Pulci, Luigi
Firenze 1432–Padova? 1484
Presentazione
Entro la vasta e varia produzione pulciana, solo di due opere conserviamo testimonianze autografe. Ben nota è l’assenza di materiali di mano dell’autore per il Morgante, giuntoci soltanto attraverso alcuni rarissimi incunaboli; quasi del tutto analoga – a parte i problemi di attribuzione di cui qui non è il caso di dare conto – la sorte del Ciriffo Calvaneo, di cui pure è stato recentemente ritrovato un testimone manoscritto (apografo e di limitata utilità ecdotica: cfr. Bucchi 2007).
Per imbatterci in carte autografe del Pulci dobbiamo allontanarci dalla produzione per così dire “ufficiale”, ossia frutto di precise committenze, e rivolgerci a opere strettamente connesse col suo conversare quotidiano con amici e compagni, quali le lettere e le poesie che si potrebbero definire estravaganti. Le due compagini testuali conoscono non pochi punti di sovrapposizione e contatto: in qualche caso, infatti, le poesie si presentano come allegati a lettere, venendo a documentare un’attività letteraria tutta volta all’esterno, in stretta relazione con un sodalizio neanche troppo ristretto e gravitante intorno alla figura dell’amico-patrono Lorenzo de’ Medici, nel quale si è tentati di individuare, anche in assenza di indicazioni esplicite nelle rubriche o in altri elementi paratestuali, l’ideale destinatario dello scrivere pulciano.
Per quanto riguarda le lettere, la silloge allestita da De Robertis nel 1962 (aggiornata nella 2a edizione del 1984, a cui ci riferiremo: vd. Pulci 1984) si fondava sull’ultima delle due raccolte pubblicate dal Bongi (Pulci 1886) e sulle acquisizioni ulteriori ad opera del Volpi (1893 e 1897) e dello stesso De Robertis (1957), per un totale di 52 epistole, tutte autografe salvo due. Ad esse se ne possono aggiungere altre due, rinvenute in tempi più recenti, entrambe indirizzate a Lorenzo: una, conservata a Parigi (Firenze, 8 agosto 1468: → 30), pubblicata dalla Ageno (1964: 107-9); l’altra, riemersa nell’Archivio Borromeo (Cavallina, 11 agosto 1474: → 26), è stata pubblicata e studiata da Pier Giacomo Pisoni (1984). Di una terza, scritta ancora dalla Cavallina meno di un mese dopo, il 9 settembre 1474, si hanno soltanto notizie indirette: De Robertis su segnalazione di Remo Ceserani (cfr. Pulci 1984: 1082) rivelava che era comparsa in un catalogo Sotheby del 14 luglio 1967; tre anni dopo si trova descritta in un catalogo di Breslauer, che offre anche la riproduzione fotografica delle quattro righe finali (Breslauer 1970: 12; su questa lettera cfr. anche Fubini in Medici 1977: 167 e 531). Era invece già nota al De Robertis, che ne dà conto nell’aggiunta alla Nota ai testi della 2a edizione dell’epistolario pulciano (Pulci 1984: 1082-83), la nuova collocazione della lettera V (Firenze, 12 marzo 1465/1466), accolta nell’edizione secondo il testo pubblicato dal Trucchi (1854), poi “ritrovata” (→ 29) e pubblicata sulla base dell’originale da Simonetta (2002). Nessuna traccia, invece, della lettera XXXIV (Pulci 1984: 989-90, 1068), indirizzata a Lorenzo il 5 ottobre 1473 da Bologna, già appartenuta alla collezione Succi e successivamente scomparsa (in questo caso De Robertis ripubblica il testo edito da Bongi: Pulci 1886: 135-37).
