Traversari, Ambrogio

Portico di Romagna [Forlí-Cesena] 1386–Firenze 1439

Presentazione

Ambrogio Traversari, generale della congregazione camaldolese dal 1431 al 1439, è fra i maggiori esponenti dell’Umanesimo cristiano a Firenze nella prima metà del Quattrocento. L’ambito in cui il Traversari manifestò in primo luogo una piena adesione agli ideali umanistici del tempo, pur sostanziati di contenuti in linea con un chiaro intento di apologetica cristiana, è quello delle versioni latine dal greco. Dell’ampio corpus di traduzioni traversariane, quasi tutte di contenuto patristico (ad eccezione delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio) e realizzate prevalentemente durante gli anni giovanili della clausura monastica (ante 1431), la tradizione manoscritta ha conservato quattro abbozzi di lavoro autografi, a diversi stadi di elaborazione formale. Il più antico di essi è il ms. Firenze, BNCF, Conv. Soppr., G IV 844 (→ 17), che contiene la versione delle cosiddette Vitae Patrum, una miscellanea di opere agiografiche e ascetiche bizantine, tradotte a più riprese tra il 1423 e il 1431, quando fu iniziato e mai concluso l’ultimo opuscolo della raccolta. Non sembrano invece di mano del Traversari le parole latine disseminate negli interlinei di alcune carte del ms. Firenze, BML, Plut. 10 3, supposto modello greco della versione delle Vitae Patrum (diversamente Mioni 1950: 327). All’incirca agli stessi anni risale anche la traduzione delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio, intrapresa in data 16 novembre 1424, ma protrattasi fino al 1433, forse per le difficoltà poste dalla sezione epicurea. Il lungo travaglio intellettuale e morale sotteso a questa traduzione, così aliena dal coerente complesso di versioni patristiche traversariane, è tuttora documentato dal ms. Firenze, BML, Strozzi 64 (→ 14), quasi interamente di mano del Camaldolese, sia per il latino sia per il greco, ad eccezione della lettera prefatoria e del sistema dei nomi in margine. Non si riconosce invece la mano del monaco in un altro codice delle Vitae laerziane, il ms. Firenze, BRic, 143 (diversamente Pagnoni 1974: 1458-59). Durante gli ultimi anni trascorsi nel monastero di Santa Maria degli Angeli, inoltre, il Traversari si impegnò nella traduzione di alcune omelie di Giovanni Crisostomo sulle epistole paoline, di cui si conserva la minuta autografa nel ms. Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VI 6 (→ 18), un composito tra le cui carte si riconoscono, oltre alla mano del Traversari (da c. 88v r. 13 alla fine), quelle di un anonimo trascrittore (cc. 1r-65r) e dell’amico Niccolò Niccoli (cc. 65v-88v r. 12), che – stando alla testimonianza di Vespasiano da Bisticci – avrebbe qui lavorato sotto diretta dettatura del Traversari (Vespasiano da Bisticci 1970-1976: i 451). Infine, prima di essere completamente assorbito dagli impegni del generalato, verosimilmente nel primo quinquennio degli anni Trenta del secolo, Ambrogio Traversari affrontò anche la versione di alcuni scritti di Atanasio o comunque ritenuti tali (Contra Gentiles, De incarnatione Verbi, Disputatio contra Arium), di cui nel ms. Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VIII 8 (→ 19), sopravvive la copia di lavoro in formato “tascabile”, forse adeguato alle esigenze di viaggio imposte dalla nuova carica. Non si riconoscono invece postille traversariane sui margini del ms. Firenze, BML, San Marco 695, che pur si apre con i tre opuscoli atanasiani tradotti dal Camaldolese (diversamente Viti 1988: 491-92 in merito a una breve nota in greco a c. 4v).

