di filologia classica», vii, pp. 99-136.
Sabbadini 1903 = Id., Un biennio umanistico (1425-1426) illustrato con nuovi documenti, in «Giornale storico della letteratura italiana», suppl. 6, pp. 74-119.
Tontini 1996 = Alba T ., Il codice Escorialense. T. II. 8: un Plauto del Panormita e di altri?, in Studi latini in ricordo di Rita Cappelletto, a cura di Cesare Questa e Renato Raffaelli, Urbino, QuattroVenti, pp. 33-62.
Valla 1981 = Lorenzo V., Antidotum in Facium, a cura di Mariangela Regoliosi, Padova, Antenore.
Zeno 1752 = Apostolo Z., Dissertazioni Vossiane, Venezia, Giambatista Albrizzi, vol. i.
Nota paleografica
La mano del P. è nota solo in contesti librari, grazie a tre codici interamente autografi, a un discreto numero di postille e alle note di possesso che individuano i mss. che hanno fatto parte della sua biblioteca, in buona parte poi acquistata da Fulvio Orsini e per quel tramite oggi conservata in Vaticana. Tali testimonianze coprono, con notevolissimi vuoti, un arco di oltre quarant’anni, dal 1427 circa (se si accetta come data del codice quella dell’elegia al Lamola, trascritta alla fine del Properzio Vat. Lat. 3273, tav. 2) agli ultimi anni di vita di P. Non sono stati invece rintracciati materiali di lavoro, né missive originali, salvo una lettera però solo firmata, dettata in nome e come segretario di Ferdinando d’Aragona e scritta da un funzionario di minor grado della cancelleria napoletana (tav. 1). L’esperienza grafica di P. è contraddistinta da una precoce adesione al modello di scrittura e di libro impostosi con la cosiddetta riforma umanistica: sul finire degli anni ’20 (a cui risalgono, oltre il primo autografo, le due copie dell’Hermaphroditus copiate da Giacomo Curlo ma sorvegliate dal P.) una scelta editoriale orientata “all’antica”, specie per un’opera contemporanea, non era scontata, neppure in ambienti colti come quelli frequentati da P. Come copista e come committente, nella scrittura e nell’idea complessiva del libro, decorazione compresa, P. dimostra una lunga fedeltà al modello fiorentino della prima metà del secolo, come prova il confronto tra il Vat. Lat. 3273 (tav. 2) e il ms. di Bitonto della fine degli anni ’60 (tav. 4). Non solo si servì a lungo del Curlo, che a Firenze si era formato e affermato prima di approdare a Napoli (tav. 5, ma si vedano → P 15, 22-23, 25), ma nella stessa scrittura del P. si riconoscono un’innegabile impronta fiorentina e più di un collegamento con l’esperienza grafica di copisti di fama quali Giovanni Aretino (che del Curlo sembra sia stato in qualche modo il maestro) e Antonio di Mario. Il debito nei loro confronti è evidente nella morfologia, varietà e soprattutto qualità delle maiuscole, che P., consapevole della propria abilità, utilizza non solo nelle situazioni canoniche (titoli, iniziali di verso o parola), ma anche come elemento introduttivo dei marginalia (tavv. 3 e 5) e, quasi in funzione autenticante, nelle note di possesso (tav. 6): dell’Aretino può aver visto la caratteristica variante di F col tratto superiore ascendente (tav. 2) o in forma di ricciolo (tav. 6); ad Antonio di Mario si può far risalire un certo gusto, sempre senza eccessi, per la variatio (si veda nella tav. 2 l’alternarsi delle forme capitali e onciali di E e M), il rigore dell’ordinatio e dell’esecuzione. Inoltre, se davvero il Vat. Lat. 3273 è stato copiato intorno al 1427, risulta particolarmente significativo un altro dettaglio, che si confermerà come carattere peculiare della mano del P., ovvero l’uso di f ed s col primo tratto prolungato sotto la riga di scrittura (tav. 2): a quell’altezza cronologica, in situazioni di alta formalità e di scrittura al tratto, posata, l’unico precedente a Firenze è rappresentato da Giovanni Aretino. Anche se non si può escludere una contaminazione e sovrapposizione con quanto si stava sperimentando in quegli stessi anni in ambito padano-veneto attorno a Guarino Veronese. Per copiare e annotare P. si serve di una stessa elegante, sottile e ben riconoscibile scrittura “all’antica”, declinata in gradazioni più o meno rapide grazie a una penna a punta sottile, ma sempre in sostanza “al tratto”, con poche legature (se non quelle che è più facile eseguire che evitare), con spazi interletterali e fra i tratti delle lettere molto ampi, che dilatano la scrittura in orizzontale e producono una pagina a bassa densità testuale, in cui il bianco prevale nettamente sul nero, cioè sulla scrittura.
Censimento
- Bitonto, Biblioteca Comunale, A 54
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 2070
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3273
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3371
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3372
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3373
- El Escorial, Real Biblioteca del Monasterio, T II 8
- Milano, Archivio di Stato, Fondo Sforzesco Potenze Estere, Napoli
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottob. Lat. 1450
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3246
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3248
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3270
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3276
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3282
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3296
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3300
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3303
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3304
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3316
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3321
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3341
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3344
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3345
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3346
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3349
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3385
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3401
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3417
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3418
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3422
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3425
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 11463
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 13650
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 90 sup. 46
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 6798
- Toledo, Biblioteca Provincial, 222
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
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