Questi pur importanti ritrovamenti recenti non scalfiscono il quadro emerso dall’edizione De Robertis: nettissima è la prevalenza delle lettere a Lorenzo (49 sulle 54 note) e, conseguentemente, molto alta la concentrazione delle epistole superstiti nella loro sede sostanzialmente originaria, il «loro luogo naturale» (De Robertis in Pulci 1984: 1045): il Fondo Mediceo avanti il Principato dell’Archivio di Stato di Firenze. Le altre epistole, quando non conservate nella stessa sede (pur se in altri fondi, come le due indirizzate all’amico Benedetto Dei, finite tra le sue carte, ora nel fondo delle Corporazioni religiose soppresse dal Governo francese del medesimo archivio), passarono per le mani dei collezionisti e si trovano quindi disperse (una è nella raccolta di autografi Piancastelli della Biblioteca Comunale di Forlì, due tra gli Autografi Frullani della Biblioteca Moreniana, altre due in un manoscritto Additional della British Library, una all’Isola Bella, due negli Stati Uniti, a Philadelphia e Cambridge). Sono rimasti invece a Firenze altri due pezzi (VI e XXXIII), probabilmente estratti anch’essi dal carteggio mediceo perché latori di testi in versi (rispettivamente la canzone Da poi che ’l Lauro e i due sonetti “milanesi” Ambrosin, vistù ma’ e Questi mangia-ravizze), inviati, come al solito, a Lorenzo. Queste lettere sono confluite nel maggior collettore di autografi pulciani, il codice Palatino 218 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (→24).
La menzione di questo manoscritto ci consente di passare a un altro settore della produzione pulciana che può vantare un consistente numero di autografi, quello delle rime. Scritte in momenti diversi e indirizzate a vari destinatari, le poesie, per la massima parte sonetti, non furono in alcun modo raccolte o ordinate dall’autore; solo l’accidentato svolgersi della tradizione manoscritta e a stampa ha depositato questi testi, in maniera niente affatto univoca, in raccolte più o meno parziali. Va precisato infatti, in via preliminare, che resta fuori dal nostro discorso il cosiddetto Libro dei Sonetti, edito dal De’ Rossi nel 1759 (vd. Franco-Pulci 1759) e poi da Giulio Dolci nel 1933 (Pulci 1933), che raccoglie diversi componimenti di Pulci e del suo avversario Matteo Franco. Nella tradizione di questo sottogruppo delle rime, anch’esso contrassegnato da un canone instabile e diffratto nelle varie copie, confluiscono anche sonetti estranei alla vera e propria tenzone. Si tratta in ogni caso di una silloge che ha tradizione esclusivamente apografa, nella quale s’intravede semmai, in un paio di codici, la mano di Matteo Franco, mai quella di Luigi (si veda in questo volume la scheda Matteo Franco, pp. 197-207).
Si conserva invece un buon numero di sonetti di Pulci che si potrebbero chiamare estravaganti (estravaganti, s’intende, rispetto alla pur involontaria e inopinata raccolta di cui si è appena detto); una parte significativa di questi testi è giunta fino a noi autografa. Sopravvissuti per lo più su foglietti volanti, talora rifluiti in un secondo tempo entro più ampi contenitori di cimeli pulciani, i sonetti costituiscono probabilmente una parte minoritaria di una produzione che dovette essere assai più ampia, come risulta dalle frequenti menzioni, nelle lettere, di poesie inviate a Lorenzo o ai suoi familiari. L’attuale collocazione degli autografi è altamente significativa per la definizione dei canali entro cui si diffuse la poesia pulciana e per l’interpretazione stessa dei testi.
Esemplare, da questo rispetto, la vicenda dei sonetti recentemente rinvenuti nel codice Magl. VII 1025 della Nazionale di Firenze (→ 23). Quei quattro testi, affidati a foglietti di piccolo formato poi rilegati col resto del manoscritto, del tutto irrelati per tema, registro e schema metrico, sono accomunati dalla loro presenza, ab antiquo, entro lo zibaldone – che coincide con la prima unità codicologica del manoscritto, composito – appartenuto e in buona parte trascritto dal patrizio fiorentino Francesco di Matteo Castellani, per il quale Pulci svolse varie mansioni tra fine anni Cinquanta e inizio Sessanta (su tutto questo cfr. Decaria 2009). Alla figura del Castellani saranno probabilmente da avvicinare anche i due sonetti comici contenuti nella cartula ora conservata presso la Fondation Martin Bodmer di Cologny (→ 2), posta l’evocazione, nella coda del primo testo, di un «messer Francesco» che «sa tutta a mente a punto la Buccholica».