Del tutto perduti, al contrario, risultano al momento gli autografi di lavoro – che pur il Traversari evidentemente approntò – delle numerose altre traduzioni di cui abbiamo notizia sia dall’epistolario dello stesso Camaldolese sia dagli antichi elenchi di Vespasiano da Bisticci (Vespasiano da Bisticci 1970- 1976: i 459-61) e di Marco di Michele presbiter Cortonensis (Fossa 1987: 144). Infatti, durante gli anni giovanili della clausura monastica (1416-1420), il monaco aveva tradotto la seconda epistola De vita solitaria di Basilio di Cesarea, il breve trattato Adversus vituperatores vitae monasticae di Giovanni Crisostomo, la Scala paradisi di Giovanni Climaco, l’inizio del Theophrastus sive de immortalitate animae di Enea di Gaza, ultimato poi entro il 1431 (Pontone 2011: 81-82), un’altra opera di Giovanni Crisostomo, il De providentia Dei ad Stagirium, e forse la prima delle omelie De statuis. Ulteriori traduzioni traversariane sono documentate anche per il periodo successivo (Manuele Caleca, Contra errores Graecorum; Giovanni Crisostomo, Sermones contra Iudeos e Quod deus incomprehensibilis sit; Basilio di Ancira, De vera integritate virginitatis; Efrem Siro, Sermones; Gregorio Presbitero, Vita Gregorii Nazianzeni; Palladio, Vita sancti Iohannis Chrysostomi), tra cui la perduta retroversione dal latino al greco di alcune epistole sinodiche di Gregorio Nazianzeno. Perfino negli anni del generalato il Camaldolese si dedicò ancora a tradurre in latino il corpus dello ps. Dionigi l’Areopagita, affrontato a più riprese tra il 1431 e il 1437, e il commentario omiletico di Giovanni Crisostomo al Vangelo di Matteo, rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore nel 1439. Di molte di queste traduzioni sopravvivono solo copie coeve o seriori (sintesi in Pontone 2010: 11-16), nessuna delle quali però di mano del monaco. Ad esempio, nonostante la vicinanza grafica, senz’altro non è autografo il ms. Firenze, BML, Gaddi 113, che contiene tra l’altro anche la traduzione traversariana del De vera integritate virginitatis, come già provato da Sebastiano Gentile (cfr. Umanesimo1997: 203-4).

Accanto all’attività di traduttore dal greco, per la quale Ambrogio Traversari è prevalentemente noto, il Camaldolese si distinse anche – in particolare durante gli anni della clausura monastica, ma non solo – per una discreta attività filologica volta sia a emendare i testi latini sia a reintegrare i passi greci mancanti o scorretti sui margini dei codici che gli venivano sottoposti dagli amici fiorentini (Niccolò Niccoli in primis), come pure da altri umanisti dell’epoca a lui legati da scambi epistolari (Francesco Barbaro, Leonardo Giustiniani e altri ancora). Tracce di questo suo lavoro di emendatio sono documentate, per quanto concerne il latino, nei mss. Firenze, BML, Plut. 46 7 (revisione del testo da c. 143ra c. 156v; → P 2), e Firenze, BML, Plut. 48 34 (inserti alle cc. 20v e 57r, ma non il restauro testuale delle cc. 37v-44r, come proposto dubitativamente da de la Mare 1973: 76; → P 4). Più numerose sono le attestazioni finora individuate che documentano l’attività di restituzione dei passi greci a testo o in margine in codici sia di antica sia di recente fattura: mss. Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 286; Firenze, BML, Plut. 46 13; Firenze, BML, Plut. 51 8 (cc. 1r-63r); Firenze, BML, Plut. 54 30 (oltre ad alcune correzioni al testo latino); Firenze, BML, Plut. 68 2 (cc. 121v e 122v); Firenze, BML, Plut. 69 35; Firenze, BML, San Marco 281; Firenze, BRic, 264 (→ P 1, 3, 5-9, 11). Di particolare interesse è l’intervento sul ms. Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VI 23 (→ P 10), un Lattanzio in littera textualis copiato e decorato nella scuola di Santa Maria degli Angeli, in cui il Traversari provvide a restituire il greco negli spazi appositamente riservati a testo, corredandolo di traduzione latina in margine. Non sembra invece che si debbano riconoscere suoi marginalia nel ms. Firenze, BML, Plut. 21 5 (diversamente de la Mare 1992: 146), un altro Lattanzio trascritto in littera antiqua dal confratello Michele, con i passi greci a testo sempre di mano di quest’ultimo.