Un discorso analogo si può ripetere per i testi conservati nel già ricordato ms. BNCF, Pal. 218, dove furono raccolti diversi autografi pulciani, in prosa e (soprattutto) in verso, anch’essi affidati a fogli volanti di varia estensione, la cui originaria destinazione missiva è confermata dai segni di piegatura presenti sui fogli. Tolti i sonetti “milanesi” e la canzone, di cui si è già detto, restano alcuni sonetti comico- burchielleschi e una serie di ottave in lingua furbesca, che pure saranno da ritenere provenienti dal carteggio mediceo e diretti presumibilmente a Lorenzo.
Polarizzata sui destinatari, la produzione poetica estravagante del Pulci deve aver conosciuto altri sbocchi: come dietro le lettere, anche dietro questi testi s’intravede un pubblico, ristretto ma non troppo, di ascoltatori e lettori; e se Lorenzo de’ Medici per dovere istituzionale, Francesco Castellani per abitudine familiare, Benedetto Dei forse per “professione” (era un informatore fiorentino che viaggiava molto per l’Europa e l’Oriente) erano indotti a conservare le carte ricevute, altri destinatari non furono parimenti scrupolosi, cosicché solo di rado si riescono a identificare alcuni dei numerosissimi testi poetici menzionati nelle lettere; in qualche caso, anzi, siamo certi di aver perduto i componimenti cui si riferisce il mittente.
Anche dell’attività di copista svolta da Pulci è difficile determinare le dimensioni. È indubbio che Luigi trascrisse nella variante più posata della sua scrittura (la stessa che adoperò, ad esempio, nella canzone Da poi che ’l Lauro), un’elegante cancelleresca all’antica, almeno un codice, il Parm. 2508 della Palatina di Parma (→ 31). Il codice è di piccola taglia, membranaceo e arricchito da un’elegante decorazione a bianchi girari sulla prima carta, che ospita anche lo stemma mediceo, in buona parte evanido, e un piccolo ritratto di Lorenzo giovinetto che induce a fissare la trascrizione intorno al 1465. Il manoscritto contiene i Trionfi petrarcheschi e alcune egloghe in volgare del senese Francesco Arzocchi, ed è sottoscritto alla fine dei Trionfi: « Ego Aloysius pulcher scripsi » (c. 52v). Sicuro è anche un altro episodio in cui Pulci si prestò a scrivere per conto d’altri, svolgendo funzioni di vero e proprio segretario: di sua mano, infatti, è tutta la lettera indirizzata il 18 aprile 1473 da Nannina de’ Medici alla madre Lucrezia (→ 20d), tanto che il nostro trovò il modo di aggiungervi, con altro inchiostro, un post scriptum che lo riguardava.
Se mai Luigi copiasse qualcosa anche per proprio uso non è dato sapere. Se abbiamo qualche notizia delle sue letture (prese a prestito dal Castellani alcuni volumi), niente emerge riguardo alla sua biblioteca personale. Il codice Borg. Lat. 384 della Biblioteca Apostolica Vaticana (→ Dubbi 1), tuttavia, potrebbe essergli appartenuto. Si tratta di un ampio manoscritto contenente opere decisamente conformi ai suoi gusti (cantari e capitoli trecenteschi, il Filostrato, la Ruffianella, rime del Saviozzo, di Antonio Beccari e altre adespote), scritto da due mani principali e riempito negli spazi lasciati bianchi da al- tre. Fra queste mani avventizie è una che si sottoscrive, alla fine della trascrizione-rifacimento di due sonetti burchielleschi, col nome del nostro (c. 121v: «q[ue]sto Sonetto scrisse luigi depulcj», e c. 123r: «q[ue]sto Sonetto scrissj Io luigy depulcy»). L’autografia pulciana di questi testi è stata lungamente dibattuta: l’impianto francamente mercantesco della scrittura sembra confliggere con le altre testimonianze autografe, anche quelle estranee all’orizzonte letterario; tuttavia, alcune parti della portata al catasto del 1458 presentano notevoli affinità con questa modalità grafica corsiveggiante (Firenze, ASFi, Catasto 798, quart. S. Croce, gonf. Carro, cc. 213r-217r: → 3): pare quindi condivisibile il giudizio favorevole all’autografia pulciana espresso dagli ultimi studiosi che hanno esaminato il manoscritto (Motta-Robins in Pucci 2007: liii-liv). Addirittura, si potrebbe forse assegnare alla stessa mano, ma con altro tracciato e probabilmente in un tempo diverso, anche l’inserimento di un sonetto petrarchesco a c. 127v dello stesso codice.
Ben più incerta, e quasi sicuramente da respingere, è l’autografia di altri documenti, avanzata in sedi varie e su basi per lo più inconsistenti (per la discussione dei singoli casi vd. Decaria in Pulci 2013: ccxv-ccxxii, 99-102). Indizi convergenti, d’ordine paleografico e filologico, inducono a ritenere improbabile l’autografia e la paternità pulciana del sonetto Ma’ più venisti, Morte, con piatade, pur conservato nel manoscritto Pal. 218 entro altre carte certamente autografe. Decisamente da rifiutare, poi, l’attribuzione alla mano e all’ingegno del Pulci dei due sonetti (O Francescha, regina del mio core e S’egli è per mio destin, Laurentio, o fato) conservati all’Isola Bella entro la cartella dedicata al poeta del Morgante, cartella che ospita anche la lettera autografa ritrovata dal Pisoni, che infatti trascurò questi testi (segnalati invece come pulciani in Kristeller: vi 14). A far sospettare l’autografia pulciana dei due componimenti, entrambi missivi e certamente opera di due persone diverse, potrebbero aver contribuito la firma posta in calce al secondo sonetto (forse di altra mano, ma coeva: «AL. P.») e la dedica dello stesso a un «Laurentio», che tuttavia non sarà il Medici, ma più probabilmente, visto il gioco di parole che il testo esibisce nella seconda quartina, l’umanista parmense Lorenzo Astemio.
La significativa presenza di carte autografe, vergate con finalità ampiamente differenziate, rende conto di un’attività scrittoria varia e ininterrotta, che fa risaltare per via documentaria alcuni fattori decisivi dell’esperienza culturale pulciana. La frequentazione di personaggi di primissimo piano nella Firenze e nell’Italia del tempo (Lorenzo e la famiglia Medici in primis), oltre a garantire a molte di queste carte la sopravvivenza, costituisce la ragione stessa della loro stesura: la redazione dei testi poetici, in buona parte da immaginare inviati al patrono, e di quasi tutte le lettere si spiega alla luce di quel singolare rapporto che faceva del Pulci l’amico-confidente del futuro reggitore dello Stato (cfr. al riguardo De Robertis in Pulci 1984: xv-xxvii).
Nelle prose epistolari pulciane trova adeguato spazio anche un’altra attività solo recentemente posta nella debita evidenza, quella di ambasciatore, assai poco ufficiale, svolta prima per conto di Lorenzo, poi come elemento di collegamento tra questo e il nuovo patrono del poeta, il condottiero Roberto di Sanseverino, che fu spesso al soldo dei fiorentini in quegli anni (su questa attività cfr. ora Polcri 2010: 5-35). Nell’opera pulciana si assiste insomma a una netta divisione tra la produzione per Lorenzo e gli amici, affidata alla trasmissione manoscritta e spesso connotata da evidenti tracce di natura missiva, e le opere destinate a una diffusione su larga scala: il Morgante, per quanto la falcidia delle copie ci nasconda molto della prima circolazione del testo, conobbe sicuramente varie edizioni vivente l’autore. Anzi, Pulci intuì assai bene le potenzialità della stampa per la diffusione dei suoi scritti, visto che oltre al poema maggiore affidò alla stampa anche la Giostra e il Ciriffo, che pure conobbero un’ampia fortuna.