Anche nel caso dei codici emendati, come già per le versioni dal greco, la tradizione manoscritta sembra aver preservato solo una parte degli autografi traversariani. L’epistolario del monaco, infatti, ricorda che già tra il 1416 e il 1417 il Camaldolese aveva emendato la copia di Francesco Barbaro contenente l’Adversus Gentiles di Lattanzio e l’aveva poi rispedita al proprietario (Traversari 1759: ii num. vi 5-7, 15-16). Sempre intorno al 1418-1419, aveva compendiato anche il De viii partibus orationis di Donato per le esigenze didattiche di Santa Maria degli Angeli (Traversari 1759: ii num. xiii 8), di cui, nonostante il successo documentato nella cerchia camaldolese, non sembra essere rimasta traccia né dell’autografo né delle copie che ne furono tratte. A ridosso della nomina a generale, inoltre, il Camaldolese aveva provveduto a integrare i versi omerici mancanti in un volume delle Genealogiae deorum del Boccaccio, posseduto da Leonardo Giustiniani (Traversari 1759: ii num. vi 24). Aveva anche promesso di emendare la copia del De plantis di Teofrasto che aveva fatto copiare da Paolo dal Pozzo Toscanelli per l’amico Niccoli, non potendosi impegnare lui stesso nella trascrizione (Traversari 1759: ii num. viii 35- 37). Tuttavia, se è corretta l’identificazione dell’esemplare di mano del Toscanelli con il ms. Firenze, BML, Plut. 85 22 (così Harlfinger 1971: 223-24; Harlfinger 1976: 277-79; Gentile 1992: 140-42, tav. 16), si dovrà ammettere che il Camaldolese non abbia mai eseguito il lavoro promesso. Infine, negli anni che precedettero il 1433, il Traversari si dedicò anche alla revisione stilistica del Chronicon Casinense e dei Dialogi de miraculis sancti Benedicti (Traversari 1759: ii num. xi 75, xii 13, xix 21). Di quest’ultima, in particolare, sopravvive la copia fatta approntare nel 1433-1434 per Paolo Venier, abate del monastero di San Michele di Murano a Venezia (ms. Moskva, Rossiiskaia Gosudarstvennaia Biblioteka, 218 N 389: cfr. Brown 1996: 337), mentre non sembra sopravvissuto il manoscritto di lavoro con gli interventi autografi del Camaldolese.

Meno intensa, forse in quanto meno congeniale all’attitudine di ricerca e agli interessi personali del monaco, fu la vera e propria attività di trascrizione di testi. Infatti, nel corpus degli autografi traversariani conservati fino a noi (27 testimoni totali o parziali, oltre a 12 postillati) si conta un solo codice latino interamente copiato in elegante littera antiqua, ultimato peraltro già in data 16 gennaio 1414: il ms. Firenze, BNCF, Conv. Soppr., B IV 2609, contenente le Divinae Institutiones di Lattanzio (→ 16). Un’ulteriore attestazione dell’attività di trascrizione di testi latini è documentata dal ms. Firenze, BRic, 302 (→ 20), nelle cui cc. 1r-4v il Traversari aveva iniziato a copiare, nei primi anni del generalato, il De ira Dei di Lattanzio, affidando poi ad altri confratelli il compito di ultimare il lavoro. Sul versante greco, l’unico testo significativamente ampio trascritto dal Camaldolese e arrivato fino a noi sembra essere la Comparatio veteris et novae Romae di Manuele Crisolora, rilegata oggi alle cc. 43r-52v del ms. Paris, BnF, Gr. 2012 (→ 23) – ancora una volta un lavoro degli anni giovanili della clausura monastica. Resta però da verificare, tramite visione diretta dell’originale, l’interessante proposta di Rollo (2012: 47, 88, 121, tav. ii) di attribuire alla mano greca del Traversari la trascrizione integrale degli Erotemata del Crisolora nel ms. Athena, Gennadeios Bibliotheke, 60.