Bibliografia
Ageno 1964 = Franca A., Una nuova lettera di Luigi Pulci a Lorenzo de’ Medici, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxli, pp. 103-10.
Breslauer 1970 = Martin B., Books, Manuscripts, Autograph Letters, Bindings from the Ninth to the Present Century. Catalogue 101, London, s.e.
Bucchi 2007 = Gabriele B., Un poema cavalleresco tra Quattro e Cinquecento: il ‘Ciriffo Calvaneo’ di Luca e Luigi Pulci, in Boiardo, Ariosto e i libri di battaglia. Atti del Convegno di Scandiano-Reggio Emilia-Bologna, 3-6 ottobre 2005, a cura di Andrea Canova e Paola Vecchi Galli, Novara, Interlinea, pp. 153-68.
Decaria 2009 = Alessio D., Luigi Pulci e Francesco di Matteo Castellani. Novità e testi inediti da uno zibaldone magliabechiano, Firenze, Società Editrice Fiorentina.
De Robertis 1957 = Domenico De R., Supplementi all’epistolario del Pulci, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxxxiv, pp. 548-69.
Franco-Pulci 1759 = Sonetti di Matteo Franco e di Luigi Pulci. Assieme con la Confessione, Stanze in lode della Beca, ed altre rime del medesimo Pulci. Nuovamente date alla luce con la sua vera lezione da un manoscritto originale di Carlo Dati dal marchese Filippo de’ Rossi, s.l. [Lucca?], s.e.
Medici 1977 = Lorenzo de’ M., Lettere, vol. i. (1460-1474), a cura di Riccardo Fubini, Firenze, Giunti-Barbèra.
Pisoni 1984 = Pier Giacomo P., Luigi Pulci alla Cavallina: agosto del ’74, in «Rinascimento», s. ii, xxiv, pp. 149-52.
Polcri 2010 = Alessandro P., Luigi Pulci e la Chimera. Studi sull’allegoria nel ‘Morgante’, Firenze, Società Editrice Fiorentina.
Pucci 2007 = Antonio P., Cantari della Reina d’Oriente, ed. critica a cura di Attilio Motta e William Randolph Robins, Bologna, Commissione per i testi di lingua.
Pulci 1886 = Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico e ad altri, nuova ed. corretta e accresciuta, [a cura di Salvatore Bongi], Lucca, Tip. Giusti.
Pulci 1933 = Luigi P., Il libro dei sonetti, a cura di Giulio Dolci, Milano, D. Alighieri-Roma, Albrighi, Segati e C.
Pulci 1984 = Id., ‘Morgante’ e Lettere, a cura di Domenico De Robertis, Firenze, Sansoni, (1a ed. 1962).
Pulci 2013 = Id., Sonetti extravaganti, ed. critica a cura di Alessio Decaria, Firenze, Società Editrice Fiorentina.
Simonetta 2002 = Marcello S., Lettere «in luogo di oraculi»: quattro autografi dispersi di Luigi Pulci e di (e a) Niccolò Machiavelli, in «Interpres», xxi, pp. 291-301.
Trucchi 1854 = Gli oratori italiani in ogni ordine di eloquenza editi ed inediti, per Francesco T., Torino, Steffenone, vol. ii.
Volpi 1893 = Guglielmo V., Luigi Pulci: studio biografico, in «Giornale storico della letteratura italiana», xxii, pp. 1-55.
Volpi 1897 = Id., Fogli sparsi di Luigi Pulci, in «Rassegna bibliografica della letteratura italiana», v, pp. 147-48.