L’epistolario traversariano ricorda anche altre lettere crisolorine non reperite, che il monaco avrebbe trascritto e inviato a Francesco Barbaro tra il 1415 e il 1416 (Traversari 1759: ii num. vi 4-5; Zorzi 1997: 625). Altrettanto irreperibili sono state finora una copia di cosiddette Definitiones platoniche, seguite da epistole di alcuni filosofi (Traversari 1759: ii num. viii 28), la Phoenix di Lattanzio, trascritta « raptim » a Bologna nel 1433 (Traversari 1759: ii num. viii 52), le Vitae di Cornelio Nepote e un’epistola di san Girolamo, entrambe viste a Padova presso Ermolao Barbaro, copiate durante uno spostamento in battello e poi inviate al Niccoli (Traversari 1759: ii num. viii 53). Al 4 ottobre 1435 risale poi la notizia di un deperditus davvero interessante, un Boezio greco-latino, forse una versione planudea della Philosophiae consolatio con originale latino a fronte, che Ambrogio Traversari chiese a Michele monaco di inviare a Basilea, perché il cardinale Giuliano Cesarini potesse procedere nello studio del greco (Traversari 1759: ii num. xiii 5). Altrettanto significativo sarebbe il ritrovamento di un codice delle epistole di sant’Ambrogio di mano del Camaldolese, additato al confratello Michele nel 1437 come modello grafico di littera antiqua (Traversari 1759: ii num. xiii 14). E tuttavia, se pur l’elenco delle trascrizioni traversariane qui ricostruito sulla base dell’epistolario suggerisce che il Camaldolese non limitò l’attività di copia ai soli esemplari conservati fino a noi, è altrettanto innegabile che egli non fu mai un copista di professione, ma che trascrisse testi più che altro per esigenze di studio. Negli anni successivi all’elezione a generale dell’ordine, preferì affidare ad altri, in primo luogo al monaco Michele, la trascrizione inmundum delle proprie opere.

Del resto, negli anni del generalato (1431-1439) Ambrogio Traversari si occupò prioritariamente dei problemi concreti imposti dalla nuova carica. L’attività di studio fu di necessità ridimensionata, anche se mai del tutto interrotta, e si indirizzò in prevalenza a soddisfare esigenze d’occasione. Ad esempio, durante la visita riformatrice ai monasteri dell’ordine camaldolese e vallombrosiano, il monaco compose un diario di viaggio, l’Hodoeporicon ovvero Commentariolum, con il duplice intento di rafforzare la sua autorità sulla congregazione camaldolese, ma anche di proporre ai confratelli un moderno exemplum di virtù monastica da affiancare alle Vitae dei Padri della Chiesa delle Origini. L’autografo del testo, però, sembra perduto. La copia che, ancora nel Settecento, l’abate Lorenzo Mehus vide nella biblioteca di Santa Maria degli Angeli e giudicò autografa (si vedano le sue osservazioni in Traversari 1759: i 91-92) è stata individuata da Iaria (2005a: 107-9) nel ms. Berlin, Sb, Lat. qu. 308, ma non riconosciuta per tale. Inoltre, in occasione dell’ambasceria condotta tra il 1435 e il 1436 a Basilea, Ambrogio Traversari, per opporre argomenti scritturali alla volontà scismatica del concilio, tradusse in latino le orazioni De pace di Gregorio Nazianzeno, di cui si conserva l’inizio della copia di lavoro, con correzioni inter scribendum e revisione finale, alle cc. 1r-12v del ms. Città del Vaticano, BAV, Reg. Lat. 1612 (→ 1). Il monaco compose anche due orazioni, la prima delle quali pronunciata il 26 agosto del 1435 davanti all’assemblea dei Padri conciliari riuniti a Basilea, mentre la seconda il successivo 26 dicembre al cospetto dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo nella residenza ungherese di Alba Regale. Di entrambe le orazioni la tradizione manoscritta ha preservato una stesura autografa alle cc. 91r-102r del ms. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, 19 41 Aug. 4to (→ 26), un volume miscellaneo assemblato per il cancelliere imperiale Kaspar Schlick. Delle altre quattro orazioni scritte e pronunciate dal monaco, una delle quali addirittura in greco, non sono invece sopravvissuti gli autografi. Il codice Guelferbitano contiene anche, alle precedenti cc. 73r-76r, la trascrizione, sempre di mano del Camaldolese, di un poemetto latino di Gian Lucido Gonzaga, figlio di Gian Francesco I, sulle origini del proprio casato, fino all’ingresso dell’imperatore Sigismondo a Mantova in occasione del conferimento del titolo di marchesi ai Gonzaga.