Nota paleografica
P. si muove con assoluta felicità di interprete tra due tradizioni grafiche: tra mercantesca, la sua scrittura prima, materna, praticata per tutta la vita e in modo prevalente, e corsiva “all’antica”, documentata in due soli episodi (nel ms. Parmense 2508, vd. tav. 3, copiato intorno al 1465, e nella canzone Da poi che ’l Lauro, datata 22 marzo 1466, che si legge alle cc. 1ra-2ra del ms. Pal. 218), ma in forme di così alta qualità che si è obbligati a immaginare, a monte e a fianco di questi ess., un intenso esercizio e altre prove perdute o non ancora rintracciate. Una tale esperienza di digrafia è fatto tutt’altro che inconsueto in una realtà, come quella italiana e in specie fiorentina, che ammette – non solo nel dominio della corsiva – più di una possibilità di scrittura e, per chi ne ha le capacità, il passaggio da un genere all’altro, un’intercambiabilità di mano in relazione al genere dei testi, alla loro funzione, al lettore cui sono destinati. Capacità che P. possiede e che si manifestano a più livelli: nel modo in cui dispone i testi nella pagina (perfettamente allineati anche dove manchi l’aiuto di uno schema rigato), nel ritmo sempre costante della scrittura (senza le accelerazioni che di solito si producono in prossimità del fine riga o nel basso della pagina, specie in testi lunghi o scritti di getto, come è forse il caso della lettera a Lorenzo il Magnifico del 1465, tav. 2), nella propensione naturale, al di là del genere grafico, per scritture di modulo piccolo (il che è sempre indice di qualità e abilità). Nella portata al Catasto del 1458 (tav. 1) le doti di autodisciplina del P. sono evidenti nel modo in cui riesce a controllare, a fini espressivi, il grado di corsività della sua scrittura: nel testo della dichiarazione delle sostanze, dei debiti e crediti della famiglia (tav. 1a), scritto con l’intenzione della più assoluta chiarezza, P. rinuncia ad alcune delle varianti più corsive preferendo forme più neutre e posate (succede regolarmente per b, l e s, nella stragrande maggioranza dei casi per d e g, mentre rimane invece in un tempo z) e diminuendo notevolmente il numero delle legature, compreso il sintagma stereotipo ch (r. 17: Michele, ma non così al r. 18: Franchi). Nella breve postilla finale di c. 215r (tav. 1b) affiora il livello di base della mercantesca di P., la sua normale corsiva, a partire dalla quale prende avvio quel processo di normalizzazione che conduce a una mercantesca tipica di metà Quattrocento, con tutto il repertorio di varianti semplificate e di legature codificate proprie di quel genere di scrittura: si vedano, ad es., s e z in un tempo e in legatura anteriore e posteriore (r. 2: di chasa, r. 4: di Firenze), ch (r. 1: di lucha) e le legature tra radicale alfabetico e segno abbreviativo, specie nella sequenza on (con o in un tempo da cui prende avvio il titulus: r. 4 deon dare), che si possono classificare come tratto peculiare del P. (tav. 1a r. 3: gonfalone; tav. 2 r. 3: son tutto soletto, penultima r.: il mondo; tav. 4 r. 7: con felicità conservi; tav. 6 sonetto Quel che viene, v. 12: non sè più desso; tav. 7, sonetto Un pedagogo, vv. 7, 11, 16: punto; e si noti come caratteristica del P. la forma ondulata del segno abbreviativo, sempre più alto nella parte iniziale). Le poche righe della portata al Catasto autorizzano il riconoscimento della mano di P. anche nel Vat. Borg. Lat. 384, su cui a lungo si è dibattuto. All’opposto di tutto questo sta il codice di Parma (tav. 3), firmato, copiato intorno al 1465 per il giovane Lorenzo de’ Medici (forse ritratto dal miniatore nel piccolo medaglione della c. 1r). La scrittura è una corsiva “all’antica” di qualità, come si è detto, altissima, degna di un copista di professione e dei più aggiornati. In alcuni dettagli la scrittura di P. sembra infatti anticipare quello stile affusolato che nell’ultimo quarto del secolo trova uno dei suoi più eleganti interpreti in Tommaso Baldinotti: stile che si costruisce grazie al netto contrasto modulare tra corpi e aste, avvicinando i tratti interni alle lettere e le lettere fra loro e trasformando in ovali le sezioni curve delle lettere (si osservino o, le due sezioni della elegante g umanistica e i “corpi” di b, d, h, p, q). Il paradigma