Nell’ambito della documentazione scrittoria prodotta da Ambrogio Traversari, un posto di assoluto rilievo è occupato dai materiali burocratici e amministrativi. Già negli anni della clausura monastica in Santa Maria degli Angeli il Camaldolese aveva collaborato alla trascrizione di atti come matricole e ricordi di monaci, oppure copie ed estratti di testamenti destinati alla conservazione nell’archivio del monastero. La mano del Traversari è stata infatti riconosciuta da Zaccaria 1988 (prendendo avvio dalle identificazioni proposte da Sottili 1984: 713) in diversi registri e filze del fondo Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese dell’Archivio di Stato di Firenze (86 64; 86 65; 86 68; 86 95; 86 96: → 5-9). Ad eccezione di una sola attestazione datata al 1438 (86 96, c. 34v), la presenza traversariana è qui documentata entro e non oltre il 1431. Purtroppo, però, nessuna di queste testimonianze è sottoscritta, e l’autografia può essere accertata solo in base al confronto paleografico con documenti decisamente più tardi, tra cui in particolare una cauzione rilasciata a Bartolomeo da Montegonzi il 18 febbraio 1433 per un debito di denaro (Firenze, ASFi, Carte Strozziane, I 139, c. 47: → 4). Non è pertanto agevole valutare se le idiosincrasie della corsiva traversariana nei più antichi documenti amministrativi del monastero degli Angeli debbano indurre a sospettare, caso per caso, uno scrivente distinto o piuttosto un’evoluzione della stessa mano nel corso del tempo. Altrettanto difficile è distinguere con sicurezza i diversi confratelli che si alternano nella compilazione dei registri, dal momento che molti di essi presentano un evidente sostrato grafico comune. Tenuto conto di queste premesse, sembra dunque preferibile lasciare sub iudice la supposta autografia traversariana di alcuni degli interventi segnalati dalla Zaccaria nel cosiddetto registro nuovo di Santa Maria degli Angeli (Firenze, ASFi, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 96, → Dubbi 2), e non accoglierne altri: ivi, 86 65, cc. 72r-74r, 170, 370r; ivi, 86 96, cc. 40v, 43v (Lorenzo di Niccolò), 117r.

Negli anni del generalato la documentazione di carattere burocratico e amministrativo aumentò in ottemperanza alle esigenze della nuova carica. Non si trattò più, come in precedenza, delle trascrizioni di atti deputati all’archiviazione in monastero, bensì di veri e propri documenti iussivi, per i quali una secolare prassi documentaria aveva privilegiato la forma lettera. Esemplari sono in tal senso le due epistole autografe con cui Ambrogio Traversari conferì ai confratelli don Antonio di Gambassio e don Giovanni da Prato Vecchio prestigiosi incarichi amministrativi (rispettivamente un rettorato e un priorato) all’interno dell’ente (Firenze, ASFi, Diplomatico, Normali, Camaldoli, San Salvatore (eremo), 6 novembre 1433 e 19 dicembre 1433: → 10-11). Di tenore analogo è una terza missiva autografa del 1436 a don Pietro, priore del Camaldolino di Bologna, a cui si concedeva la potestà di alienare i beni di un altro monastero bolognese, quello di Santa Maria degli Angeli (Forlì, BCo, Fondo Piancastelli, Carte Romagna, 641 num. 210: → 21). Inoltre, nel 1433 e nel 1437, il Traversari indirizzò due lettere, anch’esse autografe, alle più alte magistrature del Comune di Siena in merito ai problemi concernenti attribuzioni di priorati e accorpamenti di monasteri in territorio senese (Siena, Archivio di Stato, Concistoro, Carteggi, 1931, c. 62 e 1937, c. 75: → 24-25). D’altro canto, però, l’incremento dei materiali prodotti per le esigenze amministrative della congregazione fu comunque tale da costringere il Camaldolese a servirsi di segretari che redigessero copie o addirittura gli stessi originali degli atti emanati in qualità di priore generale. Non sono ad esempio autografe, nonostante le formulazioni a testo, le lettere spedite dal Traversari al priore di Santa Maria degli Angeli a Firenze nel 1435 (Firenze, ASFi, Mediceo avanti il Principato, 12, num. 8) e al priore di San Michele in Bosco presso Bologna nel 1432 (Chiusure, Archivio Abbazia Monte Oliveto Maggiore, Diplomatico, Fondo San Michele in Bosco di Bologna, 62).