morfologico comprende anche la legatura & per la congiunzione e il necessario corredo di lettere capitali per le iniziali di verso e per le rubriche dei Trionfi. Insomma se non si conoscessero nome e storia grafica del copista, sarebbe impossibile immaginare, accanto a tutto ciò, una mano mercantesca. L’unica minima dissonanza (da interpretare come affioramento incontrollato dell’altra tradizione) è rappresentata dalla lettera d, scritta a volte col secondo tratto di poco inclinato verso sinistra (tav. 3 r. 3: ad tutte che ad rifar si vanno) o, più raramente (per es. c. 15r r. 2), in una forma ibrida con l’asta che inizia con un attacco del tutto particolare, che si trova ampiamente usata, a fianco della variante onciale, quasi in ogni autografo di P., nelle lettere (tav. 2 r. 1: non credo, r. 2: del tuo cammino; tav. 4 r. 7: a dì, r. 8: de’ Pulci) e nelle poesie che con esse viaggiavano (tav. 5 v. 2: d’uno araldo; tav. 6 v. 13 del secondo sonetto: misero mondo; tav. 7 v. 2 del primo sonetto: sdentato). L’influenza del modello umanistico così abilmente interpretato si fa sentire nelle lettere a Lorenzo de’ Medici e in alcune delle poesie estravaganti, indipendentemente dal grado di corsività: nel foglio ora a Cologny (tav. 7) ciò è evidente nella presenza della variante & (v. 14 del primo sonetto, vv. 10 e 11 del secondo; ma si veda anche la tav. 5 v. 2), nelle maiuscole “all’antica” e nell’impostazione generale della scrittura, con corpi e aste ben differenziate; nelle lettere un po’ più formali, senza che vengano meno gli stilemi mercanteschi più tipici (tav. 2 r. 2: questa lettera, r. 21: che roba, r. 24: qualchuno), troviamo la congiunzione espressa anche a piene lettere con e in forma di epsilon (tav. 2 r. 6 e 7; stessa soluzione alla tav. 5 v. 12) e la versione corsiva della g umanistica (per es. nella lettera da Pisa del dicembre del 1467, → 6d). La bella mano di P. si incrina solo a pochi giorni dalla morte (→ 18a e b).
Censimento
- Cambridge (Mass.), Harvard College Library, Autograph File, senza segnatura
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. Lat. 384 (M VII 23)
- Cologny (Genève), Fondation Martin Bodmer, senza segnatura
- Firenze, Archivio di Stato, Catasto 798, quart. S. Croce, gonf. Carro
- Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, 78 317 (Badia, Familiarum, to. VI)
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 7, num. 397
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 20
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 21, num. 195
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 22
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 24, num. 313
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 25
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 28, num. 114
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 29
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 30
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 32, num. 309
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 33
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 34, num. 515
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 37, num. 327
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 48
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 85, num. 677 (olim 749)
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 137
- Firenze, Biblioteca Moreniana, Autografi Frullani, 1534
- Firenze, Biblioteca Moreniana, Autografi Frullani, 1535
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1025
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. 218
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. 218
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 45, Pulci Luigi
- Isola Bella, Archivio Borromeo, Autografi, P, num. 15
- London, The British Library, Add. 22046
- London, The British Library, Add. 24215
- New York, Pierpont Morgan Library, MA 1390
- Paris, Bibliothèque nationale de France, It. 2033, num. 32
- Parma, Biblioteca Palatina, Parm. 2508 (olim De Rossi)
- Philadelphia, Historical Society Of Pennsylvania, Simon Gratz Collection, 1
- Ithaca (NY), Cornell University Library, Mss. Bd. Withcraft BT M 24
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 8 dicembre 2025 | Cita questa scheda