Accanto all’accresciuta produzione epistolografica di carattere amministrativo, non mancarono neppure, negli anni del generalato, lettere di tutt’altro genere. Ad esempio, è del 1432 una lettera ai fratelli Cosimo e Lorenzo de’ Medici in cui, tra le molte informazioni personali, si cela una violenta contrapposizione politica in merito al priore del monastero di San Michele di Murano (Firenze, ASFi, Mediceo avanti il Principato 13, num. 11: → 12). Tema politico e interesse diplomatico sono anche alla base di una lunga lettera spedita al pontefice Eugenio IV nel 1434 (Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3908, c. 241: → 2), mentre i due brevi biglietti di argomento bibliografico all’abate Gomezio della Badia Fiorentina restano privi di addentellati cronologici certi, anche se – almeno per il secondo – è ammissibile una datazione agli anni del concilio di Ferrara-Firenze (Firenze, BNCF, Conv. Soppr. da ordinare, Badia 4, pp. 163-64: → 15).

Le epistole datate o databili post 1431 possono sembrare poche in termini assoluti, ma non andrà dimenticata l’enorme dispersione degli originali di missive traversariane dal Quattrocento ai giorni nostri, come rivela il confronto con la mole massiccia di lettere tramandate dalle copie manoscritte – non autografe, anche se coeve – dell’intero corpus epistolografico del monaco (sulle sillogi antiche e moderne dell’epistolario traversariano si vedano, da ultimo, Pontone 2010: 185-96 e Pontone 2011: 71-80). Comunque, le lettere autografe del generalato restano pur sempre il quadruplo di quelle conservate per tutta la precedente clausura monastica, cioè le due missive di argomento bibliologico sulla traduzione delle Vitae laerziane, inviate nel 1424 all’arcivescovo di Genova Pileo de Marini (Genova, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 391 num. 71 e 89: → 22). Il dato è ancora più significativo, se consideriamo che la vita pubblica del Camaldolese si concentrò in soli nove anni. D’altronde, anche nelle raccolte complessive di epistole traversariane quelle successive al 1431 rappresentano la quasi totalità della documentazione conservata. La forma lettera rappresentò davvero il tramite privilegiato con cui Ambrogio Traversari scelse di rivolgersi ai contemporanei e ai posteri durante gli anni del generalato, complici il formato ridotto e lo stile asciutto che ben si adattavano alle esigenze di viaggio e ai numerosi impegni del monaco.

Si segnala da ultimo che un catalogo degli autografi ricondotti fino al 2010 alla mano del Traversari, corredati di descrizione codicologica e riferimenti bibliografici, si legge anche in Pontone 2010: 229-79. Seguono, nel medesimo studio, il catalogo delle testimonianze manoscritte attribuite nel tempo al Camaldolese, ma non accolte per tali dopo il riesame (ivi: 279-93), e l’elenco dei materiali descritti come autografi dallo stesso monaco nel suo epistolario, ma non ancora reperiti (ivi: 294-98). Sono infine riepilogate anche le attribuzioni proposte da Lorenzo Mehus (in Traversari 1759: i), ma non più individuabili negli attuali fondi delle biblioteche fiorentine per la penuria di dati forniti dall’erudito settecentesco o per le dispersioni causate dalle soppressioni napoleoniche dei conventi (Pontone 2010: 298-300). Si tenga comunque conto che, in quest’ultimo caso, non si tratterebbe di autografi certi, ma solo ritenuti tali dal Mehus. Non si può dunque escludere che siano presenti anche erronee identificazioni, come del resto induce a sospettare l’attribuzione ad Ambrogio Traversari del ms. Firenze, BML, Edili 196 (in Traversari 1759: i 387), un codice di Silio Italico di mano invece dei fratelli Vespucci (de la Mare 1973: 128), e del ms. Firenze, BRic, 667 (in Traversari 1759: i 385).



Bibliografia
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Nota paleografica

T., come la maggior parte degli scriventi colti del suo tempo, era in grado di prodursi in tipologie grafiche differenti, sia posate sia corsive, a seconda del registro imposto dal testo da trascrivere (alto versus usuale), in entrambi i sistemi linguisticografici da lui padroneggiati: il latino e il greco.

Nel sistema latino il Camaldolese rivela, fin dagli anni giovanili, un’incondizionata adesione al modello della littera antiqua restituita nella cerchia degli umanisti fiorentini di inizio Quattrocento. Esempio per eccellenza è il codice delle Divinae Institutiones di Lattanzio (Firenze, BNCF, Conv. Soppr., B IV 2609: cfr. tav. 1) ultimato il 16 gennaio 1414. Tuttavia, l’apporto innovativo rispetto a tale tipologia scrittoria fu sostanzialmente nullo, dal momento che il monaco si limitò a riproporre forme e legamenti di un sistema ormai maturo, senza nemmeno vantare l’abilità di un calligrafo di professione. Peraltro, la tipologia grafica posata, pur documentata prevalentemente negli anni giovanili, non si esaurì con essi, ma proseguì, seppur in contesti più limitati e con ingerenze di forme mutuate dal sistema corsivo, anche negli anni della piena maturità (Firenze, BRic, 302, cc. 1r-4v; Firenze, BML, Plut. 46 7, postille; Firenze, BML, Plut. 48 34, inserti alle cc. 20v e 57r). Parallelamente all’uso della littera antiqua in contesti che richiedevano l’uso di una scrittura posata, T. conobbe e impiegò per tutta la vita una tipologia corsiva che, se nei documenti amministrativi vergati per le esigenze interne del monastero degli Angeli durante gli anni della clausura (ante 1431) non palesa affatto la riforma umanistica in atto nei coevi manoscritti in antiqua, a partire dal 1423-1424 rivela invece una decisa eliminazione di forme più marcatamente gotiche e l’innesto forzato di alcuni elementi di ritorno all’antico, come la d minuscola diritta, la r minuscola diritta anche dopo lettera tonda, la s minuscola diritta in fine di parola, il nesso et, i legamenti ct e st. Le nuove forme di lettere non soppiantarono del tutto le antiche forme ereditate dal passato, ma si affiancarono ad esse in proporzione ora maggiore ora minore a seconda del contenuto e della destinazione del testo. Infatti, anche dopo il 1423-1424, il Camaldolese avrebbe continuato a preferire la corsiva usuale degli anni giovanili per la trascrizione degli atti amministrativi di Santa Maria degli Angeli e la stesura di documenti privati, come la cauzione rilasciata a Bartolomeo da Montegonzi il 18 febbraio 1433 per un debito di denaro (Firenze, ASFi, Carte Strozziane, I 139, c. 47: cfr. tav. 2). La nuova corsiva umanistica all’antica trovò invece un campo d’impiego privilegiato nella produzione epistolografica, cresciuta esponenzialmente durante gli anni del generalato (cfr. tav. 3), e negli abbozzi di lavoro delle traduzioni dal greco (Firenze, BNCF, Conv. Soppr., G IV 844: cfr. tav. 4; Firenze, BML, Strozzi 64: cfr. tav. 5; Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VI 6; Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VIII 8; Città del Vaticano, BAV, Reg. Lat. 1612, cc. 1r-12v), in quanto dotata di dignità intermedia tra l’antiqua posata degli esemplari da biblioteca e la cancelleresca usuale della quotidianità amministrativa. Anche in questo caso T. non fu un inventore, bensì un semplice interprete e divulgatore di modelli grafici già ideati da altri, in particolare dal più anziano amico Niccolò Niccoli. Tuttavia, è inevitabile osservare la progressiva conquista di campo della corsiva all’antica che, negli ultimi anni di vita del Camaldolese, arrivò a essere la vera scrittura abituale del monaco, documentata anche nella firma apposta sulla bolla d’unione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente il 6 luglio del 1439 (Firenze, BML, Documenti del Concilio, 1), perché unica tipologia grafica capace di conservare l’agile praticità di una corsiva, ma pure di evocare il mito umanistico del ritorno all’antico.

Anche nel sistema greco, come già in quello latino, T. alterna due tipologie grafiche antitetiche. La prima, comune a tanti dotti bizantini del tempo nonché ai primi umanisti fiorentini della cerchia crisolorina, è una minuscola di ascendenza tardotricliniana, documentata fin dagli anni della clausura monastica (1415-1416) nei mss. Firenze, BRic, 264 (Lattanzio cartaceo di mano del Niccoli, in cui il Camaldolese aggiunse la versione corretta di numerosi passi greci presenti a testo in incerte maiuscole di stampo ancora medievale), e Paris, BnF, Gr. 2012, cc. 43r-52v (Comparatio veteris et novae Romae di Manuele Crisolora, interamente trascritta dal monaco). Accanto alla minuscola usuale, T. sperimentò anche una piccola onciale, direttamente imitata dalla scrittura distintiva e d’apparato dei mss. greci, nota come Alexandrinische Auszeichnungsmajuskel. Per quanto riconosciuta solo in un ristretto gruppo di mss., tutti datati o databili tra il 1417-1418 e il 1425 circa (Firenze, BNCF, Conv. Soppr., J VI 23; Firenze, BML, Plut. 46 13; Firenze, BML, Plut. 54 30: cfr. tav. 6a), la piccola onciale traversariana rappresentò un’operazione culturale ben precisa, cioè il tentativo di ritorno all’antico attuato anche nel sistema grafico del greco al fine di integrare a testo gli eventuali passi greci in una tipologia scrittoria adeguata all’antiqua latina già consolidata. L’esperimento era destinato a vita breve, e lo stesso T. lo abbandonò definitivamente nella seconda parte della vita, continuando a usare la sola minuscola degli eruditi bizantini appresa in precedenza. Ulteriori attestazioni di quest’ultima ricorrono sui margini dei mss. Firenze, BML, Strozzi 64 (l’autografo della traduzione delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio: cfr. tav. 5); Firenze, BML, San Marco 281; Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 286; Firenze, BML, Plut. 51 8, cc. 1r-63r (cfr. tav. 6b), e Firenze, BML, Plut. 68 2, cc. 121v e 122v. La preferenza accordata col passare degli anni a una scrittura come la minuscola tardo-tricliniana sembra dovuta alla mutata tipologia di intervento sul testo trascritto, più filologico che di mera copia, in linea con l’andamento illustrato anche per la mano latina del monaco, che aveva progressivamente limitato l’uso dell’antiqua posata, privilegiando invece diffusamente la corsiva travestita all’antica.

Censimento

  1. Athena, Gennadeios Bibliotheke, 60
  2. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Reg. Lat. 1612
  3. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3908
  4. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane, I 136
  5. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane, I 139
  6. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 64
  7. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 65
  8. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 68
  9. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 95
  10. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 96
  11. Firenze, Archivio di Stato, Corporazioni Religiose Soppresse dal Governo Francese, 86 96
  12. Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Camaldoli, San Salvatore (eremo), 6 novembre 1433
  13. Firenze, Archivio di Stato, Diplomatico, Normali, Camaldoli, San Salvatore (eremo), 19 dicembre 1433
  14. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 13, num. 11
  15. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Documenti del Concilio, 1
  16. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Strozzi 64
  17. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr. da ordinare, Badia 4
  18. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr., B IV 2609
  19. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr., G IV 844
  20. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr., J VI 6
  21. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr., J VIII 8
  22. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 302
  23. Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Fondo Piancastelli, Carte Romagna, 641 num. 210
  24. Genova, Archivio Capitolare Di San Lorenzo, 391, num. 71 e 89
  25. Paris, Bibliothèque nationale de France, Gr. 2012
  26. Siena, Archivio di Stato, Concistoro, Carteggi, 1931
  27. Siena, Archivio di Stato, Concistoro, Carteggi, 1937
  28. Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, 19 41 Aug. 4to
  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 286
  2. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 46 7
  3. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 46 13
  4. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 48 34
  5. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 51 8
  6. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 54 30
  7. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68 2
  8. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 69 35
  9. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, San Marco 281
  10. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conv. Soppr. J VI 23
  11. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 264
  12. London, The British Library, Egerton 3036

Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)

Data ultima modifica: 17 dicembre 2025 | Cita questa scheda